Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 29 marzo 2013

28 marzo 1980 Genova brigatisti uccisi dai Carabinieri. Dinamica poco chiara

A cura di Luciano Granieri


All’alba del 28 Marzo 1980 i carabinieri del nucleo Antiterrorismo, guidati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fanno irruzione in un appartamento in via Fracchia 12, a Genova. All’interno si trovano 4 militanti delle Brigate Rosse, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, Riccardo Dura e Annamaria Ludmann.

Il blitz era iniziato alle 2,30, la polizia aveva circondato la casa. Secondo l’Arma un militare avrebbe bussato alla porta e una voce da dentro aveva risposto che stavano per aprire. I carabinieri avrebbero poi sentito un rumore, come se da dentro avessero chiuso con una mandata la porta, e allora avevano fatto irruzione.

L’esatta dinamica degli avvenimenti non è mai stata ricostruita, il verbale dei carabinieri, consegnato alla magistratura solo 8 giorni dopo il blitz, il 5 Aprile, parla genericamente di un conflitto a fuoco, durante il quale fu ferito ad un occhio un maresciallo dei carabinieri. I brigatisti da dentro avrebbero aperto il fuoco contro i militari, che a quel punto avevano risposto, uccidendo tutti e 4 i brigatisti. La sparatoria durò pochi minuti, l’orologio al polso della Ludmann si bloccò alle 2,42.

Solo 11 giorni dopo l’accaduto vennero fatti entrare nell’appartamento i magistrati e i giornalisti, questi ultimi solo per 3 minuti ciascuno, ma molti di essi rilevarono che non tutto combaciava con quanto riportato dal verbale. Le foto scattate all’interno dell’appartamento, che mostrano i corpi dei brigatisti riversi lungo il corridoio dell’abitazione, sono state pubblicate solo VENTIQUATTRO ANNI DOPO dal quotidiano genovese Corriere Mercantile.

Il giornalista Giuliano Zincone, intervistato nel 2004 dal Corriere Mercantile, ha affermato che già all'epoca dei fatti aveva manifestato, insieme ad altri giornalisti entrati nell'appartamento, perplessità sulla dinamica degli eventi e aveva ritenuto probabile che i carabinieri avessero voluto imporre una prova di forza militare escludendo tecniche operative idonee a permettere una cattura incruenta dei brigatisti

Rimangono tuttora dubbi sulla dinamica del blitz. Molti, tra cui Prospero Gallinari, dichiararono che i 4 erano stati sorpresi nel sonno e non c’era stata alcuna sparatoria, altri, invece, che i brigatisti, presi in trappola, si erano arresi (lo stesso Peci dichiarò che quella era la procedura da seguire in casi simili, mostrandosi sorpreso delle morti). Ugo Pecchioli, ministro ombra dell’Interno del PCI, parlò di "eccidio di via Fracchia a Genova, dove i carabinieri uccisero, in un conflitto a fuoco, tutti i brigatisti che trovarono in quel covo, mentre forse avrebbero potuto catturarli vivi"

