Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 8 marzo 2011

Viva la rivoluzione araba! Viva la lotta di tutte le lavoratrici del mondo!

Segretariato Internazionale della donna Lega Internazionale dei Lavoratori – IV Internazionale

Salutiamo le lotte delle donne lavoratrici di tutto il mondo, specialmente quelle che sono state e continuano ad essere protagoniste della rivoluzione araba.
I mezzi di comunicazione di massa, quando si riferiscono alle donne di questa regione, ci parlano sempre dei terribili abusi di cui soffrono: lapidazioni, mutilazioni genitali. Ma non ci dicono nulla della lotta che queste donne stanno sviluppando in difesa dei loro diritti. Oggi, al calore della rivoluzione, le vediamo in tutta la loro grandezza, partecipare ai combattimenti non come un’entità separata, ma come compagne di lotta degli uomini che si ribellano contro i regimi totalitari di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi.
E’ stato un gruppo di donne a dare inizio alla protesta contro il regime di Ben Ali. Queste donne, tra le quali si può citare Radhia Nasrauoi (presidente dell’Associazione Tunisina contro la Tortura) hanno dovuto pagare la loro audacia con minacce di morte, persecuzioni della polizia segreta e anche accuse di sodomia, a partire da fotomontaggi e video fasulli trasmessi su internet.
E in Egitto le donne sono state in prima linea durante il rovesciamento di Mubarak. Amel Said, una lavoratrice egiziana ha raccontato al giornale La Vanguardia di Barcellona, che la sua famiglia (compreso suo marito) l’ha spinta a partecipare. Dice che la sua speranza è che “ora le donne possano dire la loro nelle nelle questioni egiziane”. Le donne egiziane sono rimaste nelle strade fin dal primo minuto della protesta. Le donne anziane fornivano acqua a coloro che soffrivano degli effetti dei gas lacrimogeni. Madri, spose e sorelle sostenevano gli striscioni, portavano i figli alle manifestazioni o preparavano cose da mangiare. Fianco a fianco con gli uomini della loro famiglia o con i compagni di lavoro, hanno conquistato la Piazza della Liberazione e dormivano lì, camminavano con i loro figli sulle spalle e gridavano le loro richieste di democrazia e libertà. Sono state le 3000 donne lavoratrici della più grande fabbrica tessile pubblica Hilaturas Misr, situata a Mahala, che nel dicembre del 2006 percorsero tutta la fabbrica (24.000 lavoratori) per dare inizio al primo grande sciopero che risvegliò il movimento operaio egiziano. E’ stata la stessa fabbrica ad organizzare lo sciopero del 6 aprile 2008, da cui il nome del movimento che diede inizio alle mobilitazioni che hanno rovesciato Mubarak.
Questa partecipazione delle donne lavoratrici e povere non è casuale. Come le loro sorelle occidentali, subiscono le conseguenze delle politiche capitaliste. “Pago 600 lire (80 euro) al mese di affitto e ne guadagno 300”, ha detto Umm Yasir, un’impiegata statale di 33 anni. Ed ha aggiunto che suo marito, anche lui impiegato statale, guadagna la stessa cifra e con questo devono manenere se stessi e i loro tre figli. Per questo, aggiungeva un’altra attivista “vediamo molte donne, islamiche o no, con o senza velo, unirsi e partecipare a ciò che accade nelle strade. Questa è la vera uguaglianza e mai sarà più come prima”.
 “Mi sento sicura soltanto quando mi trovo in Tahrir (Piazza della Liberazione)”, dicevano molte donne, “in questi giorni di rivoluzione nessuno ci ha toccato, nessuno ci ha molestato, ci siamo sentite una cosa sola con la piazza”. E ciò è stato un prodotto della rivoluzione, una cosa molto importante da sottolineare che non ha nulla a che vedere con la realtà quotidiana di queste donne. In Egitto, secondo uno studio del Centro Egiziano per i diritti delle Donne, l’83% delle donne locali e il 98% delle starniere sono molestate sessualmente e si ha un caso di abuso sessuale o di violenza ogni 30 minuti, causando 20 mila vittime l’anno.
Queste donne che sopportano secoli di oppressione ci stanno dando un grande esempio. Ma non sono le uniche a lottare. Donne lavoratrici e giovani studentesse di Francia, Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Inghilterra partecipano attivamente alle lotte di resistenza che stanno scuotendo il vecchio continente. Nei Paesi latinoamericani, compresa Cuba, le vediamo lottare per occupazione, salario, migliori condizioni di lavoro e diritti umani. E sono anche protagoniste del risveglio del proletariato statunitense, come si è visto nelle mobilitazioni del Wisconsin.
 
