Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 3 maggio 2013

NOI CASSINTEGRATI DI RIFONDAZIONE COMUNISTA COSTRETTI A CHIAMARE I CARABINIERI PER TUTELARE I NOSTRI DIRITTI

Lavoratori/trici cassintegrati/e della Direzione Nazionale del Prc


LETTERA APERTA


Ieri è andato in scena l’ultimo penoso atto della vicenda di noi cassintegrati del Partito della Rifondazione Comunista.
Essendo scaduta la cassa integrazione il 30 aprile scorso, non avendo ricevuto ancora le lettere di licenziamento già preannunciate dal Prc con l’avvio della procedura di mobilità per 42 lavoratrici e lavoratori, né nessun’altra comunicazione da parte del Prc, ieri mattina alle h. 9.00 ci siamo presentati, come prescritto dalla legge, sul nostro posto di lavoro presso la Direzione Nazionale a Viale del Policlinico.
Dopo tre anni e sette mesi di cassa integrazione, ci aspettavamo di essere accolti da un qualche dirigente o responsabile che ci dicesse cosa potevamo fare invece abbiamo aspettato nell’atrio per circa tre ore l’arrivo del tesoriere nazionale Mimmo Caporusso il quale, una volta arrivato ci ha fatto leggere una lettera-a noi mai pervenuta-nella quale è scritto che tutti i dipendenti interessati dalla procedura sono “sospesi dal lavoro e dalla retribuzione” a partire dal primo maggio.
Alla richiesta reiterata più volte di registrare la nostra presenza sul posto di lavoro per tutelarci da una possibile accusa di assenteismo ci è stato risposto che nessun documento sarebbe stato firmato e che potevamo andarcene. A quel punto non abbiamo avuto altra scelta che chiamare i Carabinieri i quali, arrivati in Direzione, hanno messo a verbale la presenza di ognuno di noi sul posto di lavoro.
Siamo in cassa integrazione dal settembre 2009. Nessuno di noi aveva incarichi politici, siamo lavoratori come tutti gli altri: centralinisti, tecnici, informatici, segretari di dipartimento, addetti alla vigilanza, giornalisti.
Nel 2009 ci fu comunicato dal Segretario Paolo Ferrero che il Prc avrebbe fatto tagli orizzontali del 50% su tutte le spese e che quindi il 50% del personale sarebbe stato licenziato da un giorno all’altro. Iniziarono le trattative. Proponemmo contratti di solidarietà e ci furono negati. Proponemmo di mettere a frutto alcune sedi di proprietà del Prc per aprire cooperative o associazioni che fornissero servizi da un lato e reddito dall’altro coinvolgendo anche i territori per iniziare così un processo di trasformazione prima di tutto politica di un partito che ormai era fuori dal parlamento e affrontare con una pratica diversa le contraddizioni aperte dalla gestione che aveva portato a quell’epilogo.
Sordi a quella che tuttora riteniamo essere la sostanza di tutta la vicenda ci risposero che le sedi non si potevano toccare perché servivano “a fare politica” (la stessa vecchia politica che ha portato all’esaltante successo della lista Ingroia!) salvo poi averne già vendute parecchie per un valore di 15 milioni di euro e deliberare la vendita di altre 26 per un valore stimato di quasi 7 milioni di euro. Quando infine arrivammo ad ottenere almeno la cassa integrazione proponemmo ovviamente, come succede in tutti i posti di lavoro, la rotazione e ancora una volta ci fu risposto che era impossibile. Così, senza considerare né le professionalità, né i carichi familiari, né l’anzianità di servizio scelsero le persone da tenere a lavoro basandosi esclusivamente su criteri di fedeltà alle aree politiche interne e gli altri li misero in cassa integrazione a zero ore.
In questi tre anni e sette mesi abbiamo chiesto varie volte di avere un confronto serio con Paolo Ferrero e gli altri dirigenti del Prc. Confronto che abbiamo chiesto di nuovo ieri mattina, e al quale di nuovo Ferrero si è sottratto con l’alibi che la questione è tecnica e non politica. Nonostante ancora dipendenti del partito, non siamo mai stati contattati né invitati alle tante assemblee che sappiamo si sono svolte con gli altri lavoratori. Siamo stati trattati alla stregua di nemici da combattere e ciò che è successo ieri è un epilogo degno dei peggiori padroni.
Faremo valere i nostri diritti con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione compreso, se sarà necessario, il ricorso al Tribunale.
Eravamo dipendenti di un partito nato per difendere i diritti dei lavoratori, oggi ci ritroviamo a dover chiamare i Carabinieri per difendere i nostri diritti da quello stesso partito.



