Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 7 aprile 2013

Sempre la stessa Storia (Palermo-Roma 2-0)

Kansas City 1927


Che poi vaje a dà torto.



Vuoi mette Pasqua e Pasquetta a Roma? 

Chi te lo fa fa a spostasse, prende l’aereo, fasse er pranzo in trasferta. Mejo restà in città no?



Loro ce so rimasti, a Palermo nce so mai annati.



Va detto perchè va detto che lo sforzo della società pe trovà tutti sti sosia così simili è stato impressionante, pare che se siano appoggiati alla stessa agenzia che forniva quelli de Saddam e Bin Laden. Gente esperta. Parevano loro a vedelli vè?



La Accollo Cam che spulciava negli spogliatoi non pareva lascià alcun dubbio: so loro, so la Roma, pure se nun c’era la scritta nte potevi sbaglià.



E invece c’assomigliavano un sacco ma erano QUASI uguali.



Teskelenburg, Burdosso, Paris, Crastan, Florenti, Sachtsidis Lametta, Tarquinho, De Nossi, Perolta e Toti.



“Noi siamo l’Aroma!” hanno gridato prima de scende in campo, furbi, consapevoli che l’apostrofo nse sente.



“Ma hanno detto l’aroma?”
“No no era la Roma ma j’è uscito co l’accento palermitano, stanno lì da tre ore e già j’ha attecchito”



Poi la partita è cominciata e dopo 5 minuti i più smart avevano già capito.



O il Real Madrid s’era messo le maschere dei giocatori der Palermo o er problema eravamo noi.



Ma tu te lo vedi a Sergio Ramos che se traveste da Von Bergen? A Xabi Alonso che nvede l’ora de esse Donati? A Cristiano Ronaldo e Benzema che scalpitano pe diventà i gemelli der gò Miccoli Dybala?



No, ncii vedi.



E infatti i farlocchi erano i nostri, pe quello loro parevano e Merenghe e Sannino gridava “Zeru tituli” già dopo 5 minuti, che sarebbero stati ritrasmessi in replica pe i prossimi 85.



Er dominio rosanero.



Na cosa imbarazzante e insensata come solo noi e pochi altri esperti der suicidio de massa sappiamo esse certe volte.



E quando decidiamo de evaporà così dar tereno de gioco come na goccia de rugiada ar primo raggio de sole de na precoce primavera dell’anima de li mortacci nostri, ecco, quando decidiamo così, presto o tardi, nell’arco dei 90 minuti ariva er temibbile momento dele statistiche dell’avversari, il “da quanto tempo non”, l’arma definitiva contro ogni forma de residua autostima.



In questo caso ce siamo visti costretti a ricordà che:



- il Palermo non segnava un gol dal 1997



- il Palermo non passava in vantaggio in casa dalla caduta del Muro di Berlino



- il Palermo non vinceva dalla formazione del primo governo Andreotti



- il Palermo non vinceva con due gol di scarto dal bombardamento di Dresda



- il Palermo non terminava una gara a portiere imbattuto dall’invasione della Polonia



- Miccoli non segnava dalla battaglia de Waterloo



- Miccoli non segnava su azione dall’avvio della rivoluzione industriale

- Miccoli non faceva quella bella esultanza sua da quando era magro (qua gli storici se dividono sulla data ma so concordi sul fatto che sia nsacco de tempo fa)



- Aronica non azzeccava un anticipo dalla Sala della Pallacorda



- Kurtic non faceva interdizione a metà campo dal Concilio di Trento



- Munoz non finiva na partita col soriso dalla scoperta dell’America



- Dossena non indovinava un cross dall’invenzione della stampa a caratteri mobili



- Ilicic non prendeva na sufficienza dallo schiaffo di Anagni



- Morganella non giocava a calcio dal basso medioevo



- Sorrentino non faceva na parata dalle Guerre Puniche



- Zamparini non era così soddisfatto da quando aveva esonerato gli Ittitti



- I rosanero in generale non scrivevano pagine così belle de calcio da quando se scriveva in cuneiforme



- Sto calore a Palermo nse sentiva da quando c’era stata quella brutta giornata pe i dinosauri a fine Mesozoico



Tutta sta rinfrescata de Storia, anni, secoli e millenni condensati in 90 minuti solo ed esclusivamente per ricordacce che pe noi è sempre la stessa storia.



Perchè a noi non ce rodeva così tanto da adesso e da sempre, dall’arfa e dall’omega, dall’alba e dal tramonto dei tempi. Sempre uguali e sempre diversi, ma soprattutto sempre uguali.



Corsi e ricorsi. Pe andà dove, a fa che, co chi e perchè, nse sa. Però magari se cori da quarche parte ce arivi.



Loro invece, quei sosia lì de cui sopra, de core non je annava proprio che, poi voi mette tutti gli sgradevoli inconvenienti che torni su casa sudato e mamma se incazza che aveva detto “Ok scendi a giocà ma non sudà che t’ammali”.



Ma a noi, se ce fosse stata nipotetica Scojonamento Cam piazzata davanti ar televisore nostro, c’avresti forse visto stupiti? No, solo tanto scojonati come suggerisce la didascalica onomastica dell’inqudratura.



