Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 14 agosto 2015

Dopo un anno non è cambiato nulla. Buon Ferragosto

Luciano Granieri

Come il rifiuto del neoliberalismo ha salvato l’economia della Bolivia

Federico Fuentes

La piccola nazione andina della Bolivia ha ricevuto lodi da molti   grazie alla sua trasformazione politica che ha sperimentato   nello  scorso decennio.
La curiosità per questa conversione da paese con una difficile situazione economica a economia che cresce con maggior rapidità in tutta la regione, è stata enfatizzata dal fatto che si è verificata con il presidente di sinistra Evo Morales. Comprendere il modo in cui il governo di Morales ha ottenuto questa trasformazione è di grande interesse per coloro che cercano un’alternativa al neoliberalismo tormentato dalla crisi.
Prima dell’elezione di Morales avvenuta nel dicembre 2005, i boliviani avevano sopportato 20 anni di neoliberalismo. Una serie di governi di destra avevano privatizzato le compagnie di proprietà statale e  avevano trasferito il controllo di pezzi dello stato a istituzioni finanziarie.
Quando le entrate pubbliche si sono ridotte, il paese è entrato in un circolo vizioso di deficit e di debito. Ogni nuovo bilancio richiedeva ulteriori prestiti internazionali che erano sempre accompagnati da maggiori condizioni restrittive. I prestiti e gli aiuti internazionali hanno finito per coprire circa metà degli investimenti pubblici della Bolivia.
Tuttavia, da quando hanno eletto il loro primo presidente indio in una nazione con una maggioranza di popoli indigeni che precedentemente venivano esclusi, i boliviani hanno sperimentato tassi di crescita economica maggiori che in qualsiasi periodo compreso negli ultimi 35 anni.
Contemporaneamente, la disuguaglianza è stata molto ridotta e il debito pubblico è stato portato sotto controllo. Questi successi sono il risultato della strategia totale del governo di focalizzarsi sul recupero della sovranità sull’economia e sullo stato.
Nazionalizzazioni
Quando Morales prestò giuramento nel gennaio del 2006, disse: “Dopo aver sentito i rapporti avuti dalle commissioni di transizione, ho visto come lo stato non controlla lo stato e le sue istituzioni. C’è una dipendenza totale.”
Ha descritto la Bolivia come “una nazione transnazionalizzata” e ho trovato che, con il pretesto della “capitalizzazione” – un eufemismo usato al posto di privatizzazione – “il paese è stato decapitalizzato”.
Morales ha detto, perciò, che la Bolivia aveva bisogno di “nazionalizzare le nostre risorse naturali e di mettere in atto un nuovo modello economico”.
Questo nuovo modello, noto come “Nuovo modello economico, sociale, comunitario e produttivo”, ha cercato di ridurre il neoliberalismo:
° Riaffermando la sovranità dello stato sull’economia, particolarmente sulle risorse minerarie della Bolivia;
° Abbandonando la tradizionale posizione della Bolivia come paese esportatore di materie prime industrializzando queste risorse;
° Promuovendo i settori produttivi come la produzione e l’agricoltura;
° Redistribuendo la ricchezza del paese per contrastare la povertà;
° Rafforzando la capacità di organizzazione della classe operaia e delle forze dei campesinos (i contadini) come i due pilastri essenziali della transizione al socialismo in Bolivia.
Secondo il ministro dell’economia Luis Arce Catacora, questo modello economico poggia su due pilastri: i settori strategici, come gli idrocarburi e l’attività mineraria     che producono  rendite   e i settori produttivi, come quello manifatturiero,  il turismo, il settore immobiliare  e l’agricoltura che generano profitti e posti di lavoro.
Per infrangere la dipendenza dell’economia dalle esportazioni delle materie prime, il governo ha usato le rendite prodotte nel settore strategico per industrializzare le risorse naturali e promuovere i settori produttivi, mettendo in risalto le imprese collettive, cooperative e a base famigliare.
Un punto programmatico fondamentale del nuovo modello economico è stata la nazionalizzazione del settore degli idrocarburi. Prima della nazionalizzazione, il capitale transnazionale rivendicava l’82% della ricchezza generata dai diritti sul gas. Nel nuovo sistema, lo stato si tiene circa l’80% della rendita del gas. Questo significa che l’ammontare totale del reddito del gas ricevuto dal governo boliviano durante i primi sei anni di Morales era circa sette volte più grande di quello ottenuto durante i cinque anni precedenti.
La raccolta di entrate è stabilito che aumenti ulteriormente, dato che la Bolivia comincia a esportare gas trasformato che ha un valore aggiunto, come risultato del suo programma di industrializzazione.
Il governo di Morales ha anche realizzato le nazionalizzazioni in altri settori strategici come l’attività mineraria, le telecomunicazioni e l’elettricità. Prese nel loro complesso, queste nazionalizzazioni hanno messo in grado lo stato di diventare il maggior protagonista nell’economia.
Al contrario del capitale transnazionale, la cui sola motivazione è il profitto, lo stato ha diretto le sue attività economiche ad assicurare ai boliviani di avere maggiore accesso ai servizi essenziali.
Nei primi 5 anni del governo Morales, il numero di famiglie che hanno l’allacciamento alla rete del gas è salito all’83%.  La percentuale di famiglie con accesso all’elettricità è aumentato dal  20% al 50%, e il numero di comuni con copertura di telecomunicazioni è salita da 110 a 324 su 339.
I boliviani hanno anche beneficiato di un incremento di spesa per la sanità e per l’istruzione, dell’introduzione di benefici per la sicura    sociale, di aumenti di salari e di controllo sui prezzi degli alimenti di base.