Cento piazze per cambiare rotta

Giulio Marcon. Fonte : http://sbilanciamoci.info


La politica italiana sta cambiando pelle, e non è un bello spettacolo. Le consultazioni Bersani-Cinque Stelle trasmesse in diretta con contorno di insulti; il blog di Beppe Grillo passato al setaccio come facevano i “cremlinologi” ai tempi di Breznev per indovinare le prossime mosse del “capo”; le eterne lotte intestine nel Pd; perfino – una settimana fa – la piazza di Silvio Berlusconi con i figuranti a pagamento. E ora il Presidente Giorgio Napolitano che consulta i partiti in prima persona, per un governo fatto su misura non della volontà degli elettori, ma del suo personale progetto di impossibili (e insensate) “larghe intese”.
Dal voto a oggi, lo spazio della politica è stato occupato da una rappresentazione del “cambiamento”, del “mandiamoli a casa”, che lascia tutto come prima, mostra un paese paralizzato, ridà spazio a Berlusconi. Non è questo quanto ci si aspettava dal – pur incerto – risultato elettorale. In questo mese trascorso dopo il voto per una parte significativa del mondo della rappresentanza politica la crisi è dimenticata e passata in secondo piano, la disoccupazione nascosta sotto il tappeto, i conti in rosso di imprese e banche ridotti a un dettaglio, l’emergenza ambientale trasformata in cronaca.
Ancora peggio avviene per i soggetti sociali. I lavoratori e il sindacato sono scomparsi – silenziosamente – insieme ai posti di lavoro. Movimenti e proteste sono ricacciati nel sottosuolo, perfino il grande corteo in Val Susa contro la Tav di sabato scorso non lascia traccia su gran parte della politica. La società civile è buona solo quando serve a legittimare i sussulti del palazzo. Del tutto cancellati anche i milioni di elettori del centro sinistra che l’ultima occasione per manifestarsi l’hanno avuta alle primarie del novembre scorso.
È un silenzio assordante, intollerabile. È incomprensibile che il centro sinistra lasci le piazze a Grillo e a Berlusconi. È stupefacente che il sindacato non si faccia sentire. È inaccettabile che la politica sia ridotta ad affare di palazzo o commento sul web, degenerazioni simmetriche che si alimentano l’un l’altra e azzerano la partecipazione. È il momento di ridare spazio e visibilità politica alla voglia di cambiamento che c’è nel paese, anche in molti che hanno dato il loro voto ai Cinque Stelle. È il momento di ridare forza ad una mobilitazione diffusa della politica con un richiamo, forte, alla partecipazione di tutti: un ritrovarsi insieme di centro sinistra, movimenti e sindacato, all’insegna di un “Cambio di rotta”.
Sul piano politico, si tratta di accogliere il messaggio di cambiamento venuto dalle elezioni, con un’iniziativa dell’alleanza sociale che può ricomporre un paese frammentato dalla crisi e diviso dal privilegio. Sul piano dei contenuti, l’iniziativa per il “Cambio di rotta” può individuare alcuni interventi immediati: rilancio dell’economia, produzioni sostenibili, tutela del lavoro e reddito minimo, taglio delle spese militari, cittadinanza agli immigrati.
“Cambio di rotta” è un’iniziativa che potrebbe nascere in cento città e coinvolgere le forze politiche del centro sinistra, la Fiom, la Cgil, campagne come Sbilanciamoci! e quella per l’acqua pubblica, movimenti e associazioni per l’ambiente, la pace, i diritti, la legalità, la giustizia. Potrebbe occupare – presto – una grande piazza di Roma, o molte piazze d’Italia. Può essere il contrappeso sociale del progetto di “larghe intese” che nasce al Quirinale e dell’atomizzazione del consenso organizzata dai Cinque Stelle. Vogliamo provarci?