Perchè noi aiutame a dì quanto lo sapevamo che annavamo a pià sti schiaffi a Palermo. No no aiutame nte ne annà ndo cazzo vai, mica puoi scappà mo.



Noi non scappamo, so sempre loro che corono scappano che ariva lo squadrone giallorosso, che però è no squadrone fino a quando se fa squadretta a 90°.



E quando te metti a 90° poi non te puoi stupì se un pure ormai impotente Palermo coglie l’occasione.



Inutile dì che se ce fossero abbastanza partite, dopo avè incontrato noi mo i rosanero farebbero un filotto de vittorie che li proietterebbe tempo du mesi in volata Champions e tempo altri due ad affermasse come l’unica vera antiJuve.



Noi invece, semplicemente, ogni tanto, senza nessun vero motivo, diventamo l’antinoi, l’antiRoma e se famo male de un male che nessun agente esterno ce potrebbe mai infligge. Ce l'abbiamo ner Dna, dicono.

Poi un giorno nascerà nantropologo forte forte forte che riuscirà a spiegacce co parole chiare e al di là de ogni fraintendimento che cazzo possa volè dì "Dna della squadra", perchè ancora non è che ce sia chiarissimo er concetto.



Però che fai mo, piagni lacrime palermitane fino a giugno?



No, a noi de piagne nce va proprio, da qui ala fine ce stanno ancora nsacco de partite, e alcune fra queste so incroci co la Storia nostra che capitano nell’immediato domani.



Immediato tipo la prossima partita.



So du anni che parlamo de progetto e de futuro: pe comincià sarebbe carino dimenticasse subito de sto recente passato.



Fatecelo sto presente.

Gli assalti ai forni e le donne di Ponte di Ferro (7 aprile 1944)

fonte: http://baruda.net/


Roma, tra il febbraio e l’aprile del 1944, è schiacciata dalla morsa della fame, è una città sfinita, murata dall’occupante nazista. È il momento peggiore della guerra: bombardamenti, attentati, rastrellamenti, rappresaglie, gli Alleati sono fermi ad Anzio, non vanno né avanti né indietro, gli uomini al fronte o prigionieri o nascosti o non se ne sa più niente; i figli e i vecchi da sfamare.
L’approvvigionamento di una città di quasi due milioni di abitanti come Roma si presenta soprattutto come un problema di trasporti, visto che i rifornimenti di viveri arrivano non solo dal Lazio, ma anche da regioni molto più lontane; se fino al gennaio 1944 gli alimenti, nonostante gli attacchi aerei alle linee ferroviarie, erano ancora trasportati con i treni merci,
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dopo lo sbarco alleato a Nettuno e l’aggravarsi della situazione per tutte le ferrovie dell’Italia centrale, i trasporti avvengono per mezzo di autocarri. Quotidianamente partono 100 autocarri per il rifornimento della città. Ma i viveri che arrivavano non sono comunque sufficienti, tanto che l’Ufficio alimentare dell’Amministrazione militare vede nella parziale evacuazione della città l’unica possibile “soluzione”, ma, prevedibilmente, il tentativo non viene mai fatto. Interi quartieri restano senza pane. Poveri e ricchi sono ugualmente costretti a ricorrere al mercato nero. I romani mangiano, quando ne trovano, carrube lesse, pane di vegetina, bucce di patate bollite; bruciano mobili d’arredamento per scaldarsi e cucinare. La città sopravvive sospesa in una atmosfera di terrore, fame e freddo.
La situazione economica alimentare va sempre peggiorando e la popolazione trae motivo di ulteriore pessimismo dalle recenti disposizioni circa l’aumento del prezzo del pane e la ritardata distribuzione di parte della già modesta razione di pasta. Si vorrebbe una energica e fattiva azione da parte delle autorità per arrestare la corsa al rialzo dei prezzi che, se favorisce l’ingorda speculazione dei commercianti e dei cosiddetti borsari neri, pregiudica ed esaspera i consumatori ed in special modo 
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quelli appartenenti alle classi meno abbienti o a quelle costrette a vivere del reddito fisso.

