Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 9 giugno 2013

Studio ERAS, inceneritori e discariche compromettono la salute e l’amministrazione di Colleferro sminuisce.

COORDINAMENTO VALLE DEL SACCO


Un’ulteriore conferma pubblica arriva sullo stato della qualità dell’aria e soprattutto sulle condizioni di salute dei cittadini che risiedono in prossimità di siti di smaltimento ed incenerimento rifiuti. Le conclusioni sono, come prevedibile, sempre meno confortanti. Che non si dica più che non si sapesse.

Durante la seduta del Consiglio Comunale di Colleferro del 6 giugno è stato presentato, su richiesta delle opposizioni e con un ritardo ingiustificato da parte dell’Amministrazione rispetto alla pubblicazione, il Rapporto ERAS. Lo studio di epidemiologia su rifiuti, ambiente e salute, redatto dal Dipartimento Epidemiologico della Regione Lazio, in collaborazione con Arpa Lazio e Usl RmG, ha evidenziato, in sintesi,  anche per il territorio e la popolazione di Colleferro  una stretta correlazione tra esposizione agli inquinanti prodotti da discarica ed inceneritori e l’aumento di ospedalizzazioni e ricoveri per patologie respiratorie.

C’è da sottolineare che l’orario della convocazione della seduta non ha favorito la partecipazione dei cittadini che avrebbero meritato più rispetto su un tema di delicata importanza come lo stato di salute territoriale e la compromissione dovuta alla presenza di impianti inquinanti.
Lo studio unico nel suo genere in Italia per metodo, coorte di popolazione e dati informativi utilizzati, assumendo come arco temporale di indagine sia il periodo pre che post entrata in funzione dei termovalorizzatori, sancisce definitivamente l’aggravio delle emissioni da incenerimento, prendendo come tracciante ufficialmente riconosciuto le polveri PM10, sulla salute dei residenti, monitorati per localizzazione e status sociale.

L’avv. Carruba di Arpa Lazio ha sottolineato durante la seduta la necessità di procedere con ulteriore indagine, utilizzando le matrici metodologiche di Eras, anche sul suolo e sulle acque, vista la peculiare sensibilità orografica del territorio.

Il richiamo ad allungare il periodo di osservazione, anche con nuove indagini relative alla presenza nel sangue di esaminati a Colleferro di sostanze come i PCB e le diossine, ripartendo dai dati cristallizzatisi al 2008 in cui se ne evidenziava la presenza di percentuali significative, è stato sostenuto con forza nei confronti delle Istituzioni locali e regionali da parte del Dott. Blasetti, dirigente della USL RMG.

Paradossalmente, il Sindaco Cacciotti, massima autorità sanitaria cittadina e la sua Giunta, nella persona dell’Assessore all’Ambiente Trani, hanno tentato ripetutamente durante il dibattito di sminuire la valenza epidemiologica e l’innovazione di metodo che i relatori scientifici evidenziavano. Un atteggiamento, volto anche allo scontro istituzionale, censurato dai cittadini, dalle opposizioni e dal Coordinamento Valle del Sacco. Un dato di rilievo è arrivato dalle dichiarazioni del Dott. Forastiere del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione Regione Lazio, che non ha omesso come il Rapporto evidenzi l’incidenza e la ricaduta sulla salute dei cittadini sia frutto anche del mal funzionamento, mala gestione e mancati controlli sugli impianti di incenerimento, auspicando di rivedere tutta la politica regionale dello smaltimento rifiuti adottata sino ad oggi.

Il Coordinamento Valle del Sacco, con le sue componenti ed i suoi contatti sul territorio, si farà garante e promotore della massima divulgazione del Rapporto Eras anche in altri comuni della valle, sia nelle sedi istituzionali che tra le associazioni dei cittadini, per divulgare il grande valore tecnico-scientifico di questo studio.

Tutti da sempre sapevano, ma in molti ancora negano l’evidenza.