Queste politiche a favore dei poveri hanno contribuito a condurre a  un aumento improvviso della domanda interna. Questa è stata la vera forza che ha spinto alla spettacolare crescita economica della Bolivia. La domanda esterna – colpita dalla crisi economica globale – ha avuto un impatto negativo sulla crescita, ma la domanda interna è cresciuta a una media del 5,2% all’anno tra il 2006 e il 2012.
Anche la redistribuzione dei fondi da parte dello stato ha contribuito ad alimentare un    aumento del numero delle imprese registrate – da meno di 20.000 nel 2005 a più di 96.000 a metà del 2013. Questo a sua volta ha creato posti di lavoro, provocando una grossa diminuzione della disoccupazione.
Per aiutare a favorire il settore “comunitario” (gestito collettivamente), il governo ha fatto sperimentazioni con piccole imprese di proprietà statale per la produzione di  cibo confezionato, con l’oro e con la produzione di cartone.  Il piano è di trasferire queste compagnie alle comunità locali perché le gestiscano.
Inoltre, più di 20 milioni di ettari di terra sono stati trasferiti alle comunità di campesinos come proprietà comunitaria o sono stati messi sotto il controllo diretto dei proprietari indigeni della terra. Piccoli produttori agricoli ora hanno un accesso preferenziale alle attrezzature, forniture, prestiti senza alcun interesse, e mercati sovvenzionati   dallo stato.
Rifondare lo stato
Questi avanzamenti in campo economico sono stati accompagnati da cambiamenti nel settore politico allo scopo di responsabilizzare le classi indigene e popolari della Bolivia.
Il governo di Morales continua a funzionare nella sua struttura di cultura capitalista e di relazioni sociali profondmente radicate. E’ stato però in grado di usare le maggiori entrate provenienti dalla nazionalizzazione del gas per rompere la sua dipendenza dai finanziamenti internazionali e per iniziare a “nazionalizzare” lo stato.
Dato che le tasse  e le royalty   raccolte dallo stato che erano il  28% del PIL nel 2004  sono arrivate al 45% nel 2010, il debito pubblico è crollato dal 90% del PIL nel 2003 al 31,5% nel 2012.
Questa forte posizione economica ha permesso al governo di   dettare  la sua propria politica interna ed estera, libero da imposizioni decise dalle istituzioni finanziarie internazionali.
Oggi non sono i funzionari degli Stati Uniti o del Fondo Monetario Internazionale che sviluppano le politiche governative; sono invece i movimenti sociali della Bolivia che ricoprono questo ruolo. Per facilitare questo processo, nel 2007 il governo ha iniziato la Coalizione Nazionale per il Cambiamento (CONALCAM).
Il CONALCAM mette insieme le principali organizzazioni indigene e  popolari della Bolivia con rappresentanti statali per coordinare e discutere le strategie.
Quando i dibattiti tra il governo e la sua base sociale si sono trasferiti sulle strade, il governo ha cercato il dialogo e il consenso. Ha ceduto dove era necessario, ma ha sempre tentato di continuare a portare avanti il processo.
Il passo più importante fatto dal governo di Morales nella sfera politica è stato di indire un’Assemblea Costituente eletta. Stabilita per riscrivere la costituzione della Bolivia, lo scopo dell’Assemblea era di creare un nuovo stato “plurinazionale” che ha finalmente riconosciuto le “nazioni” indigene precedentemente escluse e ha fornito loro una struttura legale per aiutarle a portare avanti le loro richieste.
Le tradizionali élite della Bolivia hanno cercato di bloccare i cambiamenti spinti dall’Assemblea Costituente. La loro opposizione alla minaccia ai loro interessi da una nuova costituzione ha innescato il loro tentativo di colpo di stato senza successo del settembre 2008. La profonda natura della mobilitazione di classe in questo periodo, unita all’abilità del governo di Morales di espandere e unire la sua base di supporto tra le classi  indigene di lavoratori, i militari e a livello internazionale, è stato il fattore chiave nella sua capacità di sopprimere la rivolta della destra.
Malgrado alcune importanti debolezze, la versione finale della costituzione approvata alla fine del 2008 è generalmente considerata come una conquista importante  dei movimenti sociali. Soddisfa tre richieste fondamentali del movimento sociale: il pluri-nazionalismo, l’autonomia indigena e il controllo popolare sulle risorse naturali.
La nuova costituzione ha facilitato il processo di “decolonizzazione” dello stato. Per esempio, ha preparato la strada per le prime elezioni popolari per eleggere le autorità giudiziarie.
Dopo le elezioni dell’ottobre 2010, un numero record di donne (il 50%) e di indigeni (il 40%) sono arrivati a frotte nella magistratura  l’accesso alla quale in precedenza era ristretto a coloro che avevano legami con i tradizionali partiti dominanti della vecchia élite.
‘Governare obbedendo’
Il governo di Morales ha dimostrato che è possibile un’alternativa al neoliberalismo. Al centro di questa c’è stato il recupero del controllo popolare sullo stato e l’economia. I risultati sono evidenti.  Nessuno di questi è stato facile: il governo ha dovuto fronteggiare  una rivolta della destra che minacciava di diventare un colpo di stato militare. Ha dovuto anche fronteggiare un apparato statale capitalista che aveva ereditato e che è in gran parte  sprovveduto  per attuare riforme progressiste.
Infine ha affrontato proteste da parte dei suoi sostenitori che si sono mobilitati per    le  speciali  richieste dei loro settori.
Malgrado questo, dopo 10 anni, il governo di Morales continua ad avere il sostegno della maggior parte dei boliviani. Questo è stato possibile perché la maggioranza è d’accordo con la strategia e perché Morales è restato fedele alla sua parola di “governare obbedendo” al popolo.
Coloro che cercano di apprendere lezioni dall’esempio della Bolivia dovrebbero anche imparare da questo tipo di approccio al modo di governare.