A complicare ulteriormente una situazione già inquietante, da una parte gli Alleati, che mitragliavano i convogli di viveri diretti in città, dall’altra gli occupanti che sequestravano per il loro uso, ma soprattutto per una sorta di deontologia dell’occupazione, intere partite di generi alimentari. L’idea che i tedeschi tenessero tutti i depositi sequestrati per il loro uso e consumo, è molto diffusa.
Ulteriori problemi provoca un vertiginoso ma invisibile (perché clandestino, non ufficiale) aumento della popolazione: dai Castelli, da Genzano, da Albano, dalle campagne intorno ad Anzio e Nettuno, arrivano a Roma intere famiglie di disastrati che cercano alloggio nelle scuole, nelle caserme o nell’ala abbandonata di qualche ospedale, un incremento silenzioso che va ad accelerare un andamento già crescente della popolazione romana, prima del ventennio fascista. Si calcola che oltre 200.000 persone vivessero in alloggi di fortuna in condizioni inumane e senza lavoro. E trovare cibo diventa ancora più difficile.
Gli ospedali sono pieni di bambini denutriti, e si contano numerosi casi di piccoli deceduti per fame e malattie da denutrizione: forse più di trecento, una strage, altre vittime innocenti da inserire nell’elenco di atrocità commesse dai nazifascisti a Roma e in Italia.
Dopo l’attentato di via Rasella del 23 marzo, la rappresaglia tedesca non si ferma alla strage delle Fosse Ardeatine, ma vuole colpire il maggior numero di persone possibile. Così, per ordine diretto del generale Maeltzer, la razione di pane dei romani viene ridotta da 150 a 100 grammi al giorno. Oltretutto è pane nero, spesso ammuffito.
Ai primi di aprile del 1944, dopo il catastrofico e lungo inverno, le condizioni alimentari si fanno intollerabili portando allo stremo la popolazione. La situazione nel settore del pane peggiora in modo drammatico con l’approssimarsi del fronte. A metà aprile, a causa delle difficoltà dei trasporti e dei disordini creati dalla lotta partigiana, la distribuzione ufficiale subisce un’ulteriore diminuzione; a quel punto ci si rende conto che non solo circolano 50.000 carte per il pane falsificate, ma anche che ingenti quantitativi di farina sono stati venduti di contrabbando dagli organi addetti alla distribuzione.
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Protagoniste di un così oscuro periodo sono le donne che da sole, con ogni mezzo, con l’astuzia o la violenza, cercano di sopravvivere alle miserie della guerra. È così che avvengono i primi assalti ai forni, destinati a diventare sempre più frequenti; sono le donne spinte dal bisogno che li pensano e li organizzano spontaneamente anche se qualche volta c’è dietro l’aiuto e l’impulso dei gruppi femminili della Resistenza. Si passano parola, vanno all’assalto provviste di sporte per metterci dentro quel po’ che riusciranno a prendere, usano i figli come scudo; sono le donne che si organizzano per assalire i forni ove si panifica il pane bianco per fascisti e nazisti.
Gli assalti avvengono nei quartieri di Trionfale, Borgo Pio, Via Leone Quarto. A guidarle in questi quartieri sono le sorelle De Angelis, Maddalena Accorinti ed altre.
In via Leone IV, davanti alla sede della Delegazione rionale, scoppia una rabbiosa protesta contro la sospensione della distribuzione di patate e farina di latte. Nella stessa strada viene assaltato il forno De Acutis, ma qui c’è il consenso dello steso proprietario, che distribuito il pane e la farina, si dà alla clandestinità.
Sempre fra i Prati e il Trionfale, zona di piccola e media borghesia, avvengono assalti ai panifici in via Vespasiano, via Ottaviano e via Candia.
Il 1° aprile 1944, di fronte a un forno di via Tosti, nel quartiere Appio, una forte manifestazione di donne contro la riduzione della razione di pane, dà inizio ad una nuova e disperata serie di assalti ai forni.

“Sabato primo aprile, al forno Tosti, quartiere Appio, la fila era interminabile: le donne attendevano da più di due ore l’arrivo dell’ordine di distribuzione e non si
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 capiva perché tardassero tanto ad aprire. Esasperate le donne protestavano ad alta voce, erano furibonde, e c’era tra loro chi temeva che non ci fossero neppure quei cento grammi per tutti. [] aveva cominciato una in prima fila in faccia ai militi [che vigilavano alla porta]: “Ci ho quattro creature che me se magnano puro a me se je porto sta crioletta de cento grammi! Ve volete da’ na mossa! Buffoni!”. Un milite la prese per il braccio e la portò fuori dalla fila, le donne cedettero che la volessero arrestare e cercarono di strapparla dalle mani della GNR: seguì un parapiglia, tutte strillavano, insultavano; poi d’improvviso, rotta la fila, si ammassarono tutte davanti alla porta del forno. La porta forzata cedette e tutte entrarono [] le donne trovarono, oltre al pane nero, anche sacchi di farina bianca, forse pronti per la panificazione per le alte gerarchie fasciste o per le truppe di occupazione tedesche”.
Nei giorni a seguire e per tutto il mese di aprile, furono attaccati camion carichi di pane, come a Borgo Pio dove la folla assale un camion, scortato da militi fascisti, che trasporta pane per una caserma. Tale è l’improvvisa e inaspettata irruenza delle assalitrici che i militi possono fare ben poco e si trovano il camion completamente saccheggiato. Altri assalti hanno lugo a forni in tutti i quartieri, costringendo i tedeschi a scortare ogni convoglio e a presidiare ogni punto di distribuzione.

