Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 23 febbraio 2014

NON PUÒ FINIRE COSÌ


Dopo la sentenza del T.A.R. che ha respinto il ricorso del comitato “Salviamo l’Ospedale” e dopo le persistenti promesse della politica regionale e locale, mai mantenute, è arrivato il momento di REAGIRE.
Ad oggi, ancora nessuno sa che fine farà il nostro ospedale, e ciò mentre Frosinone e Colleferro sono al collasso.
Ci dicono che Anagni deve chiudere per problemi di soldi, mentre la Regione Lazio spende 1/3 del bilancio per i vitalizi a consiglieri e assessori regionali.
Chiediamo l’immediato intervento della Regione e della A.S.L.: vogliamo che il Pronto Soccorso sia valorizzato ed il piano Polverini abolito.
                                                                                                                             
NON POSSIAMO ARRENDERCI, NON DOBBIAMO TIRARCI INDIETRO, FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE, TUTTI INSIEME, MERCOLEDÌ 26 FEBBRAIO. Poverini e Zingarelli, ospiti d’eccezione, porteranno  nuovi posti letto per il nostro ospedale.

RICORDA, ALLORA, MERCOLEDÌ 26 FEBBRAIO ORE 10.00, appuntamento presso
Il marciapiede di V.le REGINA MARGHERITA di Anagni (lato via Giminiani).

La salute è un diritto di tutti, anche il tuo.

Comitato Salviamo l'Ospedale                       I Cittadini

Per informazioni:  mail:info@dirittoallasalute.com.  telefonare al  n.:  3930723990. 
Per aggiornamenti:
www.anagniviva.org
www.dirittoallasalute.com

http://anagniscuolafutura.blogspot.it/ 

sabato 22 febbraio 2014

Governo Alfetta uguale al governo Alfonzie?

Luciano Granieri


Cosa cambia tra il governo Alfetta e il governo Alfenzi, anzi Alfonzie? Tutto cambia. Si realizza la duplicazione delle larghe intese: quella con i diversamente berlusconiani e le frattaglie centriste, sul fronte governativo, più  quella degli sgherri berlusconiani ,con  a capo il pregiudicato eccellente, sul fronte delle riforme. La doppia larga intesa dovrebbe allungare lo spettro di un siffatto governo fino a fine legislatura. Sempre che  qualche processo  non vada  storto al  pregiudicato eccellente, un Ruby bis uscito male o la compravendita dei senatori che va a schifio. In questo caso  è probabile che    il novello padre della patria arcoriano   faccia saltare nuovamente il banco, richiamando  nei ranghi  a suon di milioni i desaparasidos differentemente berlusconiani. Un po’ come l’operazione Kakà e chissà,  forse si potrebbe recuperare un Casini a parametro zero che, in scadenza di contratto, ha già dato la sua disponibilità, tutto sommato un tale scenario potrebbe essere gradito anche al superpresidente Toscano, che magari attraverso  nuove elezioni con la legge elettorale nuova si zecca  che poco cambia rispetto al progetto rigettato dalla Consuta, potrebbe disfarsi dei pesi morti che si porta appresso nel suo partito e nella compagine centrista . Un’altra novità è che   al gioco delle figurine ha partecipato anche Napolitano. Lo scambio fra Gratteri  sacrificato, alla giustizia per la Mogherini   al posto della Bonino agli esteri ,  ha visto il presidente molto attivo. Non sia mai che  la poltrona del ministero di grazia e giustizia vada ad un magistrato in prima linea nella  lotta alla N’drangheta.  Poi  come la mettiamo con la trattativa Stato-mafia? E se a uno così venisse in mente di ripristinare il reato di falso in bilancio? C’è  il rischio di compromettere quel virtuoso percorso delle riforme istituzionali a cui il grande statista pregiudicato sta lavorando così  diligentemente. Certo la Bonino agli esteri sarebbe stata scelta più gradita al colle, però, come si dice, io do una Bonino a te tu dai un Gratteri a me, una mano lava l’altra e tutte e due lavano la faccia. Un Cencelli esteso anche agli avversari interni ha spiazzato perfino Civati.  La sua sodale, Maria Carmela Lanzetta,  assegnata agli affari regionali, potrebbe spiazzare  Pippo nostro, il quale adesso non è più così convinto di votare contro super Renzi.   Con la rappresentante dei padroni, Federica Guidi,  allo sviluppo economico  e Giuliano Poletto  presidente di Legacoop  al lavoro, abbiamo dato una bella botta alla lotta di classe. Evviva le larghe intese anche  fra padroni  e lavoratori. In tutto questo bailamme vorticoso resta sempre e solo una certezza. Il ministro dell’economia lo sceglie la Troika. Ecco bello e pronto Pier Carlo Padoan. Neo presidente dell’Istat, nel suo curriculum spicca la permanenza al Fondo Monetario Internazionale dove ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo responsabile per i “Piigs” Grecia e Portogallo, fra gli altri. L’unico pregio?  E’  un tifoso sfegatato della Roma.  Ecco.  Alla   fine in tutto sto’ casino nulla cambia.  I cittadini camminano sempre più storti mentre l’austerity imposta dalla Troika trova autostrade sempre più larghe. Auguri a tutti noi. 