giovedì 28 marzo 2013

Frusinati incaprettati

Luciano Granieri


Alla fine i frusinati sono rimasti  incaprettati. E’ un triste destino quello che coinvolge noi abitanti di Frosinone. Risiediamo in un  Paese, l’Italia, che ci ha già propinato la farsa delle elezioni politiche. Un esercizio di democrazia svuotato dei suoi contenuti perché qualsiasi governo nascerà dalle tristi beghe che mercanti e servi stanno cercando di risolvere per salvaguardare il proprio orticello particolare,  dovrà fare  i conti con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione, opera omnia di due dei tre partiti che oggi vorrebbero candidarsi a governare . Inoltre chi guiderà le sorti del paese da oggi e per i prossimi vent’anni dovrà impegnarsi, secondo i trattati europei, a ridurre  il rapporto debito pubblico/Pil al 60%. Si tratterebbe di passare in un ventennio dall’attuale 120%   al 60% così come prevede il trattato Ue. Il  prossimo governo, chiunque ne sia iL presidente, dovrà pagare  85 miliardi di euro solo per interessi sul debito (2000 miliardi) che lo Stato deve  al capitalismo finanziario. La redazione di una manovra di almeno 45 miliardi di euro all’anno è l’unico punto programmatico certo che dovrà stare alla base dell’azione di un  qualsiasi esecutivo che si prenderà la briga di guidare il paese, sia esso targato Grillo, piuttosto che Pd  o Berlusconi. Un tale dissanguamento non è recuperabile neanche con la peggiore macelleria sociale possibile. Quindi è palese che il secondo punto obbligatorio del prossimo programma di governo sarà quello di ricorrere ai prestiti del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per avere restituiti con  pagamento di interessi quei 125 miliardi che il nostro stato ha  messo a disposizione aggratis  del fondo, meglio conosciuto col nome improprio  di   Fondo salva Stati. Come ben sanno i cittadini greci che già hanno usufruito di questo aiuto avvelenato, ricorrere al  fondo salva Stati significa finire sotto la mannaia dei tagli alla spesa sociale, agli investimenti per la ricerca e l’innovazione, subire l’aumento illimitato di tasse e tributi, nonché l’alienazione del patrimonio paesaggistico e culturale pubblico a favore di privati miliardari signori degli edge fund. Cioè dalla macelleria sociale si passerebbe direttamente alla strage e all’olocausto sociale. Il tutto condizionerà non solo il governo prossimo venturo, ma anche tutti gli altri esecutivi che gli succederanno da qui a vent’anni con buona pace degli elettori che ancora crederanno di essere protagonisti della vita democratica andando a votare. In questo quadro si inserisce la   posizione ancora peggiore che occupano da ieri i cittadini di Frosinone. A fronte di un debito dell’ente comune che ieri è stato stimato fra i 40 e i 50 milioni di euro, solo l’altro ieri era collocato fra i 30 e i 40,  speriamo che le stime ultime siano finalmente le definitive, l’amministrazione guidata dal sindaco Ottaviani, accertata l’impossibilità di coprire una tale mancanza di denaro,  ha approvato,  in un consiglio comunale  la cui più virulenta espressione dell’opposizione è stata quella di uscire dall’aula al momento del voto ( e sai che paura),   l’adesione al fondo salva comuni. Resta da capire come in una città che staziona da decenni negli ultimi posti delle classifiche sulla qualità della vita, si sia determinato un debito così elevato, ma tant’è .  Per accedere al fondo Salva Comuni dal quale ci sarà concesso un prestito di 11 milioni di euro, è necessario dichiarare lo stato di Pre-dissesto. Un piano di rientro non solo del prestito, ma di tutti i 40 o 50 milioni di debiti, della durata di dieci anni. Per soddisfare tale programma il sindaco può aumentare i tributi locali in deroga ai limiti stabiliti, può ridurre di oltre il 35% le spese per l’erogazione di beni e servizi per i cittadini, può e deve licenziare i dipendenti comunali. Dunque i cittadini del Capoluogo oltre a   subire l’austerity imposta dalla politica nazionale di asservimento alla troika europea,  dovranno ridursi ad una condizione prossima alla povertà  cadendo sotto l’ulteriore mannaia che il proprio comune gli impone per il rientro di debiti contratti dalla speculazione edilizia e finanziaria, non certo dalla collettività. A occhio e croce l’amministrazione comunale dovrà estorcere ai propri amministrati la bellezza di quattro o cinque milioni l’anno, più le rate del prestito di 11 milioni di euro, per dieci anni. Ecco dunque che il percorso governativo del comune è già segnato. Ma il bello è che anche il prossimo sindaco, chiunque esso sia, dovrà proseguire l’opera devastatrice iniziata da Ottaviani perché il piano di rientro dura 10 anni, ossia questa e la prossima consiliatura. Che brutta fine abbiamo fatto miei cari concittadini. Privati del diritto ad una vita dignitosa sia dallo Stato che dal Comune e privati della titolarità  del voto. Infatti chi abbiamo eletto alle elezioni politiche, indipendentemente dallo schieramento  che governerà , e chi eleggeremo da qui fino ai prossimi vent’anni dovrà proseguire nella sanguinosa strada imposta dai trattati europei. Allo stesso modo chiunque eleggeremo a presiedere il consiglio  comunale nei 5 anni successivi all’attuale giunta, dovrà continuare il processo di depauperamento del benessere sociale ed economico della città imposto dalla sciagurata scelta del sindaco Ottaviani di svendere i propri cittadini al potere del capitalismo finanziario. Insomma il nostro comune ha chiesto prestiti  al Fondo salva  Comune, il  nostro Paese ha chiederà prestiti al Fondo Salva Stati.  E i cittadini? A quale fondo SALVA CITTADINI potranno rivolgersi?  CHI SALVERA’ NOI CITTADINI?