La donna e la crisi capitalista
La crisi che ha il suo epicentro in Europa e Stati Uniti colpisce soprattutto i settori più fragili del proletarito, le donne e gli immigrati.
I tagli alla sanità e all’ istruzione determinano la disoccupazione delle donne, che soffrono anche della riduzione dei servizi per la maternità. Una situazione simile si verifica negli Stati Uniti, dove le donne occupano la maggior parte dei posti di lavoro nel settore dell'istruzione e dove il Ministero della Pubblica Istruzione, nel 2010, ha stimato che i tagli di bilancio avrebbero messo a rischio circa 300 mila posti di lavoro nelle scuole pubbliche. E questo si verifica in un quadro in cui circa un terzo delle donne che lavorano in America sono capifamiglia.
E questa realtà è ancora più grave quando si tratta di una donna immigrata,che è discriminata come lavoratrice, come donna e come immigrata. Le leggi sull'immigrazione rendono un inferno la vita degli immigrati, uomini e donne. La cosiddetta “Direttiva della vergogna", adottata dalla Commissione europea nel giugno 2008, prevede la reclusione fino a 18 mesi degli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno.
Una denuncia di ‘Medici senza frontiere’ mette alla luce la violenza sessuale subita dalle donne subsahariane, detenute in Marocco quando cercavano di raggiungere l’Europa. Tra maggio 2009 e gennaio 2010, una donna su tre, tra le donne assistite da Medici senza frontiere a Rabat e Casablanca, ha ammesso di aver subito uno o più violenze sessuali mentre era fuori dal suo Paese di origine. Il documento di denuncia conclude dicendo che “l’uso della violenza sessuale diventa così una delle pratiche violente più abituali contro la donna nel quadro del fenomeno migratorio”.
 
L’aumento della violenza contro la donna
La crisi economica, la disoccupazione, la mancanza di prospettive, acutizzano la violenza contro le donne. Lo studio “La crisi invisibile?” rivela un aumento delle vittime della violenza domestica in Bulgaria, Estonia, Irlanda, Olanda, Scozia, Romania e Slovacchia; un aumento del traffico delle donne in Germania, Ungheria e Regno Unito e un aumento della prostituzione e degli attacchi alle prostitute in Germania e Regno Unito.
In Portogallo nel 2010 sono morte 43 donne vittime della violenza domestica. In Francia, nei casi di violenza domestica, ogni tre giorni una donna viene assassinata. In Italia si stima che il 6,7% delle donne hanno subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita.
Questi numeri crescono nei Paesi latinoamericani. In Brasile ogni 15 secondi una donna è vittima della violenza e vi è un tasso di 3,9 donne assassinate ogni 100 mila abitanti. Nel Salvador questo tasso sale a 12,7. La violenza aumenta se si tratta di donne lesbiche e di donne indigene le quali subiscono abusi e attacchi sessuali da militari, contrabbandieri e trafficanti.
E la maggior violenza viene esercitata dagli Stati latinoamericani che continuando a negare la legalizzazione dell’aborto, condannando alla morte o alla mutilazione una enorme quantità di giovani donne lavoratrici e povere.
 