giovedì 13 agosto 2015

Io salvo le terme romane. Un cartello vi seppellirà

Luciano Granieri



La lotta per la salvaguardia delle Terme Romane dall’asfaltatura degli Unni costruttori - che ha visto un primo round vinto da questi ultimi spalleggiati dal sindaco Ottaviani- si è giocata e si sta giocando sull’esibizioni di cartelli.  Durante il consiglio comunale indetto per approvare i programmi urbanistici utili alla concessione del titolo edilizio agli Unni costruttori, che proveranno  a seppellire sotto 35.000 metri cubi di cemento i reperti archeologici delle terme romane,  furono sequestrati i cartelli di protesta ai cittadini che stavano contestando i provvedimenti. Per contro, una volta che la delibera asfaltatrice fu approvata, altri cartelli furono esibiti con fare denigratorio verso l’uditorio, dal sindaco e dalla giunta gongolante di aver confezionato il bel regalo agli Unni di cui sopra. Dentro il consiglio comunale la legge non è uguale per tutti. Ma fuori dalle stanze del potere c’è un mondo. Un mondo di cittadini frusinati consapevoli che il patrimonio archeologico va salvaguardato e sottratto alla logica devastatrice della speculazione. Quel mondo è armato di cartelli che mostrano la determinata volontà di salvare le terme romane. Manifesti che nessuno potrà mai sequestrare e che finiranno per seppellire coloro i quali vogliono seppellire. Un grazie di cuore a Serena Vona che ha lanciato l’idea di farsi fotografare esibendo il cartello “Io  salvo le terme romane” La speculazione edilizia ha vinto solo il primo round, ma sappiano i contraenti del patto feroce  ordito per distruggere il patrimonio archeologico delle terme, che quel mondo di persone esiste. Guerrieri  armati semplicemente di cartello, che faranno  del tutto, dopo aver perso la prima battaglia, per vincere la guerra.

video a cura di Luciano Granieri.

mercoledì 12 agosto 2015

Esami diagnostici a babbo, mamma, figlia e tutta la famiglia morti.

Simona Grossi  Coord. Prov. Della sanità

La cura Zingaretti-Mastrobuono condivisa e difesa dai vari Buschini, Bianchi e Fardelli per rendere efficiente e funzionale l’organizzazione sanitaria di questa provincia ha dato risultati ottimi, tutti i cittadini sono contenti e i tempi di attesa non ci sono più.
Sono rimasta sconcertata questa mattina, allo sportello del cup, dove mi sono recata per prenotare delle visite di controllo, sono stata invasa dalla rabbia e dalla protesta.
Infatti una mammografia bilaterale la potrò fare a Ferentino soltanto il 10\08\2016, perché mi hanno detto che Alatri è chiuso. Guarda caso mi seguiva da tempo il responsabile del reparto radiologico dello stesso  sopracitato ospedale.
L’altro esame (ecocardiogramma), mi è stato prenotato in data 06\04\2016. Alla faccia della prevenzione e dell’efficienza.
Ma i nostri sindaci, i nostri parlamentari, il presidente della provincia, i nostri consiglieri regionali e provinciali, e i loro rispettivi familiari, parenti stretti ed affini, seguono gli stessi tempi di attesa quando hanno bisogno di cure? oppure con una semplice telefonata risolvono il problema? E quando hanno bisogno di interventi chirurgici, come spesso si è verificato e continuamente si verifica, perché si rivolgono alle strutture private eccellenti e non seguono l’iter dei comuni cittadini inserendosi nelle liste di attesa delle strutture sanitarie pubbliche?
Lo sanno che questo comportamento danneggia fortemente la sanità pubblica, perché è un segno evidente di sfiducia e una grande mortificazione per gli operatori sanitari tutti.
A questo è servito l’accordo tra Federlazio e Asl per la riduzione dei tempi di attesa?

Regno Unito, storia di foto e parole negate.