   

mercoledì 27 marzo 2013

Morte del Comune e della comunanza

Luciano Granieri


Il Comune è dovrebbe essere un luogo dove gli abitanti di una città mettono in comune  i loro sogni  e dei loro bisogni. E’ , o dovrebbe essere, un luogo dove i cittadini si legano gli uni agli altri solidali nell’elaborare in modo autonomo le norme che regolano la vita della città, così  che ognuno possa vivere  in modo dignitoso la propria realtà di cittadino, con spazi pubblici condivisi dove coltivare i rapporti sociali. Il comune è, o dovrebbe essere,  un luogo in cui l’interesse generale della comunità costituisce l’anticorpo principale all’appropriazione indebita privata dei luoghi di proprietà dei cittadini. Il comune è, o dovrebbe essere,  un luogo dove nuove politiche economiche basate sullo sviluppo dell’energie rinnovabili, sulla promozione delle risorse naturali e culturali, su un nuovo modo di erogare i servizi, possono  costituire fonte di prosperità per tutta la cittadinanza, creando e non alienando posti di lavoro, sottraendo il tessuto urbano alle scorribande speculative di pochi scaltri imprenditori  messi in questo caso  fuori gioco da un sistema che esclude il cemento e  l’urbanistica contrattata come mezzi per accrescere  la ricchezza di pochi. Il “COMUNE” lo dice la parola stessa, è un luogo dove tutto viene messo in comune.  Una città   con un  Comune che avesse cura del benessere dei cittadini, anziché porre maniacale attenzione al mantenimento e all’accrescimento dei privilegi degli amministratori che operano al suo interno, sarebbe uno spazio brulicante di vita. Se invece in una città  gli amministratori svendono pezzi del territorio  alla speculazione edilizia e finanziaria per alimentare il proprio bacino elettorale, se il risultato dell’azione normativa di questi burocrati  produce  la riduzione degli spazi vitali a disposizione della comunità, l’alienazione e la devastazione dei diritti della cittadinanza a vivere in un posto non inquinato, non congestionato dal traffico, con edifici scolastici moderni e sicuri.  Se in questa città  si trasferisce il  debito accumulato a causa delle agevolazioni fiscali concesse agli speculatori di cui sopra   sulle spalle degli incolpevoli cittadini, la comunità e la città stessa sono destinati a morire. E’ ciò che  sta accadendo a Frosinone  dove un non precisato debito, che aumenta di giorno in giorno,( oggi pare che si sia attestato a 45 milioni di euro),  formatosi grazie alla non riscossione degli oneri concessori e di altri tributi, al pagamento di laute consulenze esterne e al foraggiamento di avidi manager messi a capo delle società partecipate, vedi  Multiservizi, Società Aeroporto di Frosinone, viene scaricato sulla cittadinanza attraverso il taglio dei servizi,  l’aumento dei tributi e il licenziamento di coloro che si occupavano della cura della città.  Ecco dunque che l’altro ieri i cittadini, al seguito dei lavoratori della Multiservzi, il cui mancato rinnovo del contratto di servizio da parte del comune, ne decreta il licenziamento o la precarizzazione ulteriore delle condizioni di lavoro, hanno celebrato il funerale della città. Ma noi speriamo che con l’aiuto di tutta la cittadinanza che possa sostituirsi  ad  una opposizione molle e in insistente all’interno dell’aula consiliare, il Comune torni ad essere luogo di comunanza e la città possa risorgere. Considerata la partecipazione dei cittadini al corteo di protesta dell’altro ieri c’è poco da stare allegri.  