Valle del Sacco, 09 giugno 2013

Sentieri di pace

Emergency Colleferro

“Emergency Day 2013 -  Sentieri di Pace”
  nel Monumento Naturale della Selva di Paliano e Mola di Piscoli
16 giugno 2013 – dalle ore 10,00 a sera 

Il gruppo Emergency di Colleferro invita tutti a partecipare domenica 16 giugno 2013 alla terza edizione dell’“Emergency-Day - Sentieri di Pace”, presso il Monumento Naturale della Selva di Paliano e Mola di Piscoli.
Dalle 10 fino a sera, si susseguiranno una serie di attività dedicate alle famiglie e a tutti coloro che vorranno trascorrere una giornata all’insegna della natura e del divertimento.
Artisti, professionisti e tanti volontari metteranno a disposizione i loro talenti e la loro passione per trascorrere insieme una giornata indimenticabile.
I bambini potranno costruire  “pezzetti di bosco” con le maestre dello Scarabocchio, giocare con le Giovani Marmotte, lavorare la creta con Simona Morelli, sognare grazie alle fiabe raccolte e raccontate da Andrea Satta, andare a cavallo con Fabio del maneggio Paliano Country.
Durante l’intera giornata, si svolgeranno mini tornei di calcio per bambini con le società ASD Soccer Team Colasante (Colleferro), ASD Accademia Calcio Anagni, ASD Paliano e ASD Vjs Velletri.
Nella mattinata Guido Abballe, conoscitore di erbe spontanee commestibili, accompagnerà gli adulti in una passeggiata lungo i sentieri del Parco, alla scoperta di fiori ed erbe.
La chiusura della giornata riserverà un momento speciale dedicato alla riflessione con la rappresentazione teatrale “Morire di pace” dalla storia vera di Stefano Melone, di S. Greco Valerio e G. Fares.
La partecipazione a tutte le iniziative è gratuita e i fondi raccolti nel corso della giornata saranno interamente destinati al Centro Chirurgico e Pediatrico realizzato da Emergency a Goderich in Sierra Leone.

sabato 8 giugno 2013

In attesa di arrivare al 100%

Simonetta Zandiri



A proposito della grillesca scatola di tonno, " A che serve questo Parlamento? A cosa servono le elezioni? Il Parlamento è incostituzionale in quanto il Porcellum è incostituzionale e ora pretende di cambiare la Costituzione su dettatura del pdl e del pdmenoelle? ". Scusi, signor Beppe Grillo, ma a che serve far notare che il PORCELLUM è INCOSTITUZIONALE dopo aver chiesto a MILIONI di ITALIANI di VOTARVI con quella legge, in quel contesto che ora dichiarate INUTILE? Le faccio notare, inoltre, che i pochi cittadini che si sono opposti al voto con questa legge non costituzionale verbalizzandone le ragioni e poi denunciando queste elezioni come ilegittime, sono stati IGNORATI da tutti i media (anche i suoi) e insultati anche pesantemente da apparenti pentastellati (non voglio generalizzare perché ci sono molte persone in gamba nel M5S).
Se ci si fa eleggere prima e poi si grida che il sistema con il quale si è stati eletti è incostituzionale, di fatto si ammette comunque una certa complicità. E adesso che siete dentro "una cosa inutile", che ci state a fare?
Ah già. Rimanete in attesa di arrivare al 100%.
Dimenticavo.

