Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 23 settembre 2014

Sabato 27 a Roma alle 14 Manifestazione Nazionale

Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese


L’aggressione Israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetuato in questi ultimi giorni sempre a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 ferite.
Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione nazionale di solidarietà:
- per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;
- per mettere fine all’occupazione militare israeliana;
- per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;
- per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;
- per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;
- per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;
- per uno stato democratico laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);
- l’attuazione del dritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.
Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.
Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.
Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutti le associazioni e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo mail :comunitapalestineseitalia@hotmail.com
Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia

lunedì 22 settembre 2014

Calcio-mercato e casta-mercato. Scalia meglio di Sabatini

Luciano Granieri


Così come nel calcio-mercato anche nel casta-mercato i migliori colpi si portano a termine a fari spenti. Gli acquisti inaspettati sono i più importanti, quelli destinati a cambiare le sorti di un campionato o di una contesa elettorale.  Ma non tutti sono così abili dal riuscire nell’impresa. Occorre furbizia, scaltrezza, spietatezza nel chiudere la trattativa. Doti comuni solo ai più grandi manager e direttori sportivi.  Non vi è dubbio che nel calcio-mercato estivo, protagonista assoluto sia  stato il direttore sportivo della Roma Walter Sabatini. Ma nel recente casta-marcato provinciale Francesco Scalia lo  ha surclassato . Parlano i fatti. 

Gli appassionati di calcio ricorderanno la vicenda legata al forte difensore del Cagliari Davide Astori. Per tutta l’estate il centrale difensivo fu  oggetto dei desideri della Lazio. Il presidente Lotito intavolò  una complessa trattativa con il Cagliari  per acquistare  il calciatore  e accontentare i tifosi . Ma mentre l’operazione si dava per conclusa  e Astori sembrava destinato ad approdare a Formello, l’intervento del manager  romanista Sabatini  risultava decisivo. Con  un magistrale colpo di mano la Roma si inseriva in extremis nella trattativa e riusciva a soffiare agli odiati cugini il forte difensore della nazionale.  Un azione che, oltre ad assicurare alla Roma un ottimo calciatore, determinava una vera e propria beffa per la Lazio e per il presidente Lotito pesantemente contestato dai suoi tifosi. Un derby vinto a tutti gli effetti.  

Stesso copione è andato in scena per l’attaccante del Verona Juan Manuel  Iturbe, inseguito da molte squadre di prima fascia europee ed italiane,  in particolar modo dalla Juve. Era il primo rinforzo chiesto da Conte alla società bianconera. Anche in questo caso , quando ormai  la forte ala argentina era data in partenza per Torino,  s’inseriva la Roma soffiando il giocatore alla corazzata juventina.  Pare che le improvvise dimissioni di Antonio Conte, da allenatore di Buffon e compagni, siano avvenute proprio per  il mancato acquisto da parte della Juve di Iturbe. La tempestiva azione di Sabatini, oltre che a soffiare ai campioni d’Italia un fuoriclasse  li lasciava anche senza allenatore.  

Chi avrebbe potuto fare meglio di Sabatini? Naturalmente Francesco Scalia. Nel casta-mercato provinciale lo scaltro senatore Pd riusciva ad assicurarsi prima dei rivali  i   cartellini  della punta dell'Ncd Pallone e del consigliere regionale Marino Fardelli, per offrire  al suo candidato alla Provincia Antonio Pompeo una squadra quasi imbattibile . Poi  quando  l’accordo fra i cugini avversi del Pd, capitanati da Francesco   De Angelis,   e il  forzista Abruzzese sembrava raggiunto, e i favori di Forza Italia erano dati per assegnati al candidato dell’ex eurodeputato,  il socialista Gianfranco Schietroma, arrivava il colpo da maestro di Scalia. Così come Sabatini riusciva  a soffiare Astori alla Lazio, Scalia riusciva a gabbare  i cugini assicurandosi, all’ultimo momento, il cartellino di Abruzzese    con tutto il seguito forzista. Non solo, così come Conte dette le dimissioni da allenatore della Juve perché i piemontesi si erano fatti scappare Iturbe per l’intervento della Roma,  così il candidato di De Angelis, Gianfranco Schietroma, si è ritirato dalla corsa alla poltrona di presidente della Provincia perché l’ex eurodeputato  si era fatto soffiare  Abruzzese, decisivo per la vittoria,  dai cugini avversari.  

Grazie al suo scaltro intervento Scalia è riuscito ad assicurarsi il derby dentro il Pd umiliando l’avversario, lasciandolo per giunta senza candidato. Rispetto a Sabatini, Scalia è stato più abile.  Infatti  tutta questa operazione è stata condotta all’ultimo istante, al termine dal casta-mercato. In una fase in cui i campioni disponibili sono pochi e,,se si trovano,  pretendono contropartite esose. Non è un caso che le trattative intavolate in fretta e furia con il sindaco di Frosinone, Ottaviani e il presidente della Provincia uscente Patrizi, siano naufragate , probabilmente per l’elevato costo degli ingaggi.

