Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 1 novembre 2013

Lucidi (Udinese-Roma 0-1)

Kansas City 1927


"Vabbè dai, prima o poi doveva finì, mpareggio ce po sta, c'ha pure senso che succede a Udinese che non perde a Udinese dal 18 Brumaio, nfa niente, anzi così se semo levati sta cappa de vittorismo da sopra la testa".

"Si si, lo spauracchio della prima sconfitta andava affrontato, alla fine fa parte der gioco, la palla è rotonda, undici so loro, tre so i risultati, poi comunque perdi 1-0 ce po sta, so episodi".

"Manfatti guarda, mber bagno de umiltà è quello che je ce voleva a sta squadra, via i grilli dalla testa, via le chiese dal villaggio, certo 6-0 è dura eh, ma almeno mo stamo tutti coi piedi per terra".

L'attesa der fischio score così, tra nescalation de scaramanzia e maniavantismo. Se preparamo ar peggio perché non semo abituati ar mejo. Mettemo le mani avanti perché troppe volte se semo sgrugnati a cascà de faccia mentre ancora soridevamo.

Ma a sto giro er soriso è teso, tirato, innaturale. Manca Ercapitano. Manca Gervi. Ma chi ce lo doveva dì che stavamo in pena perché manca Gervi. Ma quest'anno è così, ogni domenica è na sorpresa e se impara na cosa nuova, semo tutti stagisti der tifo, apprendisti dell’ansia, tirocinanti della sudorazione fredda.

E certo il quadro clinico non migliora quando dopo 3 minuti 3 uno col nome da soubrette sudamericana, uno che a vedello in faccia e a vedé quanto core diresti che è chiaramente un peccato de gioventù de Ronaldo, insomma Muriel, se invola giulivo verso la porta.

Il precario quadro psichico de Morgan è sul filo dell’implosione.
La vita de Biabiany sta pe tornà la noia che è sempre stata.
Noi se stamo pe rassegnà all’inevitabile.

Ma la Roma è na squadra, un collettivo, na grande famiglia, e tutti, se s’allennano bene, prima o poi so chiamati a fa la parte loro, ed e così che, dopo mesi de anonimato, dopo le diffidenze al momento dell’arrivo, se mette in luce uno de quegli strani acquisti de Sabatini. In uno dei suoi viaggi tra na periferia disagiata e ncampo porveroso de na qualche metropoli sudamericana, Varter l’aveva notato subito.

“Braccio destro, dimmi il nome di questo centrale altero, luttuoso, garibaldino, tantrico, esentasse, e altri aggettivi che tu sai”
“Palo”
“Paulo, tu hai un concetto potente di fissità, un’algida debordanza, l’imperiosa arroganza della privazione di movimento, la millenaria capacità di esercitare gravità in un punto predefinito”.
“Direttore, è un palo” se sentiva de specificà er braccio destro.
“Sì, Palo, lo chiameremo così, come Paulo ma senza U, come Pato ma con la L, come Palomba ma senza Mba.”

E così Palo fa er suo, Biabiany ricomincia a fa er fico, Morgan non squarta capretti in campo, noi ripiamo colore, Rudi che comunque nsera scomposto, rimane composto.
E’ comunque na doccia de realismo che ce ricorda che dentro a sto sport, pe quanto ormai sembri veramente impossibile, può pure capità de piallo er gò, e ricordacce sta cosa, mpochetto, ce fa cacà.

Se chiudemo, ma come se chiudemo noi quest'anno. Non è quel chiudere preoccupato che comunica “Madonna, tu guarda se nse la dovemo ricordà sta giornata, sta pure a mette freddo, guarda se nse piamo na cosa”. No, è più un chiudese che dice “MBE SI MO NON ME VA VABBE? MO GIOCHI TU, DAJE, VEDEMO CHE SAI FA, SO DU GIORNI CHE FAI ER COATTO MO VEDEMOLI STI NUMERI, DAJE, STANCATE MPO COSI’ POI TE NFINOCCHIO COME A TUTTI L’ARTRI”. Un trionfo de maiuscolo e tracotanza che poi nei singoli gesti vordì che er Venditore de tappeti (copyright suo de egli stesso medesimo) se scatafionda su ogni palla co scivolate che ar confronto la microchirurgia è imprecisa. Ma soprattutto sta maiuscolitudine vordì che stamo a diventà na squadra dove non basta superà er portiere pe fa gò. A sto giro è er Castagna a spiegà sto concetto ar monnonfame: se ce voi segnà o te chiami Biabany o devi entrà in porta co tutto er pallone.