Perché lottano le donne?
Milioni di donne muoiono ogni giorno vittime della violenza domestica, di aborti clandestini, di stupri, di fame e di miseria. Milioni di lavoratrici subiscono discriminazioni lavorative, ricevono salari più bassi per lo stesso lavoro, subiscono molestie sessuali, sono licenziate senza pietà quando sono incinte. Milioni di donne sono emarginate perchè prive di titolo di studio, di lavoro e, molte, anche di documenti.
Le donne lottano contro questa realtà. Per questo partecipano alla rivoluzione araba, alla resistenza europea, alle diverse lotte dei lavoratori e dei poveri del Latinoamerica.
Come LIT-Quarta Internazionale estendiamo la nostra solidarietà alle donne arabe e a tutte le lavoratrici che stanno contrastando le politiche capitaliste e lottando per i diritti democratici, come la legalizzazione dell’aborto.
Queste lotte sono molto importanti e estremamente necessarie. Ma non sono sufficienti.
Per realizzare la vera liberazione della donna è necessario farla finita con questa società nella quale pochi vivono dello sfruttamento della grande maggioranza. Dobbiamo sostituire questa società ingiusta con una egalitaria e solidale, la società socialista, che possiamo cominciare a costruire soltanto se i lavoratori (uomoni e donne) conquisteranno il potere politico in tutti i Paesi del mondo e sconfiggeranno definitivamente l’imperialismo.
Come LIT-Quarta Internazionale invitiamo tutte le lavoratrici, le giovani studentesse, le donne povere della città e delle campagne, ad aderire alla lotta per questa nuova società, e al compito di costruire la direzione rivoluzionaria mondiale che ci permetta di raggiungere questo obiettivo.

lunedì 7 marzo 2011

Arancia metalmeccanica arriva a Ceccano

di Giampero Palmieri responsabile lavoro circolo "5 aprile" P.R.C. Ceccano



Anche a Ceccano arriva "ARANCIA METALMECCANICA", una delle iniziative promosse dal Partito della Rifondazione Comunista per dare la possibilità a tutti di sostenere, con un piccolo gesto concreto, i lavoratori della Videocon raggiunti da una condanna a 15 giorni di arresto, trasformata in una sanzione di 3700 euro per aver occupato l'autostrada durante una manifestazione in difesa del posto di lavoro. Il circolo "5 aprile" del P.R.C. di Ceccano sarà presente con un banchetto, mercoledì 9 marzo, presso il mercato cittadino (vicino la pretura), dalle 10.00 alle 13.00  per distribuire delle gustose arance siciliane provenienti da agricoltura sostenibile e biologica, in cambio di un piccolo contributo.
"Arancia metalmeccanica" è presente in tutta Italia, per stare vicino a quei lavoratori colpiti dalle difficoltà economiche derivanti dalla crisi della loro azienda e come nel caso degli operai Videocon, anche, dalla criminalizzazione della lotta in difesa del lavoro.

Dalle Parti di Camus

di Bruno Roveda


L’esplosione della rivolta in Libia ci dice, ormai senza più dubbi, che nel mondo arabo – e nel mondo islamico – tutto è in movimento. Naturalmente nessuno può prevedere cosa succederà nei prossimi mesi. Però una cosa sembra evidente: il ritardo, nello sviluppo e nel miglioramento della civiltà, che da circa mezzo secolo si è registrato in quegli Stati, finalmente si è interrotto.
Le popolazioni chiedono un salto in avanti. In termini economici, di giustizia sociale e di distribuzione della libertà.
E probabilmente lo otterranno, e in poco tempo ridurranno in modo sostanziale il «gap» di modernità accumulato, dal dopoguerra ad oggi, nei confronti dell’Occidente.
Anche il mondo arabo e il mondo islamico stanno liberandosi delle dittature, o delle semi-dittature, che in questi decenni, insieme al diffondersi del fondamentalismo religioso, sono state la causa di grandi arretratezze.


L’esperienza di Camus (…) rende un contributo fondamentale al sapere d’occidente.
Un contributo interessante (…) per la forza con cui può irrompere utilmente nella nostra contemporaneità prestando strumenti per interpretare e «addestrarci» a governare virtuosamente i processi della globalizzazione. 