Dunque in mancanza di meglio si punterà sui giovani. In luogo del campione navigato, vincitore di tante partite, Schietorma,  a contrastare Pompeo,  rappresentante  della squadra di Scalia, sarà il giovane “primavera”  Enrico Pittiglio, sindaco di San Donato Val Comino.  Esiste  una differenza fra il calcio-mercato e il casta-mercato.   Per quest’ultimo infatti  le trattative non sono  mai note. Non si sa quale sia la contropartita promessa ad  Abruzzese da Scalia : la poltrona di  vice presidente? La presidenza della Saf  in prestito con diritto di riscatto?  Mistero. Non sappiamo come finirà l’annata calcistica. A  seguito della campagna acquisti, una tifoseria festeggerà, un’altra si dispererà.  Su come finirà la corsa alla Provincia una certezza c’è.  Nessuna delle squadre giocherà per i propri tifosi. Anzi i tifosi sono esclusi dalla partita visto che non votano.  Chi vincerà non si sa, chi perderà è certo.Saranno  i cittadini.

domenica 21 settembre 2014

Frosinone: Festa della Gioventù Socialista Unificata

Luciano Granieri




Accompagna il video un brano tipico da festa dell'Unità

El quinto  regimiento

esegue il "Noi credevamo Trio"

Gaetano Liguori: Pianoforte
Filippo Monico: batteria
Roberto del Piano: basso elettrico


No non era la festa  della Gioventù Socialista Unificata. Del resto i tempi della resistenza comunista e socialista al  golpe spagnolo di Francisco Franco sono  ormai  materia dei libri di storia .  All’epoca la Gioventù Socialista Unificata era parte integrante del “quinto regimiento”. Un battaglione  che partecipò attivamente alla guerra contro il dittatore fascista spagnolo. 

Oggi è finito il tempo delle resistenze, è lontano il tempo delle rivoluzioni. L’unica resistenza ipotizzabile  sarebbe quella a difesa dei diritti minacciati dagli interessi del capitalismo finanziario, come  l’unica rivoluzione da organizzare  sarebbe quella tesa a rovesciare la dittatura neoliberista. Ma occorrerebbero le masse, e le masse non ci sono più. 

Non eravamo  dunque alla festa della Gioventù Socialista Unificata, ma molto più realisticamente alla festa dei  Giovani Democratici di Frosinone.  L’evento si è svolto sabato  e domenica scorsi 20 e 21 settembre  in Piazza Valchera.  Era palese il tentativo messo in campo dai giovani militanti ciociari del Pd, di riconnettere un minimo di passione politica con l’alta  nomenklatura  così lontana dai problemi delle persone . 

Non sappiamo se l’obbiettivo sia stato perseguito.  A  giudicare dalla partecipazione al dibattito, organizzato sabato 20 settembre sulla grave piaga della disoccupazione nella nostra Provincia, la risposta giovanile è stata flebile, appena percettibile, quasi nulla. Ma ai ragazzi del Pd si può imputare ben poco. I giochi oscuri, le trattative, le lacerazioni, che si stanno consumando sulla testa dei militanti sono incolmabili. 

Qualcuno è in grado di spiegare alla gente, quali siano le differenza programmatiche fra i due candidati che si giocheranno, in un derby fratricida, la poltrona di Presidente della provincia?   Quali le differenze nei programmi di Pompeo  appoggiato da una parte del Pd e di Schietroma, appoggiato dall ‘altra parte del Pd? Non è dato saperlo e non dovremmo neanche saperlo, perché noi “gente comune” non voteremo. 

Si da li caso però che chi accederà al soglio di P.zza Gramsci si dovrà occupare di scuola, ambiente, trasporto pubblico, viabilità provinciale. Materie che incideranno pesantemente sulla vita di tutti noi  estromessi dalla possibilità di votare.  E’ obbiettivamente difficile far appassionare giovani e meno giovani ad un processo che coinvolge il loro quotidiano  ma li vede irrimediabilmente esclusi da qualsiasi coinvolgimento decisionale.  

Volendo entrare  nel merito delle questioni trattate dagli invitati al dibattito, presentato dal giovane democratico Alessandro Marino e moderato dal giornalista del quotidiano locale “l’Inchiesta” Alessandro Redirossi,  la sensazione era quella di partecipare ad un incontro non organizzato dal Pd, ma da una forza antagonista. Dai ragionamenti  condivisi da  Ermisio Mazzocchi, Guido Tomassi  della CGIL,  e, un po’ meno, dalla consigliera Regionale Daniela Bianchi, emergeva la totale insoddisfazione per  le intenzioni del segretario Renzi di smantellare lo statuto dei lavoratori a partire dall’abolizione dell' art.18,  la cui intangibilità era ribadita con forza dai relatori. 

Si sono sparsi nell’aeree concetti  indigesti per  il "segretario magno" quali, la redistribuzione del reddito dal capitale al lavoro, la lotta al neoliberismo, il contrasto al patto di stabilità. Meno male che Matteo Renzi ha dimostrato poca propensione ad occuparsi delle cose terrene insite nel territorio cui si devono far carico le sezioni locali.  Se fosse capitato lì per caso avrebbe messo in atto uno spietato programma di “DEGUFIZZAZIONE” , avrebbe iniziato un rito vodoo contro lo spirito malefico cigiellino che si era impossessato della Piazza. Ora una domanda sorgerebbe spontanea. Ma che ci stanno a fare costoro nel Pd? Mistero. E’ più facile andare alla ricerca delle masse perdute che sciogliere tali inspiegabili enigmi.

