Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 23 febbraio 2019

Potere al Popolo e lo shock del debito pubblico

Assemblea Territoriale di Potere al Popolo Frosinone





Giovedì scorso, 21 febbraio l’assemblea territoriale di Potere al Popolo ha   organizzato a Ceprano  un incontro dal titolo “aboliamo il debito pubblico”. Il convegno è stato indetto per smascherare le reali finalità delle politiche fondate sul debito vera arma d’imposizione del verbo neoliberista. Hanno partecipato, Marco Bersani di Attac Italia, uno dei principali animatori,  con la sua associazione, del referendum sull’acqua pubblica del 2011, nonché  profondo conoscitore e divulgatore del tema  “debito”attraverso articoli di giornali e pubblicazioni  fra cui  Dacci oggi il nostro debito quotidiano” pubblicato da Drive Approdi;  Giorgio Cremaschi portavoce nazionale di Potere al Popolo;  Carla Corsetti segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del consiglio nazionale di Potere al Popolo;  e il sottoscritto dell’assemblea territoriale di PaP in qualità di moderatore. Hanno contribuito alla discussione altri interventi, tra cui quello della D.ssa Elisabetta Canitano del coordinamento nazionale di Pap; di  Luigi Sorge del Partito Comunista dei Lavoratori e  di Severo Lutrario . Contributi utili    ad animare un dibattito estremamente proficuo.  In particolare l’acquisita e rafforzata consapevolezza   da parte dei convenuti   che, disarmare  l’ordigno letale   del debito, vero e proprio shock usato dall’ultraliberismo per imporre le proprie ricette affamatrici del popolo, è una operazione ineluttabile per assicurare il successo di ogni conflitto sociale.

Di seguito, prima dei video dei relatori, proponiamo alcune riflessioni.

 Ci sono dei concetti logicamente dimostrabili che con il passare del tempo, chissà perché , diventano atti di fede. Si trasformano cioè in postulati non più confutabili . Uno fra questi è il concetto di debito riferito agli Stati e  alle singole comunità. Il debito pubblico   è un’ineluttabile piaga biblica, una sorta di invasione della cavallette  inviata da una strana  divinità, il Dio Mercato,  contro quei Paesi che hanno sperperato i propri denari  assicurando sanità, scuola, e servizi pubblici. Elementi   necessari a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana .  Oppure hanno consentito agli anziani di godersi una pensione decente in grado di sopportare al meglio le angherie del tempo.  Il Dio mercato, appunto, altra entità assurta a trascendenza divina. Guai ad indispettire questo Dio che si deprime ed emette sentenze di sciagura se le piazze finanziarie  vanno in ribasso, e si esalta se l’indice Ftse Mib cresce, se  azioni, bond, derivati finanziari, diventano ipertrofici  alimentandosi dei profitti dell’economia reale, quella cioè che consente a tutti noi di condurre una vita decente. 

Ecco vorremmo  proferire qualche irriverente bestemmia contro questo Dio e la piaga del debito che egli ci ha inviato .  Il debito pubblico italiano al 2018 era di 2.317 miliardi di euro, il che comporta un costo per interessi di circa 60 miliardi di euro, più o meno all’anno. E’ possibile che tutti questi buffi siano stati  causati da uno stato sociale così magnanimo versi i suoi cittadini? Se fosse cosi vivremmo  tutti con un reddito di cittadinanza  almeno di 1.500 euro, avremmo di fatto  sconfitto  la povertà. Invece emerge che all’aumentare del  debito sono aumentate le diseguaglianze e il numero di persone in difficoltà economica . 

Dunque il postulato non solo è confutabile ma è anche fallace e truffaldino. Emerge infatti che   dal 1992 ad oggi, eccetto il  2009 e il 2010 i bilanci dello Stato hanno chiuso sempre in avanzo primario, ossia le  entrate fiscali hanno superato le spese per servizi ai cittadini .  Il nostro Paese vanta il  record mondiale di avanzi primari ottenuti per ben 26 anni. Nessuno Stato è riuscito a massacrare per così tanto tempo i propri cittadini come il nostro, privandoli anno per anno di tutti i diritti sanciti dalla costituzione, al contrario, sommergendoli di tributi, quasi totalmente  pagati dal lavoro dipendente.  