OM Carrelli Bari Reportage da una fabbrica in lotta

di Nicola Porfido




Il 17 maggio, dinanzi ai cancelli della fabbrica Om Carrelli Bari, appartenente al gruppo tedesco Kion, ha luogo un’assemblea pubblica presso il presidio permanente dei lavoratori che affrontano l’ennesima minaccia per il proprio posto di lavoro in seguito all’ennesimo fallimento delle trattative di riconversione dell’azienda.
La parola agli operai: no alla gestione padronale fallimentare!
Citiamo dunque la dichiarazione di Francesco Carbonara, operaio Om in lotta nonché militante di Alternativa Comunista, la quale sostiene in toto la lotta dei lavoratori Om:
Dopo l’annuncio della chiusura del sito di Bari da parte della Om Carrelli, il 5 luglio 2011, e dopo due anni di passione segnati da vari tentativi di riconversione industriale falliti, sembrava che le cose avessero cambiato binario. Il 15 gennaio si era infatti firmato al Ministero dello Sviluppo Economico un accordo con gli inglesi della Frazer Nash che si impegnavano a rilevare lo stabilimento e a convertire la produzione per costruire i famosi taxi londinesi. A seguito di questa enunciazione, acquisite le varie rassicurazioni dalle istituzioni, MiSE e Regione Puglia, sulla bontà dell’accordo firmato, i lavoratori sotto direttiva dei sindacati ultimavano la produzione residua di carrelli Om. Si pensava a una storia a lieto fine, per così dire, in netta controtendenza con quella che è la situazione disastrosa in cui versa oggi il mondo del lavoro. Ma il 29 aprile arrivava l’ennesima doccia fredda, ovvero l’annuncio (attraverso una e-mail!) di ritiro da parte di Frazer Nash, che faceva ripiombare i lavoratori in un nuovo incubo.
Anche se oggi i lavoratori, con grande spirito di sacrificio, hanno organizzato un presidio permanente davanti i cancelli per impedire l'uscita dei macchinari, non si può non notare come questa vertenza sia stata gestita con subalternità piena al padronato da parte delle istituzioni. MiSE e Regione Puglia si sono fatte raggirare e non hanno avuto la minima influenza sulle decisioni della multinazionale inglese, la quale notiamo può svincolarsi con estrema facilità da qualunque legame senza pagare alcuna conseguenza, anche dopo aver firmato un accordo quadro in sede ministeriale. Anche il sindacato in questa storia ne esce con le ossa rotte. Oggi gli ex lavoratori Om, affermando che se avranno la fortuna di avere un futuro lavorativo non avranno più una tessera sindacale in tasca, giudicano negativamente l’operato dei sindacati colpevoli di non aver fatto altro che affidarsi alle notizie che arrivavano da Roma, determinando così la scelta di finire la produzione di carrelli. In questo modo Om va via senza aver subito il benché minimo danno. Ad oggi nessuno ha ancora avuto la decenza di dare notizie ufficiali ai veri protagonisti di questa storia, i lavoratori, che vedono così anche calpestata la propria dignità umana oltre che lavorativa. In ogni caso, con grande coerenza, continueremo ad attendere la fine di questa vertenza lì dove è stata sempre la nostra casa, davanti i cancelli della fabbrica
.”
Questo ed altri interventi si susseguono, con l’intervento di lavoratori Om, lavoratori di altre realtà del territorio, dei giovani di Alternativa Comunista, di dirigenti del Pdac, dell’associazionismo del territorio e del Coordinamento Pugliese dei Lavoratori in Lotta (aderente a No Austerity - coordinamento delle lotte). Il filo comune degli interventi si dipana sul "tradimento" delle istituzioni e delle burocrazie sindacali, incapaci di far rispettare i diritti dei lavoratori persino davanti ad un accordo al ministero, mostrando a pieno nei fatti come gli interessi della borghesia e quelli dei lavoratori siano incompatibili e opposti. L'unico interesse del sistema e delle sue istituzioni è allora quello della salvaguardia dei profitti privati socializzando le perdite sulle spalle delle classi più deboli. 
La necessità della gestione operaia