sabato 20 settembre 2014

LETTERA APERTA AI PARTITI DELLA PROVINCIA DI FROSINONE



Leggiamo quotidianamente, da tempo, l’accapigliarsi dei nostri rappresentanti  eletti  e non eletti su chi deve andare a sedersi sulla poltrona di presidente della provincia , o su quella ben più remunerativa della SAF (“monnezza” per i non addetti ai lavori) o , ancora, su chi è autorizzato ad utilizzare i simboli di partito. Per non parlare poi delle scomuniche minacciate da ogni parte verso chi non obbedisce agli ordini.
A questo punto per noi associazioni diventa difficile capire da che parte stia la monnezza.
Comunque non ci interessa.
Quello che ci interessa, e su cui nessuno dei rappresentanti  parla con chiarezza, né proponendo, né assumendosi la responsabilità di posizioni nette sono le questioni sotto riportate:
La difesa del diritto alla salute – costituzionalmente tutelato – a fronte di uno sfascio vistoso  ed umiliante per i cittadini e per gli operatori. Sfascio gradito solo a chi ha interessi privati;
E poi  Il rilancio e lo sviluppo economico e occupazionale rispetto a un processo di deindustrializzazione selvaggio ed alla continua chiusura di imprese  con saldo negativo .
A noi associazioni non interessa sapere chi sarà il presidente della SAF , ma qual è il piano industriale per  per l’obiettivo rifiuti zero e il conseguente abbattimento al minimo delle tariffe
E ancora qual’ è la posizione dei nostri rappresentanti eletti e non in merito al servizio idrico integrato di questa provincia, alle sue qualità e ai suoi alti costi che ricadono sempre sui cittadini . E per quale motivo non si dia seguito alla volontà popolare espressa nei referendum per il ritorno alla gestione pubblica dell’acqua.
Il vostro comportamento tradisce il ruolo dei partiti sancito dalla Costituzione ed impedisce la mediazione tra cittadini e istituzioni,  apparendo come un ruolo al servizio di interessi altri, mortificando la gloriosa storia culturale e politica del movimento operaio e contadino,  popolare e democratico  cattolico e socialista che ha caratterizzato il secolo scorso e che ha dato vita alla Repubblica ed alla sua Costituzione.

Frosinone 20 settembre 2014


Consulta delle associazioni – ass. Forming – ass. Osservatorio Peppino Impastato – ass. Aut Frosinone – Snami (sindacato medici) – ass. Città del sole – ass. Mountain Village – ass. AIPA – ass. Frosinone Bella e Brutta – Coordinamento Frosinone Salviamo il Paesaggio – Comitato civico art. 32 Sora – ass. Alle Venti – Comitato di quartiere Amici della Pescara.

venerdì 19 settembre 2014

Livorno-Latina, il poliziotto: "La bandiera della Palestina non può entrare. Ordini dall'alto. È vista peggio di quella di Che Guevara"

SENZA SOSTE

Vorrei raccontare questo episodio accadutomi lo scorso lunedì, all’ingresso dello stadio (settore Curva Nord) prima della partita di calcio Livorno-Latina. Verso le 19.30 mi presento al prefiltraggio, munito come sempre di abbonamento, documento e bandiera. Appena mi avvicino lo steward mi dice: “la bandiera te la levano”, io ripondo:”e perché?”, non fa tempo a replicare che si avvicina uno degli agenti della Digos che col loro solito tono arrogante e sprezzante mi dice: “questa te la levo. Non entra. Perché? Perché lo dico io”. Il motivo di questa diatriba è soltanto una bandiera… uno penserà; bandiera del Che Guevara? Con l’effige di Stalin? Con la falce e martello? No, trattasi di una bandiera della Palestina.
Li per lì resto allibito, ma gli rispondo che a me la spiegazione fornita non mi basta, il fatto che decidi tu e si fa come così, usava ai tempi del fascismo e quel periodo, fortunatamente, è stato superato (più o meno). Voglio quindi un chiarimento. Replica: “dentro entrano solo bandiere del Livorno, con i colori sociali e quelle dell’Italia” Gli faccio notare come all’interno di tutti gli stadi ci siano bandiere di ogni tipo (Brasile, Argentina, etc.. in omaggio a dei giocatori in campo ad esempio) L’arrogante agente: “devo lavorare, vai via bello.. dammi retta”
Replico che personalmente non mi interessa se “deve lavorare” perché esigo delle spiegazioni, e “vai bello” lo può dire a qualche suo familiare, non a me in quanto non godiamo di alcuna confidenza. Non mi muovo, resto li e aspetto le dovute spiegazioni. L’arrogante agente ne tira fuori un'altra dal cilindro: “è una bandiera politica, non entra. Punto e basta.”
Bandiera Politica? Una bandiera di uno stato (nemmeno riconosciuto tra le altre cose..) può essere considerata una bandiera politica? C’è una legge che lo prevede? Siamo al delirio più totale. Replico che questa è soltanto una sua teoria, condivisibile o meno, ma soltanto una teoria. La bandiera Palestinese NON è un simbolo politico, tuttaltro, non rappresenta alcuno schieramento politico. Specialmente in Italia non la si può considerare così, dato che destra e sinistra (o presunta tale) appoggiano entrambe incondizionatamente l’operato Israeliano, offrendo loro anche la Sardegna come “campo di allenamento” per i loro soldati.
Incredulo, torno al motorino e poso la bandiera, al momento del ritorno al prefiltraggio raggiungo di nuovo l’agente in questione perché per me il discorso non era finito li. Se non mi danno una motivazione valida, voglio nome e cognome del “signore” in questione, in modo da potermi presentare in questura in settimana chiedendo spiegazioni sull’accaduto ma possedendo il nome della persona con cui mi sono confrontato. Voglio un motivo vero, reale, che ha vietato l’accesso della mia bandiera allo stadio, un motivo che sia quanto meno credibile, uno soltanto. Infastidito dalla mia presenza, tenta di prendermi per un braccio per portarmi in un angolo. Lo invito a non alzare le mani ed a portare rispetto, che lo seguo senza costrizioni, in quanto non ho niente da nascondere.
In questo angolo vengo ricevuto da un altro agente Digos, il quale molto educatamente (differentemente dal primo) prova a darmi spiegazioni. Cerca di arrampicarsi sugli specchi, ma non me la bevo, alla fine è costretto a dire la verità; cioè che ha indicazioni chiare dai piani alti di non far entrare bandiere palestinesi, un motivo non c’è. Non lo sa nemmeno lui. Mi dice: “non so nemmeno io il perché, non so davvero cosa dirti.. eseguo soltanto ordini. E’ vista peggio la bandiera della palestina che la bandiera di Che Guevara in questo periodo”. Siamo quindi di fronte ad un nuovo scempio, una nuova imposizione illegittima imposta da un “qualcuno”, come se si volesse tappare la bocca, nascondere il genocidio che si sta svolgendo. La gente non deve vedere bandiere in modo da non ricordare i 2000 e passa morti. Tutto deve finire nel dimenticatoio.
So che qualche malelingua sarà pronto a dire: “cosa ci combina la bandiera della Palestina con il calcio?” A questi signori rispondo in anticipo, dicendo che la Curva Nord Livorno è un luogo dove storicamente si è solidali e vicini anche a cause che non hanno a che fare con l calcio. Anzi.. tutta Livorno, la vera Livorno, è fatta così. Che piaccia o no. In ogni stadio vi sono bandiere che non hanno a che fare con la partita in sé, ma hanno significati diversi. Il significato della bandiera palestinese allo stadio è per dire: “vi siamo vicini, non vi dimentichiamo, resistete.” Niente di più. Lo stadio è un luogo pubblico dove ognuno dovrebbe esprimere le sue idee senza offendere nessuno. E la bandiera palestinese non offende nessuno, anzi, deve essere considerata come un gesto di solidarietà ad una popolazione che sta passando un tragico periodo storico. La vicinanza e solidarietà non la si dimostra soltanto sui social network.
Davide