L’episodio più tragico avviene all’Ostiense, al Ponte di Ferro. Il 7 aprile 1944 decine di persone si ritrovarono di fronte al mulino Tesei per chiedere pane e farina; si diceva che quel mulino producesse pane destinato ai militari tedeschi. Le donne dei quartieri limitrofi (Ostiense, Portuense e Garbatella) avevano scoperto che il forno panificava pane bianco e che probabilmente aveva grossi depositi di farina. La folla cominciò a reclamare il pane, i cancelli del forno furono sfondati e le donne riuscirono ad entrare. Il direttore del forno, forse d’accordo con quelle disperate, lasciò che entrassero e che si rifornissero di pane e farina, ma qualcuno avvertì la polizia tedesca che arrivò quando le donne erano ancora sul posto. A quel punto i militi fascisti presenti chiesero l’intervento delle SS tedesche, che bloccarono la strada, molte donne riuscirono a scappare, ma dieci di loro furono prese, afferrate di forza, portate sul ponte e lì fucilate in fila, contro la ringhiera. A monito della popolazione i tedeschi ne lasciano i cadaveri sulla spalletta del ponte fino alla mattina dopo quando alcuni lattonieri e sfasciacarrozze della zona vengono costretti a caricare le povere salme su di un camion. Da allora non si è mai saputo dove siano state portate e sepolte.
Le dieci vittime innocenti della furia nazi-fascista furono: Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo.
Durante un nuovo assalto, quello avvenuto il 2 maggio, all’indomani delle manifestazioni del giorno prima, una guardia della PAI (la Polizia Africa Italiana che funge da servizio d’ordine per conto del Governo fascista repubblicano), accorsa per sedare il tumulto uccide con una fucilata una donna del Tiburtino III, Caterina Martinelli, madre di sei figli.
Cade sul selciato con sei sfilatini nella borsa della spesa, una pagnotta stretta al petto, in braccio una bambina ancora lattante: stramazza a terra sopra la figlia che sopravvive ma che avrà poi la spina dorsale lesionata. Una specie di monumento alla madre affamata.
Il giorno dopo, sul marciapiede ancora insanguinato, un cartello antifascista ricorda la vittima. Quel cartello, subito fatto togliere dalle autorità, tornerà come lapide a Roma liberata.
Mario Socrate, partigiano gappista e poeta, così testimonia di quell’episodio: “… ci fu l’assalto al forno e uno della Pai sparò e uccise una donna. Allora noi facemmo una manifestazione, e io quel giorno stesso ho scritto la lapide e la mettemmo al punto dov’era ancora il sangue a terra”. Fu lui a scrivere le parole che si possone leggere ancora oggi nella lapide sulla facciata di una casa in via del Badile 16:
Il 2 maggio 1944 in questo luogo durante un assalto al forno per cercare il pane per i suoi figli venne uccisa dalla violenza fascista Caterina Martinelli «io non volevo che un po’ di pane per i miei bambini non potevo sentirli piangere tutti e sei insieme»

sabato 6 aprile 2013

Il Presidente

Luciano Granieri


Il Presidente della Repubblica è una figura fondamentale per  il nostro Paese. E’  improprio affermare che egli rivesta solo funzioni di rappresentanza. Chi siede al “Colle” è il capo    delle forze armate e presiede il  Consiglio Superiore della Magistratura. Ha il potere di sciogliere le Camere e di nominare il Presidente del Consiglio, può rinviare alle Camere i provvedimenti licenziati dal Parlamento se questi non contengano i requisiti di costituzionalità. Rimane in carica per sette anni, ossia il tempo di almeno due legislature. Una tale figura quindi è talmente importante che deve essere scelta secondo criteri ferrei e non diventare scambio di bieche trattative fra le parti politiche. 

 In relazione al successore di Napolitano ogni giorno si leggono sui giornali  nomi diversi. Si va da alte personalità istituzionali , autorevoli esponenti della società civile, fino ad arrivare ai peggiori gaglioffi. Mai come in questa occasione la scelta del Presidente della Repubblica sarà  così difficile e fondamentale per il futuro del Paese. Anche io vorrei esprimermi sull’identità del prossimo Presidente, ma anziché proporre un nome vorrei costruire un identikit in base a ciò che dovrebbe o non dovrebbe fare il prossimo inquilino del Quirinale. 

Innanzitutto essendo il Capo dello Stato custode e garante della Costituzione, dovrebbe conoscerla in modo approfondito, non solo nel contenuto degli articoli, ma anche nello spirito e negli intenti che questi contengono. Il nuovo Presidente dunque dovrà garantire le tutele costituzionali, non ad una singola persona o ad un gruppo ristretto di persone, MA A TUTTI I CITTADINI in egual misura. Un presidente che fosse considerato di garanzia solo per una soggetto sarebbe un cattivo Presidente.  

Un efficiente Capo dello Stato  ha l’obbligo di  sciogliere le camere e indire nuove elezioni quando il governo non dispone più della maggioranza in Parlamento. Ciò che non dovrebbe assolutamente fare in questo caso è tergiversare  affinchè  la ex maggioranza ritrovi i numeri attraverso la compra vendita di Parlamentari e, in seguito,  incaricare un nuovo presidente del consiglio di formare un esecutivo , senza legittimazione elettorale, solo perché la soluzione è imposta dal potere  capitalistico finanziario. 