Dunque il debito è costituito SOLO  dalla spesa per interessi. Ma allora se per 26 anni ci hanno massacrato come si è prodotto questo enorme buco? La responsabilità è proprio del Dio mercato che, prima attraverso attacchi speculativi affama il presunto peccatore, e poi esige da lui l’espiazione. 

Nel 1992, ad esempio,  la svalutazione della lira determinata da un attacco speculativo allo SME,  provocò il saccheggio di beni pubblici  e servizi pubblici da parte dei potentati finanziaria . Non solo ,per  la pressione del Dio Mercato  gli interessi sui titoli di Stato salirono in modo esponenziale aggravando l’entità del debito.  

Poi iniziò la litania di Maastricht, quando a tutti i costi bisognava aderire al progetto unificatrice dell’Europa del tutto asservita al Dio mercato, è da lì che nacque l’obbligo di rispettare il rapporto deficit/pil al 3% per entrare nell’agognato ed  esclusivo club. Oggi  parlare di Unione  Europea è un non senso. Ci troviamo davanti ad una grossa area di mercato definita  dall’ euro, dove 19 economie diverse si scannano fra di loro,  dove i cittadini più deboli , saranno sempre più deboli e più numerosi, mentre i  più ricchi saranno sempre più ricchi e più rari. 

Negli anni della crisi finanziaria globale, 2007-2009  alcuni  Stati europei, fra cui l’Italia, s’indebitarono acquisendo prodotti in cui all’interno c’erano di titoli tossici superspeculativi, sgravando così le banche d’affari dell’immondizia finanziaria generata dalla speculazione. 

Infine  arriviamo al 2011, quando  un ulteriore attacco speculativo, non più arginabile con politiche di difesa  monetaria (siamo nell’euro), aveva portato il differenziale del tasso d’interesse con i bund tedeschi a 500 punti base   aumentando notevolmente il debito per interessi. 

Queste dinamiche non hanno fatto altro che alimentare a dismisura i profitti delle multinazionali della finanza e delle banche d’affari per un importo pari nel 2017 a 467.279 miliardi. Dunque se il colpevole è il Dio Mercato   perché dovremmo essere noi a  pagare ? 

Ad esso aggiungiamo che le politiche adottate dai governi, passati e presenti, tese a favorire grandi aziende e multinazionali  , hanno realizzato una drastica diminuzione della progressività fiscale producendo una riduzione di entrate tributarie a carico dei più ricchi  calcolata dal 1974 ad oggi in 146 miliardi.  L’emissione di ulteriore titoli  a  compensazione di tale ammanco  ha portato un aumento del debito per altri 295 miliardi di euro. 

La domanda che poniamo è la seguente. Perché in nome del pagamento di un debito prodotto dalla speculazione finanziaria e dalle agevolazione concesse a ricchi e multi nazionali noi dovremmo  sopportare gli enormi ostacoli che impediscono  il pieno sviluppo della persona umana?

I video sono di Giuseppe Guerrera

Luciano Granieri



Carla Corsetti



Marco Bersani




Giorgio Cremaschi

martedì 19 febbraio 2019

La ballarella ciociara al centro della World Music

Luciano Granieri




Venticinque  anni di Banditaliana, ovvero 25  anni di Riccardo Tesi,  organettista pistoiese, insieme ai suoi amici, il chitarrista Maurizio Geri, il sassofonista  Claudio Carboni, il percussionista  Ettore Bonafè sostituito poi dal 2010 da  Gigi Biolcati.

 Intorno a loro una straordinaria lista di musicisti provenienti da diverse nazioni e linguaggi musicali  che hanno contribuito alla reale costruzione di una musica del mondo, senza confini e barriere.  Tutto tenuto insieme da una ricerca compositiva etno-musicale e da una maestria tecnica straordinaria. 

Feconda  la contaminazione con la  musica occitana del  mandolinista francese Patrck Vaillant - fondatore dei  “Manodoline Liberation Front” una sorta di gilet gialli, che rivendicano   libertà espressiva  e giustizia sociale a colpi di arpeggi di mandolino -  il quale,insieme a Tesi, con il jazzista italiano Gianluigi  Trovesi, ha dato vita ad una straordinaria miscellanea di jazz- folk e pop. 