Chi ben comincia (Roma-Cska Mosca 5-1)

Kanas City 1927


Chi ben comincia, a Roma, mediamente, se gratta.

Perché ste due vittorie co Fiorentina e Empoli figurate, belle eh, datece nantra toscana, noi ce giocamo. Volemo fa na cosetta cor Pisa? Un test match cor Tuttocuoio? Na trasferta estemporanea a Pontedera? Nse po fa eh. Vabbè dicevamo.

Perché ste du vittorie co Fiorentina e Empoli figurate, belle eh, co sto Nainggolan che pare che tutta l’estate l’hanno tenuto chiuso dentro a no stanzino senza faje toccà er pallone, e mo pora bestia core appresso a chiunque ce n’abbia uno e je lo leva e lo tira e soo riporta da solo e lo ritira e lo fa sbatte sui pali sui portieri su di loro su di noi nemmeno una nuvola. Co sto Nainggolan che pare finarmente dà un senso ale creste a cazzo de cane de tutto er monnonfame. Vabbè dicevamo.

Perché ste du vittorie co Fiorentina e Empoli figurate, belle eh, co sto Bambi nero che ritorna come se nse ne fosse mai annato da sto praticello e la natura subito se piega o viene piegata dallo spostamento d’aria, è uguale, il risultato non cambia. Lui strappa e strazia, co la dorcezza propria sazia, e cor soriso te rovina.

Perché ste du vittorie co Fiorentina e Empoli, sostanzialmente, il problema, de fondo, a monte proprio, alla base de tutto, è che c’avemo paura che portano mpo zella, o quantomeno l’atmosfera sbagliata. Co tutti che dicono “Partenza a razzo”, “Roma cinica come la Juve, mica come la Roma” e noi che dimo “Ammerda ce sarai cinico come la Juve” e lui che te dice “Ao era ncomplimento pe non dì che a Empoli hai mpo sculato” e allora tu dici “Ah ok però famo cinica e basta ndevi esagerà”. Se al tutto c’aggiungi che nel gironedelamorte il Cska te viene prospettato come la squadra B dela nazionale cantanti e figurate se non ce vinci, ecco tutta sta serie de fattori ar tifoso romanista je pongono er problema logistico de dove riporre il famoso spillo.

Tu ce provi pure a datte na carmata, ma la combo tra quela tovaja piena de stelle sgrullata e centrocampo e il DECEMPIOOONS covato pe tre anni eruttato dall’Olimpico rendono vani tutti gli sforzi e te gettano in quadro clinico disastroso. Quelli che c’hanno solo pressione alta, febbre, secchezza dele fauci e dispnea so quelli sani, pe tutti l’altri ormai se prepara la Tribuna Paradiso dalla quale ci seguono i tifosi che ci hanno salutato anzitempo.

E mentre stai lì che armeggi co flebo e stetoscopio, quasi manco te naccorgi, stamo già a vince. Er Tendina, che per l’occasione indossa la tenda da Champions solo apparentemente identica a quella da campionato, vede uno che core negli spazi, lanciato verso la porta a mille all’ora, in attesa del passaggio filtrante e pensa “Uh anvedi, hanno messo no specchio sotto ala Nord, bella st’idea de fa lo ssadio novo cominciando dali specchi. Eppure non me ricordavo così basso, manco così bianco a dilla tutta”. Manvece non è lui, è l’altro, è Iturbe detto Er Garra da chi, dando pe scontate le qualità tecniche der più costoso acquisto dela Roma dai tempi de Batistuta, decide de concentrasse soprattutto sur fatto che a sto pischello ben pagato e da rodare je roda costantemente er culo.
Gervé non è sicuro de quello che sta a succede, ma nel dubbio passa la palla a quella versione tozza e muscolosa de se stesso, scopre il piacere inedito de non esse quello che core ma quello che fa core. Iturbe sturba urbi er orbi, core, punta e sbraga.
Tre anni e sei minuti. Punto e capo.