Muore la Multiservizi, muore la città.

Marisa Cianfrano
Video Luciano Granieri


Vicenda Frosinone Multiservizi s.p.a .  A  tre giorni dallo scadere del contratto di servizio i lavoratori che hanno servito l’ente per 17 anni  (11 come lavoratori socialmente utili 6 anni come dipendenti Frosinone Multiservizi s.p.a.,  società  costituita dopo un lungo percorso di sacrifici, lotte, scontri con le varie giunte centro sinistra ed oggi centro destra), sono diventati gli agnelli sacrificali da sgozzare  sull’altare del rientro del debito che loro, come tutta la cittadinanza non hanno provocato.  Come se i lavoratori buttati in strada risolvessero il problema di cassa dell’ ente .   La giunta di  destra,   arroccata sulla sua intenzione di smantellamento, spacchettamento, macelleria sociale non ho altri termini per definire l’operazione di questa amministrazione,  decreta l’affidamento dell’erogazione dei servizi  a società cooperative , tutto ciò per RISPETTARE IL PAREGGIO DI BILANCIO e provare inutilmente a tamponare un DEBITO CHE LIEVITA DI GIORNO IN GIORNO, A OGGI SIAMO A 45 milioni di euro . I lavoratori della Multiservizi non vogliono pagare per una situazione debitoria che non hanno provocato. Il  25 marzo   sono scesi in piazza con un corteo che ha attraversato parte della città informando e coinvolgendo la cittadinanza anche sui piani del nostro sindaco che oggi  27 marzo ha dichiarato  il predissesto finanziario . Non si vede luce,  quello che oggi i cittadini lavoratori onesti di questa città si troveranno ad affrontare saranno soltanto tasse tagli dei servizi, chiusure dei negozi ,una città invivibile una città corrotta una città dove regna l’ illegalità del  cemento dove ognuno ha fatto i propri comodi esenti da tasse,  una città che vive sul “non ti preoccupare ci penso io”.  I lavoratori Multiservizi lo hanno provato sulla propria pelle assistendo e subendo in silenzio discriminazioni sociali  e angherie grazie a chi è stato messo alla dirigenza della società a riscossione di cambiali politiche pagate dai lavoratori.  Destra,  sinistra,   ognuno ha fatto la sua parte.


 L' amministrazione comunale di Frosinone ha chiesto di accedere al fondo salva comuni allo scopo di ottenere un prestito di 11 milioni di euro. Per far questo il comune ha dovuto dichiarare lo stato di pre - dissesto ed impegnarsi a rientrare in 10 anni dal debito accumulato quantificato in 45 milioni di euro. Lo stato di pre - dissesto consente al sindaco di aumentare i tributi comunali in modo illimitato, di ridurre del 35% l'erogazione dei servizi ai cittadini di licenziare i dipendenti comunali. Tutto ciò sta accadendo a Frosinone. Una città in cui i cittadini si troveranno a pagare i debiti contratti da altri. Debiti accumulati dal comune per il mancato trasferimento dei fondi regionali, per i tagli operati dal governo centrale, per l'austerity imposta dal patto di stabilità, e per la mancata riscossione degli oneri concessori dovuti dalle imprese edili che hanno cementificato la città attraverso il sistema dell'edilizia contrattata al di fuori di ogni piano regolatore. Dunque una città senza servizi, con l'aumento indiscriminato dei tributi e senza addetti alla manutenzione degli arredi urbani, alla guida degli scuola bus, alla cura dei cittadini, è destinata a morire. Così come sono destinati ad un futuro gramo i lavoratori della Multiservizi. La società partecipata dal comune che provvedeva alla manutenzione città a cui l'amministrazione comunale di Frosinone non ha rinnovato il contratto proprio in ottemperanza alla politica dei tagli. E sono proprio i lavoratori della Multiservizi, destinati al licenziamento o, ben che vada, ad essere riassunti a 500 euro al mese della società cooperative che prenderanno gli appalti per l'erogazione dei servizi , a celebrare i funerali della città. 