venerdì 21 febbraio 2014

Il regalo agli inquinatori sulle bonifiche è legge. Vergogna.

Forum Italiano Movimenti per l'Acqua
CNSC - Coordinamento Nazionale Siti Contaminati
Associazione A Sud
Stop Biocidio Lazio


Stop Biocidio Abruzzo

Se sei un semplice cittadino paghi la TARES e ti arriva Equitalia se non puoi pagare. Se hai devastato interi territori lo Stato ti paga profumatamente per i tuoi profitti. Il Destinazione Italia passa al Senato senza le modifiche richieste da movimenti e comuni dei Siti inquinati. Ora segnalazione alla Commissione Europea e battaglia sui singoli accordi di programma per le inaccettabili norme contenute nel decreto

E' ufficiale: da mercoledì chi inquina in Italia deve essere premiato. Dopo il passaggio in Senato è diventata legge dello Stato l'incredibile norma contenuta nel Decreto Destinazione Italia volta a regalare nei Siti di Interesse Nazionale per le Bonifiche miliardi di euro ai privati, anche ai peggiori inquinatori, pure se rei confessi e condannati in via definitiva.
 
La modifica apportata dalla maggioranza alla Camera non ha risolto nulla perché pone solo un limite all'uso delle risorse pubbliche da parte del privato che dovrà usare il denaro ricevuto solo per coprire le spese degli investimenti in nuovi impianti e non per le bonifiche che dovrebbero rimanere a suo carico. A parte il fatto che in ogni caso gli inquinatori più incalliti, responsabili delle devastazioni del paese e dei danni alla salute per i cittadini, si vedono premiati con il sostegno ai loro profitti, realisticamente sarà ben difficile assicurare il rispetto di tale previsione, visto che ogni giorno il Ministero dell'Ambiente non riesce neanche a far avanzare le procedure amministrative più importanti.
 
Inoltre resta in tutta la sua gravità il problema del condono mascherato contenuto nella norma, che prevede che una volta firmato l'accordo di programma che destina il denaro al privato la scoperta di una situazione più grave di inquinamento rispetto a quella finora accertata non potrebbe più essere messa a carico del privato inquinatore. E' una situazione comunissima nelle aree inquinate, da Brescia a Bussi a Taranto, dove nuove analisi puntualmente fanno scoprire contaminazioni più estese.
 
Infine resta la norma che fa diventare di interesse pubblico qualsiasi nuovo impianto proposto dal privato nell'area inquinata (anche inceneritori, raffinerie ecc.) con lo Stato che finanzierà sia con denaro a fondo perduto sia con credito d'imposta per la parte restante, interventi che condannano definitivamente ad un triste destino di devastazione aumentando la pressione antropica sui siti. Queste sono aree che invece dovrebbero rinascere con interventi di riqualificazione ambientale e che dovrebbero essere invece portate a nuova vita come accaduto in Germania e in altri paesi con azioni ben diverse,come la realizzazione di parchi tematici, aree verdi, ecomusei.
 