Rivolta globale contro il neoliberismo

di Valerio Evangelisti 



Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali. Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).
Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Si è affermata, a furia di vittorie non solo teoriche, ma anche militari, una dottrina economica universale, il monetarismo. Colloca in posizione centrale il debito statale, che Keynes giudicava secondario rispetto alla produzione concreta e all’effettiva occupazione. Per rimediare al debito, e alla massa di interessi che genera costantemente, servono risparmi eternamente crescenti. Tagliare qui, tagliare là. Soprattutto nel welfare, che genera inflazione e il debito lo fa aumentare.
Prime vittime: i soggetti più deboli, i giovani e le donne (e i dipendenti pubblici, di norma docili ma troppo compatti). Il terzo soggetto debole, i vecchi: li si trattiene al lavoro per compensare la manodopera espulsa o esclusa. Tutto ciò comporterebbe un rischio nel caso che la forza-lavoro reale o potenziale sia organizzata. Per “fortuna” il potere ha il coltello dalla parte del manico. Sceglie gli interlocutori collettivi a seconda della docilità, esclude gli altri. Cancella, forte del suo dominio anche politico, ogni tipo di contrattazione generale. Vuole avere di fronte un lavoratore capace appena di vergare la sua firma sotto un contratto di arruolamento. Pieno di clausole tutte punitive, ma solo per il firmatario.
Il tutto in nome dell’adesione universale a una teoria economica che è anzitutto ideologica. Definire bisogni e ripartizioni di risorse attiene all’economia, designare beneficiari è compito della politica. Il monetarismo fece la sua scelta, trasformò l’economia politica (scienza in sé approssimativa) in ideologia. In economia al servizio della politica. E’ dall’alto che si sceglie chi castigare e chi premiare. Vittime sono le classi subalterne, da scompaginare e ricomporre (1). Sulla base di una teoria niente affatto scientifica, bensì ispirata a una visione gerarchica della società che farebbe rimpiangere l’antica aristocrazia.
Mettiamo dunque le mani su ogni diritto acquisito. L’istruzione, la cultura, il lavoro assicurato, l’ipotesi di una società grosso modo egualitaria, una qualche pensione facilmente calcolabile. Che non ne resti traccia.
Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.
Prendiamo il caso della Libia, tanto caro, per ragioni apparentemente opposte, sia alla democrazia borghese (anti Gheddafi) che alla sinistra che ha smarrito la bussola (pro Gheddafi). Se proprio vogliamo personalizzare, Gheddafi è colui che, per fare uscire la Libia dalla scomoda condizione di “Stato canaglia”, passò all’Inghilterra l’elenco dei militanti dell’IRA che si erano addestrati nel suo territorio; che lasciò, dopo il 2001 e soprattutto dal 2003, libero accesso alle risorse del suo paese a multinazionali e a consorzi di rapina bancaria; che si accordò con l’Italia per fare crepare nel deserto, o tenere provvisoriamente in vita, in sudice galere, i migranti dell’Africa continentale che provavano a raggiungere le coste europee. Valentino Parlato dice ora che il Libretto verde di Gheddafi “va letto”. Giusta esortazione: lo legga lui per primo. Poi dica cosa pensa di ciò che Gheddafi afferma delle donne – in pratica puri contenitori di figli futuri – o del cinema, strumento di corruzione in quanto fa vedere cose non vere (meglio il circo, dice il rais, pur con riserva). Parlato è uno dei tanti esempi di chi blatera di ciò che non conosce.
Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin. Fare caso alle bandiere che agitano non serve a nulla: cercano il primo straccio che capita in mano, purché differente dal vessillo ufficiale. Arrivati a metà del guado, attendono una parola coerente per compiere il passo successivo. Non a caso, Stati Uniti, Unione Europea e Israele sono prodighi di consigli interessati. Arrivano a ventilare, almeno per la Libia, l’ennesimo “intervento umanitario”, per impadronirsi delle risorse altrui. Mandano spie e navi da guerra. Tentano un colpo di mano coloniale al minor prezzo possibile.
E’ difficile capire, al momento, come finirà questa lotta. Nascono forme transitorie di governo, oggetto di altre insurrezioni. Il pagliaccio che si è impadronito dello Stato italiano, dopo avere offerto a Gheddafi 500 hostess e 200 fotomodelle per una lezione di Corano, ora chiede che si faccia da parte. Teme la ripetizione di ciò che si è visto. Centinaia di migliaia di persone, in piazza e nelle strade, sono capaci di fare cadere un regime. Funziona, gente, funziona.

