Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 28 settembre 2014

Fisioterapia di Lazzaro

Luciano Granieri



Chi l’ha detto che la sanità nella Provincia di Frosinone sia tutta da rottamare?  Non tutto  è sfascio come sostengono le solite associazioni disfattiste. Esiste in realtà un’oasi di efficienza nel nostro territorio. Una clinica famosa per far resuscitare pure i morti. Manco a dirlo è una struttura privata convenzionata,  sita in quel di Cassino. Una  struttura altamente specialistica. Una  eccellenza nelle terapie riabilitative per pazienti gravi anche non  deambulanti.  

In realtà in questa clinica non tutti i pazienti erano così gravi tanto da giustificarne il ricovero, molti denunciavano solo una caviglia slogata, o una piccola distorsione, ma erano evidentemente provvisti di portafogli gonfi e si sa come vanno certe cose in Italia…. Il personale sanitario era sottodimensionato rispetto alle necessità, e spesso privo della qualifica necessaria. Ma sbaglia chi crede che fossero raccomandati.  L’abilità di questi angeli  della salute  consentiva  di ottenere in tre quarti d’ora, al massimo un’ora, gli stessi benefici  risultati di tre ore di terapia intensiva. Chiaramente la clinica fatturava alla Regione le  tre ore, non di meno.  E’ efficienza economica baby!  Lavoro per tre quarti d’ora e mi faccio pagare per tre ore.  

Ma i miracoli di questa struttura andavano oltre. Nella clinica dei miracoli, si tentava di riportare alla vita malati  già spacciati. Giunge notizia di fisioterapie somministrate a pazienti in fin di vita, o addirittura già deceduti.  Perché metti caso che qualche  Lazzaro avesse avuto intenzione di  alzarsi,  sarebbe  stato un peccato se  non avesse potuto  camminare o magari avesse iniziato a zoppicare. I miracoli o si fanno per bene o non si fanno. Ovviamente tutto rigorosamente fatturato alla Regione allo scopo di richiedere i rimborsi , compreso il supplemento risveglio,ove si fosse realizzato . 
Quanti Lazzari si sono ridestati? Pochi, anzi nessuno.  Sembra che il tasso di mortalità nei reparti fosse superiore alla media. Ma non è colpa della clinica, perché per far accadere i miracoli bisogna crederci e pare che i ricoverati fossero piuttosto miscredenti. 

Questo racconto kafkiano è liberamente ispirato dagli eventi emersi relativamente alle indagini che hanno interessato la  Clinica San Raffaele di Cassino. In una sentenza di primo grado emessa nei giorni scorsi dalla Corte dei Conti si contesta al management della struttura  la somministrazione di terapie riabilitative su pazienti in fin di vita  e in qualche caso già morti. I  giudici contabili hanno accertato ricoveri clientelari di pazienti non così gravi   da accedere alle cure altamente specialistiche assicurate dalla clinica .  

La procura di Roma ha evidenziato come i dipendenti del  San Raffaele di Cassino fossero in numero insufficiente e privi delle qualifiche necessarie  per garantire tre ore di terapie intensiva spesso ridotta a tre quarti d’ora, un ora al massimo . Scrive la Corte dei conti: “Sconcertante il fatto che la firma del fisioterapista risulti presente sui referti anche il giorno del decesso e/o nelle giornate immediatamente precedenti, quando le condizioni cliniche del paziente erano già gravi/critiche.  Nella sentenza si legge inoltre che : le sconcertanti testimonianze raccolte dall’Asp e dei Nas sul modo di procedere nella casa di cura non fanno che aggiungere un ennesimo tassello conoscitivo sulla del tutto anomala gestione dei pazienti sottoposti a riabilitazione”. 

Le conseguenze di questa sentenza di  primo grado prevedono il risarcimento di 41 milioni e 493 mila euro per rimborsi indebitamente ottenuti dalla Regione Lazio nel periodo 2007-2009. Sembra  però che irregolarità si siano verificate anche per il periodo, ancora oggetto d’indagine,  che va dal 2010 al 2011. Per cui il risarcimento potrebbe arrivare a 80 milioni di euro. A pagare, la società San Raffaele Spa  e, per ora, alcuni dirigenti dell’Asl di Frosinone così come riportato dalla stampa locale. 