Un efficiente Capo dello Stato non dovrebbe intromettersi  in indagini scottanti, quali quelle in corso per l’accertamento di accordi fra pezzi delle istituzioni e la criminalità organizzata. Un Presidente che accoglie al Quirinale  come eroi  due invasati assaltatori della Marina Militare che, nell’esercizio della funzione di difendere interessi privati, non della collettività, uccidono in territorio estero due pescatori, scambiandoli per pirati, non è un capo dello Stato degno.  Un Presidente garante della Costituzione e capo de Consiglio Superiore della  Magistratura non dovrebbe ammonire dei giudici dall’inquisire  un senatore per Frode fiscale, concussione, prostituzione minorile, solo perché questi deve poter partecipare serenamente alla composizione del governo e addirittura cogliere l’opportunità di diventare esso stesso Presidente della Repubblica. Né dovrebbe tollerare che un manipolo di cortigiani parlamentari fedeli al suddetto senatore irrompa in segno di protesta nell’aula del tribunale dove  si sta tenendo il processo a carico del loro capo.  

Un Presidente della Repubblica che non riesce a distinguere un giornalista da un diffamatore, latore di notizie false e quindi, in nome della libertà di stampa, concede la grazia al citato mentitore, condannato per aver diffuso per mezzo del giornaletto da lui diretto falsità e infamità, non è un buon garante dei diritti di tutti i cittadini. Ed è un pessimo presidente quello che concede la grazia ad un ufficiale di un esercito straniero condannato a sette anni per aver agevolato, all’interno dei nostri confini,  il rapimento, e la deportazione in territorio estero di un rifugiato politico, che è stato anche  sottoposto a tortura, legittimando con la concessione della grazia un ingerenza straniera nelle nostre dinamiche istituzionali, e la grave  privazione  dei diritti umani e civili a un rifugiato politico. In sintesi un buon Presidente della Repubblica deve assolutamente evitare di replicare i comportamenti che ho appena citato. Purtroppo, questi atti  sono già stati commessi  dal Presidente uscente.

LIBERARE TUTTI E SUBITO!!!


Forum Palestina, Rete dei comunisti, Collettivo Militant, Capitolo italiano della Rete delle Reti in Difesa dell’Umanità

Libertà per i prigionieri politici palestinesi.
 
Libertà per tutti i rivoluzionari anticapitalisti e antimperialisti
 

Il 17 aprile è la giornata internazionale del prigioniero politico palestinese, sono 4812 i detenuti nelle carceri israeliane tra loro ci sono oltre 219 minorenni, dal 1967 in oltre 750.000 sono passati per le prigioni israeliane, una cifra equivalente al 20% del popolo della Palestina occupata.
Crediamo sia giusto ed importante rispondere all’appello lanciato dalle organizzazioni palestinesi organizzando manifestazioni e presidi in tutta Italia , dando forza e sostegno alla lotta che da oltre due anni portano avanti i prigionieri palestinesi contro un impianto di detenzione brutale, per il rispetto dei diritti umani e la fine del sistema di detenzione amministrativa e della tortura. Il 23 febbraio scorso, un giovane palestinese Arafat Jaradat è morto nel carcere di Megiddo in seguito alle sevizie inflittegli dall’esercito israeliano. Il diritto di resistenza, questo è ciò che il sionismo e l'imperialismo vogliono seppellire nelle carceri, israeliane di Megiddo, Nafha, Ofer, colpendo uomini e donne del popolo, militanti insieme a figure storiche e dirigenti politici come Ahmed Saa’dat Segretario Generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina o Marwan Barghouti Segretario Generale di Al Fatah in Cisgiordania. A questi prigionieri si aggiungono i detenuti di diverse nazionalità arabe fatti prigionieri, nel corso dei conflitti scatenati da Israele poi scomparsi nelle prigioni militari di massima sicurezza.
La lotta del popolo palestinese non è diversa e non può essere separata dalla lotta di quanti in tutto il mondo si battono per il progresso, l’indipendenza e l’autodeterminazione del proprio popolo; è lo stesso sistema di interessi economici e politici imperialisti che, in forme diverse da paese a paese, impone il suo brutale dominio a danno dei popoli.
All’interno dell’Europa e dell’ intera area mediterranea la repressione colpisce duramente i movimenti sociali e politici, che si oppongono alle poltiche antipopolari e reazionarie della Troika, mentre ancora più duramente vengono attaccate le organizzazioni della sinistra di classe che guidano i processi di autodeterminazione e di indipendenza. L’UE non accetta di essere messa in discussione e per questa ragione offre il pieno sostegno al governo spagnolo nella repressione della sinistra patriottica basca, e sostiene la Turchia nella repressione del movimento di liberazione curdo che vede il suo leader da oltre 15 anni sepolto vivo nel carcere di Imrali, grazie alla complicità del governo D’Alema.
La lotta antimperialista in America Latina sta vivendo il suo momento più alto, ma l’imperialismo non accetta di veder crescere il processo rivoluzionario e socialista messo in campo dai paesi dell’ALBA, a cui si affianca l’azione dei governi progressisti e antimperialisti. E’ un continente che sta costruendo la sua indipendenza su basi avanzate di democrazia reale partecipativa economica e politica ma contro il quale le oligarchie reazionarie attuano ogni forma di guerra economica, sociale e militare , uccidendo e imprigionando i dirigenti politici e sindacali (è ad esempio il caso, del Perù, del Cile o della martoriata Colombia).
L’imperialismo non accetta chi si ribella al suo dominio, chi resiste e costruisce processi socialisti consolidati, e per questa ragione si accanisce contro il percorso di indipendenza della rivoluzione socialista cubana. Non solo l’infame blocco economico-finanziario da oltre 50 anni, ma l’attività anticomunista a guida imperialista ha colpito Cuba con continui attacchi terroristici,che hanno provocato migliaia di morti ; è in tale violento contesto controrivoluzionario a guida USA-CIA che va collocata e interpretata politicamente l’ingiusta e assurda detenzione da 14 anni di 5 agenti antiterroristi cubani che sono ostaggi di Washington,con l’unica accusa di aver scoperto e denunciato e ostacolato la violenta attività eversiva di formazioni terroristiche anticubane molto attive , promosse e sostenute dai diversi governi statunitensi, repubblicani e democratici.
Invitiamo a partecipare e a costruire iniziative unitarie per il 17 Aprile rafforzando la giornata del prigioniero politico palestinese e rivendicando la libertà per tutti i combattenti anticapitalisti e antimperialisti detenuti .
L ’accusa contro questi uomini e donne, contro questi compagni rivoluzionari, è di resistere combattendo contro la violenza dell’occupazione imperialista e contro l’ingiustizia sociale. LIBERARE TUTTI E SUBITO!!!