Hamdi abu Rahma


La prima Nazione a non  rilasciarmi   un visto d’ingresso nel loro paese  a causa del sostegno all’occupazione israeliana al mio paese la Palestina. Hamdi abu Rahma, la tua richiesta di visto per l’ingresso nel Regno Unito è stata rifiutata!.  Dopo oltre tre mesi trascorsi ad organizzare e pianificare il mio viaggio nel Regno Unito allo scopo d i tenere una serie di conferenze in Inghilterra e Scozia e partecipare all’edizione annuale del Fringe Festival di Edinburgo, la mia richiesta di visto è stata respinta. Uno dei più importanti festival d’arte mi aveva invitato ad esporre le mie foto che illustrano la resistenza non violenta, e a descrivere  la vita in Palestina ad un uditorio britannico. Il governo del  Regno Uniti, ha rifiutato di concedermi un visto oggi  e la ragione del rifiuto è stata che io non sarei stato in grado di fornire un conto corrente bancario o altra documentazione a dimostrazione della mia capacità economica di sostenere il viaggio e la permanenza.  Nonostante l’invio della documentazione inerente alle sponsorizzazioni che avrebbero finanziato il mio viaggio, con la specifica della copertura di tutte le spese inerenti a  spostamenti e alloggio la domanda di visto è stata rigettata. Ho viaggiato molto con lo scopo di raccontare la storia della Palestina attraverso le mie foto e il Regno Unito è stato il primo Paese che ha bloccato il mio ingresso per motivi assurdi ed infondati. Ma noi conosciamo bene le ragioni di questo rifiuto. Il Regno Unito conosce  molto bene l’oggetto delle mie conferenze. Non vado nel loro paese per chiedere asilo o chiedere l’elemosina all’angolo della strade. Vado nel Regno Unito per educare il popolo britannico e porre alcune domande. Avete mai chiesto ad Israele perché commettono omicidi e uccidono donne bambini e uomini innocenti in Palestina? Sapete perché Israele occupa illegalmente le terre palestinesi e distrugge le nostre case?  Perché consentono ai coloni di profanare illegalmente le nostre case contro ogni legge internazionale?  L’autorità per il rilascio dei visto, non ha trovato alcuna prova di reati penali da me commessi  per motivare il loro rifiuto a rilasciare il permesso, solo la mancanza di dettagli finanziari che pure sono stati forniti. Un altro atto di ingiustizia contro il Popolo Palestinese e contro la nostra causa. Sono profondamente deluso di non aver potuto raggiungere il Regno Unito questa volta, ma vorrei ringraziare i miei amici nel Paese britannico per il loro supporto e per essersi offerti di ospitarmi nelle loro case. Sono notevolmente triste per questo rifiuto e per la perdita della meravigliosa opportunità di vistare il Regno Unito. Il mio ringraziamento più grande va a Phil Chetwind del Fringe Festival per il grande impegno che ha profuso per  organizzare questo viaggio e a tutte le persone che hanno contribuito economicamente alla realizzazione della mostra. Il mio sincero grazie agli scozzesi  per il loro amore e sostegno alla causa palestinese.

Questa non è la fine.

Traduzione e fotoclip  a cura di  Luciano Granieri

martedì 11 agosto 2015

Dichiarazione politica dei Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti d’America