Ma di chi è l’Ospedale San Raffaele di Cassino?    Il nosocomio è parte delle 13 cliniche di proprietà della società San Raffaele Spa, facente capo a Antonio Angelucci re delle cliniche private nel Lazio.  Il PM Mario Palazzi nella sua richiesta di rinvio a giudizio per i proprietari della San Raffaele Spa,  sostiene quanto segue:”L’ascesa degli Angelucci ai vertici di un gruppo che domina la sanità nel Lazio abbraccia un arco temporale che va dal 2004 al 2010. Periodo durante il quale il capostipite Antonio, ex deputato Pdl, avrebbe esercitato una pressante influenza su presidenti e assessori della Sanità della Regione in modo da interferire sull’attività legislativa e ottenere  profitti illeciti”

Mi risulta che la clinica San Raffaele sia  ancora struttura convenzionata con. Mi risulta altresì che nell’atto aziendale  della Asl di prossima presentazione in Regione,  vi sia un ulteriore apertura alla sanità privata, penalizzando, se non eliminando del tutto, i presidi di salute pubblica. Quanto è salutare questa scelta per i cittadini? Che senso ha,   dopo la costatazione dei fatti, lasciare campo ancora più libero a squali spregiudicati pronti a realizzare profitti, anche illeciti, sulla vita e spesso anche sulla morte della gente? Non sarà che “certe pressanti influenze su presidenti e assessori della Sanità della Regione” siano ancora in atto più forti di prima?  

Notizie tratte dall'articolo del Fatto Quotidiano :