Er primo tempo se ne va così, tra cartellini gialli assegnati alla cazzo e nudinese che comunque ce prova mpo più de noi, tra un Gliaìc che pare come quando lasci la tv co la lucetta rossa, che non è spenta ma manco accesa, e un Boriello che l’unica palla bona che je ariva prova a mettela e fa sfragnà er portiere che se stupiva davanti ai vulcani - Che Lava! - contro er palo. Ma noi stamo tranquilli. Noi se fidamo dei ragazzi nostri. Noi se fidamo de Rudi. Sempre.

In effetti quando se ricomincia loro so mpo più appannati, però pure noi stamo mpo meno tonici der solito, specie Sordato Florenzi e Bosnia Capoccia oggi se vedono mpo de meno, e a volte quando se vedono non è proprio lo stravede. Ao, capita, ce po sta. E’ che però noi la voremmo proprio vince sta partita, quindi se cambia. Fori Florenzi e dentro Aquistinho, e dopo poco fori Pjanic e dentro Torosidis, che però non è er cambio naturale, c’è un ma. Er ma è che Maicon fa na cazzata. Ce pare impossibile, so 3 mesi che se stamo a rotolà ner fatto che er Colosso è nignezione de esperienza, maturità e savuarfèr, il che è tutto na cifra vero. Ma l’esperienza, la maturità e il savuarfèr non te mettono al riparo da quei momenti che pe nattimo ntariva l’ossigeno ar capoccione, e allora capita che te perdi nattimo, e tempo che te ritrovi stai a guardà er cartellino che te dice ciaone.

Liedholm aiutece te.

Ma mentre evocamo l’allenatore che fu, l’allenatore che è ce spiazza co un cambio. In dieci t’aspetti che lasci dentro Borriellone a fa da boa, manvece no. Dentro er Lucido e rimane dentro Gliaìc a fa la zanzarella cacacazzi. 4-4-1 co Bradley esterno sinistro, so quegli assetti once in a lifetime che rimangono nella memoria se la partita va molto bene o molto male.

A quanto pare pe noi non è ancora giunto il tempo del molto male.

Mancano 10 minuti. Na squadra normale penserebbe solo a portasse a casa er punticino.

A quanto pare pe noi non è ancora giunto il tempo de esse na squadra normale.

Er Piovra arpiona co i tentacoli orange na palla che vaga a metà campo, er Cigno riceve, processa e recapita ar 16 de Ostia. Capitan Filtrante sa che oltre a portà er peso della fascia se deve accollà tutto il resto, e sapendo che da grandi responsabilità derivano grandi lanci, infila na palla de 30 metri pe Strootman che intanto se n’è ito in profondità. Ar che se verifica er miracolo der Corpo Unico de Nostro Padre Santissimo Rudi da Nemours. I giocatori se fanno arti, er tutto se fa uno, i movimenti se coordinano e rispondono a na testa sola.

Er Piovra tiene palla sapendo che la grammatica de Garcia c’ha regole tutte sue che c’hanno tempi tutti loro. Gliaìc je se ariccia intorno a disegnà na virgola sur campo, Marquinho capisce tutto, ma ndeve capì niente, lui LO SA, e core verso Kelava a mettece solo i puntini de sospensione e lasciacce tutti appesi. Kevin aspetta, aspetta, aspetta, e quando vede na palla de luce arivaje alle spalle allora LO SA che è ora de mette i due punti e de lascià spazio all’americano che deve pronuncià La Frase, che poi in inglese è sentence, che nfatti più che na frase è na sentenza. Er Lucido, dopo du mesi de silenzio, sa che basta poco, anzi che ncè proprio niente da dì, basta un punto esclamativo, e ce lo mette, lì in fondo alla rete.

Loro s’abbracciano, noi scardinamo l’urtimi residui d’appartamento sopravvissuti all’urtime partite viste in tv, se accanimo sui pensili, sradicamo gli stop, squarciamo i redivivi cuscini, disarcionamo le mattonelle, strappamo i fili dagli interruttori. Se famo paonazzi e finimo la voce, se guardamo come a disse “dimme quarcosa, dimme che è tutto vero”, ma non je la famo, perché du secondi prima se te ricordi bene avevamo finito la voce.


E’ la nona, eguagliato er primato de Capello e de Beethoven.