I prossimi passi delle lotte saranno presto condivisi con movimenti ed associazioni. In ogni caso provvederemo a denunciare alla Commissione Europea quanto accaduto per farne un caso nella comunità. Apriremo uno scontro sui singoli accordi di programma che dovessero essere approvati nelle singole aree nei prossimi mesi. La lotta è solo all'inizio.
 

XVII Congresso Cgil Quale è la vera posta in gioco (per i burocrati e per i lavoratori)

di Alberto Madoglio , Partito di Alternativa Comunista
 
Il 21 febbraio è il termine entro cui si possono svolgere le assemblee di base per il XVII Congresso Nazionale della Cgil. Al momento non è possibile fare un bilancio numerico dell’andamento delle assemblee: dati ufficiali ancora non sono stati pubblicati. Per esperienza diretta (dei compagni del nostro partito che sostengono il documento “Il sindacato è un’altra cosa”) e da notizie, poche, pubblicate dal sito della Rete 28 Aprile, sappiamo che la Cgil esce da questa assise molto indebolita. La partecipazione risulta essere molto bassa. Col sistema delle urne aperte anche dopo lo svolgimento dei congressi, si riesce “miracolosamente” a vedere aumentato il numero di chi partecipa al voto, ma ciò non toglie che il quadro sia sconfortante. I lavoratori che intervengono nei dibattiti manifestano disillusione e rabbia nei confronti del sindacato. Questo non sempre, né potrebbe essere diversamente, si trasforma in adesioni al documento alternativo, ma nei pochissimi luoghi di lavoro dove ai sostenitori del documento di Cremaschi è concesso partecipare, i consensi al secondo documento non sono per niente disprezzabili.
Certo che il regolamento congressuale, i brogli manifesti che vengono perpetrati (dove non sono presenti i due relatori o dove, dopo un dibattito a due voci, nel collegio elettorale i sostenitori del documento della Camusso pilotano, per usare un eufemismo, i risultati) faranno sì che, alla fine, il risultato delle assemblee confermino un plebiscito a favore dell’apparato sindacale, che a stragrande maggioranza (su 12000 funzionari solo una ventina ha sostenuto il documento alternativo) si è schierato sulle posizioni della Camusso.
Se il congresso doveva servire per ridare slancio, far recuperare la fiducia dei lavoratori nel sindacato, possiamo già dire che l’operazione è fallita. E non poteva essere diversamente, dato che la Cgil negli ultimi anni (non solo nei quattro che ci separano dallo scorso congresso) non ha messo in campo azioni di lotta che sole avrebbero potuto impedire uno dei più pesanti attacchi al mondo del lavoro che governi e padroni hanno sferrato negli ultimi tempi; ha viceversa contribuito a far sì che questi attacchi arrivassero a buon fine, si pensi in particolare all'accordo del 28 giugno 2011 (che nei fatti distrugge il valore universale e di garanzia minima del contratto nazionale di lavoro consentendo deroghe peggiorative) e all’accordo sulla rappresentanza (che mira non solo a espellere il conflitto dai luoghi di lavoro, e nel merito del quale rimandiamo ad altri articoli pubblicati sul nostro sito).
 