Er Garra, st’omino tutto nervi e senza collo ar punto che viene er dubbio che jabbiano avvitato a capoccetta tra le spalle, se batte er petto senza peraltro spettinasse, se butta in scivolata sur prato olimpico ma su na buca sencaja e de muso se sfragna mentre noi esurtamo come se fossimo già volati a nove punti, “eh, mo la Juve vedemo che fa cor Mila”, pe poi ricordasse che no, questa è nantra contesa, non è quella solita strana nostrana, tocca dasse un contegno, che l’Europa ce guarda da sempre, pure perché pe metà l’amo creata noi epeche e epeche fa, na certa deferenza ce vole.
Brava Europa, brava, comincia a guardacce e a riportà rispetto intanto, che noi mo semo americani, na certa strizza fossimo in te ce l’avremmo a priori, poi vedi tu se ignorà le basi dela geopolitica o no.

E però, manco er tempo de rimettese a sede, che er flipper de sti du scattosi zigzacosi, supportati da coscienziosi intellettuali de fascia e centrocampo de varia etnia, capigliatura e religione, porta a na tarantella de dribbling interracial che solo na giocata da regazzino po risorve.
Er tiro de punta, arte nota agli scarsi, ai talentuosi e agli istintivi (caratteristiche incredibilmente presenti tutte insieme nel dna gervinhico ar punto da fanne er giocatore più creativamente imprevedibile der globo terracqueogassoso), s’impossessa dell’anarchico neurone der Tendina e implacabile s’abbatte sur cuoio.
Duazzero pe noi, in Cempions, e ancora non so chiare le formazioni.

Ah! Europa me senti? Eh? Eeeeh? Pronto Bruxelles me passi Strasburgo? Ah nce state mo eh? Paura? Ndo cazzo stai Europa? Eh? Ah, ce sta a segnà, l'Europa.

Succede che il compagno Toro, che amo deciso che è compagno semplicemente pe il fatto de esse conterraneo del compagno più famoso del continente, decide che L'Altra Europa, con Torosidis deve comunque avé una chance, e lascia na palla che apre la prateria. Ce vorrebbe per l’appunto la caratteristica casa ma invece ce sta solo narmadio brasiliano che non basta.
Se invola Musa, ce fa strigne Musa, sta attùppertù Musa, ma non è ispirato Musa.
Non sa, Musa, che a Roma quando te muovi ce stanno du problemi: il traffico e le buche. A lui j’ha detto bene col primo, ma non è stato attento alle seconde, ha pensato d’annà a sbatte contro un muro isterico fatto de guanti e de Sanctis, e inciampando s’è incajato.
“Po esse che stasera ce dice culo” è la disamina tecnico-tattica che mette d’accordo i più fini analisti. L’intuizione riceve sostegno dalla realtà pochi minuti dopo.

“Viene solo pe i Mondiali, gioca un anno e poi ce molla”
“Se, magari, questo lo trovamo mbriaco a ottobre”
Poi.
“Vabbè un anno se l’è fatto ma mo dopo i Mondiali questo manco torna”
Poi.
“Ambè too dico dopo che l’hanno cacciato dala Nazionale perché ha infilato un daino morto ner cuscino de David Luiz che scureggiava ancora pe i facioli che javeva messo nelo yogurt che aveva fatto scadé apposta pe fa vomità banane a Dani Arves che ancora ringrazia er Deus dele sarvate pe aveje ceduto er posto er dì dell’1-7, vabbè insomma, dopo sta serie de fattacci brutti de maiconiana fattura, questo soo semo giocato proprio”
Mo, com’è come non è, sarà che comunque tra quattro anni ce stanno altri mondiali e magari se vole fa pure quelli, sarà che er daino era vivo, sarà che no scherzo a David Luiz co quella testa te viene de fajelo pure se non sei Columbro, sarà pure che su Maicon se dicono nsacco de stronzate, mettila come te pare, ma questo sta avvelenato. E pare che sto stratagemma  de non allenasse pe gnente pe gnente fino ala prima gara ufficiale utile, cominci a esse un rimedio all’indolenza consigliato dai mejo strateghi der carcio moderno cui noi diciamo no.
Motivato da qualcosa che solo lui sa, er Colosso stantuffa arando russi ad ogni piedone sospinto, e quando ancerto punto se ritrova solo nela steppa dela difesa altrui, defilato dala posizione da ndo ariva de solito lui,  fa quella cosa che fa lui che metà delle volte ce fa sbroccà comunque meno de quanno la faceva Cafu. Ce tira.
“Ah Maicon mavaf..FFANESULTANZA COME SE DEVE!” se trasforma in corsa er grido der tifoso grazie alla performance de Akinfeev intitolata “Goicoechea n°2”. Ma nulla è casuale: se tratta de un raro caso de autoprepotenza indotta. Dicesi in psicologia autoprepotenza indotta quell’atto de apparente autolesionismo atto ad evitare l’effettiva prepotenza che Maicon te infliggerà se non te scansi. Sto terzino po esse fero e po esse pium...no, n’è vero, sto terzino po esse solo fero, ner bene e ner male, e Akinfeev se ne accorge appena in tempo e decide de buttassela dentro pe evità il secondo letale tentativo su ribattuta. Er fatto è che co Maicon, in sostanza, checché ne pensino pei ritiri brasiliani, non se scherza. E’ fatto così. Treazzero ai russi, e er gas nele case de periferia comincia a scarseggià.