Oppure la  collaborazione con Paolo Fresu, altro gigante del jazz mondiale , o con Mauro Pagani. Insomma il linguaggio musicale dell’organettista pistoiese, e del suo gruppo, è il classico esempio di come la musica popolare, e non solo, non abbia confini e  nessuna barriera  politico-culturale la potrà ghettizzare . 

Non solo composizioni originali, viaggi nella musica popolare europea e mondiale, ma anche memoria come elemento fondante delle proprie radici  di resistenza   ,  unificate,  condivise  e costruite     sull’antifascismo . Il riallestimento del primo spettacolo folk italiano “Bella Ciao” basato su questi valori unificanti ne è una testimonianza indicativa .

 Per non parlare dell’esaltazione dello spirito matriarcale racchiuso nei brani dell’ultimo CD “Argento” : “Donna Tita, GinaGina e Donna Guerriera affidate alle voci di  Elena Ledda, Lucilla Galeazzi,  Ginevra Di Marco e Luisa  Cottifigli .   Lo sappiamo che questi valori sono oggi desueti,  affogati in un  coacervo di crudeltà e cattiveria alimentato dalla peggiore deriva fascista razzista e maschilista aizzata  dalla Lega e dai suoi supini burattini penta stellati. Ma  l’esistenza stessa di un gruppo come Banditaliana che cerca di racchiudere in un abbraccio ideale la musica popolare di tutto il mondo è un fatto politico assolutamente rilevante. 

E ancora più rilevante, nonché fonte di soddisfazione per un  ciociaro come il sottoscritto, è il fatto che nell’ultimo CD “Argento” uscito per la Visage Music, registrato, come detto, per festeggiare i  25 anni del gruppo, figuri un brano dedicato alla Ciociaria. Fra l’appennino  pistoiese, e la Francia occitana, fra l’Australia e il Giappone , fra il  jazz e il  manouche, fra la  tarantella napoletana e la  pizzica, trova un posto preminente la ballarella ciociara, segno di un’espressione culturale e musicale rilevante della nostra terra. 

Il fatto che Roberto Tesi e Banditaliana abbiano inserito la ballarella nel novero delle espressioni musicali più significative mi rende orgoglioso di essere ciociaro. Ma attenzione non è l’orgoglio di una stupida appartenenza ad una presunta  schiatta superiore  la cui purezza è  da difendere, e da esibire negli stadi di calcio, ma è l’orgoglio di far parte di un popolo che nella sua storia ha mostrato un bagaglio artistico e culturale straordinario, fonte di stratificazioni culturali che partono  dai Volsci. Una dote da mettere a confronto e condividere  con altre espressioni culturali. 

E il brano "Ciociaria" di Riccardo Tesi e Banditaliana, si basa esattamente  su contaminazioni e riletture personali . S’incardina  sulle fondamenta armonico ritmiche tipiche della ballarella ciociara, ma si espande in atmosfere che rasentano il rock ed il funky. 

 Di seguito al brano Ciociaria di Riccardo Tesi pubblico una ballarella originale  eseguita dal gruppo i Bikolk di Veroli del mio amico Dine Dell’Unto.  Spero che così si possa apprezzare  al meglio la rielaborazione di Riccardo Tesi. E la forza espressiva della  ballarella ciociara. 
Buon Ascolto.


Aboliamo il debito pubblico



Aboliamo il debito pubblico” è il convegno che l’assemblea di Potere al Popolo della Provincia di Frosinone ha organizzato a Ceprano giovedì 21 febbraio a partire della ore 18,00 presso la Sala consiliare Sandro Pertini in Via Vittorio Alfieri.  Parteciperanno Marco Bersani dell’associazione Attac Italia, Giorgio Cremaschi Portavoce nazionale di potere al Popolo, Carla Corsetti, segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, presenterà Luciano Granieri dell’assemblea territoriale della Provincia di Frosinone di Potere al Popolo. Il tema del debito pubblico è alla base della negazione delle politiche sociali che i potentati finanziari impongono agli Stati. Da cosa dipenda l’aumento del debito pubblico italiano, come e perché lievitano gli interessi, in che modo la speculazione finanziaria è responsabile, come tutto questo incide sui risparmi e sulla vita delle persone, quali soluzioni e come sottrarsi all’ingiustizia del debito, saranno questi i temi affrontati nel convegno. Un punto di vista diverso dalla narrazione comune. Una prospettiva di soluzione possibile che smaschera la narrazione prevalente.