Una guerra senza quartiere tra le burocrazieSu quest'ultimo punto è esploso uno scontro tra la segretaria della Cgil e il leader della Fiom, Maurizio Landini.
Una premessa è obbligatoria. Il riavvicinamento tra la Fiom e la Cgil che si era visto negli ultimi tempi era l'approdo di un lungo percorso. 
Quando nell’estate del 2010 la Fiat passò all’offensiva, espellendo la Fiom dalla sua fabbrica a Pomigliano e dando il via a una svolta autoritaria volta a normalizzare le relazioni nelle fabbriche del gruppo, la Fiom aveva due opzioni: o chiamare i lavoratori della Fiat, e poi tutti i metalmeccanici, a una lotta contro i piani di Marchionne, oppure scegliere la via dei ricorsi ai tribunali per poter essere riammessa nei luoghi di lavoro da dove era stata cacciata (mentre allo stesso tempo si accettavano per le fabbriche dove le Rsu della Fiom erano maggioritarie accordi che ricalcavano il modello Pomigliano). Questa decisione, al di là delle conseguenze concrete che non sono oggetto di questo articolo, pose la base per un rientro dei metalmeccanici nella maggioranza della Cgil. La successiva condivisione dell’accordo della vergogna sulla rappresentanza sindacale è stato il tassello finale di questa opera di riavvicinamento, suggellata con la presentazione di un documento unitario al XVII congresso.
Tuttavia le tensioni tra le due ali della burocrazia (quella legata al Pd e quella in rapporto con vari spezzoni socialdemocratici, Sel in particolare) non si erano dissolte. Il differente posizionamento in occasione dell’elezione del nuovo segretario Pd (la Camusso schierata col vecchio apparato del partito, Landini interlocutore privilegiato del "rottamatore" Renzi), ha fatto esplodere il contrasto tra gli interessi non sempre omogenei dei due gruppi dirigenti. La miccia che ha innescato lo scontro è stata la firma da parte della Cgil di un regolamento attuativo dell’accordo sulla rappresentanza. Nonostante le affermazioni di Landini e dei dirigenti della Fiom, in realtà non si è trattato di uno "stravolgimento" dell'accordo di maggio accettato anche dalla Fiom ma di norme attuative che ne rendono evidenti le gravissime conseguenze. Ciò 
ha creato non pochi imbarazzi ai dirigenti dei metalmeccanici, in quanto si sono visti addebitare di fronte alla propria base, in termini chiari, quell'accordo infame che avevano condiviso e che di fatto estende il cosiddetto modello Pomigliano, a sua volta ideato per impedire ogni conflittualità operaia e legare mani e piedi alla stessa Fiom.
Ciò ha impedito a Landini di poter giocare sull’equivoco, come aveva fatto fino a quel momento spacciando l’accordo sulla rappresentanza come una conquista per i lavoratori. Ha dovuto alzare il tono della polemica. E in un crescendo rossiniano si è arrivati alla situazione odierna, nella quale lo scontro tra le due fazioni ha raggiunto livelli del tutto inaspettati. Da una parte abbiamo ascoltato l'appello alla disobbedienza delle decisioni prese dalla segreteria Cgil, dall’altra minacce di provvedimenti disciplinari (fino all’espulsione) per coloro che non sono disposti ad accettare il nuovo corso sindacale.
 
Una fragile treguaNel momento in cui scriviamo, da entrambe le parti si è cercato di abbassare la tensione e, in questo momento, la Camusso pare aver segnato un punto forse decisivo.
Il concedere, come richiesto dalla Fiom, una consultazione tra gli iscritti al sindacato sull’accordo sulla rappresentanza e più in generale sul modello sindacale da seguire, cioè un plebiscito pro o contro la Camusso. Le schermaglie ora riguardano la platea alla quale chiedere il voto. La Camusso punta all’intero corpo degli iscritti alla Cgil (potendo così contare sul voto di milioni di pensionati), mentre la Fiom vuole una consultazione riservata ai soli metalmeccanici ai quali si applica il contratto di Confindustria.
Al di là di queste schermaglie procedurali, pensiamo che Landini sia stato messo all’angolo. Una sua sconfitta, in entrambi i casi, pare molto probabile (certa se passerà l’opzione Camusso), dopodiché non rimarrà nessuna possibilità per non adeguarsi a quanto deciso.
 
