Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 4 dicembre 2013

PER IL SALARIO SOCIALE, LA SCALA MOBILE E LE 32 ORE

Francesco Locantore  fonte: http://anticapitalista.org/
L’Istat ha diffuso lo scorso 29 novembre i dati aggiornati sulla disoccupazione in Italia. Ad ottobre 2013 i disoccupati sono 3 milioni e 189 mila, 287 mila in più rispetto allo stesso mese del 2012. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,5%, la disoccupazione giovanile è al 41,2%. Circa 1.900.000 persone sfiduciate hanno rinunciato a cercare un lavoro. Per completare il quadro dell’emergenza sociale si aggiungano i dati diffusi a luglio sulla povertà: nel 2012 le persone che vivono con un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa sono 9 milioni e mezzo, circa il 16% della popolazione, quasi cinque milioni sono sotto la soglia di povertà assoluta. Sono al di sotto della soglia di povertà relativa quasi un operaio occupato su cinque e il 35,6% dei disoccupati in cerca di lavoro. Anche in questo caso i dati sono in netto peggioramento rispetto all’anno precedente, ed è quasi certo che peggioreranno ulteriormente nel 2013.
In questo contesto si è riacceso negli ultimi tempi il dibattito intorno ad un salario minimo fissato per legge e ad un reddito universale come misure per contrastare la povertà. Il governo Letta ha inserito nella legge di stabilità un “reddito minimo di inserimento” per i più poveri in dodici aree metropolitane. Lo stanziamento per questo provvedimento è ridicolo (circa 40 milioni di euro all’anno), neanche sufficiente a configurare un sussidio di povertà minimamente decente. In realtà è solo uncambiamento di nome per la social card berlusconiana, tant’è che quei fondi sono destinati allo stesso capitolo di spesa.
Le proposte in campo sul reddito di cittadinanza (o reddito garantito, reddito universale ecc.) non si differenziano dalla filosofia del provvedimento del governo, cioè quella di un sussidio di povertà. Già nel 2011 il PD aveva depositato una proposta di legge in questo senso, che prevedeva l’erogazione di un sussidio di circa 600 euro mensili alle persone con redditi sotto la soglia di povertà.
Più recentemente SEL, il PRC e altri soggetti hanno raccolto le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che prevede lo stesso sussidio di 600 euro mensili, oltre ad una serie di altre prestazioni sociali gratuite per le persone con redditi al di sotto di 8.000 €/anno, delegando il governo alla introduzione di un salario minimo intercategoriale, unico punto in cui questa proposta si distingue sostanzialmente dalle altre.
La stessa impostazione è contenuta nella proposta del Movimento 5 Stelle depositata in parlamento a metà novembre. Un sussidio di 600 euro mensili per le persone con reddito al di sotto della soglia di povertà relativa (circa 7.200 euro all’anno). L’erogazione del sussidio è condizionata, come per tutte le altre proposte citate, all’accettazione di proposte del centro per l’impiego, oltre alla partecipazione coatta a progetti di volontariato sociale promossi dai Comuni di residenza. Fa discutere il questa proposta la condizione ulteriore stabilita per i migranti residenti in Italia da almeno due anni, di aver lavorato almeno 1000 ore nel biennio precedente alla richiesta.
Più radicale è l’impostazione di chi propone il reddito incondizionato di base (alcune aree dei centri sociali). Questa proposta prevede l’erogazione di un reddito indipendentemente dalla condizione di povertà, di disoccupazione, di cittadinanza, insomma senza condizioni. Questo reddito si cumulerebbe quindi ai redditi da lavoro (dipendente o autonomo) e alla pensione, consentendo in questo modo una esistenza dignitosa. La proposta fu avanzata nel 1992 dall’economista belga Philippe Van Parijs, che la considerava una liberazione dal bisogno e dal ricatto di dover accettare di lavorare per vivere. Considerata in questi termini, la proposta è evidentemente utopistica, nel senso che non fa i conti con le caratteristiche fondamentali della società in cui viviamo, in cui il lavoro è ancora il fondamento per la produzione delle merci, nonché della loro valorizzazione. Non è pensabile oggi fare una proposta di liberazione del (e dal) lavoro salariato, senza aggredire i rapporti sociali di produzione tra lavoratori e capitalisti.