Ritornando all’iniziativa pubblica, è di importante rilevanza citare un secondo filo conduttore degli interventi susseguitisi, cioè la necessità di non affidare più al padrone aziendale o alla multinazionale la direzione della produzione di uno stabilimento. Se queste, dopo anni di finanziamenti pubblici, dichiarano di non essere in grado di poter garantire produzione e lavoro allora stabilimento e macchinari passino nelle mani dei lavoratori, che sono coloro che in realtà portano avanti una fabbrica, ricevendo però solo una misera parte del profitto che invece va a gonfiare le tasche già stracolme di imprenditori e dirigenti che a piacimento lasciano chiudere stabilimenti per aprirne di altri dove la manodopera costa meno e dove quindi hanno possibilità di accrescere i loro già enormi profitti, sulle spalle di proletari e lavoratori in qualche altra parte del mondo… prima di abbandonare anche loro dopo un po’, s'intende.
Tema conclusivo dell’assemblea pubblica è l’organizzazione di una manifestazione nella città di Bari, per portare questo piccolo nucleo di lotta alla ricerca di altre realtà magari isolate e fiaccate dalle ormai note manovre di pompieraggio dei focolai di lotta da parte di istituzioni e parti sociali concertative.
Le intimidazioni poliziesche e la determinazione della lotta
Da segnalare anche l’intervento delle cosiddette forze dell’ordine il 20 maggio. Ai cancelli della fabbrica arrivano due camionette della polizia in assetto antisommossa ed alcuni agenti della Digos. A conti fatti si è trattata solo di un’azione di intimidazione con un timido tentativo di far entrare in azienda un camion per prendere i macchinari già smontati. Gli operai accorsi si sono seduti davanti i cancelli aperti impedendo qualunque passaggio e così il camion è andato via. Questa azione è sicuramente servita come deterrente da parte dell’azienda per dimostrare la “illegalità”  del presidio permanente dei lavoratori. Ma allo stesso tempo ha potuto portare alla ribalta  delle testate giornalistiche una situazione stranamente taciuta fino a quel momento.
La manifestazione del 29 maggio e l'occupazione del lungomare di Bari
Ha infine luogo, il 29 maggio, la manifestazione dei lavoratori dinanzi al sede della regione Puglia sul lungomare di Bari. Alla manifestazione accorrono un buon numero di lavoratori dell’Om e di altre realtà lavorative e associazioniste. Pieno appoggio all’iniziativa ovviamente viene anche stavolta da Alternativa Comunista e dai suoi militanti presenti al sit-in. Così, armati di tamburi e megafoni, in attesa del colloquio con l’assessore, i lavoratori invadono la strada prendendo a passeggiare avanti e indietro tra i due lati della strada, intonando cori e parlando tutti quanti tramite megafono ed improvvisando difatti un’assemblea pubblica sul momento. Scontati i tentativi di sgombrare la strada da parte degli agenti, prima con le buone e poi con la minaccia di denuncia e la seguente azione intimidatoria da parte di un agente a volto coperto, il quale prende a scattare foto ai presenti, comprese persone tranquillamente sedute ben lontane dalla strada.
Volontà comune, chiesta a gran voce, è di far scendere l’assessore a parlare per strada, alla porta del palazzo della regione, piuttosto che arroccarsi ancora una volta dietro un tavolo al chiuso di un ufficio istituzionale. Questa volontà viene ovviamente lasciata inascoltata e dopo un po’ i sindacati entrano del palazzo della regione. La manifestazione intanto prosegue incessantemente e la strada non viene sgomberata nonostante le citate intimidazioni delle forze dell’ordine. Dopo un’ora e mezza i rappresentanti sindacali tornano in strada portando la testimonianza di impegni presi a parole da parte dell’assessore e del prefetto (contattato telefonicamente) in un continuo ringraziamento alle istituzioni, nonostante il tema di cori e slogan dei lavoratori manifestanti ricordasse chiaramente e senza ambiguità come, ad esempio, in campagna elettorale la situazione dell’Om era data per risolta da parte del governatore Vendola, salvo poi ritrovarsi al punto di partenza ancora una volta. Insomma niente di nuovo viene fuori dai palazzi di governo, tranne il solito rinvio al solito tavolo istituzionale a Roma. Detto questo, chiunque avrebbe potuto raccogliere tra le facce e le parole dei lavoratori la totale sfiducia nel sentire ancora una volta le stesse parole di promessa e rinvio, un’eterna agonia per chi ha da dare subito una risposta alle proprie famiglie stremate dai costanti sacrifici che sono costrette ad affrontare da anni.