Sui diritti non si votaIn questo dibattito i sostenitori del secondo documento (presentato da Cremaschi) hanno correttamente sostenuto la posizione che nessun voto possa cancellare diritti fondamentali dei lavoratori. Il diritto dei lavoratori di poter scegliere il sindacato a cui iscriversi, di crearne di nuovi, di poter mobilitarsi, anche se minoranza, nelle fabbriche o negli uffici per cambiare accordi ritenuti peggiorativi delle condizioni dei lavoratori, sono conquiste che il movimento operaio ha ottenuto in quasi duecento anni di lotte.
Le residue conquiste che i lavoratori possono vantare sono state ottenute col sangue e col sudore. Il fascismo le tolse col sangue e col sangue sono state riconquistate e difese anche nell’epoca della “democrazia borghese”. Questi diritti non sono a disposizione di nessuno, né di Landini né della Camusso, e nessuna consultazione potrà mai sancirne la perdita.
La sola possibilità che si ha per evitare quello che rischia di essere un colpo micidiale alla libertà sindacale e di sciopero nel Paese, è adoperarsi per creare una campagna di mobilitazione generale del mondo del lavoro. I compagni che in Cgil sono all’opposizione commetterebbero un errore fatale se delegassero le sorti della classe operaia al giudizio di 15 magistrati chiamati a esprimersi sulla costituzionalità di quell’accordo. E' necessaria una battaglia nelle piazze contro l'accordo sulla rappresentanza, altro che magistratura borghese!
Allo stesso tempo questa battaglia può avere speranze solo se si lega a una rivendicazione programmatica alternativa a quella di Cgil e Fiom e che allo stesso tempo rompa con le illusioni riformiste e keynesiane di uscita dalla crisi coltivate purtroppo anche nel documento alternativo.
Per parte nostra, come militanti del Pdac impegnati nella Cgil e sostenitori del documento alternativo, continueremo a lottare perché si diano le condizioni per la nascita in Italia di un sindacato di lotta, anticoncertativo e anticapitalistico, che miri a raggruppare tutte le avanguardie di classe combattive, presenti oggi sia in Cgil che nel sindacalismo di base.
 
 

Non diciamo che in Ucraina è in crisi la democrazia “slava”