Nonostante la crisi economica internazionale scoppiata nel 2007 stia lasciando il posto a una certa ripresa dell'economia nelle grandi potenze, principalmente negli USA, ancora si sentono i suoi colpi di coda: la disoccupazione di  milioni di lavoratori in tutti i paesi; i tagli alle spese per l’educazione, la salute e la previdenza sociale; la diminuzione delle pensioni e l'innalzamento dell’età pensionabile; gli attentati ai diritti sindacali e sociali, la flessibilità lavorativa, la precarizzazione; la crescita del debito pubblico nella gran maggioranza dei paesi. Tutto ciò conferma che i monopoli internazionali, la finanza mondiale, le potenze imperialista, le classi dominanti di tutti i paesi continuano a gettare il peso della crisi sulle spalle dei lavoratori e dei popoli.
Il rallentamento dell'economia della Cina, dell’India, della Turchia e di altre economie dei cosiddetti paesi emergenti, la recessione in diversi paesi dell'Unione Europea, la crescita smisurata del debito pubblico, lo sviluppo incontenibile della corsa al riarmo, i conflitti politici e militari scatenati dai paesi imperialisti, si collocano alle soglie dell’arrivo di una nuova crisi economica.
Gli ultimi avvenimenti della Grecia esprimono chiaramente l'avidità e l’arroganza dei paesi imperialisti dell'Unione Europea per imporre nuove misure restrittive dell'economia e dei diritti dei lavoratori, nuovi debiti per pagare quelli precedenti. In tal modo, assicurano i superprofitti delle banche e affermano, in maniera prepotente e sfacciata, il dominio del capitale e la subordinazione dei paesi dipendenti. La lotta della classe operaia, della gioventù e del popolo di Grecia, nonostante le sue dimensioni massive e la sua persistenza, a causa della mancanza di una corretta guida rivoluzionaria non è riuscita, finora, a fermare il saccheggio degli imperialisti e tanto meno a soddisfare le sue grandi necessità ed aspirazioni. L'elezione di un governo che si è presentato come difensore degli interessi dei lavoratori e del popolo, della sovranità nazionale, il referendum che ha proclamato la non sottomissione ai disegni della Troika non sono stati sufficienti per conquistare un'uscita dalla crisi a beneficio delle masse; si dimostra, un volta di più, che la via delle riforme, nonostante le intenzioni e la disposizione alla lotta delle masse, non porta nemmeno al superamento della crisi e che la liberazione della classe operaia dev’essere opera della stessa classe operaia, e che perciò è indispensabile l'esistenza e la forza del Partito rivoluzionario del proletariato.
II
In America Latina si sono conclusi gli anni di prosperità iniziati nel 2003-2004; le risorse provenienti degli elevati prezzi delle materie prime, del petrolio e dei minerali hanno determinato una crescita economica di tutti i paesi, ma di ciò non hanno beneficiato le masse lavoratrici e nemmeno lo sviluppo dell'economia nazionale; esse sono state usate per avviare un processo di modernizzazione del capitalismo, per ribadire la dipendenza, affermare la dominazione e lo sfruttamento capitalistico. La corruzione è dilagata in questo contesto, trasformandosi in espressione generalizzata nell'amministrazione pubblica. Buona parte di tali risorse sono finite in spese di lusso e inutili.
L'abnorme crescita del debito pubblico, l'apprezzamento del dollaro, le svalutazioni monetarie, la diminuzione dei prezzi del petrolio e delle altre risorse naturali, delle materie prime e dei prodotti agricoli e zootecnici, stanno provocando una netta decelerazione del PIL, così come la diminuzione degli investimenti sociali. In Brasile e in Argentina è tornata di nuovo la crisi e colpisce le masse lavoratrici che sono gettate nella disoccupazione, costrette a sopportare l’aumento del costo della vita, i giovani che non riescono a trovare un lavoro.
Tutti i popoli dell'America Latina sono minacciati dall’esplosione di una crisi economica che colpirà le masse lavoratrici, i popoli, ma che incontrerà nuovi livelli di resistenza della classe operaia.
L'America Latina è attualmente lo scenario di un'intensa disputa interimperialista. Mentre gli USA cercano mantenere il loro dominio e l’egemonia sulla regione, i paesi imperialisti dell'Unione Europea, altre potenze imperialiste come la Cina e la Russia, incrementano i loro prestiti ed investimenti, insediano imprese e banche e concretizzano accordi multilaterali coi diversi governi.
In tale contesto sottolineiamo l’incremento dei grandi investimenti cinesi, e i debiti verso questo paese, in Brasile, Argentina, Venezuela, Nicaragua, Perù ed Ecuador, così come le azioni e le misure promosse dall'OCSE, dai BRICS e dalla NATO che rendono complesso il panorama economico e politico della regione.
III
Dal Rio Grande alla Patagonia le classi lavoratrici, i popoli nativi e la gioventù esprimono il loro dissenso con la protesta e le azioni contro il capitale e l'imperialismo, in opposizione ai tagli dei diritti sociali e sindacali, alla criminalizzazione della lotta sociale e alla repressione. Grandi mobilitazioni e scioperi si sviluppano in tutti i paesi, evidenziando la decisione delle masse lavoratrici di iscrivere le loro lotte in ampi processi unitari e indirizzarle nel processo di liberazione.
La lotta di classe si esprime anche nelle viscere dei paesi imperialisti, negli USA e in Canada, dove i lavoratori, gli afroamericani e i migranti combattono per i loro diritti civili e sociali, affrontano le politiche antipopolari e xenofobe dell'amministrazione Obama.
La risposta di massa alla crisi capitalista, ai fallimenti e all’incapacità che costantemente manifestano l'imperialismo e dei governi dell'America Latina, continua a segnare l'acuto confronto politico che oggi si vive nei nostri paesi. Le politiche che oggi applicano i governi dell'America Latina, seguendo gli indirizzi dell'imperialismo nordamericano e di entità come il FMI e la Banca Mondiale, sono insopportabili per la classe operaia, i lavoratori in generale e i popoli.
L’opposizione cresce e le azioni di lotta si generalizzano rifiutando il pesante fardello costituito dalla disoccupazione, dalla precarietà e dal crescente lavoro nero, dalle pesanti tasse, dal debito esterno, dall’elevato deficit fiscale e dal permanente disconoscimento dei diritti sociali e politici delle masse lavoratrici.
In questa prospettiva l’ascesa della lotta sociale, che si esprime oggi in differenti forme, negli scioperi, nelle proteste e nelle mobilitazioni, continuerà a svilupparsi come risposta all’approfondimento della dipendenza dei nostri paesi nei confronti dell’imperialismo, alla dominazione e allo sfruttamento dei capitalisti, alla crescita della povertà e della disuguaglianza sociale, alla cancellazione dei diritti sociali e delle libertà pubbliche.
IV
Gli avvenimenti dimostrano che i governi apertamente conservatori, come quelli del Messico, della Colombia e del Perù, e i cosiddetti governi alternativi o del "socialismo del XXI secolo", sono interessati a mantenere la proprietà privata dei mezzi di produzione, il potere dei monopoli, così come la difesa degli attuali sistemi politici antidemocratici che favoriscono la dipendenza, perpetuano le disuguaglianze sociali e restringono i diritti politici dei lavoratori e dei popoli.
Il fallimento dei cosiddetti governi progressisti o alternativi, che si sono oggi trasformati in amministratori della crisi, sostenitori e rappresentanti di settori borghesi in ascesa, dei monopoli internazionali e di differenti paesi imperialisti, mette chiaramente in luce che la liberazione dei lavoratori e la vera indipendenza non possono venire da una frazione delle classi dominanti, non saranno il risultato di "nuove" teorie e proposte politiche esibite dai rinnegati del socialismo; al contrario,  affermiamo che la liberazione degli operai e dei popoli dev’essere opera di loro stessi ed una responsabilità ineludibile dei partiti rivoluzionari del proletariato fedeli al marxismo-leninismo.