Per info:

paola 3389247161
mara 3498439961

giovedì 2 maggio 2013

Chi ha vinto? La rivoluzione o l'esercito?

Luciano Granieri


Se qualche tempo fa andava di moda la parola spread, oggi spopola sui media la perifrasi “Larghe intese” seguito da un altro concetto, questo non originale perché ogni tanto ricorreva nei palazzi della politica in relazione alla lotta partigiana , e  cioè “pacificazione”.  Guai a definire il  tutto   con la parola inciucio è un termine divisivo, è l’orrenda espressione con cui  cattivi maestri armano la mano di pericolosi disadattati che oggi tirano contro carabinieri inermi, domani tireranno contro gli augusti statisti che affollano il Parlamento.

 Antifascismo contro fascismo, antiberlusconismo contro berlusconismo, sono antagonismi superati, procurano solo efferate violenze.  Agitare ancora queste sconcezze da prima e seconda repubblica è da irresponsabili. In nome della riappacificazione e delle larghe intese  ormai è caduto anche il contrasto fra sindacati e padroni. Sembra impossibile ma è successo. 

Infatti è di pochi giorni la notizia che la triplice in nome dell’emergenza crisi ha venduto ai padroni il diritto dei lavoratori ad essere rappresentati in azienda se iscritti ad un sindacato che in quell’azienda è minoritario. Esempio pratico: se in una fabbrica i movimenti sindacali usciti maggioritari delle consultazioni fra lavoratori firmano un accordo con i padroni in base al quale, si aumenta l’orario di lavoro,  si toglie il diritto di sciopero e quello di ammalarsi, le sigle  in minoranza non possono ribellarsi  per tutelare i lavoratori . Devono stare zitte e buone, esimersi dal proclamare scioperi o ancora  peggio ricorrere in tribunale per difendere i propri iscritti da eventuali ingiustizie subite dal padronato .  

Questa larga intesa si chiama esigibilità dei sindacati e rientra nell’accordo sulla rappresentanza che Cgil, Cisl e Uil hanno firmato con confindustria.  E’ ancora peggio della larga intesa governativa, infatti in questo caso    la forza politica  di minoranza può  fare opposizione senza il pericolo di essere sbattuta fuori dal Parlamento. Nel caso dell’accordo sulla rappresentanza il sindacato in minoranza non può neanche opporsi, pena la sua espulsione dalla fabbrica . 

Con queste nuove regole, la Fiom non avrebbe potuto trascinare in tribunale  la Fiat di Marchionne   per comportamento anti sindacale in relazione al licenziamento dei propri iscritti e ottenere il loro reintegro come è accaduto a Pomigliano .  A proposito della Fiom, possibile che i metalmeccanici guidati dal Landini non si siano ribellati a questo scellerato patto?  E’ possibile, anzi l’hanno o proprio accettato .  Infatti senza l’appoggio di Landini e soci, Susanna Camusso  non avrebbe avuto la legittimazione politica  necessaria per firmare la resa  assieme a Cisl e Uil.  

Dunque il valoroso comandante paladino dei diritti dei lavoratori  e della democrazia nella rappresentanza  sindacale, se l’è largamente intesta con la sua segretaria Camusso,  che se l’è largamente intesa con Cisl e Uil e tutti quanti se la sono largamente intesa con i padroni. Fine della tutela dei lavoratori.  