Mercoledì 17 Aprile ore 17 Sit in davanti al Colosseo
per adesioni

venerdì 5 aprile 2013

Il nuovo Regolamento del Ministero dell’Ambiente sui CSS (Combustibili Solidi Secondari): garanzia dell’impunità per i trasgressori

Raggio Verde e Rete per la tutela della Valle del Sacco


Sulla G.U. n. 62 del 14.03.2013 è stato pubblicato il Decreto del Ministero dell’Ambiente che ha introdotto i Combustibili Solidi Secondari come la nuova fonte di energia termica e di energia elettrica “che concorre al raggiungimento degli obiettivi nazionali dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili”.

Non è la prima volta, purtroppo, nel nostro paese, che si fa passare come uso di energia da fonti rinnovabili, fonti che nulla hanno di ecologico, anzi che hanno compromesso e danneggiato l’ambiente più dei combustibili fossili che vorrebbero sostituire.

Il caso dei Combustibili Solidi Secondari non fa eccezione.
Vi sono studi che evidenziano che le emissioni determinate dalla combustione dei CSS (che sono rifiuti urbani e speciali sottoposti ad un determinato trattamento regolato da norme UNI) da parte dei cementifici sono molto più pregiudizievoli per l’ambiente e per la salute umana rispetto alle emissioni determinate dalla combustione del pet-coke.
In considerazione di ciò, ci si attenderebbe da un Ministero dell’Ambiente, in ossequio al principio di precauzione, l’introduzione di controlli specifici sia nella fase di produzione del CSS che nella fase di utilizzo del CSS.

Invece nulla di ciò. Secondo l’art. 8 del Regolamento, è il produttore del CSS e non un ente terzo ad emettere – senza contraddittorio – la dichiarazione di conformità del CSS prodotto agli standard richiesti. Già questo rappresenta un’anomalia.
Ma non è tutto.
Il produttore del CSS, sempre ai sensi dell’art.8 del Regolamento, deve conservare la dichiarazione di conformità per un anno ai fini di eventuali controlli, ma, si badi bene, il campione relativo alla dichiarazione di conformità, assolutamente necessario al fine di operare un controllo in ordine alla correttezza della dichiarazione di conformità emessa, deve essere conservato dal produttore solo per un mese !!!

Da quanto sopra pare evidente che la possibilità di incastrare chi dovesse rilasciare una dichiarazione di conformità non corretta o falsa è pressoché nulla.
 
Evidentemente il Ministero nutre un’immensa fiducia nel senso di responsabilità dei produttori, degli utilizzatori e degli enti di certificazione.
Peccato che tale fiducia sia mal riposta, considerato che nel nostro paese hanno luogo processi per fatti che hanno visto dirigenti di imprese far bruciare negli inceneritori rifiuti di ogni genere falsamente qualificati come CDR, beneficiando anche degli incentivi da fonti rinnovabili. Peccato inoltre che vi siano imprese, che da quanto risultante dalla cronaca non possono essere certamente definite come gestite in maniera responsabile da un punto di vista ecologico nonostante siano state dotate di certificazioni ambientali.
Ci si domanda allora se il Ministero dell’Ambiente operi in Italia o su Marte.