Stamo fori de testa, stamo su na nuvola, stamo a sognà, stamo carichi fracichi. Noi però.
Loro che so loro che poi semo noi ma so loro, quelli che scendono in campo, loro no. Loro so contenti ma tranquilli, esaltati ma sereni, perché sanno sempre che er momento bono ariverà, che basta aspettà senza fa cazzate e ricordasse che semo forti, concentrati, lucidi.


giovedì 31 ottobre 2013

La lingua dei segni non è riconosciuta

I ragazzi di Radio Kaos ItaLis


Noi sordi abbiamo una lingua senza voce. Ma la nostra lingua, la Lingua dei Segni italiana (LIS), non è riconosciuta ufficialmente nel nostro Paese. Eppure la LIS rende possibile la comunicazione tra sordi e l’integrazione tra sordi e udenti. Chiediamo quindi al Parlamento italiano di riconoscere ufficialmente la LIS come già avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna, Francia).
Il mancato riconoscimento della LIS porta i sordi a dover affrontare diversi problemi, come non avere la possibilità di poter spiegare al pronto soccorso i nostri problemi di salute o dover trascorrere anni a scuola senza un'assistente che conosca la LIS.
Siamo un gruppo di ragazzi, tutti sotto i trenta anni. Due cose ci uniscono: siamo sordi e ci siamo incontrati grazie ad una radio. Radio Kaos ItaLis è nata da un’idea che potrebbe sembrare paradossale: creare un progetto radiofonico per promuovere l’integrazione tra sordi e udenti. E ci siamo riusciti, dimostrando a noi stessi che le barriere all’integrazione possono essere superate.
Abbiamo lanciato la petizione #iosegno e poche ore dopo il Presidente Pietro Grasso ci ha voluto incontrare in Senato. Durante l’incontro Grasso ha dichiarato che si impegnerà a facilitare l'iter legislativo per il riconoscimento della LIS. Ha poi letto l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di LINGUA, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Non ci saremo mai aspettati che in così poco tempo avremmo potuto ottenere il sostegno del Presidente del Senato. Questo ci inorgoglisce e ci dà la forza di andare avanti per continuare nella nostra battaglia per il riconoscimento della LIS. Ma non possiamo ancora cantare vittoria.
Chiediamo che finalmente venga riconosciuta la LIS in italia!
Grazie,
I ragazzi di Radio Kaos ItaLis 

mercoledì 30 ottobre 2013

Incontro sulla crisi del pronto soccorso di Frosinone, dalle Istituzioni poca chiarezza

Francesco Notarcola –Presidente della Consulta  delle associazioni della città di Frosinone



Riteniamo doveroso sottolineare che l’incontro,  per porre fine alla drammatica e vergognosa realtà del pronto soccorso dell’ospedale del capoluogo, è stato promosso e organizzato  dalla Consulta cittadina e da 21 associazioni che da anni si battono a difesa della sanità pubblica, senza soluzione di continuità.
A conclusione dell’evento, molto partecipato dall’ associazionismo, dai cittadini e dai rappresentanti delle Istituzioni, dopo un serrato e serio confronto, sulla base della relazione introduttiva svolta dal sottoscritto, occorre richiamare l’attenzione sulla necessità di tenere, ben fermi, i piedi per terra.
 Dagli interventi dei rappresentanti istituzionali non è emersa, con chiarezza e decisione, la volontà politica per determinare il cambiamento della realtà del pronto soccorso. Essi si  sono  soffermati prevalentemente sulle difficoltà dando scarso rilievo all’impegno, pur dichiarando la loro disponibilità.
Da un autorevole intervento  si è evidenziato come nelle stanze del potere romano la Ciociaria è tenuta in scarsissima considerazione. Occorre riconquistare dignità,  prestigio e forza di contrattazione. Appare, quindi, decisivo e strategico  un impegno unitario e condiviso,scevro da forzature e da smania di  protagonismo personale, sviluppando iniziative e partecipazione. Il nodo da sciogliere rimane squisitamente politico e non tecnico.
 Sono fondamentali l’agire politico comune, il senso di responsabilità e la capacità di elaborare una bozza di progetto per una sanità moderna ed efficiente da sottoporre al confronto con la Giunta regionale  e con il suo Presidente. Solo in questa prospettiva
Possono  considerarsi positivi  l’incontro e il dibattito del 28c.m.
I documenti  elaborati dai sindaci e dalle associazioni, già inviati alle Istituzioni, possono rappresentare una base unitaria utile per un’ulteriore elaborazione e definizione dell’organizzazione sanitaria in questa provincia.
Al sindaco del Capoluogo, presidente della conferenza locale della sanità, la delega dell’assemblea a convocare, al più presto i rappresentanti istituzionali e delle associazioni per dare concretezza alle proposte emerse dal dibattito.
L’associazionismo non ha gradito e non condivide il fatto che i rappresentanti delle istituzioni dopo aver parlato abbandonano i lavori adducendo altri impegni.
Gli eletti, dovrebbero considerarsi sempre alla pari con i cittadini  e capire che non sono invitati per portare il verbo ma per ascoltare le loro istanze e  contribuire a decidere insieme cosa fare per affrontare e risolvere questioni serie e vitali.