Presidente  Landini ti ricordi di Giovanni Barozzino,  Antonio La Morte e Marco Pignatelli, gli operai di Melfi che sono rientrati in fabbrica grazie alla  battaglia di giustizia intrapresa dalla Fiom ? E ti ricordi dei diciannove operai di Pomigliano reintegrati nello stabilimento G.B.Vico  con sentenza giudiziaria grazie alla lotta del potente esercito metalmeccanico  da te guidato?  Te li ricordi? Non te li ricordi?  Comunque il diritto al dissenso  l’abbiamo strappato ai padroni  e ora dobbiamo restituirlo ai padroni, ma allora chi ha vinto gli operai  o i padroni?

mercoledì 1 maggio 2013

La nuova economia nasce dalle sponde del fiume Cosa.

Luciano Granieri


  Il 28 aprile  scorso l’associazione 03100 di Frosinone, in collaborazione con il sito  "FROSINONE BELLA E BRUTTA", ha organizzato una passeggiata lungo il  fiume Cosa nel tratto che va da Via Mola nuova a  Maniano. 

L’incuria   degli enti locali per il corso d’acqua che attraversa Frosinone, il flagello degli scarichi fognari, per lo più abusivi, che lo infestano  in molti punti, hanno fatto sì che le nuove generazioni pensassero al corso d’acqua più come ad una fogna a  cielo aperto che ad un fiume. Eppure nei contributi filmati che seguono si possono  ammirare,  al di là dei tratti inquinati dove la  sporcizia e l’immondizia la fanno da padroni, gli stupendi scenari che il fiume è in grado di regalare a chi passeggia lungo le sue sponde. 

Ancora una volta amministrazioni miopi , accecate dall’unica prospettiva dello sviluppo urbanistico dominato dal cemento, non si sono rese conto della grande risorsa che il fiume Cosa può costituire per la nostra città. La cura delle sponde, la loro valorizzazione  attraverso parchi e punti di aggregazione, possono trasformare il “Cosa” in una fonte di attrazione turistica, naturalistica e storico-culturale.  Lungo le sponde del fiume sono cresciute molte generazioni di ciociari,  si è consolidata la tradizione culturale della  città. Un luogo  che deve essere restituito ai cittadini, non solo come fonte  di aggregazione sociale, ma anche come  risorsa economica. 

La valorizzazione del fiume  Cosa può costituire la  prima tappa di un più ampio processo di pianificazione economica alternativa.  La crisi si combatta iniziando proprio dallo stravolgimento del   cosa produrre, come produrlo e a quali finalità destinarlo. La valorizzazione del territorio, in base alle caratteristiche naturali che lo rendono unico, in luogo della sua distruzione per cementificazione o sfruttamento agricolo intensivo, può concorrere a modulare un’offerta economica nuova  in grado di soddisfare una domanda cospicua e dunque generare utili a vantaggio in primo luogo della cittadinanza . 

Ci si è mai chiesti se è più conveniente economicamente omologare territori diversi fra di loro, asfaltandoli per costruirci sopra il solito centro commerciale polifunzionale e la trita e ritrita lottizzazione con abitazioni di pregio, oppure esaltarne le  diverse peculiarità trasformandole in valore economico come  attrazioni turistico-culturali?  Frosinone come altre città si sta ingolfando di palazzi  lussuosi che rimarranno desolatamente disabitati  perché non idonei a risolvere una crisi abitativa che coinvolge la popolazione meno abbiente. Non sarebbe meglio investire su progetti che rivalutino le diversità  e le peculiarità del territorio, le esaltino anziché destinare l’ennesima area alla costruzione del solito palazzo?  

Cominciamo dal fiume Cosa, cominciamo a farlo conoscere alla cittadinanza, potrà   essere il primo passo per rendere i cittadini consapevoli di ciò che veramente conta nello sviluppo del posto dove vivono  .  E forse   tale consapevolezza potrà spingere i frusinati a fare  pressione sull’amministrazione affinchè cambi regime ed inizi  ad operare per rendere la città a misura di cittadino piuttosto che svenderne pezzi alla speculazione edilizia privata.