V
Nei nostri paesi si sviluppano importanti azioni, alle quali esprimiamo e manteniamo il più deciso appoggio.
In Messico, l'impulso dello Sciopero Politico Generale e il consolidamento del Fronte Unico per sviluppare la lotta dalla classe operaia e dei popoli, contro la politica pro-imperialista di Enrique Peña Nieto, per un Governo Rivoluzionario Provvisorio che renda possibile la convocazione di una Assemblea Nazionale Costituente e con ciò una Nuova Costituzione Politica, sono fatti propri da importanti settori sociali della città e della campagna.
In Perù, le azioni che si susseguono contro il governo di Ollanta Humala, il quale insiste nel criminalizzare la lotta popolare reprimendo e limitando al massimo i diritti delle organizzazioni della classe operaia, dei contadini e degli studenti, esprimono l’ascesa della lotta delle masse. Appoggiamo le azioni contro il saccheggio imperialista, le concessioni minerarie ed il super-sfruttamento dei lavoratori della città e della campagna, la costruzione del Fronte Popolare proposto dai rivoluzionari proletari come risposta alla svendita vorace delle risorse naturali e della sovranità, alla fascistizzazione e al deterioramento delle condizioni di vita del popolo peruviano.
In Uruguay, si assiste a un'importante rianimazione del movimento popolare in risposta alle misure  antipopolari prese dal terzo governo del Fronte Ampio, capeggiato da Tabaré Vázquez. La spinta verso modelli salariali che tendono alla riduzione del salario reale, il rifiuto di soddisfare la storica rivendicazioni del 6% del PIL per l'educazione pubblica, la politica di impunità per i crimini di lesa umanità compiuti durante la dittatura fascista, la rivelazione dei negoziati per entrare nel TISA (Accordo per il commercio dei servizi) che pone in pericolo la sovranità sui servizi pubblici, ed i progetti di riforma del sistema educativo e sanitario che favoriscono principalmente le imprese private, sono alcune delle politiche che il popolo affronta nelle strade e che meritano il nostro pieno sostegno.
Nella Repubblica Dominicana la sinistra e i settori democratici e progressisti, profondamente inseriti nella lotta sociale per i diritti sindacali e politici, preparano una campagna politica nella quale cercano di consolidare la loro unità in un progetto di convergenza che si imponga come alternativa politica di fronte al continuismo ri-elezionista del governo neoliberista di Danilo Medina.
In Ecuador crescono il dissenso e gli slogan contro Correa, il movimento popolare si salda in un ampio fronte sociale e politico ed assume il protagonismo nella lotta contro l'autoritarismo e la prepotenza del regime correista, mentre distingue nettamente le sue posizioni dall'opposizione borghese che tenta di presentarsi come alternativa nel post-correismo. Lo sviluppo della lotta sociale si generalizza, e si esprimerà nei prossimi giorni in un grande Sciopero nazionale per rigettare le politiche antipopolari del governo e affermare il cammino indipendente del popolo per i suoi diritti e la conquista di un nuovo domani.
Gli attacchi ai diritti dei lavoratori si susseguono in Brasile a causa della politica di alleanze col grande capitale e i monopoli. Il governo di Dilma Rousseff promuove un gigantesco assestamento fiscale e i suoi risultati sono l’arretramento dei diritti storici dei lavoratori e i tagli agli investimenti nelle aree sociali. Approfittando della perdita di popolarità del governo, un'opposizione rappresentata dall’estrema destra cerca di guadagnare forza e di presentarsi come il nuovo, ma in realtà rappresenta un progetto ancora più aggressivo di eliminazione dei diritti dei lavoratori che iniziò negli anni ’90 nel paese, ed è altrettanto coinvolta in casi di corruzione. Di fronte a questa situazione, la sinistra coerente e rivoluzionaria cresce e cerca di stringere alleanze con gli altri settori popolari, seguendo la linea dell’accumulazione delle forze attraverso la creazione di una grande fronte popolare che permetta ai lavoratori e al popolo di affrontare la grande borghesia e i latifondisti, e di conquistare il potere politico nel paese.
Respingiamo frontalmente la politica interventista dell'imperialismo nordamericano in collusione con l'oligarchia e la destra venezuelane per destabilizzare il governo di Maduro e approfittare a suo beneficio della crisi economica, per ritornare al passato. L'ingerenza imperialista attizza i conflitti territoriali con Colombia e Guyana con il proposito di accerchiare il Venezuela e sollevare la reazione.
Chiamiamo i rivoluzionari e i democratici del Venezuela, di Colombia e di Guyana a non lasciarsi manipolare, a unire le forze per lottare contro gli sfruttatori in ogni paese, percorrendo la via dell’unità dei popoli in lotta contro il nemico comune di tutta l'umanità.
In questi  momenti è chiara l'esistenza di un ampio ed acuto scenario di conflitto sociale e politico, nel quale appoggiamo le iniziative di unità popolare come base per portare avanti la lotta per il completo rivolgimento democratico, per la sconfitta della reazione e del riformismo, così da avanzare lungo il sentiero della rivoluzione e del socialismo, unica opzione per affrontare con successo le difficoltà create dall’offensiva imperialista, dal sabotaggio borghese e dalle concezioni socialdemocratiche.
Appoggiamo in Colombia la lotta del popolo e dei lavoratori per la pace con la giustizia sociale, respingiamo la pace come eliminazione dell’avversario, la pax romana promossa dal governo di Juan Manuel Santos, e in generale tutta la politica che cerca la resa del movimento popolare. Ci uniamo alla protesta popolare che rivendica una vera apertura democratica e con essa riforme democratiche che sbarrino le porte alla fascistizzazione, al neoliberismo e alla svendita del paese ai grandi investitori e monopoli stranieri. Ci uniamo alla proposta di dialogo nazionale senza condizioni e con piene garanzie in cui i partiti politici, le organizzazioni guerrigliere, le organizzazioni sociali e comunitarie e in generale l'insieme dei colombiani discuta le vere cause, le dimensioni e le alternative di soluzione al conflitto economico, sociale, politico ed armato che vive il paese da decenni. Appoggiamo la proposta di un’Assemblea Nazionale Costituente di carattere democratico e popolare, così come la lotta che in generale sviluppano i lavoratori e il popolo colombiano per la conquista da un governo democratico e popolare.
Negli USA la classe operaia sta lottando per migliorare le sue condizioni di vita ed i diritti sindacali, incluso il diritto di organizzazione e di sciopero, in opposizione alle privatizzazioni delle poste, dell'educazione, della sanità e al taglio delle spese sociali. Evidenziamo le lotte contro la brutalità e la repressione che colpiscono particolarmente i giovani afroamericani e latini, gli statunitensi poveri. I lavoratori ed i popoli degli Stati Uniti sviluppano importanti mobilitazioni contro la guerra imperialista e le sue conseguenze.
VI
I nostri Partiti e Organizzazioni, riaffermando la loro adesione ai principi rivoluzionari del marxismo-leninismo, proclamano la loro convinzione di proseguire la battaglia per organizzare e fare la rivoluzione, per l'instaurazione del potere popolare e la costruzione del socialismo.
 