Frosinone 30 ottobre 2013 

Discussione sulla crisi del pronto soccorso. Quale utilità?

Luciano Granieri


Di seguito riportiamo un ampia sintesi degli interventi dei partecipanti  al dibattito organizzato da 21 associazioni della provincia di Frosinone, sulla crisi del pronto soccorso del capoluogo e sulla sanità  ciociara in genere. L’incontro  si è tenuto il 28 ottobre scorso e ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni locali (regione, provincia,  comune di Frosinone) , esponenti del sindacato , medici, fra i quali il presidente dell’ordine Fabrizio Cristofari. 

Si è discusso sulle  possibili soluzioni  ,   da   cabine di regia istituite in Regione, a nuovi presidi di prossimità come le case della salute, a PROPOSTE PROGRAMMATICHE, come quelle messe a punto dalle associazioni organizzatrici del dibattito.  Ma nel succedersi degli interventi,  fra i quali quelli dei politici sono apparsi i più inconcludenti,  non è emersa la questione centrale causa  prima dello sfascio della sanità pubblica in Ciociaria e in Italia. 

Il servizio sanitario è considerato fonte di profitti   smisurati per le multinazionali, le lobby più o meno ramificate, i centri di investimenti finanziari.  E’ dunque del tutto evidente che la gallina dalle uova d’oro, per essere sfruttata al meglio deve  svincolarsi dal  controllo degli Stati. La sanità pubblica è quindi sotto attacco e non da oggi. Gli sprechi,  le gestioni allegre da parte dei manager pubblici, le liste d’attesa lunghissime, tutta la sequela di inefficienze che affliggono la sanità pubblica  sono necessarie, per rendere ingestibile il sistema e giustificare di conseguenza l’intervento del privato. 

Lo stesso stravolgimento degli attori del servizio alla salute è sintomatico. La salute non è più un diritto, diventa una merce come tante altre su cui realizzare profitti, gli ospedali si trasformano in aziende gestite da manager che  vendono servizi a clienti e non a pazienti. Questa terminologia è ormai diventata comune.  Di conseguenza la sensibilità degli operatori sanitari non è più rivolta alla cura del paziente, ma al guadagno economico . E’ dunque  degno della massima attenzione solo colui che può pagare,  gli altri che marciscano nelle lettighe buttate in pronti soccorso deposito di miseria umana.  

E chi deve assicurare lo smembramento della sanità pubblica per favorire la speculazione degli  interessi privati? E’ chiarissimo, quei politici, quella classe dirigente che rappresenta a vari livelli il potere finanziario, quei politici a cui le associazioni, forse erroneamente, si sono rivolte per invocare una soluzione che questi non possono e non vogliono trovare.  

Sindaci, consiglieri regionali presidenti di provincia, aderiscono con entusiasmo quando il mondo delle associazioni chiama, ma il loro coinvolgimento  ha due scopi ben precisi: strumentalizzare a  fini elettorali i  movimenti  , ma soprattutto,  controllare il dissenso, depistarlo, addormentarlo con promesse solenni quanto vane.  In realtà, la partecipazione e il controllo dei cittadini sulle dinamiche gestionali della sanità pubblica sono da evitare come la peste e devono essere sabotate, questo è il compito dei politici e durante il corso del dibattito del 28 ottobre tutto ciò è emerso con chiarezza.  