Perché cambiare la Costituzione?

Rossana Rossanda. fonte: http://www.sbilanciamoci.info/


Perché avviarsi in gran fretta verso la riforma costituzionale? Perché non sono più le leggi a uniformarsi alla Costituzione, ma è questa a doversi piegare ai dettati neoliberisti. E l’ossessione “governabilità” guida la nuova legge elettorale. Dietro le “larghe intese”, il ridisegno costituzionale calpesta la democrazia
Credo che nessuna delle democrazie europee abbia furia di cambiare la propria Costituzione come l’Italia. Uno apre il giornale e trova un giorno sì e un giorno no l’annuncio di modifiche urgenti. Sabato scorso, il Presidente della Repubblica ci ha informato che vigilerà sui tempi dei cambiamenti, che auspica molto rapidi; anche se in un sistema come il nostro, a dire il vero, il suo compito non sarebbe vigilare sui tempi dei cambiamenti ma sulla fedeltà e permanenza della legge fondamentale sulla quale è stata incardinata la nostra Repubblica.
È dunque da discutere, prima di ogni altra cosa, se i cambiamenti siano necessari oppure, al contrario, rappresentino un vulnus all’immagine fondamentale che ci siamo dati dopo il fascismo. Che cosa sarebbe cambiato nella nostra società al punto da dover mutare i principi stabiliti nel 1948? In verità, come si vede facilmente, è cambiato soprattutto il punto di vista dominante sulla struttura sociale, come se il trionfo del neoliberismo su un impianto che era, come dovunque in Europa, piuttosto keynesiano, comportasse non l’adeguamento delle leggi normali ai principi costituzionali – come dovrebbe essere – ma il contrario. È un problema, anzi – diciamolo – una “malattia” che dovrebbe farci riflettere.
Di fatto, la prima parte della Costituzione del 1948, mancando perlopiù di una regolamentazione legislativa, resta puramente ottativa: che l’Italia sia una repubblica fondata sul lavoro non è che un auspicio, come il diritto di ciascuno ad avere un impiego o una casa. La prima Repubblica ha vissuto al proprio interno lo scontro fra chi voleva rendere effettivi questi principi e chi vi si opponeva; sono rimasti in gran parte irrealizzati. La seconda o terza Repubblica (dipende dai punti di vista) si dà da fare sia a destra sia a sinistra per modificare la seconda parte della Costituzione, cioè l’assetto istituzionale italiano. Già lo ha fatto sul Capitolo V un governo di centrosinistra e adesso quello delle “larghe intese” sembra tutto tentato nientemeno che dal presidenzialismo, preferibilmente “alla francese”, perché sembra meno rigido, in quanto obbliga il presidente, eletto a suffragio universale, ad avere però l’accordo del parlamento, anche se eletto da una maggioranza diversa.
In verità quella francese, ideata da De Grulle, è un monarchia sotto veste repubblicana, abbastanza laica, ma nella quale onori e oneri del presidente sono evidentissimi. Probabilmente De Gaulle li ha voluti per fare la pace in Algeria senza dover passare dalle Camere, come Mitterrand ha abolito la pena di morte. Ma ne è conseguita, e permane, una diminuzione clamorosa del ruolo del parlamento. Se l’Italia deve seguire questa strada, mi sembra elementare che si debba discuterne, almeno quanto ne discussero i padri costituenti; non sarebbe decente che le “larghe intese” fra due o tre grossi partiti decidessero tutto.
Per conto mio, da semplice cittadina che viene da lontano, penso che la discussione vada aperta subito e sono lontana dal credere che il presidenzialismo sia una buona soluzione a problemi e scogli tutti politici, e niente affatto istituzionali. È persino stupefacente che oggi molti movimenti e tutti i partiti, non solo i Cinque stelle, domandino il massimo del riavvicinamento della politica ai cittadini e il massimo del potere nelle mani di uno solo, come sarebbe il presidente. È il paradosso dell’odierna confusione che regna. E si deve al fatto che i partiti, considerati dalla Costituzione canali necessari della rappresentatività, sono diventati all’opposto il collo di bottiglia attraverso il quale è costretta la rappresentanza, con i relativi difetti e quando non l’illegalità. Contro se stessi, i partiti non hanno finora accettato di darsi degli statuti e delle regole che ne garantiscano realmente la trasparenza, ma potrebbero darseli.