Ci uniamo alle differenti lotte che si registrano nel continente, esprimiamo il nostro abbraccio solidale a tutte le organizzazioni impegnate con il cambiamento chiamandole a rafforzare i legami unitari avanzando nella formazione di una grande fronte di lotta contro l'imperialismo e la reazione nei nostri paesi e su scala internazionale.

PARTITO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO - BRASILE
PARTITO COMUNISTA DI COLOMBIA (MARXISTA-LENINISTA)
PARTITO COMUNISTA MARXISTA-LENINISTA DELL'ECUADOR
PARTITO DEI COMUNISTI DEGLI STATI UNITI
PARTITO COMUNISTA DEL MESSICO (MARXISTA-LENINISTA)
PARTITO COMUNISTA PERUVIANO (MARXISTA-LENINISTA)
PARTITO COMUNISTA DEL LAVORO DELLA REPUBBLICA DOMINICANA
ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA 28 FEBBRAIO DI URUGUAY
PARTITO COMUNISTA MARXISTA-LENINISTA DEL VENEZUELA
Quito, luglio 2015
 

lunedì 10 agosto 2015

Jazz Band di Anton Giulio Bragaglia

Luciano Granieri


L’articolo  che segue  probabilmente  non sarà gradito all’intellighenzia frusinate e neanche  a buona parte della cittadinanza, ma ritengo vada svelato un aspetto non proprio  edificante di un mostro sacro della nostra storia culturale e creativa. 

Mi riferisco ad Anton Giulio Bragaglia, spregiudicato e poliedrico fotograto,  regista di teatro e cinema, scrittore e giornalista. Come è noto soprattutto in  città, l’illustre nostro concittadino ( nacque a Frosinone l’11 febbraio del 1890), fu uno dei primi adepti del movimento futurista, archeologo, ma soprattutto culture dell’immagine, o meglio della combinazioni di  immagini con giochi di luce, e colori ,  fu un pioniere della fotodinamica. Fu anche instancabile “agitatore culturale” animatore di discussioni sull’arte e   sulla politica. Direttore di riviste, fondò il “Teatro degli Indipendenti” nel 1923. Teatro sperimentale, ma anche sede di spettacolini più leggeri con l’esibizione di ballerine. avanspettacolo bello e buono, a cui assistevano in incognito, re, ministri, principi e ambasciatori Diresse in alcune   piece teatrali attrici importanti  del calibro di Anna Magnani. La storia di Anton Giulio Bragaglia, insomma è nota a quasi tutti i ciociari e non sto qui a ripeterla. Bragaglia si è occupato di tutto lo scibile culturale, ma avrebbe fatto meglio a tralasciare la musica jazz. 

Nel 1929 infatti il regista  si cimentò nella redazione di una storia del jazz in Italia. In quell’anno, a sua firma,  per le edizioni Corbaccio, uscì “Jazz Band” il titolo potrebbe indurre il lettore a credere che la pubblicazione fosse di esaltazione  della musica jazz, in realtà li libro, smaccatamente reazionario e razzista, è fortemente  denigratorio verso  questa espressione musicale.