Foto di Marco Bragaglia, tratte dal sito :  FROSINONE BELLA E BRUTTA
Brano: Cape North eseguito da Paul Bourdeau e Shane Simpson
Editing: Luciano Granieri




Seguono i video di Antonio  Limonciello dell'associazione 03100 sulla passeggiata





martedì 30 aprile 2013

Buon primo maggio

Volevo augurare a tutti buona Festa dei Lavoratori, ovunque voi siate, e per farlo al meglio ho deciso di inserire un breve scritto sulla storia e il significato di questa festa! Buona lettura.
 Cisco Bellotti




Il Primo maggio: storia e significato di una ricorrenza


Il 1 Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione. “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire” fu la parola d’ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.

Le origini

Dal congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori – la Prima Internazionale – riunito a Ginevra nel settembre 1866, scaturì una proposta concreta: “otto ore come limite legale dell’attività lavorativa”. A sviluppare un grande movimento di lotta sulla questione delle otto ore furono soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi. Lo Stato dell’Illinois, nel 1866, approvò una legge che introduceva la giornata lavorativa di otto ore, ma con limitazioni tali da impedirne l’estesa ed effettiva applicazione. L’entrata in vigore della legge era stata fissata per il 1 Maggio 1867 e per quel giorno venne organizzata a Chicago una grande manifestazione. Diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città americana.
Nell’ottobre del 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions indicò nel 1 Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno.

La decisione

Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l’idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese: “Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”. Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. Il 1 Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all’attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l’11 novembre 1887. Il ricordo dei “martiri di Chicago” era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio. Man mano che ci si avvicina al 1 maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l’opera di sensibilizzazione sul significato di quell’appuntamento. “Lavoratori – si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 – ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l’Internazionale!”. Monta intanto un clima di tensione, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perchè non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere. Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1 maggio che per la domenica successiva, 4 maggio. In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva. Del resto si tratta di una scommessa dall’esito quanto mai incerto: la mancanza di un unico centro coordinatore a livello nazionale – il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro sono di là da venire – rappresenta un grave handicap dal punto di vista organizzativo. Non si sa poi in che misura i lavoratori saranno disposti a scendere in piazza per rivendicare un obiettivo, quello delle otto ore, considerato prematuro da gran parte dei dirigenti del movimento operaio italiano o per testimoniare semplicemente una solidarietà internazionale di classe. Proprio per questo la riuscita del 1 maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori,che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un’iniziativa di carattere internazionale. In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa. “La manifestazione del 1 maggio – commenta a caldo Antonio Labriola – ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista”. Anche negli altri paesi il 1 maggio ha un’ottima riuscita: “Il proletariato d’Europa e d’America – afferma compiaciuto Fiedrich Engels – passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti”. Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l’anno successivo. Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell’appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la “festa dei lavoratori di tutti i paesi”.

Tra Ottocento e Novecento

Inizia così la tradizione del 1 maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L’obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento. Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei “moti per il pane”, che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffraggio universale e poi per la protesta contro l’impresa libica e contro la partecipazione dell’Italia alla guerra mondiale. Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta? Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell’una e dell’altra caratterizzazione. Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una “festa ribelle”, ma nei fatti il 1 maggio è l’una e l’altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa. Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell’obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.

Il ventennio fascista

Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio. Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1 maggio assume una connotazione quanto mai “sovversiva”, divenendo occasione per esprimere in forme diverse – dal garofano rosso all’occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria – l’opposizione al regime.

Dal dopoguerra a oggi

All’indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d’Italia in un clima di entusiasmo. Appena due anni dopo il 1 maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio. Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa. Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, hanno portato al progressivo abbandono delle tradizionali forme di celebrazione del 1 maggio. Oggi un’unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti: “Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l’interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa de’sensi; e un’accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell’avvenire, naturalmente è portata a quell’esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa”.