SIT IN a Montecitorio per i diritti negati

Coordinamento Valle del Sacco


Il 9 Aprile 2013 il Coordinamento Valle del Sacco parteciperà con una sua delegazione al sit-in indetto da NOWAR e Peacelink dinanzi al palazzo di Montecitorio, a partire dalle ore 10.00 del mattino.
Dato che in quella data ci sarà il pronunciamento sull'incostituzionalità del cosiddetto “Decreto salva ILVA”, avverso il quale è doveroso precisare che “la Costituzione sancisce e garantisce il diritto alla salute dei cittadini", così come il lavoro,  che ora si trovano paradossalmente sui due piatti della bilancia giudiziaria. Questo è il prezzo che ha pagato negli anni anche la Valle del Sacco...così come Taranto e numerose altre situazioni territoriale nel nostro paese.
Il decreto inoltre mette in luce un inedito "scontro istituzionale" sulle tematiche ambientali. A Taranto un Ministro che esautora d'imperio le decisioni di un magistrato, nella Valle del Sacco un continuo di veti e scontri incrociati, in particolar modo sul tema rifiuti, tra Commissari, Ministro e rappresentanza elettiva.
L'adesione a tale iniziativa nasce da un ben più profondo legame che unisce i cittadini del Salento, avvelenati dai fumi dell'Ilva e degli altri impianti ivi presenti, a quelli della Valle del Sacco, anch'essa storico sito industriale, ora chiamati a confrontarsi con le scomode eredità ambientale lasciata dagli impianti che hanno, negli anni, abusato e stuprato questi territori.
Una connessione che questa partecipazione intende ribadire, rafforzando ancor più il fronte di coloro che chiedono giustizia ambientale, dopo anni di barbari sversamenti, pratiche illecite e pericolose, tanto per l'ecosistema che per i cittadini residenti.
Un messaggio ancor più importante da rilanciare oggi, a seguito dei nuovi e recenti attacchi che il dimissionario Governo Monti, nella triste figura del suo Ministro per l'Ambiente Corrado Clini, continua a perpetrare ai danni dei territori, a partire del declassamento di molte località, tra cui la Valle del Sacco, da Sito di Interesse Nazionale (SIN) a Sito di Interesse Regionale (SIR), per giungere alla parossistica gestione dell'emergenza rifiuti romana, senza dimenticare l'infame tentativo di autorizzare i cementifici all'incenerimento di rifiuti, classificati quali Combustibili Solidi Secondari (CSS).
Nonostante le motivazioni siano diverse e molteplici, la lotta che unisce Taranto e la Valle del Sacco è la stessa: la difesa dell'ambiente e della salute dei cittadini, prima di ogni profitto, prima di ogni sfruttamento economico.
Il 9 Aprile, a Montecitorio, invocheremo a gran voce: GIUSTIZIA!

Coscienza della disperazione

Luciano Granieri


"Fin tanto che i proletari potranno essere distratti dalla loro disperazione  dagli pseudo eventi creati da media i super ricchi non avranno nulla da  temere" .

La frase del filosofo americano in poche parole coglie magnificamente il nocciolo delle ragioni della grande devastazione sociale che sta flagellando le nostre comunità. Illustra  il motivo principale per cui oggi diventa arduo, se non impossibile,  ricostruire una vera coscienza di classe. E’ crudo ammetterlo, ma finchè non si coglierà la gravità della nostra disperazione, oggi ancora si arriva a negarla, il famoso 99%  di coloro che possiedono  il 20% delle risorse mondiali, rispetto a quell’1% che invece dispone del restante 80%, sarà destinato ad impoverirsi sempre più. Dunque in primis     sarebbe  saggio eliminare le distrazioni.
 Ma  in che cosa consistono queste distrazioni? Fondamentalmente possono essere divise in due categorie. Quelle create dai super ricchi e quelle messe in campo dagli stessi poveri o da chi pretenderebbe di rappresentarli. Nell’analisi del primo gruppo il discorso è complesso e parte da lontano. 

Alla fine degli anni ’70 il mondo occidentale usciva da due decenni di profonde lotte sociali. Conflitti in cui il consolidamento di una classe  proletaria   in senso lato, comprendente  lavoratori dipendenti,  studenti, ma anche pezzi di società discriminata come gli afroamericani dei ghetti statunitensi e  gli immigrati , era riuscita a strappare diritti civili importanti. Si stava realizzando un primo scacco al capitalismo post bellico, impegnato  ad imporre la propria egemonia. Tutto ciò mise in moto processi  controrivoluzionari i quali furono  caratterizzati, oltre che da fenomeni violenti  come la repressione e il terrorismo di stato, anche da strategie più subdole e tremendamente efficaci la cui accelerazione si ebbe nel corso delle  presidenza Reagan , negli Stati Uniti e della Thatcher in Inghilterra.

L’obbiettivo  non era soffocare il conflitto con la repressione, ma rimuoverne le ragioni, cercando di convincere il proletariato allargato  sulla possibilità  fallace di diventare ricco e acquisire gli stessi privilegi degli esponenti di quella classe che stava così strenuamente combattendo. L’operazione era complessa perché doveva rivolgersi ad ogni singolo individuo  rivoluzionandone i processi di determinazione della  propria autostima. Si  dovevano cambiare i valori in base ai quali una persona poteva sentirsi  soddisfatta.  L’ essere considerato per le proprie capacità di stabilire rapporti di amicizia, per la propria sensibilità e umanità, per la propensione di stare in mezzo agli altri, oltre che per le proprie disponibilità economiche, erano  valori da  rimuovere . La percezione del successo doveva unicamente derivare dalla capacità di soddisfare il proprio desiderio di possedere cose e oggetti.