Frosinone, 19/02/2019

Assemblea territoriale di Potere al Popolo Frosinone.

venerdì 15 febbraio 2019

E’ ora del vitto al pronto soccorso dell’Ospedale Spaziani di Frosinone. Attenzione solo posti in piedi!


Luciano Granieri Gruppo sanità Potere al Popolo Lazio




Ci sono scene deprimenti che capita di vedere   quasi tutti i giorni alle quali,  per quanto siano frequenti,  non ci si abitua mai. E’ il caso di ciò che avviene quasi ogni giorno nei  pronto soccorso degli ospedali del Lazio, e di  tutta Italia. Basta recarsi in una di queste bolge infernali per trovarsi di fronte ad un ingorgo di ambulanze ferme in attesa che   venga restituita la barella con cui hanno trasportato il paziente.  

Le barelle di degenza  sono cronicamente insufficienti per cui spesso la lettiga dell’ambulanza viene trattenuta  in pronto soccorso occupata dal paziente che ha condotto.  I corridoi sono stracolmi di pazienti, chi su una lettiga , chi su una sedia,  in attesa di essere presi in carico e trattati. Donne e uomini in piena promiscuità gettati su un giaciglio, quando va bene, sofferenti, con gli occhi in perenne ricerca di qualcuno con il camice addosso. Per non parlare della sale d’attesa piene di parenti spaesati e preoccupati. 

Come detto lo scenario appena descritto è frequente ma non ci si abitua mai. Ancora più disarmante , se possibile,  è la distribuzione del vitto. Come operatore del TDM-Cittadinanzattiva mi sono trovato, mercoledì scorso,  nel pronto soccorso dell’Ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone proprio mentre veniva  distribuito il cibo. Chi aveva la “fortuna?” di stare sopra una barella poteva mangiare, ma stando bene attento a non far cadere tutto a terra. Si sa le barelle non sono letti né ci sono comodini. Una  volta completato il pasto il paziente  doveva lasciare il vassoio, in attesa che venissero a ritirarlo,  in fondo alla  lettiga   rimanendo seduto (o ci sta il vassoio o i ci stanno i piedi).


 Peggio è andata a chi era in attesa su una  sedia, con il vassoio sulle ginocchia facendo i salti mortali per non rovesciare tutto, soprattutto la bottiglietta d’acqua .  

Ma a qualcuno è andata ancora peggio. Un paziente  medicato per una ferita lieve, in attesa  di trovare una diversa collocazione , ha  dovuto lasciare la  lettiga ad  altro  paziente più grave  . E’   rimasto in piedi. Sfido chiunque a mangiare in piedi senza sapere dove mettere le vivande . Il ragazzo però  non si è perso d’animo, ha appoggiato la parte anteriore del vassoio sui corrimano fissati al muro,  e stava provando a mangiare così. 


Neanche il più   sfortunato derelitto   costretto   alla mensa dei poveri  rimane in piedi a mangiare! Al  pronto soccorso di Frosinone accade anche questo. 

Al di là delle tante considerazioni che puntualmente chiamano in causa il numero sottodimensionato degli operatori sanitari, la mancanza di barelle e di altre suppellettili,  l’assenza totale, nonostante le tanto strombazzate case della salute, di una medicina di prossimità che curi i pazienti meno gravi senza intasare i pronto soccorso, ciò che salta agli occhi è come uno quadro del genere rimandi ad un luogo in cui i pazienti vengono di fatto privati di ogni dignità umana nonostante  ,voglio sottolinearlo, il personale medico, infermieristico  si adopera in modo encomiabile. Anzi anche i sanitari spesso sottoposti a turni insostenibili e a condizioni di lavoro proibitive vengono, in qualche caso, privati della  propria dignità professionale. 

Ci troviamo di fronte, non solo ad una carenza di cure, ma anche  alla privazione della dignità umana.  Quanto di più lontano da ciò che prevede il Sistema Sanitario Nazionale del 1978. In nome del profitto della medicina privata e dei sistemi assicurativi legati alla salute, non si può sacrificare la dignità dei pazienti  e degli operatori  che  lavorano nelle strutture pubbliche.  E’ inammissibile finanziare  ed agevolare aziende private, quando i pronto soccorso e gli ospedali sono privi degli  elementi necessari per andare avanti. Fare profitto sulla salute della gente non solo è indegno, ma anche disumano. 