sabato 27 settembre 2014

28 settembre 2014 Giornata globale di azione per la depenalizzazione dell’aborto

Laura Sguazzabia responsabile Commissione lavoro donne Pdac


Il 28 settembre è la Giornata Globale di Azione per la depenalizzazione dell’aborto, durante la quale da anni in alcuni Paesi si manifesta a favore dell’aborto legale o depenalizzato, sicuro e gratuito, garantito per le donne di tutto il mondo. Il diritto delle donne ad accedere ad un aborto libero, sicuro e gratuito cambia infatti da Paese a Paese: in alcuni l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) è completamente illegale, in altri è permessa solo in casi eccezionali, in altri ancora è legale ma le donne devono pagare per accedervi oppure è legale e gratuita, ma i medici si appellano all’obiezione di coscienza, rendendo di fatto impossibile l’applicazione della legge.
Perché una giornata a favore dell’aborto?
La data del 28 settembre è stata scelta in commemorazione dell’abolizione della schiavitù in Brasile e stabilita nel 1990 in seguito ad una proposta delle femministe latino-americane durante una riunione, svoltasi a Buenos Aires, al fine di promuovere l’aborto come un diritto umano, per frenare la mortalità materna e i rischi per la salute delle donne conseguenti agli aborti clandestini. Dati ufficiali recenti rilevano che mentre il numero di casi di mortalità materna è diminuito notevolmente a livello globale, così non è stato per i decessi a causa di aborti a rischio. Infatti, meno della metà degli aborti effettuati avviene in condizioni di sicurezza e per ogni donna che muore, circa 20 sono colpite da gravi invalidità o patologie. Più del 40% (8,7 milioni) degli aborti non sicuri nei Paesi in via di sviluppo, riguarda donne di età compresa tra 15 e i 24 anni: sono quindi soprattutto le giovani donne e le adolescenti a subire le complicazioni dovute ad aborti clandestini e rappresentano la percentuale più alta di bisogno insoddisfatto di contraccezione.
Tuttavia, anche nei Paesi occidentali, a cosiddetto “capitalismo avanzato”, abortire non è così facile: esemplare è il caso recente di una giovane irlandese costretta a partorire nonostante le reticenze. In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza è tutelata dalla L. 194/78, considerata ancora oggi dai legislatori borghesi una delle leggi sul tema più avanzate a livello europeo con la quale l’Ivg viene riconosciuta come una pratica legale, libera, gratuita ed assistita. Tuttavia, la reale applicazione della 194 è oggi ostacolata da una serie di attacchi trasversali tra i quali in particolare vanno menzionati i de-finanziamenti ai consultori causati dai continui tagli alla spesa pubblica con conseguente riduzione dei servizi erogati o addirittura con la chiusura di molti presidii, e la possibilità per il personale medico, infermieristico e ausiliario di avvalersi dell’obiezione di coscienza, ossia di astenersi dalla pratica abortiva in virtù di convinzioni ideologiche o religiose. Su quest’ultimo punto in particolare dati ufficiali rilasciati dal ministero della salute parlano chiaro: in Italia la scelta dell’obiezione è in continuo aumento e più del 70% dei ginecologi non pratica interruzioni di gravidanza, con punte anche dell’85% in alcune regioni del centro sud. Questa situazione impedisce l’applicabilità della legge, anche secondo quanto denunciato dal Consiglio europeo, e contribuisce ad alimentare il mercato degli interventi illegali: molte donne scelgono di andare all’estero o di affidarsi a ginecologi che previo pagamento effettuano Ivg privatamente. Si parla di circa 15.000 aborti clandestini, cifra evidentemente sottostimata che non tiene conto ad esempio delle donne immigrate che spesso non si avvicinano alla sanità pubblica, soprattutto se clandestine, e che assumono farmaci impropri dalle conseguenze a volte mortali o si affidano alle cure di neo-mammane.
Per l’autodeterminazione femminile
E’ evidente per quanto detto che in Italia il diritto all’aborto esiste solo sulla carta, mentre nei fatti la possibilità di scelta delle donne è limitata dall’obiezione di coscienza, cioè dalla possibilità di scelta del personale medico, infermieristico e ausiliario, come a dire che una scelta è prevalente sull’altra. Come donne del Pdac riteniamo che dovrebbe essere esattamente il contrario, che debba essere la scelta delle donne a prevalere e che di conseguenza l’obiezione di coscienza vada abolita.
Solo per cominciare. La libertà di scelta delle donne deve diventare prevalente ovunque essa si deve applicare: non solo per il diritto all’aborto, ma per tutti gli aspetti dell’universo femminile. Oggi più che mai, l’attacco all’autodeterminazione delle donne si è fatto più feroce. Oggi più che mai, in questo periodo di crisi economica di cui non si vede la fine, il capitalismo cerca di imporre le proprie logiche utilitaristiche a livello locale e globale per mantenere saldo il controllo sociale e il dominio di una classe su un’altra. Oggi più che mai, quando si cerca di spingere le donne fuori dal mercato del lavoro per far posto agli uomini, e di relegarle tra le mura domestiche a svolgere la loro “naturale” funzione riproduttiva, di cura e di accudimento di bambini, malati e anziani, in sostituzione di quei servizi pubblici che i continui tagli alla spesa pubblica stanno limitando drasticamente. Oggi più che mai, lavoratrici, disoccupate, studentesse, native e immigrate insieme devono ribadire a gran voce che la scelta è solo delle donne per l’aborto, per il lavoro, per la gestione familiare perché attraverso la loro emancipazione e la loro liberazione dall’oppressione capitalistica si apre per tutti, uomini e donne, la strada del socialismo.

Vivere di politica, significa essere al servizio della comunità che si rappresenta.

Aniello Prisco - cittadino.