Questo vale anche per il finanziamento che potrebbe essere non solo ridotto, ma soprattutto tale da garantire al sistema partitico di rinnovarsi, invece che, come ora, riprodurre soltanto i più forti. Come può presentarsi oggi un partito nuovo? Sono le elezioni che ne confermano o smentiscono la legittimità e il ruolo, tutta la questione del “voto utile” si impaluda qui; se in partenza ad ogni elezione i diversi partiti sono in una diversa posizione di forza e di mezzi, è evidente che ogni competizione viene falsata: nessuna gara sportiva accetterebbe un sistema analogo. Per cui abbiamo pochi grandi partiti difficilissimi da intaccare e piccole formazioni che non riescono ad affermarsi oppure – variante che preoccupa gli uni e gli altri – spinte populiste, del tutto aliene da qualsiasi regola, generalmente nelle mani di un paio di capi, più o meno carismatici, schiamazzanti e incontrollati.
La difficoltà di darsi una legge elettorale che non sia l’attuale capolavoro di Calderoli viene da questa situazione preliminare. È sorprendente come la si accetti, quasi fosse una necessità e non una violazione di quel principio costituzionale per il quale ogni cittadino è uguale nel voto e dovrebbe quindi essere uguale nel diritto a farsi rappresentare. Da un bel po’ di anni, sia a destra sia a sinistra questo principio è stato abbattuto dalla priorità data al concetto di “governabilità”: in parole povere, esso significa passar oltre alla rappresentanza integrale per assicurare artificialmente, attraverso sbarramenti o premi, a una minoranza espressa dal voto una maggioranza di seggi nelle istituzioni legislative. Che non si riesca, perché da quasi nessuna parte lo si vuole, neppure a ridurre il premio di maggioranza attuale, che sposta del tutto la rappresentanza, appare addirittura sorprendente. Di che democrazia stiamo parlando? L’Italia è realmente una democrazia parlamentare o una oligarchia formata dai vertici di alcuni grandi partiti, che dominano le istituzioni? Una come me pensa che i partiti siano necessari per raggruppare e ordinare le diverse idee di società e le misure legislative che ne conseguono; ma non sono affatto la democrazia in sé. Questo è il problema principale di oggi, e implica che ci si confronti di nuovo su cosa intendiamo per democrazia nel 2013. Il documento di Fabrizio Barca, che nessuno in Parlamento discute, affronta in modo interessante il passaggio – che sembra obbligato – fra democrazia rappresentativa e formazione dello stato. Passaggio che sarebbe eliminato se si riconoscesse la differenza radicale fra ruolo dei partiti e ruolo, anzi natura, dello stato.
Fin qui il cambiare o mantenere la Costituzione sembra un tema che riguarda gli assetti istituzionali, che pure sono essenziali, ma non si tratta solo di questi. L’intera struttura dei diritti sociali ne dipende, giacché è evidente che quel che chiamiamo un po’ approssimativamente il welfare si esprime in modo diverso secondo le diverse ideologie, cioè la coscienza di sé e la proposta di assetto istituzionale e di società che avanzano le diverse parti politiche e “sociali”. L’ideologia capitalista tende a ridurre il welfare, cioè i diritti vitali dei cittadini rispetto non soltanto allo stato ma ai poteri economici; la sinistra più o meno socialisteggiante tende, anzi – per la verità – tendeva, ad allargarli; l’ideologia “liberale” a restringerli.
Ne deriva un’idea diversa, per non dire antagonista, delle principali regole economiche: la destra vuole ridurre al minimo la fiscalità, intesa come presenza di uno stato regolatore con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze. La sinistra tende ad ampliarla in senso progressivo (con l’eccezione dell’ipotesi comunista, che anch’essa sarebbe in linea di principio antistatalista, ma in concreto non è mai riuscita ad esserlo, cioè ad esprimere un sistema di regole che non siano “lo stato”). Lo stesso ragionamento vale per la politica “economica”: la destra la vuole lasciare interamente alla mano invisibile del mercato, la sinistra la vorrebbe (la voleva) capace di raddrizzarne le disuguaglianze in nome di un primato dell’equità sociale (quanto questo concetto sia vago è un altro discorso).
Inutile dire che le altre politiche “sociali” ne conseguono. Predicare che fra di esse debbano prevalere “le larghe intese” significa presumere l’esistenza di un interesse comune che in realtà non esiste e, nella migliore delle ipotesi, lasciare le cose come sono, cioè, in Italia, a una vasta predominanza degli interessi costituiti del capitale, oggi dominato dalla finanza; interessi che – ormai è chiaro – non significano neppure garanzia di una crescita produttiva, magari crudele ma sicura. Ecco come agli occhi di una semplice cittadina si presenta il tema delle riforme istituzionali e in esse del presidenzialismo. Vale la pena, anzi è urgente, discuterne nel modo più chiaro e più a fondo. Può darsi infatti che le stesse premesse da cui la sottoscritta cittadina parte siano da discutere; ma allora bisogna farlo nel modo più esplicito.