Per questi motivi è necessario l’impegno di tutti affinchè gli obiettivi posti dalla legge 833/78, ossia assicurare cure di qualità per tutti i cittadini, indipendentemente dalle località di provenienza, dal colore della pelle e dal censo, siano rispettati. Sono  diritti sanciti nella Costituzione  che nessun regionalismo differenziato può destrutturare

Baobab, dove transita l'umanità: storie di Roma solidale

Associazioni di Colleferro:

ANPI
Retuvasa
UGI
e la Chiesa Evangelica Valdese

Andrea Costa Baobab Experience


Per ogni: “E allora voi che fate per loro?”, “Ci deve pensare l’Europa…”, “Perché non te li prendi a casa tua?”... Andrea Costa e il Baobab Experience hanno resistito a sgomberi forzati, alla mancanza di aiuti istituzionali e alle tante forme di avversità che hanno incontrato in questi anni sempre più difficili, tutto questo per garantire a chi, fuggendo dalla guerra, dalla mancanza di libertà, dalle persecuzioni o “semplicemente” dalla fame lascia la propria terra, la propria casa, i propri cari, spesso i propri figli e cerca di trovare, dopo il “viaggio per la vita”, finalmente riparo.

Il Baobab Experience ha dato una prima accoglienza a migranti transitanti ed è la testimonianza di una Roma che ci piace, aperta e solidale e che resiste e esiste, che vede schierate realtà di vario tipo, ma anche semplici cittadine e cittadini, a sostegno di chi vive sulla propria pelle il male del nostro tempo.
Risposta concreta all'emergenza e gesti semplici, coordinati da una struttura competente ed efficace, che riesce ad andare avanti e a rinascere, nonostante i tanti tentativi di farla scomparire. Sabato 16 febbraio 2019 alle 17:30 Andrea Costa, rappresentante di Baobab Experience, ci racconterà questa importante esperienza nei locali della Chiesa Evangelica Valdese di Colleferro, un’iniziativa voluta da diverse realtà associative del nostro territorio che vogliono fare rete. Vi aspettiamo numerosi!

martedì 12 febbraio 2019

Un altro attacco alla Costituzione

Piero Filotico




Nella quasi totale indifferenza dei media e dei commentatori politici sta per consumarsi un delitto che avrà per vittime la Costituzione e l’unità nazionale.
Il  15 febbraio il sottosegretario leghista Erika Stefani procederà alla firma di intese che conferiranno una maggiore autonomia ad alcune Regioni. Autonomia  che per il Veneto e la Lombardia, che l’hanno chiesta con un referendum popolare (in Lombardia hanno votato il 38% degli aventi diritto), ha un contenuto prevalentemente economico: trattenere il cosiddetto residuo fiscale nella misura di 9/10 dei tributi riscossi. Solo per la Lombardia si tratta di 27 miliardi di euro che verranno trattenuti e sottratti al bilancio statale.  
Una decisione che non  riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma che è una grande questione politica e sociale che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”: spezzettare la scuola pubblica italiana, creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica, i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basterà essere cittadini italiani, ma occorrerà esserlo in una regione ricca.
Come ha detto il giornalista Marcello Paolozza in un recente convegno su questo argomento, “Se ciò avverrà non riguarderà solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Infatti si avvierà un processo politico decisivo per il suo futuro, che rischia di trasformarlo profondamente, prima di tutto nella sua Costituzione  materiale, inarrestabile nella direzione della sua  definitiva disgregazione economico, sociale, culturale e politica.”