Juan Cole – 21 febbraio 2014 fonte http://znetitaly.altervista.org/
I problemi che l’Ucraina sta vivendo (e che ebbero anche la Russia e l’ex Jugoslavia) nella sua politica post-sovietica, con una lotta tra autoritarismo e democrazia e tra un orientamento a Mosca e uno a Bruxelles, sono molto simili alle difficoltà che hanno assalito molti paesi del mondo arabo negli ultimi pochi anni.
Mi colpisce che normalmente non parliamo di tali difficoltà come di quelle di “slavi” o del “mondo slavo”. In inglese tendiamo a parlare di Europa orientale, usando una denominazione geografica. Russi, ucraini e servi, bosniaci e croati, parlano tutti lingue “slave” e nei passati decenni non era in effetti insolito parlare di loro come di slavi. (In qualche misura lo fa ancora la stampa russa). Robert Vitalis, dell’Università della Pennsylvania, sostiene che le categorie razziali sono state centrali, non per caso, in molte analisi di scienza politica negli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo.
Ma oggi la maggior parte del giornalismo sull’Europa orientale è più sofisticato di così. Questoarticolo di Euronews analizza le divisioni dell’Ucraina in termini generazionali e regionali. Così, i giovani sotto in trent’anni sono prevalentemente a favore dell’Unione Europea, mentre i più anziani che ancora sono in grado di ricordare l’Unione Sovietica, guardano spesso a Mosca. Quelli nell’ovest del paese favoriscono l’Europa, quelli nell’est favoriscono la Russia.
Alcuni giornalisti scelgono un terzo approccio, guardando all’economia. Questo articolo dell’IBT identifica problemi chiave nell’economia ucraina, tra cui scarsi investimenti stranieri diretti, alta disoccupazione, specialmente tra i laureati, una settore dei servizi gonfiato, dipendenza da combustibili importati, ecc. (Poiché l’Ucraina riceve il suo gas naturale dalla Russia, ciò dà a Putin una leva su Kiev).
Un’altra tendenza nella stampa occidentale consiste nel mettere in primo piano l’identità religiosa e nell’immaginare che le persone in Medio Oriente agiscano in base a “odi secolari”. Ogni volta che noi storici abbiamo esaminato odi secolari, abbiamo scoperto che la maggior parte delle volte le persone convivevano bene da decenni. Le lotte economiche sono più importanti di quelle settarie in Siria, ma si sovrappongono in modi che rendono facile scambiare i marcatori religiosi di identità per quelli importanti, quando è la classe sociale che è in discussione.
Immaginare che i problemi dell’Egitto risalgano ai suoi sultani mammalucchi o ai suoi califfi islamici non è molto utile. E’ molto più rilevante osservare i modi in cui i suoi problemi sono comuni all’economia del mondo post-sovietico.
L’economia dell’Ucraina mi pare particolarmente simile a quella dell’Egitto. Entrambi i paesi hanno un passato socialista, anche se lo stato egiziano probabilmente ha assorbito solo metà dell’economia, mentre in Ucraina  lo stato ne possedeva probabilmente il 95% nel periodo sovietico. Tuttavia entrambi hanno lottato in direzione di una maggior apertura dell’economia al mercato, con tutte le iniquità che il processo comporta. Entrambi hanno un’elevata disoccupazione, specialmente tra i giovani laureati. Entrambi dipendono dagli idrocarburi di stati stranieri (la Russia per l’Ucraina, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti per l’Egitto) i quei patroni percettori di rendita stanno spingendo in entrambi i casi politiche autoritarie perché sono minacciati dalla democrazia e non vogliono che essa si realizzi nei pressi perché altrimenti ci sarebbe il rischio che si estendesse a essi.
Una grande differenza è che l’Ucraina è in declino demografico, con pochi giovani che stanno crescendo e il pericolo di un rapido invecchiamento. L’Egitto, dopo la sua rivoluzione, è tornato ad alte percentuali di nascite.
Le analisi occidentali del Medio Oriente spesso s’incentrano sulla razza (chiedendosi implicitamente “che cosa c’è che non va con quegli arabi?”). Ma pochi oggi chiederebbero: “Che cosa c’è che non va con quegli slavi?”. Concentrarsi sugli aspetti razziali è sempreessenzialista e sempre sbagliato. Anche se ci sono differenze culturali e storiche tra i popoli che li fanno giocare giochi linguistici diversi, tali differenze non hanno nulla a che fare con tratti biologici o parentali.
La buona analisi sociale guarda alle differenze generazionali, a quelle geografiche, a problemi economici. Questi strumenti analitici sono non-essenzialisti, poiché le considerazioni implicate cambiano nel tempo e consentono a genti che hanno un linguaggio comune di differenziarsi, tuttavia, le une dalle altre per altri aspetti. Questa analisi evita la fallacia del carattere nazionale.
Non sto sostenendo che è necessario smetterla di parlare di arabi e del mondo arabo. Quest’ultimo ha un quadro istituzionale nella Lega Araba, che raggruppa 21 paesi prevalentemente di lingua araba più, per qualche strano motivo, la Somalia. Ma generalizzare a proposito degli “arabi”, come è tuttora comune nella stampa occidentale, significa rendere razziale una categoria linguistica. I marocchini e i kuwaitiani non hanno in realtà molto in comune, se non il loro uso dell’arabo. I loro dialetti parlati sono a malapena reciprocamente comprensibili. Il Kuwait è una piccola prospera città-stato prevalentemente urbana e istruita di 3,2 milioni di persone (un po’ più popolosa della Lituania). Il Marocco è ancora una società largamente rurale di 32 milioni con un tasso di analfabetismo ancora elevato, un po’ meno popolosa della Polonia. Le loro strutture sociale, economie ed ecologie sono completamente diverse. Non sono la stessa “razza”.
Non ci sono comunque “razze” nel senso romantico del diciannovesimo secolo, di un gruppo di appartenenza relativamente non mischiato con un insieme di tratti caratteriali condivisi e una lunga residenza in un particolare territorio. In realtà tutti i gruppi umani sono estesamente mescolati gli uni con gli altri e i gruppi si sono mossi parecchio.
Perciò paragonare l’Egitto all’Ucraina può essere più utile che paragonare l’Egitto alla Tunisia, e ovviamente gli ultimi due non hanno avuto risultati politici simili.
In modo interessante, sia i dimostranti ucraini sia quelli egiziani parlano di scendere nelle pubbliche piazze usando lo stesso termine, “maidan”. Perché la piazza di Kiev è definita un “maidan”? Probabilmente perché la città fu parte del regno dell’Orda d’Oro mongola, che sotto gli uzbechi adottò l’islam nel 1300, assimilando alcuni termini arabi e persiani. Il mondo è più piccolo di quel che sembra.

giovedì 20 febbraio 2014

Le lotte sociali non si arrestano! Liberare tutti vuol dire lottare ancora!