Iniziamo a crede che se potrebbe strappà un punticino. Poco dopo però iniziamo a pensà che tuttosommato c’ha detto culo che ce so capitati loro e no l’Empoli ner gironedelamorte. Perché o stasera semo forti forti noi o madre Russia c’ha mandato la versione der discount meglio conosciuta come Cska Moscia. Sciorti come neve ar sole de un paese altrui dar loro, i difensori se ritrovano ancora in balia del nostro frontman. Ma dietro ogni grande frontman c’è un grande Cervelloman. Dietro Er Tendina che va, che core e scatta come solo i cuccioli sanno fare, dietro quela spietatezza che non conosce cattiveria ma solo voglia de fa quello che più te piace, c’è un Uomo che ancora non ha sudato: Ercapitano.

De lui pare che stasera non ce sia bisogno. Stamo già treazzero e lui, incredibile ma vero dato er parziale, non ha ancora dato lustro ala serata. Ma lui, pure se non vole, pure se trotta svojato dala pochezza artrui, pure se se li ricordava più forti i Cempions dei tempi sua, decide che è bene che Europa guardi e se ricordi sempre ndo stanno le radici dela civirtà quando c’è na palla da cullà. Ercapitano riceve dala difesa e spalle ar monnonfame inzagaja la cometa ner prato stellato, gesto de ribellione curturale e artistica atta a incrinare e crepare ogni totalitarismo, ogni nazionalismo, ogni putinismo, ogni granellismo de sabbia osasse frapporsi ar passaggio der soriso d’avorio più veloce e splendente che c’è.
E quello core e corendo se fa forte e fortemente guarda Sturmentruppen Florenzi che implora palla in mezzo all’area e pensa no, questo è volenteroso ma milite, qui ce vole estro, fantasia, egoismo a fin di bene e di bello, sto gò lo faccio io.
A tanto ariva la sicumera dell’omo che contro i luoghi comuni se magnò la quarsiasi e magnandosela cominciò a segnà a rotta de collo. Dribbling, controdribbling, testa arta, Tendina aperta sur secondo palo, gò.
Quattrazzero pe noi, a casa sua Putin prende er telecomando e gira sulla nota fiction Место под солнцем.

L’intervallo lo passamo a cercà de capì se stamattina se semo alzati o se frampò suona la sveglia e mancano 14 ore ala partita. Se ricomincia e i dieci minuti successivi li passamo a cercà de capì se Florenzi ha segnato o sta a fa lo sciolto. Secondo il Capitano non l’ha toccata, lui dice de sì
“Oh, Gesù, Gesù... E questo che cos'è? Ma che cazzo è questo? Che cos'è questo, Sordato Florenzi?”
“Un gol di testa Signore!”
“Un gol di testa? Tuo?”
“Signorsì Signore!”
“A me sembra che tu non l’hai manco sfiorata sta palla, me pare che stai a dì una cazzata bella e buona, e dimmi Sordato Florenzi, ti è permesso dire cazzate?”
“Signor no signore!”
“E perché?”
“Perché sono giovane e esuberante e già così coro troppo e me confondo e ogni tanto me perdo e non so ndo me trovo signore!”
“E allora perché te vuoi prende sto gol che non è tuo?”
“Perché...perché ho fame di gol signore!”
“Perché tu avevi fame, Sordato Florenzi! ... Il sordato Florenzi ha disonorato se stesso e ha disonorato la sua squadra. Io ho cercato di aiutarlo, ma ho fallito. Io ho fallito perché voi non avete aiutato me, nessuno di voi ha dato al Sordato Florenzi le dovute giuste motivazioni. Quindi, da adesso in poi, quando Florenzi  dirà na cazzata io non punirò più il suddetto: io punirò tutti quanti voi! E quindi ho idea, signorine, che voi siate in debito con me di un autogol de testa. Su, avanti, coraggio, faccia sotto! Vai a esultà! Loro pagano il gol e tu esulti. Pronti, VIA!”.
Nonostante l’inflessibilità der Sergentecapitano l’aria è de festa, ettecredo, è cinquazzero.

Ora più che mai, è er momento der Congelatore de partite: Seydou Keita, uno che niente pare che fa ma dappertutto sta, gira per il campo co la calma zen de uno che a tempo perso è Capitano der Mali che non vien per nuocere ma pe fa pesà sull’artrui spensieratezza tutta la pesantezza de un carisma esagerato utile a fa invecchià de soggezione pure uno come Guardiola. Keita sarà sempre così. Era così nela culla, era così a vent’anni, è così mo, sarà così tra cent’anni. Guardalo com’era, guardalo com’è, pare l’arbitro. Se il mondo casca lui non se scansa, lo stoppa morbido de collo e lo rimette ar posto suo.