Luciano Granieri


L’ACQUA E’ UN BENE COMUNE


Riccardo Palma  Segretario Circolo PRC Cassino “M. De Sanctis

Il Tar del Lazio con una sentenza non definitiva ha disposto che entro 90 giorni l’acquedotto del Comune di Cassino debba passare nelle mani di ACEA. Infatti il Prefetto di Frosinone ha nominato un commissario ad acta per gestire il passaggio delle consegne. Dopo il referendum promosso dal comitato per l’acqua pubblica che ha visto un risultato eccezionale di grande partecipazione nella riappropriazione dei beni comuni, ci ritroviamo di fronte a decisioni che sono a dir poco paradossali per altro quando si è ancora in attesa di una pronuncia da parte del Consiglio di Stato. Una “forzatura” quando le cose potrebbero cambiare in senso opposto. Una sentenza arrivata dopo un lungo contenzioso iniziato nel 2003 ma che avrà uno strascico per la richiesta di risarcimento danni da parte della ACEA per non aver potuto usare l’acquedotto ed ha già richiesto il pagamento di 12 milioni di euro per il mancato guadagno e per le quote non versate per l’utilizzo del depuratore.
            E’ sicuramente sconcertante vedersi “sfilare” gli impianti della sorgente più grande d’Europa ed è ancora più difficile da digerire quando il Consiglio di Stato ha bocciato l’aumento del 7% sulle bollette perche “non coerente” con i risultati del referendum sull’acqua pubblica perché ritenuto illegittimo e dovrebbe essere immediatamente restituito ai cittadini con la prima bolletta utile per restituire i soldi indebitamente incassati a partire dal 21 luglio 2011.
            La decisione contrasta anche con lo stesso Consiglio Comunale che si è espresso all’unanimità per difendere l’acqua pubblica modificando lo statuto comunale in favore dell’estensione della rete pubblica dell’acqua a tutto il comune.
            L’ACEA è una società privata che ha legittimamente vinto la gara per la gestione del servizio idrico, ma la politica ha il compito soprattutto per la propria  e specifica situazione idrica, continuare a combattere affinché i risultati dei referendum siano resi esecutivi. Inoltre l’ACEA ha dimostrato in questi anni una cattiva gestione, con una serie di inadempienze che sono andate a danno dei cittadini della provincia, come dimostrato da recenti e numerose sentenze. Il Commissario ad acta non può supplire all’autorità idrica che è l’organo dei sindaci per proporre tariffe che non tengano conto anche della qualità del servizio. La recentissima sentenza del TAR toscano e del Consiglio di Stato sono sentenze storiche da questo punto di vista perché dichiarare illegittime le tariffe praticate dai gestori significa rispettare prima di tutto l’esito referendario, che era applicabile fin da subito, e soprattutto significa riaprire concretamente la strada della ripubblicizzazione del servizio idrico. Una pagina importante che difenderà tutti quei cittadini che, aderendo alla campagna di Obbedienza Civile promossa dal Forum dell’acqua, si sono autoridotti le bollette “obbedendo” agli esiti referendari. Dunque ridiventa attuale l’imperativo di “rimborsate quanto dovuto”.
All’ACEA ATO 2 diciamo: la rete idrica invecchia, lo sappiamo, le perdite di rete toccano percentuali altissime e sono destinate a salire fino oltre il 50% proprio perché le risorse non bastano. Ma la risposta sta nel riportare i grandi investimenti plurigenerazionali nella fiscalità generale, come si fa per ospedali e scuole, liberando così la tariffa da spese insostenibili. Solo così si potrà far fronte alla manutenzione ordinaria, altro che disapplicare i referendum! All’amministrazione comunale va dato il massimo sostegno politico per percorrere tutte le strade possibili per scongiurare la consegna dei nostri impianti e riprenderci una sana gestione della stessa a partire da una diversa concezione della depurazione delle acque con tecniche che scongiurano effettivamente la carica batterica delle stesse con l’elettrolisi prevedendo spese piu basse ed una qualita’ maggiore del bene più prezioso che abbiamo.