In un momento così difficile per il paese e per la nostra comunità cittadina e provinciale, assistiamo a lotte intestine tra fazioni interne ai partiti e accordi trasversali senza identità tra destra e sinistra, ma esclusivamente finalizzati alla suddivisione di posti di potere. I personalismi dei politici, ormai, hanno preso il sopravvento su ogni progetto futuro e possibilità di risoluzione delle numerose problematiche con cui i cittadini si trovano a combattere quotidianamente. Questo è un gioco al massacro a cui dobbiamo ribellarci per rimettere al centro del dibattito pubblico le esigenze dei cittadini. Le priorità di chi vive tutti i giorni una vita fatta di lavoro e sacrifici sono chiare: lavoro, cura della salute, sicurezza, riduzione delle tasse, lotta serrata all’evasione fiscale e alla corruzione. Ai cittadini non interessano i nomi di chi amministra o gestisce le società pubbliche, ma guardano e si aspettano risultati concreti con cui sperare in un futuro migliore per la comunità e, in particolare, per i figli. 
Da qualche anno ho iniziato a criticare chi vive di politica. Nessuno escluso: eletti, staff, addetti vari e dirigenti in enti pubblici che ricevono gli incarichi per "meriti" politici.
 Queste mie critiche non sono astratte o pretestuose, ma dopo anni di valutazione dell'operato di questi signori sono giunto alla conclusione che hanno sempre e solo ricevuto, hanno agito direttamente o indirettamente per interessi e scopi personali. Sicuramente esistono delle eccezioni, mai fare di tutta l’erba un fascio, ma i pochi che avevano ben chiaro come obiettivo il bene comune hanno abbandonato o con il loro silenzio si sono resi complici di questa disfatta politica. Tutto ciò non mi piace.
A mio avviso vivere di politica è necessario e anche giusto perché qualcuno deve occuparsi della cosa pubblica. Questo però non deve tramutarsi nel soddisfacimento di interessi o ambizioni personali. Vivere di politica significa espletare un servizio per la comunità. Non solo per i cittadini che ti hanno sostenuto, ma anche per tutti gli altri. Se vivi di politica devi rendere un servizio al prossimo, essere a loro disposizione, essere di aiuto, collaborare e nello stesso tempo capirne i bisogni e le necessità al fine di trovare le soluzioni opportune. L'unico modo è parlare, confrontarsi con i cittadini, cercare in loro anche una sponda per progettare e realizzare il modello giusto di società per il futuro. Ciò farà in modo che i politici vengano stimati e considerati un vero aiuto per i cittadini. Se, invece, i politici si adoperano per creare una rete di sostenitori e amici, se approfittano della loro posizione per soddisfare i propri interessi personali e politici saranno sempre percepiti come un peso enorme per la comunità.
Pertanto, mi rivolgo a chi vive di politica, vecchi e nuovi, interpretate il vostro ruolo, qualunque sia, come un servizio per i singoli e per la comunità a cui appartenete. Diversamente sarete un peso che dividerà e lo stesso peso, inevitabilmente, prima o poi schiaccerà anche voi. Nello stesso tempo mi rivolgo ai cittadini, l’unico modo per non far deragliare i politici dai loro doveri è partecipare attivamente alla vita politica della comunità, controllare l’operato degli eletti e non dividersi in tifosi scellerati che credendo di far vincere la propria fazione non si accorgono che stanno affondando tutti insieme. Un futuro migliore esiste, ma dobbiamo costruirlo tutti insieme.