Come se il Congelatore da solo non rappresentasse un continente intero, imbocca pure Yanga, pe gli amici Mbiwa, pe i majettari Mapou, raro esempio de africano roscio, e più o meno contemporaneamente imbocca la polizia nei distinti ospiti, inevitabile o quasi conclusione de na storia che dura da qualche ora, co passaggi ormai abituali da na parte e dall'altra, e co un dubbio tra noi che de lavoro non famo l'ordine e quindi sicuramente è un dubbio scemo, che però nse ne va: possibile che a sti ospiti non c'è modo de portalli dritti al settore ospiti e riportalli all'aeroporto ospiti senza falli girà intorno allo stadio, dove uno che non è ospitale se trova sempre? E possibile che chi non è ospitale riesca sempre a trovà er modo de dimostrallo? E davero a noi de provà a esse civili e ospitali non ce ne potrà mai più fregà de meno nei secoli dei secoli amen?

A noi che invece nse dica che non semo gente a modo, de fa tornà sti ragazzi a casa senza un souvenir, na cosetta, mpenziero pe mamma, ce se strigne proprio er core, e quindi un golletto je lo famo fa. De Sanctis la prende bene, sacrifica solo tre agnellini e due cuccioli de foca in segno de contenuto disappunto, e comincia una cazziata che parte dall’attaccanti, passa dai centrocampisti arriva ai difensori, ricomincia dala panchina, se estende agli steward e finisce co na bella lavata de capo pe Angelomangianteabbordocampo.

Giusto il tempo de creà un Turone russo co un gol bono che l’arbitro decide de non daje perché mo vabbè che vabbè però daje, famo i seri, e la partita è finita. Amo cominciato e finito il primo micropezzetto de na cosa che, se lo dimo dar dì der sorteggiodelamorte, durerà sei partite, figurate se passamo, però già che so solo sei, che fai non la vinci una?

Perché chi ben comincia, a Roma, mediamente, deve fa finta de non avé fatto niente, ricordandose sempre però de avello fatto, ma dimenticando nel momento in cui je viene ricordato troppo, e ricordandoselo subito nel momento in cui ipso stesso pare che se lo sta a dimenticà. E’ mpo complicato, ma se volevamo le cose facili ben cominciavamo a Madrid. Però a Madrid quando je capita de esse così contenti dopo na partita de girone cor Cska Mosca? Il che è gioia e dannazione sempiterna nostra, però ecco, stasera, tuttosommato è gioia.
Al resto ce se pensa.