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma   che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra, e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa - allora del Partito Democratico - che nel febbraio 2018  ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quella autonomia  arriva a dama con la Lega di Salvini e la possibile complicità dei 5stelle.  E una  volta approvata sarà senza ritorno. Perché?
Lo spiega bene Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all’Università di  Bari,  che ha lanciato un grido d’allarme con  il  saggio “Verso la secessione dei ricchi?” scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza “Se le Intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a Commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e Governo non possono modificarle se non con il consenso delle regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro.(…)

Predrag Matvejević: le foibe e i crimini che le hanno precedute


Il noto scrittore di Mostar, docente all'Università La Sapienza di Roma, interviene sulla questione delle foibe e del giorno del ricordo con un articolo pubblicato sul quotidiano fiumano Novi List. La condanna di tutti i crimini e il rischio delle strumentalizzazioni. Ringraziamo Matvejević per averci reso disponibile il suo testo


Di Predrag MatvejevićNovi List, 12 febbraio 2005 (titolo originale "Foibe" su fašistički izum
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Luka Zanoni
Queste righe sono state scritte nel Giorno del ricordo in Italia, 10 febbraio 2005 - quel dispiacere lo condivido con molti cittadini di questo Paese. I crimini delle fosse e quelli che in esse vi sono finiti, ciò che le ha precedute e che le ha seguite, l'ho condannato da tempo - mentre vivevo in Jugoslavia, quando di ciò in Italia si parlava raramente e non abbastanza. Ho scritto pure sui crimini di Goli Otok, di cui sono state vittime molti comunisti, Jugoslavi e Italiani che erano più vicini a Stalin e Togliatti che al "revisionismo" di Tito. Ho parlato anche della sofferenza degli esiliati italiani dall'Istria e dalla Dalmazia, dopo la Seconda Guerra mondiale - l'ho fatto in Jugoslavia, dove probabilmente era più difficile che in Italia. Non so di preciso quanti scrittori italiani ho presentato, che allora erano costretti ad andare via e quelli che sono rimasti: Marisa Madieri, Anna Maria Mori, Nelida Dilani, Diego Zandel, Claudio Ugussi, Giacomo Scotti, ecc. Non ricordo quanti articoli ho pubblicato sulla stampa delle minoranza italiana, poco conosciuta in Italia, così da poterla appoggiare, desiderando che fosse meno sola e meno esposta - e anche loro mi hanno appoggiato quando decisi di andarmene.
Le fosse, o le foibe come le chiamano gli Italiani, sono un crimine grave, e coloro che lo hanno commesso si meritano la più dura condanna. Ma bisogna dire sin da ora che a quel crimine ne sono preceduti degli altri, forse non minori. Se di ciò si tace, esiste il pericolo che si strumentalizzino e "il crimine e la condanna" e che vengano manipolati l'uno o l'altro. Ovviamente, nessun crimine può essere ridotto o giustificato con un altro. La terribile verità sulle foibe, su cui il poeta croato Ivan Goran Kovačić ha scritto uno dei poemi più commoventi del movimento antifascista europeo, ha la sua contestualità storica, che non dobbiamo trascurare se davvero desideriamo parlare della verità e se cerchiamo che quella verità confermi e nobiliti i nostri dispiaceri. Perché le falsificazioni e le omissioni umiliano e offendono.
La storia ingloriosa iniziò molto prima, non lontano dai luoghi in cui furono commessi i crimini. Prenderò qualcosa dai documenti che abbiamo a disposizione: il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (non scelse a caso quella città). Annuncia: "Per la creazione del nostro sogno mediterraneo, è necessario che l'Adriatico (si intende tutto l'Adriatico, ndr.), che è il nostro golfo, sia in mano nostra; di fronte alla inferiorità della razza barbarica quale è quella slava". Il razzismo così entra in scena, seguendo la "pulizia etnica" e il "trasferimento degli abitanti". Le statistiche che abbiamo a disposizione fanno riferimento alla cifra approssimativa di 80.000 esuli Croati e Sloveni durante gli anni venti e trenta. Non sono riuscito a confermare quanti poveri siano stati portati dalla Calabria, e non so da dove altro, per poterli sostituire. Gli Slavi perdono il diritto, che avevano prima in Austria, di potersi avvalere della propria lingua sulla stampa e a scuola, il diritto al predicare in chiesa, e persino l'iscrizione sulla tomba. Le città e i villaggi cambiano nome. I cittadini e le famiglie pure. Lo Stato italiano estesosi dopo il 1918 non tenne in considerazione le minoranze e i loro diritti, cercò o di denazionalizzarli totalmente o di cacciarli. Proprio in questo contesto per la prima volta si sente la minaccia delle foibe. Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l'appellativo vittorioso di "Giulio Italico", scrive nel 1927: "La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell'Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell'Istria" ("Gerarchia", IX, 1927). Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto: "A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin" ("A Pola c'è l'arena, a Pazina le foibe"). Mutuo questo detto da Giacomo Scotti, scrittore italiano di Rijeka.
Le "foibe" sono, quindi, un'invenzione fascista. Dalla teoria si è passati velocemente alla prassi. Il quotidiano triestino "Il Piccolo" (5.XI.2001) riporta la testimonianza dell'ebreo Raffaello Camerini che era ai lavori forzati in Istria, alla vigilia della capitolazione dell'Italia, nel luglio 1943: la cosa peggiore che gli successe fu prendere gli antifascisti uccisi e buttarli nelle fosse istriane, per poi cospargere i loro corpi con la calce viva. La storia avrebbe poi aggiunto a ciò ulteriori dati. Uno dei peggiori criminali dei Balcani fu di sicuro il duce ustascia Ante Pavelić. Jasenovac fu un Auschwitz in piccolo, con la differenza che in esso si facevano lavori perlopiù "manualmente", ciò che i nazisti fecero "industrialmente". E le fosse, ovviamente, furono una parte di tale "strategia". 
Mussolini e Pavelic
Mi chiedo se anche uno degli scolari italiani in uno dei suoi sussidiari poteva leggere che quello stesso Pavelić con le squadre dei suoi seguaci più criminali per anni godette dell'ospitalità di Mussolini a Lipari, dove ricevette aiuto e istruzioni dai già allenati "squadristi" fascisti. Quelli che oggi parlano dei programmi scolastici in Italia e sul luogo delle foibe, non dovrebbero trascurare di includere anche questi dati. E anche altro vale la pena di ricordare: il governo di Mussolini aveva annesso la maggior parte della Slovenia insieme con Lubiana, la Dalmazia, il Montenegro, una parte della Bosnia Erzegovina, l'intera Bocca di Cattaro. A quel tempo, tra il 1941 e il 1943, di nuovo, furono cacciati dall'Istria circa 30.000 Slavi - Croati e Sloveni - e fu occupata la regione. Le "camicie nere" fasciste portarono a termine fucilazioni individuali e di massa. Fu falciata un'intera gioventù. I dati che provengono da fonti jugoslave fanno riferimento a circa 200.000 uccisi, particolarmente sulle coste e sulle isole. La cifra mi sembra che sia però ingrandita - ma anche se solo un quarto rispecchiasse la realtà, sarebbe già molto. In Dalmazia gli occupanti italiani catturarono e fucilarono Rade Končar, uno dei capi del movimento, il più stretto collaboratore di Tito. In determinate circostanze hanno pure aiutato il capo dei cetnici serbi in Dalmazia, il pope Ðuijić, che incendiò i villaggi croati e sgozzò gli abitanti, vendicandosi con gli ustascia per i massacri che avevano commesso contro i Serbi. Così da fuori prese impulso pure la guerra civile interna. A ciò occorre aggiungere l'intera catena dei campi di concentramento italiani, i più piccoli e i più grandi, dall'isoletta di Mamula nel profondo sud, davanti a Lopud nelle Elafiti, fino a Pago e Rab nel golfo del Quarnaro. Erano spesso stazioni di transito per la mortale risiera di San Sabba di Trieste, e in alcuni casi anche per Auschwitz o Dachau. I partigiani non furono protetti dalla Convenzione di Ginevra (in nessun luogo al mondo) così che i prigionieri furono subito fucilati come cani. Molti terminarono la guerra con gravi ferite, corporali e morali. Tali erano quelli in grado di commettere crimini come le foibe.
Non c'è nessun dato in nessun archivio, militare o civile, sulla direttiva che sarebbe giunta dall'Alto comando partigiano o da Tito: le unità di cui facevano parte molti di quelli che avevano perso i familiari, i fratelli, gli amici, commisero dei crimini "di propria mano". Purtroppo, il fascismo ha lasciato dietro di sé talmente tanto male che le vendette furono drastiche non solo nei Balcani. Ricordiamoci del Friuli, nella parte confinante con l'Italia, dove non c'erano scontri tra nazionalità: i dati parlano di diecimila uccisi senza tribunale, alla fine della guerra. In Francia ce ne furono oltre 50.000. In Grecia non so quanti.