I lavoratori Mancini due mesi di presidio

Comitato di lotta Frosinone

Domenica 28 settembre. Una domenica come tante… ma non per tutti.
Oramai il numero di senza lavoro di coloro che devono tagliare sui bisogni a causa di un reddito sempre più basso aumenta quotidianamente.
Non tutti però sono in silenzio, non tutti accettano supinamente questo stato.
Tra questi vi sono i lavoratori della ex Mancini che dal 28 luglio sono in presidio presso la loro azienda per le dovute spettanze che da tempo attendono ma non le vedono all’orizzonte.
Un gruppo di lavoratori coraggioso e combattivo, che disegna, come dice qualcuno, la civiltà del lavoro e dei diritti di questa provincia. Una civiltà non sempre compiuta ma presente nei ricordi appannati di tutti. Oggi tutto sembra lontano nel tempo, disperso nella storia.
Eppure il gruppo appare isolato, quasi respinto dalle istituzioni e dalle organizzazioni preposte alla difesa dei diritti sociali. Una spina nel fianco che oggi alcuno ha voglia di guardare né di tentare di togliere risolvendo i nodi presenti.
Il padrone, la controparte, appare una montagna invalicabile. Ma nel tempo questi lavoratori hanno contribuito ampiamente alla crescita della montagna. Hanno faticato, hanno impegnato la parte migliore della loro vita per il “padrone” ed oggi si trovano senza reddito, senza futuro, senza alleati validi e sinceri.
Le istituzioni a loro volta sono lontane, indispettite dalle proteste di chi subisce, forse prive di reali capacità di intervento, avendo da tempo anch’esse abdicato al cosiddetto libero mercato, che però, lo sanno i lavoratori, è frequentato non da libere forze ma da forze violente che impongo nuove e più cocenti regole a tutti, senza scrupolo alcuno, nemmeno di quel poco che la legislazione sociale offre.
Salari non pagati, tfr non elargiti, cig in ritardo di mesi, mobilità ridotte all’osso, posti di lavoro che scompaiono come mosche, sono tra le tante cose che le istituzioni non riescono a risolvere e che non si preoccupano di risolvere…
La politica gioca alle finte elezioni provinciali, finalmente senza inutili promesse alle masse, senza favori, anzi risparmiando quei soldi che prima servivano a “convincere”. La politica si fa liquida davanti alle richieste dei lavoratori, dei disoccupati, dei disperati; restituisce una idea fortemente ancorata agli interessi di correnti personalistiche e legati a gruppi speculativi, pronti a succhiarsi le ultime risorse disponibili.
Rimane solo il coraggio, la dignità dei lavoratori, quelli che con le lotte tengono vivo quell’ultimo filo di voce di chi racconta la civiltà del lavoro e dei diritti.
Dalla tenda al 174 giorno di protesta, un abbraccio forte e sentito ai lavoratori della ex Mancini. 

Amarezza, malinconia, impotenza…

Antonia Sani, Ivano Di Cerbo, Valentino Parlato  . fonte: http://ilmanifesto.info/


Roma e la Liberazione. La Resistenza viene conservata come in una teca. Da tenere da conto, sempre, anche se ormai «fuori moda»

Nella notte tra il 22–23 set­tem­bre qual­cuno, qual­cuna di noi ha rice­vuto que­sto sms: «Oggi alle 10.30 con il tri­co­lore Anpi… a Ponte Gari­baldi fiori per Carla Cap­poni e Sasà Ben­ti­ve­gna. Ver­go­gna. Solo il Tevere ha accolto ieri le loro ceneri…».
Ciò che era nell’aria da tempo è avve­nuto. Ma come? Cer­chiamo invano una cro­naca. Un Tevere limac­cioso ine­so­ra­bil­mente deserto è com­parso per qual­che secondo sul Tg Lazio del giorno 23, fuori campo la voce del sin­daco Marino reci­tava che Roma non avrebbe mai dimen­ti­cato i due prota­go­ni­sti della Resi­stenza romana…
Le ceneri di Carla Cap­poni (morta nel 2000) e del suo com­pa­gno Sasà Ben­ti­ve­gna (morto nel 2012) erano custo­dite dalla figlia Elena nella sua casa di Zaga­rolo (Roma) in attesa di una degna sepoltura.
Si è capito ben pre­sto dal «No» del Cimi­tero acat­to­lico di Testac­cio, su cui Elena con­tava per esau­dire un desi­de­rio dei geni­tori, che tro­vare una degna sepol­tura per i due gap­pi­sti non sarebbe stata un’impresa sem­plice. Passi da parte delle auto­rità locali ne sono stati fatti, ma evi­den­te­mente privi di quel con­vin­ci­mento inte­riore neces­sa­rio per por­tare a com­pi­mento il rico­no­sci­mento di un merito che nel clima poli­tico di que­sti ultimi anni, una sorta di disa­gio cre­scente lo creava.
In soc­corso dello sco­ra­mento di Elena si era mosso all’inizio dell’estate il Museo di via Tasso offrendo ospi­ta­lità alle ceneri, fin­ché non si fosse tro­vata la sede defi­ni­tiva per la sepol­tura. L’Anpi di Roma da parte sua aveva pro­po­sto che i due pro­ta­go­ni­sti della Resi­stenza romana fos­sero accolti nel monu­mento dedi­cato ai caduti per la Libe­ra­zione di Roma…
I vin­coli buro­cra­tici, l’inerzia che carat­te­rizza da noi ogni pro­ce­di­mento ammi­ni­stra­tivo diven­gono un utile alibi quando un’azione è meglio riman­darla: «queta non movere»…
Elena, alla fine l’ha capito, e ha dato corso a quella che defi­niva «la seconda scelta» dei suoi genitori: le loro ceneri affi­date alle acque del Tevere.
Nulla sap­piamo di come ciò sia avve­nuto. Forse quei papa­veri rossi che Carla tanto amava saranno stati get­tati nel Tevere insieme a ciò che restava di lei, della sua lumi­nosa bel­lezza, che i meno gio­vani tra noi ben ricordano….Già negli anni del com­pro­messo sto­rico Carla comin­ciava a creare imba­razzi: il suo corag­gio ardente, il suo indo­mito anti­fa­sci­smo vis­suto «con cuore di donna» susci­tava nei comizi l’entusiasmo dei gio­vani (e lo sgo­mento pal­pa­bile dei segre­tari delle sezioni del Pci, pre­oc­cu­pati delle rea­zioni degli scout, i nuovi invi­tati).