Il concetto era il seguente:  Più un individuo ha la possibilità  di acquistare cose, di sostituirle con altre più recenti ed aggiornate,  più è considerata persona di successo. Per dirla  con  BAUMAN è l’oggetto che determina la felicità, attraverso il suo possesso e la frequenza della sua sostituzione e non un altro soggetto che apprezza e promuove i suoi simili  sulla base di comportamenti e azioni .  E’ più facile auto -misurare il proprio grado di successo attraverso la frequenza con cui si cambia il cellulare o si acquista la smart tv più performante sul mercato , piuttosto che accettare che siano gli altri soggetti a giudicare,  con il rischio che il giudizio possa risultare  negativo.  Una volta riuscito questo sovvertimento valoriale, i super ricchi non sono più considerati responsabili della condizione precaria della moltitudine  perchè usurpatori di diritti e ladri di risorse della comunità , ma vengono addirittura presi a modello. La povertà è causata da una propria inadeguatezza e incapacità , elementi che vanno a tutti i costi migliorati.

Un’ altra conseguenza  è che si innesca una gara fra poveri a chi riesce maggiormente ad avvicinarsi allo status di ricco, una condizione evidentemente irraggiungibile . “L’altro” non è un soggetto con cui condividere i propri problemi, ma è un competitore che rallenta il proprio processo di avvicinamento al benessere.  La capacità delle televisioni dei nuovi media di creare con la pubblicità  effimeri modelli di successo cui mirare  ha reso possibile la realizzazione di questo piano devastante.  Ad Harlem, nei quartieri neri più poveri, abbondano i cartelloni pubblicitari con le gigantografie di giocatori di basket che promuovono la scarpe Nike.  Potrebbe apparire  un contro senso promuovere scarpe che costano diverse centinaia di dollari in quartieri così poveri. Ma non lo è. Infatti è proprio la voglia repressa di riscatto che porta ragazzi e giovani non abbienti a desiderare quell’oggetto  che sfoggia chi ce l’ha fatta a diventare ricco ma solo per doti atletiche naturali.  Procurarsi i dollari necessari ad acquistare quell’icona di successo diventa fondamentale  e non importa se ciò avviene con atti violenti (rapine e aggressioni). In questa ottica si inquadra la sempre maggiore frequenza di ricorso al credito al consumo da parte delle persone meno abbienti e la conseguente crisi debitoria delle famiglie.

In Italia la storia è nota. Non è un caso che ci ha governato per vent’anni e ancora continua a condizionare la politica del Paese è un signore che possiede tre televisioni, diversi giornali  e gode del consenso costante di almeno dieci milioni di italiani, nonostante sia un delinquente conclamato.  Ma oggi con l’avanzare della crisi, inevitabile a fronte di un sistema che rende i ricchi sempre più ricchi, concentrati in una cerchia che tende a restringersi,  e i poveri sempre più poveri e numerosi,  che un tale oliato sistema presenti qualche cedimento. Infatti tornano a materializzarsi venti di lotta.  Ma qui entra in gioco la seconda categoria delle distrazioni, quelle determinate, consapevolmente o inconsapevolmente,  dalla stessa classe meno abbiente o da chi pretende di rappresentarla.

Lo scopo è quello di indirizzare la protesta verso altri obbiettivi che non siano finalizzati al sovvertimento del sistema. La denuncia delle corruzione dei politici con l’utilizzo di linguaggi violenti ed eclatanti, il rifiuto dell’euro e delle politiche dell’Unione Europea,  sono in parte condivisibili  e sono reali. Ma corruzione, Unione Europea, oltre che al Fondo Monetario internazionale e la Bce non sono altro  che  l’apparato esecutivo  della trappola ordita dai super ricchi  attraverso la lauta remunerazione dei propri  solerti burocrati. Nella schiera di tale burocrazia inserisco a pieno titolo alcune forze  sindacali e riformiste la cui funzione è quella di addormentare la protesta, deviarla su binari morti. Combattere queste forme può essere utile ma è insufficiente e addirittura fuorviante nell’identificazione del vero  nemico. L’unica processo vero per tornare a sperare in una possibilità di riscatto è quindi, RIMUOVERE LE DISTRAZIONI, concentrarsi sulla propria disperazione che inevitabilmente ci restituirà la lucidità per capire che  l’arricchimento smodato non è il risultato di particolari abilità, ma è il frutto dell’appropriazione indebita di risorse destinate a tutta la comunità.

I ricchi non sono i  più illuminati  per cui è necessario seguirne le gesta, sono semplicemente più ladri e usurpatori e vanno combattuti senza pietà. Questa presa di coscienza però necessita del profondo  ripensamento dei rapporti sociali così  come si sono determinati fino ad oggi. E’ un processo lungo e forse irrealizzabile, ma l’acuirsi di una crisi che genera terribili privazioni e disperazione può forse provocare quello shock necessario a riacquistare la propria coscienza di classe. Sarebbero necessari però aggregazioni di cittadini, movimenti che si incarichino di indirizzare le conseguenze dello shock verso gli obbiettivi giusti. Il movimento alter mondista, i social forum erano sulla buona strada , fino a che una parte di essi si è rivelata permeabile alle infiltrazioni del capitalismo finanziario. Forse bisognerebbe ripartire da lì. Ma una cosa è certa “URGE RIMUOVERE LE DISTRAZIONI”.