COORDINAMENTO CITTADINO DI LOTTA PER LA CASA – BLOCCHI PRECARI METROPOLITANI – DEGAGE ACROBAX PROJECT – ALEXIS

Il percorso meticcio a cui hanno dato vita le giornate nazionali del 18 e 19 Ottobre  “Una sola grande opera: casa e reddito per tutti!” ha dato nuova energia e consapevolezza alle lotte e ai conflitti che in tutti i territori di questo martoriato paese uniscono i  mille volti della precarietà generalizzata con cui dobbiamo fare i conti nella quotidianità delle nostre vite.  In questi giorni numerose “misure cautelari” hanno colpito decine di attivisti, dai  disoccupati e precari napoletani ai facchini di Bologna, fino alle accuse pesantissime mosse verso i compagni dei movimenti per il diritto all’abitare romani. Si tenta così di indebolire e destabilizzare un movimento composto da migliaia di persone, che dalla Val di Susa a Palermo lottano giorno dopo giorno per strappare pezzetti di reddito e di dignità sociale, attraverso pratiche di riappropriazione diretta, di rivendicazione sui posti di lavoro, di resistenza  agli sfratti, attraverso la difesa dei territori contro le speculazioni e le privatizzazioni, contro questo modello di sviluppo.  I riflettori sono puntati sulle bagarre parlamentari, per la terza volta in un anno cambia il presidente del consiglio, in realtà per non cambiare niente. Un nuovo governo tecnico che,  eludendo ancora una volta la formalità elettorale,  si forma a partire da precise indicazioni politiche dettate dalla Trojka e dalla finanza, pronto a garantire i poteri forti che dalla  crisi e dalla nostra precarietà, lavorativa e di vita, traggono enormi profitti.  In questo scenario i movimenti non solo non arretrano davanti al tentativo messo in atto dagli apparati di potere di fermare il dissenso e l’autorganizzazione, ma rilanciano verso una  primavera ancora più calda.  Le lotte sono infatti determinate nel riportare, anche “a spinta” se necessario, nell’agenda politica la questione del “chi decide” sulla gestione delle risorse pubbliche, sui profitti per pochi ai danni dei tanti che pagano la crisi. Un movimento reale fatto di corpi e teste, che sappia parlare e stare nelle troppe e inaccettabili contraddizioni del sistema: questa è la vera minaccia che chi governa questo paese cerca di arginare in tutti i modi, attraverso  una repressione sempre più subdola, arrivando a muovere accuse di “terrorismo” per l’incendio di un compressore, di “devastazione e saccheggio” per una vetrina, agendo in nome di una  presunta “legalità” sempre meno legittimata nel tessuto sociale che trasforma la richiesta di lavoro in estorsione e l’autodifesa da una carica in rapina.  Sui nostri territori, delle nostre vite, VOGLIAMO DECIDERE NOI, e le lotte messe in campo in  questi mesi raccontano di come siamo capaci di organizzarci e reagire senza paura all’attacco sistematico che subiamo ogni giorno, di cui la repressione è solo l’aspetto più evidente. Reagire e agire, provando a disarticolare dal basso tutti quei dispositivi attraverso i quali tentano di plasmare “soggetti compatibili” a un sistema economico la cui riproduzione, tanto  sul piano cognitivo quanto su quello materiale, si esplicita principalmente sul piano dello  sfruttamento.  Dire che la sollevazione non si arresta è per noi guardare oltre la rabbia che le misure  repressive provocano, e continuare, come esplicitato da tutti nell’assemblea nazionale del 9  febbraio, a costruire quella prospettiva comune di lotta iniziata con la sollevazione del #19O e di cui quell’assedio del 31 ottobre è stata tappa fondamentale. Vogliamo rispondere tutti insieme, con la forza e la determinazione che ci hanno  contraddistinto in questi mesi, a partire dalle prossime tappe cittadine.  La giornata di giovedì 20 con il presidio contro le privatizzazioni davanti al Senato, l’assemblea pubblica nel piazzale della stazione Tiburtina contro gli arresti ai danni del  movimento no tav, il corteo in memoria di Valerio Verbano il 22 Febbraio e il saluto a Chiara  davanti al carcere di Rebibbia il 23.  Tutti appuntamenti che attraverseremo con la rabbia di questi mesi, la stessa con cui in  migliaia abbiamo assediato il lager di ponte Galeria sabato scorso.  Vogliamo riprendere questo percorso con la mobilitazione del 27 febbraio a Roma ribadendo che il patrimonio pubblico non si vende, che le occupazioni in tutto il territorio urbano sono una risposta certa e immediata all’emergenza abitativa. Il comune di Roma risponde ai problemi  sociali con un maggior controllo nei confronti delle occupazioni abitative invece di colpire i palazzinari, sfugge alle proprie responsabilità sul censimento degli stabili che permetterebbe l’attuazione della delibera regionale sulla casa attaccando gli “abusivi” e scaricando di  fatto ancora una volta sui propri cittadini il problema dei buchi in bilancio.  Non vogliamo sentire rimpalli tra Regione e Comune perciò il 27 ci verremo a prendere quelle risposte che ancora non abbiamo ricevuto, quelle prese di responsabilità che tardano ad  arrivare.  Il 31 ottobre c’eravamo tutti e tutte, e continueremo ad esserci: nelle strade, nelle piazze, continueremo ad assediare quei palazzi che non ci rappresentano, a rivendicare e a  riappropriarci di reddito, a riprenderci i nostri diritti, ad aprire spazi di conflitto  nelle contraddizioni di questo paese verso il corteo per la libertà e contro la repressione del 15 marzo, verso l’esondazione del 12 aprile e del 1°Maggio, verso il vertice sulla disoccupazione giovanile.