(1) Noterella per capirci. Un operaio disoccupato non è meno “operaio” di quello che lavora in fabbrica. Uno studente senza prospettive non è meno proletario del giovane di quartiere. Un addetto al “lavoro immateriale” (ricerca, cultura, ecc.) opera in un settore industriale divenuto portante in varie zone del mondo. Il capitale rimodella di continuo le classi subalterne, a seconda delle necessità. L’essenziale è che diano plusvalore, diretto o indiretto, e non si riconoscano in un’unica compagine portatrice di rivendicazioni.

domenica 6 marzo 2011

Donne di Medio Oriente e Nord Africa

di Nicla Langiu  responsabile Forum delle Donne circolo " 5 Aprile  P.R.C. Ceccano



In questa giornata il nostro pensiero non può non andare alle donne del Medio Oriente/Nord Africa che in questi giorni sono protagoniste delle lotte di liberazione che infiammano la regione. Rispondiamo e sottoscriviamo l'appello di   Donne unite per il futuro del Medio Oriente che hanno creato un'alleanza femminista regionale, impegnate in prima persona, in questi giorni, nella trasformazione del loro mondo e per combattere una discriminazione legislativa e radicate tradizioni che fortemente limitano i loro diritti. Noi siamo al loro fianco.
In Italia, per una donna, ogni giorno è una lotta. Ce lo gridano le tante vittime di femminicidio (127 nel 2010, il 6,7% in più rispetto all'anno precedente), uccise da mariti, compagni, conviventi o ex ma anche da figli e padri; uomini con i quali le donne avevano una relazione molto stretta. Un dato che sbugiarda i proclami sulla sicurezza di stampo xenofobo. Lo gridiamo noi lavoratrici, disoccupate, pensionate, immigrate, emigrate, precarie, studentesse, cassintegrate, sfruttate, maltrattate, abusate..., noi a cui non è permesso vivere con dignità e per tutta risposta ci ritroviamo con l'abolizione della legge che ci tutelava dalle dimissioni in bianco, con la legge 40, con continui attacchi alla legge 194 e alla Ru486, con le obiezioni di coscienza, con le proposte di riforma dei consultori pubblici, con lo smantellamento dei contratti nazionali, tutta opera di un governo di centro-destra nettamente di stampo maschilista che lima quotidianamente i nostri diritti e il diritto di questo Paese ad essere migliore.

L'INSOGNATA E LE ARANCE METALMECCANICHE

di Fausta Dumano


Domenica mattina, svegliarsi è un' impresa, il cielo fuori non promette nulla di buono,mi rigiro, ma il cuscino scuote il dolce insognamento, ANDREA l' insognato rivoluzionario dalle sette sta a LARGO TURRIZIANI.....con le arance metalmeccaniche, sono delle arance speciali vengono dalla SICILIA, QUANDO LE MANGI ......PENSI ALLA CLASSE OPERAIA.......ARANCE di solidarietà con gli sfigati della VIDEOCON, denunciati per aver occupato l' autostrada, ma soprattutto un pulman del cotral. L'insognata si rigira sotto il piumone, sente un dolore alla spalla, si chiama TRANSFERT di solidarietà, SVEVO avrebbe narrato l' episodio nella''COSCIENZA DI ZENO'' KORVO ROSSO ieri ha fatto il facchino comunista.....Bisogna alzarsi, poche storie, ANDREA dice che è una bella giornata.....mai fidarsi degli insognati rivoluzionari....''FA FRID, FROSINONE alle nove sembra una KABUL appena bombardata, ARANCE METALMECCANICHE, indifferenza e apatia regnano sovrane, La Videocon SEMBRA UNA FABBRICA  MARZIANA, l' insognata è sempre meno tollerante all' indifferenza.....arriva lo struscio dei vip politici, quelli che siedono sulle poltrone, quelli che le hanno perdute, sindacalisti distaccati a vita......arance metalmeccaniche non ti  degnar di loro guarda e passa....all' improvviso si cambia musica....a dare il via è proprio un musicista, subito dopo un pittore e nuovamente un musicista, un pittore.....la sensibilità artistica non ha confini e barriere , ovviamente per fortuna  c'è qualche eccezione politica ,qualche mosca , l' ex sindaco , il parlamentare europeo.....ARANCE METALMECCANICHE.....prima tappa.