Nota in gran parte tratta da: Giuseppe Sircana, in Cgil di Roma e del Lazio, Archivio Storico Manuela Mezzelani (sito cgil lazio)


Assemblea dei sindaci del 29/04/2013 su ACEA ATO5..

fonte: http://frosinonebellaebrutta.blogspot.it/

Ennesimo flop per colpa dei sindaci assenti 

I SINDACI ASSENTI



Il 29/04/2013 si è avuto l'ennesimo flop per responsabilità di tanti sindaci della provincia che non si sono presentati.

Ogni cittadino che si sente vessato da ACEA ATO5 e non cautelato dalle decisioni del proprio sindaco, deve saperlo e tenerlo in considerazione quando sarà chiamato alle urne...!!!

....è bene che i cittadini sappiano chi sono e come agiscono i propri sindaci quando c'è da prendere una seria decisione su un annoso problema che stentano  a risolvere.

Fareste bene ad andare sotto la sede del vostro comune ed invitarli a gran voce, quando devono andare a difendere i vostri diritti alle assemblee, anziché disertarle...!!!


IL VIDEO DEL FLOP



La consulta dei sindaci che dovrebbe controllare l'operato dell'ente privato erogatore del servizio idrico  ACEA, è latitante. Prevalgono anche in questo caso logiche spartitorie fra sindaci dell'una e dell'altra parte politica in totale disprezzo degli interessi dei cittadini che pure li hanno votati. Ecco perchè è necessario mobilitarsi per fare in modo che venga fatto rispettare ciò che i cittadini hanno deliberato in modo perentorio con i referendum sui beni comuni. E soprattutto è necessario che si rispetti fino in fondo lo spirito referendario, il quale determina che l'erogazione dell'acqua non deve sottostare nè al controllo privato nè tantomeno al controllo pubblico, ma deve essere gestita attraverso forme di partecipazione diretta dai cittadini stessi. Se non si coglie e non si impone il rispetto di questa regola decisa  dal volere dei cittadini, i bene comuni, cioè quei beni che secondo  la definizione giuridica  redatta dalla commissione Rodotà "esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona".  saranno  sempre in balia di interessi di bottega di singoli gestori privati e degli appetiti  elettorali dei vari amministratori pubblici.
Luciano Granieri


FARE ASSIEME ACONCAGUA

Associazione Aconcagua


CARI AMICI,
L'Associazione ACONCAGUA - Fare Assieme per il Bene Comune
VI INVITA AI GIOVEDI DEL CAFFE' SOLIDALE CHE AVRANNO INIZIO IL 2 MAGGIO ALLE 18,30
PRESSO LA LIBRERIA CAFFE' ITHACA, IN VIA GARIBALDI 62 A FROSINONE
CON LA PROIEZIONE DEL FILM:
ALTA TENSIONE
PS:CHI DOPO IL FILM VORRA' FERMARSI POTRA' CENARE CON UN MENU' FISSO A 10 EURO


lunedì 29 aprile 2013

Il caso isolato

Luciano Granieri


  
  “E’ stato un caso isolato, il folle gesto di un disperato , ma è stato un caso isolato” Questo era il mantra che risuonava nei palazzi della politica nel commentare con molta preoccupazione il ferimento di due carabinieri davanti Palazzo Chigi da parte di Luigi Preiti.  Un caso isolato ripeteva Angelino Alfano neo vice premier e ministro degli interni del nuovo governo inciucista.  

Proprio la solerzia nell’invocare il gesto isolato   offre la misura di come onorevoli, senatori e maneggioni  del sottobosco parlamentare,  siano lontani dalla realtà di tutti i giorni. La sparatoria di Luigi Preiti, un cinquantenne ex muratore  disoccupato, separato dalla moglie con un figlio di 11 anni  non è un fatto isolato ma è l’ultimo di una lunga serie di episodi violenti e sanguinosi. 