 In verità  la musica di cui Bragaglia si occupa non è jazz ,  quello, per intenderci,  diretta emanazione di New Orleans e di New York, ma è ciò    che si ascoltava nei night club più esclusivi , il Casanova, il Quirinetta, l’Hagy.  All’epoca il jazz era solo musica da ballo, tutte le orchestre, e furono molte, che approdarono in Europa  dagli Stati Uniti e quello che si formarono in Italia, con valenti musicisti, accompagnavano spettacoli di ballerini di colore.  Era considerato jazz  quello dell’orchestra commerciale di Paul Whiteman  uno dei tanti a cui fu attribuita la paternità dal jazz.  Bix Beiderbecke, Joe Venuti, Eddie Lang,  Jimmy e Tommy Dorsey, e tutti gli altri improvvisatori di New York  erano artisti sconosciuti ai più, anche per la mancanza di incisioni che arrivarono in Italia a partire dal 1926. 

Solo i  musicisti italiani delle orchestre ingaggiate nei grandi transatlantici come il Conte Grande o il Conte Biancamano che giungevano a New York da Genova, poterono conoscere i jazzisti americani e portare in Italia i loro dischi. Piero Rizza, Carlo Benzi, Potito Simone e tanti altri straordinari jazz man italiani  grazie alle  traversate su queste grandi navi poterono conoscere e divulgare il jazz improvvisato.



 All’epoca del libro di Bragaglia è possibile che i jazzisti improvvisatori, non avessero mai messo piede  e suonato  nei locali descritti  dal regista. Nel 1928  furoreggiava in Europa e in Italia  il mito di Josephine Baker, icona indigesta al regime e quindi da distruggere.

Ma leggiamo qualche passo di “jazz club
Nel capitolo Prodezze del Jazz  Bragaglia scrive:
Musica ammattita e gambe storte, suoni fischianti, arrugginiti, urli di sirene e crepitare di motori, rauchi e assordanti, cui corrisponde la frenesia  di un gestire corbellone e minchionato, avventuroso e truffaldino.

E ancora nel capitolo Danze del Tempo Fascista si legge:
Le pose dello snobismo  anglo-sassone, l’americanismo e le diavolerie dei negri, con il pariginismo  tradizionale, tengono tutt’ora il campo con le orchestre pazze. Nel tempo fascista,  di conseguenza, la degenerazione che offusca ancora una volta il pregio estetico e pedagogico della danza, non poteva essere tollerata. Ed oggi, invocando danze all’italiana, sottinteso sarà che i piedi si muovono in modo urbano, con eleganza e signorilità senza imbestialirsi in nessun modo, neanche imitando le bestie.

Il  capitolo Negrerie è uno dei più odiosi  e razzisti, scrive  Bragaglia:
Dovrebbe esistere anche un “genio negro” (…), Ma questa è una grave panzana, imperdonabile e odiosa. Come uomini , ci sia rispetto umano fra tutti, ma poi che debbano venire i negri a insegnarci cosa è arte o magari semplicemente cosa si deve fare come divertimento , questa è difficilmente accettata, se non già unanimemente respinta e deprecata. I sollazzi, i giochi e trattenimenti nostrani debbono respirare ben più alto. E nel music-hall, nel caffè-concerto, nel teatro d’attrazione o varietà, nei circhi  e nelle rappresentazioni di ogni sorta , la negreria va respinta in nome del buon senso per lo meno. Le solite Black-Follies ci ammorbano  le sale da spettacoli ci avviliscono senza parere nell’atmosfera isteropilettoide  che vengono a costruire, con i modi selvaggi prevalenti. E’ ora di piantarla colla pretesa  di raddrizzare le gambe ai cani, cani-danzatori in ispecie; e in particolare di colore nero….


Al netto del giudizio artistico che è patrimonio soggettivo di ognuno, l’acrimonia con cui Bragaglia inserisce la questione razziale in una trattazione di valutazione artistica  è sconcertante. In realtà, come suggerisce  lo storico del jazz italiano  Adriano Mazzoletti, le ragioni che spinsero Bragaglia a scrivere un libro denigratorio del jazz furono tutte orientate alla carriera politica. Grazia a questo libro il partito fascista iniziò a considerare politicametne  Anton Giulio Bragaglia.  Poco tempo dopo l’uscita di jazz club, il regista scrittore frusinate entrò a far parte del Consiglio Nazionale (segretario  del Comitato Nazionale  sceno-tecnici in seno alla Confederazione  fascista professionisti e tecnici). In seguito il partito fascista gli avrebbe affidato la direzione del nuovo teatro della Arti, creato a Roma nel palazzo della Confederazione stessa. 

Sicuramente Anton Giulio Bragaglia è stato un grande artista, ma denigrare in senso reazionario e razzista una espressione musicale e artistica per meri motivi di promozione politica è francamente squallido.  Per cui , nonostante l’indignazione  che quanto sto ’ per scrivere susciterà presso gli studenti del Liceo Artistico di Frosinone, istituto a intitolato a Bragaglia, ritengo che un personaggio tale, fascista fino alle midolla e in mala fede, non possa dare il nome ad una scuola dalla storia così importante per la nostra città.  Personalmente avrei evitato, come hanno fatto gli studenti dell’artistico di difendere  così a spada tratta colui che da il nome alla loro scuola. Va bene il giudizio artistico ma esiste anche una eredità storica e morale da rispettare.