La lotta per una sanità pubblica efficiente   deve quindi  effettuare un salto di qualità ed inserirsi nel quadro più ampio di un contrasto duro contro la dittatura del capitalismo finanziario che attraverso le politiche europee di austerità, impone lo smembramento dei diritti, umani , civili  e la privatizzazione di ogni elemento utile alla sopravvivenza dei cittadini.  Tali argomentazioni  non sono emerse nel corso del dibattito,  per un attimo ho avuto la tentazione di  proporle io stesso, ma ho desistito temendo le  obiezioni che mi sarebbero arrivate,  sarei stato tacciato di ideologismo, di scarsa concretezza. Ma ho sbagliato ad avere paura. Perché se si vuole ottenere qualcosa in questa lotte è assolutamente vietato avere paura.

martedì 29 ottobre 2013

Il nuovo rap che farà impazzire la Ciociaria

Luciano Granieri


“Sanità ciociara malata. Per colpa di chi?”  E’  il nuovissimo brano rap destinato a diventare un hit di grande successo. E’ stato registrato nel corso di un’audizione svoltasi negli studi della Casa del volontariato di Frosinone il 28 ottobre scorso . Come sequenza armonico-ritimica è stata usato il pattern di un brano degli Aera intitolato “ Acrostico in memoria di Laio”, preceduto dall’introduzione tratta da un successo di  Zucchero Fornaciari dal titolo “Per colpa di chi”. Su questo straordinario tappeto musicale carico  di groove si sono  alternati rapper di fama mondiale.  Nell’ordine:   Francesco Notarcola, presidente della consulta delle associazioni di Frosinone - Mario Abruzzese esponente del Pdl (o Forza Italia) , consigliere della Regione Lazio, ex presidente del consiglio regionale   nell’opulenta e fraudolenta  giunta Polverini -  Giuseppe Patrizi, esponente Pdl (o Forza Italia) commissario straordinario della Provincia di Frosinone – Nicola Ottaviani, esponente Pdl (o Forza Italia) sindaco di Frosinone e presidente della consulta provinciale  dei sindaci per la sanità – Bruno Carnevali segretario del comitato di quartiere “Amici della Pescara”.  La struttura del rap è molto particolare perché si sviluppa secondo lo schema “call and response” tipico dei canti africani, ripreso in seguito dal blues, dal jazz e dalla pop music in genere. In questa sequenza al  “call” di un musicista o di un cantante segue il “response” di un altro artista o di più artisti. In questo caso al “call” di Francesco Notarcola che chiede di chi sia la colpa del disastro della sanità  regionale e ciociara in particolare, , fa eco il “response” di Mario Abruzzese il quale sostiene la necessità di non buttarla in politica e declina ogni responsabilità perché lui è stato eletto nel 2010, dopo che la sanità regionale era già stata commissariata. Al “reponse” di Abruzzese  segue quello di Patrizi, secondo cui la sanità non è né di destra né di sinistra, ma di tutti, e le contrapposizioni politiche non aiutano a risolvere i problemi . Incalza poi il “response” di Ottaviani, a cui non interessa di chi siano le colpe del passato, anzi erigersi a censori di chi ha  già guidato il sistema sanitario regionale è poco producente. Chiude il “response” di  Carnevali le cui parole “Si va avanti perché dove si manduca il cielo ci conduca e…bla bla bla” sono più che eloquenti.  Questo rap secondo i maggiori critici musicali ha il pregio di riassumere in poche battute la vera questione della sanità nella nostra regione e nella nostra provincia. I tre “repsonse” degli amministratori  pubblici, tutti berlusconiani, sono chiari. La politica non c’entra, ed è inutile stare a polemizzare sulle ruberie accadute nel recente passato. Anche se in quel passato loro sono stati i protagonisti dello sfascio.  Una nota a margine. Nella sequenza armonico ritmica degli Area:  Demetrio Stratos, il cantante solista urla “Fallo Alato”,  altrimenti inteso come   “Pene volante” in metafora  “CAZZATE IN LIBERTA’”.   

Per dovere di cronaca in un prossimo post pubblicheremo   integralmente tutti gli interventi dell’incontro organizzato dalla consulta della associazioni con gli amministratori pubblici, in cui oltre agli sconcertanti  “response”  di Abruzzese, Patrizi e Ottavini, si possono ascoltare altri contributi fra i quali quello di Daniela Bianchi consigliere regionale di maggioranza dell’attuale giunta Zingaretti.


lunedì 28 ottobre 2013

DISCRIMINAZIONE DI GENERE Superata l’idea di gestione sanitaria l’emergenza si fa culturale.