In Istria e a Kras dalle foibe sono stati esumati fino ad ora 570 corpi (lo storico triestino Galliano Fogar ne riporta persino un numero minore, notando che nelle fosse furono gettati anche alcuni soldati uccisi sui campi di battaglia, non solo Italiani). Oggi possiamo sentire la propaganda che su svariati media italiani fa riferimento a "decine di migliaia di infoibati". Secondo lo storico italiano Diego de Castro nella regione furono uccisi circa 6.000 Italiani. Non serve aumentare o licitare quel tragico numero, come in questo momento sembrano fare i giornali italiani, con 30.000 o 50.000 uccisi. Bisogna rispettare le vittime, non gettare sulle loro ossa altri morti, come hanno fatto gli "infoibatori".
Per ciò che riguarda invece i luoghi che tutti questi dati occupano nell'immaginario, non mi sembra che sia benvenuta la propaganda che come tale è diffusa dal film "Il cuore nel pozzo", che in questi giorni è stato visto in televisione da circa 10 milioni di Italiani, pubblicizzato in un modo incredibilmente aggressivo. Nessuna testimonianza storica parla di una madre che i partigiani portano via dal figlio e poi la buttano nelle foibe! Questa è un'invenzione tendenziosa dello sceneggiatore. Il cinema italiano ha una eccellente tradizione nel neorealismo, una delle più significative di tutta la moderna cinematografia - non gli servono dei modelli simili al "realismo sociale", dei film sovietici girati negli anni sessanta del secolo scorso. E nei preparativi, che in questi giorni sono stati organizzati, o nelle trasmissioni tv più guardate, sarebbe stato meglio se ci fosse stato qualche ministro che avesse, rispetto al fascismo, un diverso passato piuttosto che quelli che abbiamo visto in scena. Ciò sarebbe servito da modello e autenticità alle testimonianze.
La Jugoslavia non esiste più. Croati, serbi, sloveni e gli altri nazionalisti si compiacciono quando la destra italiana gli offre nuovi argomenti per accusare lo Stato che essi stessi hanno lacerato. (Ricordiamoci che il film è stato girato in Montenegro, nella Bocca di Cattaro, con un attore serbo che interpreta il ruolo del partigiano sloveno...) Così di nuovo si feriscono i popoli le cui cicatrici ancora non sono state medicate. È questo il modo migliore - in particolare se se allo stesso tempo si nasconde tanto quanto non corrisponde a verità? Perché, non c'è una qualche via migliore? Il dispiacere che condividiamo può essere reso in un modo più degno e nobile, la storia in modo meno mutilato e difettoso? Non è fino a ieri che vicino a Trieste passava la più aperta frontiera tra l'Oriente e l'Occidente, al tempo della guerra fredda e della grande prosperità della città di San Giusto? Gli Italiani e i Croati in Istria, in questi ultimi anni, non hanno forse trovato un linguaggio comune per opporsi al nazionalismo tudjmaniano molto più di quanto non sia stato fatto altrove in Croazia? E alla fine a chi serve questa strumentalizzazione di cui siamo testimoni?
Non siamo ingenui. Si tratta di una mobilitazione eccezionalmente riuscita del berlusconismo nello scontro con l'opposizione, con la sinistra e le sue relazioni col comunismo che, secondo le parole di Berlusconi, ha sempre e solo portato "miseria, morte e terrore", e persino anche quando sacrificò 18 milioni di vittime di Russi nella lotta per la liberazione dell'Europa dal fascismo. Questa campagna meditata è iniziata 5-6 anni fa, al tempo in cui fu pubblicato "Il libro nero sul comunismo", distribuito pubblicamente dal premier ai suoi accoliti. Essa è condotta, pubblicamente e dietro le quinte, abilmente e sistematicamente. Il suo vero scopo non è nemmeno quello di accusare e umiliare gli Slavi, ma danneggiare i propri rivali e diminuire le loro possibilità elettorali. Ma gli Slavi - in questo caso perlopiù Croati e Sloveni - ne stanno pagando il conto.
Esiste una sorta di "anticomunismo viscerale" che secondo le parole di un mio amico, il geniale dissidente polacco Adam Michnik, è peggio del peggiore comunismo. Il sottoscritto forse ne sa qualcosa di più: ha perso quasi l'intera famiglia paterna nel gulag di Stalin. Ma per questo non disprezza di meno i fascisti.