Il lavoro non è un mercato

Paolo Pini fonte:http://www.sbilanciamoci.info/


Le politiche di austerità e di precarietà espansiva hanno improntato la politica economica europea attuata quasi in contemporanea nei vari paesi. L'esito è stato che i debiti sono aumentati, la crescita del reddito si è azzerata e quella dell'occupazione è divenuta negativa
Negli anni della crisi, la politica di svalutazione caricata sul lavoro non ha fatto altro che aggravare gli effetti negativi dell’austerità sulla domanda interna. Eppure la Commissione Europea, anche nelle ultime Raccomandazioni (giugno 2014*), continua a prescrivere continuità nelle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive. Il risultato elettorale europeo non appare aver modificato l’equilibrio politico nel Parlamento Europeo, e la politica economica rimane saldamente sotto il controllo di chi ha gestito la crisi e l’ha aggravata applicando le regole del rigore senza crescita.
Le politiche di austerità espansiva e di precarietà espansiva hanno improntato la politica economica europea attuata quasi in contemporanea nei vari paesi.
Le prime, del rigore dei conti, hanno agito sulla base della fallace idea secondo la quale dal contenimento dei deficit pubblici conseguissero riduzioni dei debiti e si liberassero risorse che il privato sarebbe andato ad utilizzare più efficacemente. Ma non si è tenuto conto del “vuoto di domanda” che l’arretramento del pubblico creava, oltre che della maggiore efficacia spesso solo presunta del privato. La minore domanda pubblica non è stata compensata da una maggiore domanda privata, anzi consumi privati ed investimenti privati sono diminuiti mettendo in crisi tutta la domanda interna, europea e nei singoli paesi, lasciando tutto l’onere della crescita ad una domanda estera peraltro non più trainante. L’esito è stato che proprio a seguito del rigore, i debiti invece di diminuire sono aumentati, nell’Eurozona da un rapporto del 65% sul Pil si è superata la soglia del 95%, ed al contempo la crescita del reddito si è azzerata, mentre quella dell’occupazione è divenuta negativa.
Le seconde, della competitività salariale, hanno avuto il loro pilastro nella flessibilità del lavoro, contrattuale e retributiva. Anche in questo caso una idea fallace le ha alimentate, ovvero che l’aumento dell’occupazione potesse essere conseguito unicamente a condizione che si realizzasse un trasferimento di tutele del lavoro e diritti da chi li aveva a chi ne era privo. Gli esiti sono stati molteplici, e prevedibili, sulla offerta e sulla domanda. Si è ridotta la platea del lavoro tutelato, ed è aumentata quella del lavoro non tutelato, con una riduzione di tutele per tutti. Si è infatti realizzata una sostituzione di lavoro più che una creazione di lavoro, con conseguente riduzione di tutele e diritti sia per chi li aveva conquistati nel passato, sia per chi si attendeva una alleggerimento dello stato di precarietà lavorativa e sociale.
Ma non solo tutele e diritti sono stati intaccati; le stesse retribuzioni ne hanno sofferto, sia quelle degli insiders che quelle degli outsiders. Le retribuzioni nominali sono state compresse, e le retribuzioni reali diminuite. Queste non hanno certo tenuto il passo della pur debole crescita della produttività, determinando una ulteriore diminuzione della quota del lavoro sul reddito.
Dal 2000 in molti paesi europei la quota distributiva del lavoro è diminuita sostanzialmente, ed ancor più accentuato è stato il declino durante la crisi; in particolare sono stati penalizzati i paesi europei sottoposti alle prescrizioni di svalutazione competitiva interna sui salari, tra questi Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo (vedi grafico 1 e 2). Tra i Piigs solo l’Italia ha contenuto il crollo della quota del lavoro, che era stata in lieve recupero negli anni pre-crisi, rispetto ai disastrosi esiti degli anni ’90 (-10 punti percentuali) (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Ue-le-raccomandazioni-e-l-evidenza-dei-fatti-18647).
La politica di svalutazione interna caricata sul lavoro ha forse contribuito alla competitività del sistema ed alla crescita? Non sembra proprio, semmai tale politica ha prodotto due effetti, entrambi perniciosi. Da un lato, un contenimento della domanda di beni e servizi che trae origine dal reddito da lavoro, andando ad aggravare gli effetti negativi delle politiche di austerità sulla domanda interna. Dall’altro, la competitività del sistema non ha tratto vantaggio, se è vero che sia per effetti di scala (minori volumi di produzione) che per quelli di sostituzione (lavoro meno retribuito e meno produttivo), la dinamica della produttività langue in tutta Europa, e prosegue la sua ventennale stagnazione in Italia in presenza di contenimento dei salari nominali.
D’altra parte, che queste non fossero le politiche più adatte da adottare nella crisi, ovvero in un equilibrio di disoccupazione, lo aveva ben indicato Keynes nel capitolo 19 dedicato aiCambiamenti dei salari nominali della sua Teoria generale (1936). E con forza lo scrisse a Roosevelt nel 1938: “Perdoni la franchezza di queste mie note. Provengono da un entusiastico sostenitore suo e delle sue politiche. Condivido l’idea che l’investimento in beni durevoli debba essere realizzato sempre più sotto la guida dello stato. […] Considero essenziale lo sviluppo della contrattazione collettiva. Approvo il salario minimo e la regolamentazione dell’orario di lavoro. Ero totalmente d’accordo con lei l’altro giorno, quando ha deprecato una politica di generale riduzione del salario, giudicandola inutile nelle attuali condizioni. Ma ho il grandissimo timore che in tutti i paesi democratici le cause progressiste possano risultare indebolite, in quanto non vorrei che lei abbia preso troppo alla leggera la possibilità di mettere a rischio il loro prestigio qualora si fallisse in termini di prosperità immediata. Non deve avvenire alcun fallimento. Ma il mantenimento della prosperità nel mondo moderno è estremamente difficile; ed è così facile perdere tempo prezioso.” (tratto da John Maynard Keynes, “Letter of February 1 to Franklin Delano Roosevelt,” 1 febbraio 1938, inCollected Works, vol.XXI, Activities 1931-1939, Londra, Macmillan, nostra traduzione, enfasi aggiunta).
Tuttavia la Commissione non è interessata a ciò che scriveva Keynes, e neppure a ciò che sostiene una platea, a dire il vero molto vasta, di economisti.  Continuano a prescrivere per l’Italia, come per gli altri paesi, niente altro che la continuità delle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive, per accrescere la competitività salariale. La crescita è affidata al contributo della componente estera della domanda, anche se questa pesa meno del 20% per i paesi dell’Unione, mentre il rimanente 80% è domanda interna, consumi delle famiglie, investimenti privati e pubblici, servizi collettivi. Per accrescere la prima raccomandano di proseguire nelle politiche coordinate e simmetriche che comprimono la seconda, con effetti depressivi su reddito e occupazione, ed un innalzamento del rapporto debito/Pil per tutti i paesi.
La competitività salariale è intesa come strumento cardine per conseguire questo obiettivo, via riduzioni del costo unitario del lavoro, per accrescere la competitività europea nei mercati globali. Per la Commissione ciò si realizza con interventi che limitano la contrattazione collettiva, nazionale e di settore, per la determinazione dei salari nominali, da allinearsi invece alla produttività dell’impresa, meglio ancora dei singoli lavoratori. Al contempo i salari reali non devono essere preservati da meccanismi di indicizzazione e salvaguardia del potere d’acquisto. Devono rispondere alle condizioni concorrenziali, dove ingressi ed uscite hanno da essere deregolati per servire le esigenze produttive dell’impresa, senza interferenze delle istituzioni che vincolano l’agire manageriale e creano anche barriere tra i lavoratori protetti e garantiti, gliinsider, e coloro che non lo sono, gli outsider. In fondo la precarietà o la disoccupazione non sono altro che l’altra faccia della medaglia dell’operare di istituzioni collettive: ridimensioniate queste, saranno ridimensionate sia precarietà che disoccupazione. Una narrazione questa che viene resa più appealing dalle tecniche economiche sulla disoccupazione strutturale che portano quella italiana all’11% lasciando un misero 2% per quella involontaria keynesiana. Così da far risultare evidente ciò che evidente non è, ovvero che non sia la domanda il problema, semmai le condizioni di offerta, e quindi la necessità delle riforme strutturali. Una narrazione che, se non fosse per le technicalities impiegate, ricorda molto l’ancien régime.

Grafico 1 – Cambiamenti della quota del lavoro sul reddito, anni 2000-2007, media annuale per paesi Ocse (fonte: nostre elaborazioni su Oecd statistics, Economic Outlook, maggio 2014)
















Grafico 2 – Cambiamenti della quota del lavoro sul reddito, anni 2008-2015, media annuale per paesi Ocse (fonte: nostre elaborazioni su Oecd statistics, Economic Outlook, maggio 2014, per 2014 e 2015 previsioni Oecd)