giovedì 6 giugno 2013

Resistaenza turca.

Luciano Granieri


Il tentativo del governo turco di demolire un parco  ad  Istanbul  per costruire  un centro commerciale ha innescato la rivolta. A seguito della protesta dei cittadini turchi contro la distruzione del verde per far sorgere l’ennesimo  avamposto della dittatura del mercato,  Erdogan  appoggiato da gruppi fascio-islamisti ha  a scatenato la sua polizia contro i manifestanti. La protesta si è trasformata in ribellione e da Istanbul si è propagata in tutta la Turchia, fino  ad Ankara  da Izmir a Taksim. Anche nelle città in cui il patito di Erdogan aveva ottenuto  un grande consenso è scoppiata la rivolta.  Alla  lotta ancora in corso  partecipano tutte le categorie dei lavoratori  guidati dal più grande sindacato del paese Kesk che ha indetto uno sciopero. Dovunque sorgono barricate e focolai di resistenza   e spesso la polizia nonostante il lancio di lacrimogeni e getti d’acqua è dovuta arretrare.  La violenza delle forze dell’’ordine turche è stata feroce. La polizia  ha ucciso manifestanti  proceduto ad arresti e torture. Ma la rivota non si ferma. I cittadini  continuano nella loro resistenza massiccia sulle note di “Bella Ciao” cantata in Turco. L’episodio è significativo di come la lotta partigiana al nazifascismo sia diventata  un simbolo ed un esempio di resistenza universale.  Solo nel Paese in cui si è generata ed è risultata decisiva per la conquista della libertà,  cioè l’Italia, la resistenza partigiana subisce ignobili delegittimazioni e  tentativi di sabotaggio attraverso odiosi revisionismi storici. I Turchi stanno prendendo esempio dai partigiani, quando noi prenderemo esempio dai turchi?



Foto tratte dal sito cotnropiano.org

Turchia La rivoluzione è arrivata anche qui

dichiarazione di Red Movement
(sezione turca della LIT - Quarta Internazionale)