Il clima poli­tico stava cambiando.
La cul­tura sem­pre più accre­di­tata della non­vio­lenza ren­deva dif­fi­cile difen­dere l’azione dei Gap dall’accusa di ter­ro­ri­smo, soste­nere la sua col­lo­ca­zione tra gli atti di guerra, con­si­de­rare via Rasella un atto di eroi­smo, uno scatto di dignità con­tro la fero­cia nazi­fa­sci­sta sulla popo­la­zione romana che l’aveva determinato.
Carla Cap­poni fu meda­glia d’oro della Repub­blica, par­la­men­tare del Pci eletta con un vastis­simo con­senso, rico­no­sciuta pro­ta­go­ni­sta di quella Resi­stenza che tut­ta­via, ben­ché con­di­visa da donne e uomini di diverse ten­denze e idea­lità uniti nella lotta al fasci­smo, era dive­nuta nei decenni sempre più patri­mo­nio riven­di­cato dalla sinistra.
Furono le forze di sini­stra a bat­tersi per il rispetto e l’attuazione dei prin­cipi costi­tu­zio­nali, le ammini­stra­zioni di sini­stra a tenere vivo nei decenni l’esempio di chi aveva dato la vita per la demo­cra­zia nel nostro paese.
Ma pro­prio que­sta fedeltà rischia di essere tra­volta nel folle volo com­piuto dal Pci nella sua corsa verso il «nuovo», un «nuovo» che è sfu­ma­tura delle dif­fe­renze, annul­la­mento di tutto ciò che può ren­dere meno piatto il presente…
Gli eroi della Resi­stenza acqui­stano il sapore di un reperto oleo­gra­fico:sono da con­ser­varsi in una teca, come i gio­ielli di fami­glia, da tenere da conto, ma rima­sti fuori moda. Bat­tersi per una degna sepol­tura di Carla e Sasà avrebbe com­por­tato ripor­tare a galla recri­mi­na­zioni mai sopite, schie­rarsi in una difesa a tutto campo di valori rico­no­sciuti come attuali… I nostri gover­nanti, i nostri ammi­ni­stra­tori non se la sono sen­tita. Que­sta è la verità. Ha detto bene il pre­si­dente dell’Anpi di Roma: «Le ceneri dei due pro­ta­go­ni­sti della Resi­stenza romana finite nel Tevere, sono un buco nero per la democrazia».


Globalizzazione dell'inciucio.