Arancia metalmeccanica

di Luciano Granieri



E’ ora di schiodarsi dal computer e fare qualcosa di concreto per i lavoratori della Videocon. Ligi a questo nostro proposito domenica 6 marzo abbiamo deciso di partecipare all’inziativa organizzata dal circolo cittadino “Spartacus” di Rifondazione comunista. Arancia metalmeccanica. Lo scopo era quelli di raccogliere fondi per gli operai della Videocon che, oltre a subire la cassa integrazione per la fuga della multinazionale indiana, sono stati condannati a pagare ognuno 3750 euro per blocco di pubblico servizio. In una azione legittima di protesta verso le istituzioni che li hanno lasciati soli i lavoratori della Videocon hanno occupato un tratto di autostrada bloccando anche un pullman del Cotral, da qui l’imputazione di blocco di pubblico servizio. Noi come già più volte scritto sul nostro blog, troviamo indecoroso che dei lavoratori vengano condannati per la sola colpa di aver difeso il loro posto di lavoro e dunque oltre a denunciare la situazione nei nostri post abbiamo ritenuto doveroso impegnarci anche in atti concreti. L’iniziativa “Arancia metalmeccanica”, prevedeva un raccolta fondi attraverso la vendita di sacchetti di arance. Frutti coltivati in campi particolari dove non vi è sfruttamento di mano d’opera migrante ed è bandito il  lavoro nero . L’organizzazione coordinata dal segretario del circolo Spartacus di Rifondazione Comunista di Frosinone Andrea Cristofaro,  prevedeva l’allestimento di due banchetti, uno a L.go Turriziani  nella città alta, l’altro nel parcheggio della Chiesa Sacro cuore nella parte bassa. Noi siamo stati a L.go Turriziani insieme con la nostra amica e redattrice Fausta Dumano, l’assessore all’ambiente del comune di Frosinone Francesco Raffa, il consigliere Francesco Smania , Vanessa Savoni segretaria del circolo di Rifondazione di Ceccano. Come al solito la cittadinanza di Frosinone la domenica mattina è un po’ fredda e assonnata per cui l’inizio della giornata non sembrava promettere nulla di buono. Poi con il passare del tempo qualcuno ha incominciato ad avvicinarsi con fare timido e titubante.  Ma l’avvio vero alla vendita è stato dato dagli artisti della nostra città, musicisti e pittori sono stati i più solerti nella gara di solidarietà, e dietro a loro molti cittadini ma anche politici locali   di area PD, il buon De Angelis europarlamentare PD ha lasciato 20 euro.  Siamo rimasti delusi ahi noi dal comportamento di due STORICI  comunisti del capoluogo che, contrariamente ad ogni aspettativa, hanno rifiutato di dare il loro contributo, ci riferiamo all’ex assessore all’ambiente Roberto Spaziani e Maurizio Federico. Francamente non capiamo le ragioni del loro rifiuto. In fin dei conti si chiedeva un gesto a favore di operai in cassa integrazione vessati da una multa di 3750 euro.......DOVE E’ FINITA LA SOLIDARIETA’ DI CLASSE?   E’ vero il proletariato è ridotto ai minimi termini ma non è ancora sconfitto. Certo se c’è da fare affidamento su certa gente la partita è persa in partenza. A parte questa anomalia l’indifferenza tipica di una cittadinanza non molto solidale ha costituito un elemento negativo, in ogni caso alla fine della mattinata quattro cassette erano state vendute in L.go Turriziani e due nel parcheggio del Sacro Cuore. Tutto sommato un risultato assolutamente positivo.