Di Giuseppina Bonaviri

Ripartire dal processo preventivo, capitolo fino ad oggi troppo sottovalutato rispetto alla questione discriminatoria di genere, dando slancio adeguato al percorso formativo di educazione sentimentale della famiglia e nelle scuole, diventa fondamentale per un intervento primigenio contro la lotta alla discriminazione. Per sostenere questo nuovo modello culturale e sociale di donna si deve oltrepassare il concetto di medicalizzazione, di intervento e di trattamento sanitario delle donne vittime. Occorre  aprire una nuova frontiera che vede nella formazione della coscienza sociale (e, dunque, non solo a colpi di legge o di linee guida per gli operatori del sistema socio-sanitario e per i gestori dell’ordine pubblico) una dimensione innovativa che va assai oltre i paradigmi attuali.

Studi internazionali di settore ci insegnano che l’atto di offesa nei riguardi di una donna, dal più banale al più lesivo, risponde a un livello qualitativamente diverso che lo scontro tra due persone, attenendo a profonde motivazioni culturali e a vecchi schemi di rapporto tra i sessi  all’interno di quei modelli che la nostra società non può più permettersi di riconoscere come idonei. La violenza sulle donne non deve intendersi solo come il frutto di un'aggressione individuale. Esiste una dimensione sociale della violenza che per superficialità non si è ritenuto di considerare neanche all’interno della legge, da poco varata, sul femminicidio.

La violenza non è altro che l'aspetto più drammatico di una violazione dei diritti umani e di una riduzione delle opportunità di vita delle donne. La violenza nega i più fondamentali diritti: la vita, la libertà, l'integrità corporea, in una parola la dignità della persona offesa. Come ci dimostrano molti dati scientifici le azioni punitive contro la violenza non contrastano e non prevengono il reiterarsi di atti di violenza o di discriminazione così come la presa in carico sanitaria della donna maltratta, che è stata certamente un passaggio importante in un passato recente, continua a rimanere  un intervento a garanzia parziale. Puntare esclusivamente sulla pena significa, inoltre, non precedere la violenza dando origine ad una distorsione culturale che farà lievitare l’idea che uomini e donne siano nemici o, per meglio precisare, dove la donna continuerà ad essere vissuta come l’ anello debole della catena tanto che per sentirsi sicura dovrà necessariamente essere allontanata dal maschio violento, violento in quanto forte.


Bisogna, allora, partire da molto prima.  Non basta agire sugli “esiti” ritenendo di avere attivato il cambiamento ma andare a monte della distruzione e della negazione dell’altro. Una prima azione riguarderà non “la cura, l’assistenza e la riabilitazione” delle donne e dei maltrattanti ma il tipo di educazione e di riferimento storico con indirizzi di programma per scuole e famiglie, sensibilizzando insieme educatori,  genitori, insegnanti.

Che dire, ad esempio, se il Codice Polite, di antisessismo entrasse in tutti i libri di testo scolastici? O se, come promosso dal dibattito parlamentare recentemente avvenuto sulla convenzione di Istanbul per una politica innovativa ed efficace si patrocinassero azioni economiche reali  per favorire il lavoro retribuito alle donne maltrattate tale che esse possano ricostruire una loro vera indipendenza e recuperare diritti negati e dignità lesa? Se a tutto ciò, poi,  si aggiungesse un atto di indirizzo nazionale strutturale sugli attori territoriali occupati in questo ambito (obiettivo sperimentato con efficacia in altri paesi come ad esempio nel Regno Unito) per la unificazione di una rete territoriale efficace ed efficiente, che diventi il contrasto sociale al fenomeno, si riempirebbe un vuoto istituzionale. Le tutele da sole, non essendo risolutive, se non precedute da seri processi educativi rischiano di attivare meccanismi generalizzati di paura, diffidenza o allarme sociale non trasformandosi in modelli di riconoscimento per una sana identità di genere.

Questo è l’obiettivo che La Rete la Fenice e Colletivocinque, con i tanti partner aderenti, hanno condiviso nell’organizzare la manifestazione provinciale  itinerante “L’arte contro il femminicido” che, partita il 22 settembre da Frosinone, sta arrivando in molti comuni ciociari e oltre.