Luciano Granieri


Se a livello nazionale il decreto sblocca Italia sblocca zero. Qui in terra ciociara il derby  del Pd ha prodotto  lo sblocco della presidenza della Società Ambiente Frosinone (Saf). Una poltrona che è stata per lungo tempo oggetto di scambio con la candidatura alla  Provincia.  Francesco Scalia, in cambio dell’endorsement ,dei demo- fascisti riuniti,  al  suo protetto per la poltrona di presidente della Provincia Antonio Pompeo, cedeva  alla reunion piddiellina la guida, per un loro uomo, della Saf.  Lo schieramento antagonista, invece, quello guidato dall’altro Francesco del Pd, De Angelis ,che punta su Enrico Pittiglio per la corsa alla Provincia,  rimaneva fermo sul nome dell’ex manager Asl Mauro Vicano non spendibile per ulteriori trattative .  

Nel corso della riunione dei sindaci,  soci della Saf, si sarebbe dovuto finalmente eleggere il nuovo Presidente. A conti fatti i primi cittadini favorevoli a Scalia e alla reunion Piddiellina, sostenitori di Pompeo alla Provincia, avrebbero dovuto imporre la forza dei  numeri ed eleggere o il loro uomo,  Scittarelli, o ottenere un rinvio al fine di trovare un candidato un po’ meno debole e un po’ più gradito ad Abruzzese e soci . 

Dopo liti, insulti, abbandoni e ritorni, a sorpresa risultava eletto Mauro Vicano, l’esponente della compagine numericamente meno significativa, quella cioè del Pd “meno democristiano” di De Angelis, pigmalione di Pittiglio per la corsa alla Provincia. Apriti cielo. Sui giornali e media locali si evidenziava come la strana alleanza, mezzo Pd, democristiani e demo fascisti, fosse andata in pezzi alla prima prova significativa, mentre dall’altra sponda  la  forza ideologicamente  meno contaminata, avesse avuto buon gioco.  

E’ pur vero che la nostra terra in quanto a stranezze politiche non ha rivali. Ma l’elezione del minoritario  Mauro Vicano alla presidenza della Saf è veramente  un fatto così  inaspettato?  Se permettete avrei qualche  dubbio. Non è forse possibile  che l’inciucio abbia  travalicato gli schieramenti?  Che il contrasto in apparenza così aspro fra le squadre di Scalia e De Angelis, non sia un gioco della parti per mascherare altri inconfessabili accordi? La presidenza  della Provincia a Scalia, quella dalla Saf, e magari del Cosilam, piuttosto che dell’Asi, a De Angelis, ad esempio . 

E guardando oltre, perchè non ipotizzare un accordo già bell’e fatto su consiglio e giunta?  Io voto  due consiglieri tuoi, tu però mi lasci un posto in giunta.  Il  dubbio che la spartizione sia cosa fatta  e che le schermaglie  della campagna elettorale siano solo polvere da gettare negli occhi della gente che non vota è forte.  E, come diceva il buon Andreotti,  a  pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina. 

Ma a noi , popolo bue,  sta bene che sopra le nostre teste, ci si dividano le spoglie del “NOSTRO” patrimonio pubblico  Provinciale?  Non sarà eccessiva  l’esclusione sempre più massiccia dalle   decisioni che coinvolgono la nostra vita?   Ricordo che qualche tempo fa si faceva un gran farneticare di ronde cittadine a difesa dell’ordine pubblico minacciato dalla presenza nei quartieri di extracomunitari, tossicodipendenti,  prostitute. Non sarebbe il caso che, anziché mobilitarsi per menar le mani contro chi subisce le stesse nostre  ingiustizie, ci si  organizzasse, in modo non violento ma giuridicamente efficace,  per controllare  quale logica vi sia dietro certe candidature, come si determinino  certe nomine,  quali siano le procedure sulla  concessione di appalti, da parte degli enti, verso determinate aziende, come vengano spesi i denari che noi cittadini paghiamo attraverso le tasse? Se non è possibile per ora riacquistare agibilità democratica, almeno che si pretenda  trasparenza e verità. Ne va della nostra dignità.

venerdì 26 settembre 2014

DA NABLUS PER ROMA

Samantha Comizzoli

Un ringraziamento video ed un invito per la manifestazione del 27/09/2014 a Roma per la Palestina, da Nablus.