LETTERA APERTA AI MILITANTI E AGLI ISCRITTI DEL PRC E DEL PDCI.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI


Cari/e compagni/e, 

La disfatta dell'operazione “Rivoluzione civile” non è solo elettorale, ma politica. E' il capolinea definitivo di un lungo corso trasformista dei gruppi dirigenti di PRC e PDCI, che ha distrutto e disperso, in tanti anni, energie, passioni, potenzialità enormi. E che si è rivelato irriformabile. 

Ci rivolgiamo a voi- nel nome di tante battaglie comuni- per chiedervi di trarre un bilancio onesto di questo fallimento politico senza ritorno. E di compiere l'unica scelta politica conseguente : quella di unirvi al Partito Comunista dei Lavoratori, e dunque al programma e ai principi del marxismo rivoluzionario. Per rafforzare l'unico partito a sinistra che non si è mai compromesso nelle politiche borghesi. Per costruire insieme, finalmente, una coerente presenza anticapitalista e comunista, contro ogni opportunismo e trasformismo. 


L'OPERAZIONE “INGROIA”: IL CAPOLINEA DEL TRASFORMISMO 

Non si tratta di discutere con voi dell' “insuccesso elettorale” in quanto tale dell'operazione Ingroia o del mancato ritorno in Parlamento di PRC e PDCI. Né si tratta di confrontare i 113.000 voti del PCL al Senato ( comunque conquistati -senza mezzi e senza coprire tutti i collegi- su un programma anticapitalista,) con i 500.000 o poco più di “Rivoluzione Civile” al Senato( IDV+ PRC+ PDCI+ Verdi+ De Magistris..), che è l'unico terreno omogeneo di confronto possibile. Perchè successi o insuccessi, tanto più sul piano elettorale, possono essere a volte indipendenti dalle scelte politiche che si compiono. 

Si tratta invece di discutere esattamente della scelta politica compiuta: quella di aver annullato la propria autonomia e riconoscibilità di “comunisti” dentro l'arancione dei pubblici ministeri, nel momento della massima crisi del capitalismo. Quella di aver imboscato la stessa centralità delle ragioni del lavoro dentro l'abbraccio col liberal questurino Di Pietro, nel momento della più grave aggressione contro i lavoratori dell'intero dopoguerra. La disfatta elettorale ha solo registrato l'enormità di questa scelta politica. Che ha esposto decine di migliaia di compagni/e ad un'autentica umiliazione. E che oltretutto ha favorito lo sfondamento grillino a sinistra. 

Il punto è : qual'è la radice di questa scelta politica abnorme? Non siamo in presenza di un “errore”, per quanto letale. Siamo in presenza dell'ennesima manifestazione del codice politico di fondo dei gruppi dirigenti di PRC e PDCI: quello per cui la propria collocazione o ricollocazione istituzionale ( o... la speranza di conseguirla) prevale su ogni considerazione di principio. E tanto più sul rispetto dei propri militanti e delle loro ragioni. 


LA LUNGA STORIA DI UNA DERIVA ISTITUZIONALE 

E' lo stesso codice genetico che ha segnato, con responsabilità anche più gravi, il lungo corso dei gruppi dirigenti di Rifondazione. 

E' il codice che nel 96/98 spinse l'intero gruppo dirigente del PRC ( Bertinotti, Cossutta, Ferrero, Diliberto, Grassi, Rizzo..) a entrare nella maggioranza del primo governo Prodi, votando l'introduzione del lavoro interinale (Pacchetto Treu), il record delle privatizzazioni, i campi di detenzione per i migranti( legge Turco- Napolitano). 