Come risultato della crescente oppressione del governo, che ha raggiunto un carattere fascisteggiante, ha avuto inizio una ribellione in tutta la Turchia. Il governo, che voleva demolire un parco a Istanbul per costruire lì un centro commerciale, ha scatenato la sua polizia contro una pacifica manifestazione il 28 maggio. Gli eventi che sono iniziati alle 5 della mattina sono continuati per tutto il giorno e si sono trasformati più tardi in una ribellione. Le masse popolari, che si sono unite istintivamente alla rivolta, hanno riempito le strade. Ci sono stati violenti conflitti a Istanbul, Ankara, Izmir e in tutto il Paese, anche nei villaggi.
La principale causa della ribellione è che il governo dell’Akp, che è una marionetta dell’imperialismo, voleva forzare le masse a fare qualsiasi cosa volesse con un atteggiamento oppressivo e sprezzante. Ha imposto leggi reazionarie, ha sostenuto gruppi fascio-islamisti in Turchia, ha attaccato gli Alauiti, ecc. Anche se in questo momento vi sono varie richieste sul campo, la ribellione, che si è sviluppata contro le politiche oppressive e reazionarie della dittatura del capitale, avanza principalmente rivendicazioni democratiche.

Sono state le organizzazioni di sinistra che hanno dimostrato una forte determinazione a continuare la resistenza il 31 maggio e che hanno diretto le proteste.
I militanti della Lit sono stati coinvolti negli scontri sin dal primo giorno della protesta e sono sulle barricate. Verso mezzogiorno, le barricate sono state erette in piazza Taksim con la partecipazione di settori di massa che, quando la polizia ha attaccato, in migliaia hanno resistito fino alla mattina successiva. Il pomeriggio del sabato (primo giugno), la polizia, che non riusciva a reprimere la ribellione, ha dovuto ritirarsi dalla piazza e le masse hanno preso Taksim. I militanti della Lit sono stati tra i primi a entrare a Taksim. Alcuni dei nostri militanti sono stati seriamente feriti durante gli scontri, colpiti da proiettili di gas lacrimogeno. Mille persone sono state detenute e circa altre mille sono state ferite. Come mostrano i video, la polizia ha lanciato lacrimogeni all’interno delle case, contro le barche che attraccavano alle banchine, ha condotto contro le masse i suoi veicoli blindati sparando senza pietà con i cannoni ad acqua, i manifestanti che venivano catturati nelle strade sono stati torturati.

Violenti conflitti continuano ad Ankara, Adana e Izmir, e anche nelle città dove il governo ha ottenuto alte percentuali di voti, come Kayseri, Nigde, Kirikkale, Erzurum, Konya, le masse si sono unite alle proteste. I militanti della Lit sono in prima fila nella ribellione dovunque sono attivi, principalmente a Istanbul, Izmir, Ankara, Antalya, Sakarya, Adana e Bursa.
Attualmente la rivolta non ha apparentemente un carattere di classe e la classe media e la piccola borghesia sembrano essere per il momento predominanti. Le masse in rivolta hanno imparato come organizzarsi e questa è la prima volta nella storia della Turchia che vediamo una resistenza così militante, così massiccia e in cui il governo è sfidato così apertamente. Partecipano tutti i settori lavorativi. Tra l’altro, il più grande sindacato di sinistra del Paese che organizza lavoratori pubblici, Kesk, ha indetto lo sciopero. Anche altri sindacati stanno discutendo se indire lo sciopero. Comunque, la debolezza della sinistra e la mancanza di una leadership rivoluzionaria è ancora largamente evidente.
Inoltre, il primo ministro dell’oppressivo governo reazionaria, Tayyip Erdogan, ha lasciato il Paese per visitare il re del Marocco, suo simile. Anche se si è mostrato sprezzante e ha insultato i manifestanti, il colore della faccia mostrava i suoi veri sentimenti.


Nonostante la sua forza limitata, l’organizzazione della Lit (Red movement) sta avendo un ruolo importante nelle mobilitazioni ed è determinata a sviluppare questo ruolo.
Queste sono attualmente le nostre principali parole d’ordine:
* Il governo deve dimettersi
* La polizia assassina e torturatrice, nemica del popolo, deve essere chiamata a rendere conto, insieme con le autorità che l’hanno diretta contro le masse
* Organizziamoci per proteggere le strade
* Le barricate sono innalzate, ora è tempo di entrare in sciopero!
* Barricate! Sciopero! Rivoluzione!