Sullo sciopero delle donne La proposta delle comuniste

Commissione femminile Pdac
 

Il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è una data storica, scelta dal movimento internazionale delle donne latino-americane nel 1981 a Bogotà in onore delle tre sorelle Mirabal, attiviste della Repubblica Dominicana, assassinate il 25 novembre 1961 perché si opponevano al regime dittatoriale del loro Paese. In questa ricorrenza tanto importante si è scelto di far cadere una iniziativa definita da più parti “inedita” per l’Italia: uno sciopero delle donne. L’idea ha preso forma nel giugno di quest’anno e si è concretizzata in un appello che da mesi circola sul web raccogliendo anche un discreto numero di adesioni.
Pensiamo che l'idea di organizzare uno sciopero in relazione al problema della violenza subita dalle donne sia un'idea giusta, che, potenzialmente, può permettere di superare l'interclassismo che ha caratterizzato le manifestazioni promosse dal movimento “Se non ora quando”. Si trattò, allora, di manifestazioni promosse da donne appartenenti a schieramenti sociali e politici diversi: donne borghesi, parlamentari (di centrodestra e di centrosinistra), ministre, sindacaliste. Fu un errore impostare le manifestazioni a difesa dei diritti delle donne in quel modo: non esistono interessi comuni tra le donne proletarie e le donne borghesi. Le donne proletarie sono doppiamente oppresse, perché subiscono lo sfruttamento del lavoro e la violenza di genere. Tra loro, le donne immigrate proletarie sono quelle che vivono la condizione più dura, dovendo anche subire discriminazioni razziste. Diversamente, le donne della classe borghese non sono sfruttate ma sfruttatrici. Per questo, pensiamo che rispondere alla violenza di genere con uno sciopero consenta di impostare da un punto di vista di classe il problema, prendendo atto che la lotta contro la violenza e il femminicidio è anche lotta contro il sistema economico e sociale che li genera: il capitalismo.
Tuttavia, perché uno sciopero sia un vero ed efficace sciopero e non una farsa, è necessario che si configuri come un'astensione reale dal lavoro per tutti, donne e uomini: deve essere uno sciopero generale a difesa delle donne lavoratrici, a cui devono essere chiamati a partecipare – esprimendo solidarietà alla nostra condizione - anche gli uomini della nostra classe, la classe lavoratrice. Non solo: per permettere una reale partecipazione anche delle tante donne che non hanno un contratto di lavoro regolare – ma che magari lavorano in nero o svolgono lavoro domestico non retribuito – lo sciopero deve coniugarsi con l'avvio di un percorso di lotta in grado di estendersi a tutti i settori del proletariato femminile. Questo sciopero, così come è stato convocato, non presenta queste caratteristiche e pensiamo che ponga in modo sbagliato il problema della violenza e del femminicidio. Per questo partecipiamo allo sciopero ma non aderiamo alla piattaforma.
Infatti, come compagne e compagni del Pdac, leggiamo in questo appello numerose contraddizioni, nonché semplificazioni e vaghezza ideologiche. Le riflessioni che ci ha suscitato questa iniziativa sono tante e questo documento rappresenta, oltre che ovviamente una presa di posizione, un tentativo di riordinarle.
 
La cultura della violenzaL’idea dello sciopero, a detta degli estensori dell’appello, nasce dalla volontà di segnalare il diffondersi di una sottovalutata “cultura della violenza” e di protestare contro uno Stato che non ha saputo approntare risposte ferme al dilagare di tale fenomeno. Il messaggio tuttavia non è chiaro ed anche le spiegazioni fornite in altre sedi dalle firmatarie dell’appello non aiutano a sciogliere i dubbi: ci si richiama al fenomeno del femminicidio come elemento di partenza per poi aprire il discorso ad una violenza continua che le donne subiscono ogni giorno sotto forme diverse. Come se sotto il rosso, scelto come colore della manifestazione, e richiamandosi ad alcune delle esperienze storiche più significative della sinistra mondiale, fossero state messe in fila una serie di parole d’ordine svuotate da ogni significato in una iniziativa intellettualistica prima che concreta.
Non v’è dubbio che esistono forme di violenza fisica esecrabili e condannabili non solo secondo la morale borghese, ma che si inscrivono naturalmente in un quadro di vessazione più sottile dell’universo femminile, che ha il volto del capitalismo. L’accentuarsi della crisi economica, i drastici tagli alla spesa sociale con la conseguente riduzione di servizi pubblici e gratuiti, la facilità di fuoriuscita dal mercato del lavoro, hanno spinto le donne sempre più tra le mura domestiche a sopperire con il loro lavoro di cura e di accudimento alle mancanze di uno Stato che adesso dovrebbero guardare come il paladino dei loro diritti. Ammortizzatori sociali per necessità, private di indipendenza economica e tutela sociale, le donne sono inoltre penalizzate da politiche familistiche aggressive che ne riducono ulteriormente la libertà e le rendono doppiamente vittime.
A riprova delle innate contraddizioni di questo appello, figurano tra le prime destinatarie donne che ricoprono importanti cariche istituzionali (Boldrini, Idem, Keinge, tra le altre una ex sottosegretaria al lavoro del Governo Monti che ora ha le deleghe per le Pari Opportunità), come se da rappresentanti del governo non avessero contribuito alla poca fermezza contro cui si dovrebbe protestare.
 