E' il codice che nel 99/2001 spinse Diliberto (e Rizzo) a sostenere i bombardamenti “umanitari” su Belgrado, in cambio di un ministero nel governo D'Alema-Cossiga per il neonato PDCI. 

E' il codice che nel 2006/2008 spinse PRC e PDCI a entrare nel secondo governo Prodi, votando missioni di guerra e detassazione dei profitti, in cambio di un ministero( Ferrero) e della Presidenza della Camera (Bertinotti). 

E' il codice che tuttora spinge PRC e PDCI in tante giunte locali di centrosinistra a votare tagli sociali in cambio di assessori. Magari a braccetto dell' UDC, come in Liguria. 

Del resto: la stessa operazione Ingroia non è nata forse per il solo rifiuto del PD di accettare Di Pietro e Diliberto nella coalizione di Centrosinistra? E a nome di “Rivoluzione civile” Ingroia non ha forse continuato ad offrire al PD la propria disponibilità di governo, al posto di Monti, durante tutta la campagna elettorale? 

Questo codice politico si è rivelato irriformabile. Ha disperso e demotivato negli anni un patrimonio enorme di energie e di speranze di decine di migliaia di attivisti e di milioni di lavoratori e di giovani. Ed oggi è giunto semplicemente al suo epilogo. 


PERCHE' UNIRSI AL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 

Il Partito Comunista dei Lavoratori è nato (tra il 2006 e 2008) contro questa politica, dopo una battaglia di 15 anni all'interno del PRC, basata sui principi anticapitalistici e di classe. E' nato non per “dividere” i comunisti. Ma per liberarli da partiti che comunisti non erano e non sono. Per dare loro un riferimento coerente da cui ripartire. Per evitare loro nuove delusioni e dispersioni. 

Certo: siamo un piccolo partito. Che si è dovuto confrontare , in anni difficili, con gli effetti di confusione e demoralizzazione prodotti dal fallimento del PRC governista in un vasto settore della stessa avanguardia. Che ha dovuto lottare controcorrente , negli anni della peggiore crisi sociale, rispetto allo stesso arretramento della coscienza politica del movimento operaio . Ma abbiamo lavorato e lavoriamo per ricostruire una coscienza di classe , non per contribuire a disperderla. Da qui la nostra battaglia, in tutte le lotte e i movimenti, contro ogni subordinazione al PD, o al giustizialismo, o al grillismo. Da qui anche la nostra presenza alle elezioni: come terreno di presentazione di un programma comunista, alla luce del sole e senza mimetismi. 

Oggi possiamo dire di aver costruito, con tutti i nostri limiti, l'unico partito a sinistra del PRC realmente presente su scala nazionale, dotato di un minimo di organizzazione e di radicamento. L'unico che, nel suo piccolo, sta estendendo la propria presenza territoriale. L'unico, non a caso, che può presentarsi alle elezioni nazionali. L'unico, soprattutto, che non ha altro interesse da difendere che gli interessi del lavoro e della rivoluzione sociale. 

Cari compagni e compagne, 

diversi militanti di PRC e PDCI, in diverse parti d'Italia, hanno raggiunto in questi mesi le fila del PCL. E' un fatto prezioso. Ma se entrassero nel nostro partito tutti coloro che- tra voi- ci hanno detto e ci dicono che “sono d'accordo” con il PCL, con la sua politica, con il suo programma, la nostra comune battaglia comunista e rivoluzionaria farebbe un grande passo avanti. Nell'interesse dei lavoratori e di tutti gli sfruttati. 

Questa è esattamente la proposta che vi avanziamo. 
Disponibili, con i nostri dirigenti, e con le nostre sezioni territoriali, ad ogni occasione di incontro , di confronto, di approfondimento. A partire dalle lotte comuni di ogni giorno.