Prima di lui a cadere vittime della disperazione sono stati  a Civitanova Marche, Anna Maria Sopranzi, Romeo Dionisi e il fratello di lei Giuseppe Sopranzi, anche loro  agnelli scarificali  della legge Fornero, sopraffatti dalla vergogna di essere rimasti senza reddito e senza neanche i soldi per procurarsi quotidianamente il cibo. E prima di loro centinaia di persone fra piccoli imprenditori e  dipendenti licenziati si sono suicidati cedendo alla disperazione di essere stati derubati della loro dignità . 

L’episodio di Luigi Preiti  è solo l’ultimo di tanti eventi tragici  provocati dalla devastazione sociale che il capitale finanziario per mano dei suoi  scagnozzi politici sta procurando a intere popolazioni. L’unica differenza è che questa volta la vittima designata non ha rivolto l’arma contro se stessa, ma ha fatto fischiare le pallottole vicino al palazzo del potere, coinvolgendo due carabinieri che nel contesto non c’entravano nulla. 

Non intendere  che ormai la gente è alla disperazione ed è disposta a tutto, trovare giustificazioni con l’auto convincimento  del gesto isolato, non capire la gravità della situazione è da irresponsabili, o meglio è tipico di chi  ormai pone attenzione alla propria opulenta  salvaguardia personale piuttosto che occuparsi della salute sociale del Paese. Sfruttare il sanguinoso evento per evocare la pace sociale ed isolare i dissenzienti con la scusa del comune impegno contro la violenza è un trucco  che ormai non funziona più. 

Già in passato è successo che in un clima di grave conflittualità episodi violenti, voluti dal destino, ma molto spesso organizzati dal potere deviato parallelo, siano riusciti ad imporre l’anestetizzazione del conflitto. Oggi la disperazione è la rabbia sono talmente diffuse che è sentimento  comune dell’uomo  della strada  quello di addossare  a Luigi Preiti la sola colpa di aver colpito il bersaglio sbagliato. Non sapremo mai se dietro la sparatoria che ha portato al ferimento dei carabinieri davanti  Palazzo Chigi ci siano altre entità che hanno armato la mano di Preiti . 

Non lo sapremo mai perché il ministero degli interni è stato affidato al plurinquisito  Berlusconi che lo controlla attraverso il suo picciotto Angelino Alfano. Ciò  di cui siamo certi è che questo governo, in linea con gli esecutivi precedenti, non ha la minima potenzialità e volontà di alleggerire la situazione. Nel discorso del neo presidente del consiglio inciucista non c’è nulla che indichi la volontà di cambiare rotta. 

Al di la degli annunci propagandistici imposti da Berlusconi, eliminazione dell’Imu  sulla prima casa, aiuti alle aziende che assumono giovani,    blocco dell' aumento dell’Iva in giugno , non c’è altro. Manca soprattutto l’indicazione di dove si troveranno le risorse economiche per pagare queste cambiali in bianco utili alla prossima campagna elettorale del cavaliere. In verità l’apprezzamento del capitale finanziario per il nuovo  governo con il successo odierno dell’asta di Btp a 5 e 10 anni, indica   che anche con questo esecutivo a pagare la crisi e le promesse elettorali di Berlusconi saranno i soliti noti.  

Nel discorso programmatico che Letta ha tenuto alla Camera, pur emergendo l’ineludibilità  di sostenere l’occupazione, non vi è traccia, non dico dell’abrogazione della legge Fornero, ma neanche di una sua rimodulazione. Manca un programma di recupero di capitali basato sulla tassazione delle rendite finanziarie, non è prevista   una seria politica contro la corruzione e l’evasione fiscale.  Dietro la vernice fresca  dei ministri Josefa Idem e Cècil Kyenge agisce l’affidabile (per i potentati finanziari)  banchiere Saccomanni. Purtroppo  non saranno queste marionette da inciucio ad evitare il verificarsi di  altri gesti disperati e sanguinosi, resta però da capire che direzione prenderanno le pallottole.