Le forme di protesta
Si legge nell’appello che siccome “l’idea è quella di stare dentro il 25 novembre […] in un modo più militante, attivo e visibile”, l’iniziativa si articolerà in tre azioni congiunte e/o separate (l’una non esclude le altre): tra queste uno sciopero di almeno 15 minuti che dovrebbe concretizzarsi nell’astensione da tutte le attività che normalmente le donne svolgono. Invocare uno sciopero tuttavia nella tradizione del movimento operaio ha un significato ben preciso: utilizzando il proprio potere per bloccare la produzione, l’operaio può ottenere il riconoscimento dei propri diritti economici. Dal momento che le statistiche dimostrano che le donne sono tra le più colpite dalla precarietà e flessibilità del mercato del lavoro, come sarebbe per loro possibile utilizzare tale potere? Che danno potrebbe produrre lo sciopero di una precaria? Che senso potrebbe avere in un sistema che comprende solo i rapporti di forza e non certo le vuote parole di solidarietà? 
Anche in questo caso ci sembra che il rischio sia quello di un puro atto formale, di una rappresentazione di facciata che non porterà a nulla di concreto. E ci sembra di trovare sostegno nell’avanzare questa ipotesi dal fatto che lo sciopero in questione ha trovato piena adesione dalle donne della segreteria Cgil, Camusso in testa, lo stesso sindacato che ha firmato gli scandalosi contratti Fiat (dove tante donne erano coinvolte) e che si prepara a firmare i contratti flessibili per Expo 2015.
Tra le normali attività dalle quali le donne si dovrebbero astenere, ci sono anche quelle domestiche in modo che il loro scioperare conduca al riconoscimento del ruolo di cura svolto tra le mura familiari. Per quale motivo? Per la ricerca di approvazione o per una retribuzione? Quali donne vorrebbero veder riconosciuto questo ruolo? Forse quelle donne borghesi come le firmatarie dell’appello che in quel ruolo di cura sono sostituite da altre? Perché non dovrebbe essere invece abolito? Perché non dovrebbe invece essere sostituito con la possibilità per le donne di partecipare più attivamente alla vita politica, sociale, sindacale, culturale del Paese? 
E’ chiaro che porsi queste domande avrebbe imposto una riflessione più ampia sulla doppia oppressione che le donne subiscono nell’attuale sistema capitalistico e cercare le risposte avrebbe comportato la messa in discussione del sistema stesso. Responsabilità dalla quale noi compagne e compagni del Pdac non ci sottraiamo, avanzando così una proposta alternativa.
 
La nostra propostaNell’aderire alla proposta, il Partito di alternativa comunista invita i sindacati tutti ad assicurare la necessaria copertura alle lavoratrici e ai lavoratori che intendono partecipare, proclamando uno sciopero generale di 24 ore per manifestare contro la violenza sulle donne, per rivendicare un pieno impiego contro ogni flessibilità e precarizzazione, salari uguali per uguali mansioni, controllo delle lavoratrici sui tempi e sugli orari di lavoro, nonché sul "rischio zero" negli ambienti di lavoro, un'istruzione di massa e pubblica senza discriminazioni di classe e secondo le vere inclinazioni di ognuna; per il mantenimento e il potenziamento dei servizi pubblici a supporto delle donne, come asili nido, lavanderie e mense sociali di quartiere, centri per anziani e disabili, consultori e ambulatori pubblici diffusi nel territorio, per sottrarle al doppio lavoro forzato di cura e liberare il tempo per le attività politiche, sindacali, culturali.
Sabato 26 ottobre nel corso della terza assemblea nazionale (svoltasi alla Ri-Maflow, a Milano) il coordinamento No Austerity ha votato un ordine del giorno che condividiamo, per la convocazione il 25 novembre di uno sciopero generale di 24 ore che unisca le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori per dire no alla violenza sulle donne.