Perchè liberare tutti vuol dire lottare ancora, vuol dire organizzarsi senza perdere un’ora.

I DIRITTI SI CONQUISTANO A SPINTA!  LE LOTTE SOCIALI NON SI ARRESTANO FEDERICO-IVANO-LUCA-MARCO-MATTIA-OTMANI-PAOLO LIBERI  LIBERI TUTTI SUBITO!

mercoledì 19 febbraio 2014

Aquino. Costituito il comitato a sostegno della lista Tsipras

Comitato a sostegno della lista Tsipras


Anche ad Aquino si è costituito il comitato a sostegno della lista TSIPRAS, in quanto si è ritenuto importante, affinché in Europa ci sia una revisione dei trattati europei, MES e FISCAL COMPACT che porteranno milioni di italiani verso la povertà.
Tra la demagogia di chi dice di uscire dall’Europa, e chi segue imperterrito le politiche di austerità della Merkel, una terza via è possibile, ed è quella di mettere in discussione questi trattati che costeranno 25 miliardi di euro il MES e 50 miliardi di euro i FISCAL COMPACT, cifre che sicuramente l’economia italiana non può assolutamente sostenere.
Secondo molti studi economici, se l’Europa continua con queste politiche di austerità, ci saranno altri 150 milioni di poveri oltre ai 50 milioni che già ci sono, soprattutto concentrati nella parte sud ovvero Italia,Spagna e Grecia. In Italia questo significherebbe passare da 5 milioni di poveri a 10 milioni, con una grave conseguenza anche per i nostri comuni e per la nostra provincia.
In questo quadro lanciamo l’appello  a sostenere la lista TSIPRAS mandando la propria adesione al sito www.lista@tsipras.ue . Se vuoi sconfiggere la futura povertà che ci perseguita, per cambiare le politiche sorrette dalle banche, l’unica strada percorribile è questa. Una via realistica, non demagogica ed è la vera risposta alla crisi economica, in sostanza rendere irragionevole possibile, grazie al tuo impegno e consenso.
Dopo un percorso di consultazioni online si è giunti al nome della lista per le prossime elezioni europee che sarà: L’ALTRA EUROPA CON TSIPRAS.               

Lanciamo un forte appello a tutti i cittadini di Aquino che condividono con noi queste tematiche ad aderire al comitato a sostegno della lista Tsipras contattandoci su face book oppure tramite email listatsiprasaquino@libero.it.