E’ così che il reddito incondizionato si trasforma da una visione utopica di una società futura in cui non ci sarà bisogno di lavorare, in una più modesta richiesta di un sussidio di povertà e/o di disoccupazione. Per quanto possa sembrare radicale, la proposta di reddito di base non è una proposta incompatibile con le politiche economiche neoliberiste. Dimostrazione ne è il fatto che la proposta di basic income(reddito di base) fu avanzata proprio da Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago, sotto forma di una tassa negativa sul reddito. Se il sussidio si tiene al di sotto del reddito necessario alla sussistenza media di una persona in una determinata società, questo potrebbe non disincentivare ad accettare di lavorare, anzi se tale reddito fosse cumulabile con quello da lavoro, potrebbe produrre una dinamica al ribasso dei salari.
Potrebbero tuttavia queste proposte avere una qualche efficacia nella lotta contro la povertà assoluta e relativa e contro la disoccupazione? Crediamo proprio di no. Il livello dei salari nel capitalismo oscilla intorno al valore dei mezzi di sussistenza dei lavoratori, come hanno spiegato bene Marx e gli economisti classici, cioè al valore socialmente necessario alla riproduzione della forza-lavoro. Si tratta quindi di un valore non assoluto, ma determinato storicamente di volta in volta dal rapporto di forza tra le classi. Stabilire per legge un salario nominale minimo o garantire a tutte/i un reddito monetario di base, il ché è quasi la stessa cosa, di per sé non farebbe che creare una illusione monetaria, per cui si finirebbe per trovarsi con un pugno di mosche in mano una volta che i prezzi delle merci si adeguassero alla nuova situazione ristabilendo il salario reale e la quota salariale sul valore prodotto ad un livello corrispondente ai reali rapporti di forza tra le classi sociali. Sarebbe dunque necessario un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari minimi (diretti e indiretti, comprendendo quindi le pensioni e i sussidi di disoccupazione) al livello dei prezzi delle merci che compongono il paniere di consumo dei lavoratori. Questo tuttavia ancora non sarebbe sufficiente a garantire che la forbice tra la quota dei salari e quella dei profitti non si allarghi ulteriormente, precipitando i lavoratori in una condizione di povertà relativa. Per invertire questa tendenza alla diminuzione del salario in termini relativi sarebbe necessario erodere il plusvalore di cui si appropriano i capitalisti, finanziando i provvedimenti per il salario sociale con una forte tassazione dei redditi da capitale, con l’introduzione di una patrimoniale pesante e con la imposizione progressiva dei redditi, che ad oggi in Italia è solo su carta. Infine attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per redistribuire il lavoro eliminando l’esercito di riserva dei disoccupati (la cui massa condiziona al ribasso la dinamica salariale) e per erodere quella parte di giornata lavorativa di cui i capitalisti si appropriano gratuitamente, da cui hanno origine i profitti.
La proposta che avanziamo dunque deve fare i conti con il fatto che il valore è prodotto dal lavoro umano (checché ne pensino con Negri coloro che ritengono la legge del valore superata dalle proprie fantasie teoriche di ipercapitalismo cognitivo) e che esso si ripartisce tra chi lavora e chi si appropria del lavoro altrui. Il salario è un fatto sociale di per sé, essendo l’espressione monetaria della relazione di sfruttamento tra i capitalisti e i lavoratori, ed essendo collegato in una relazione inversa con i profitti dei capitalisti, tanto maggiore la loro quota nel valore aggiunto, tanto minore quella destinata ai salari.
Riprendiamo la proposta avanzata da una legge di iniziativa popolare depositata in Parlamento, lanciata da Sinistra Critica nel 2009, e suffragata da oltre 70.000 firme. Questo disegno di legge è ancora utilizzabile per la discussione in Parlamento da qualsiasi parlamentare o gruppo che voglia farlo (atto Senato n. 2, assegnato il 23 maggio scorso alla XI commissione permanente: lavoro e previdenza sociale). Tuttavia la sua discussione non è mai cominciata. Alla luce dell’inflazione intervenuta gli importi definiti in quella proposta vanno ridefiniti. Chiediamo innanzitutto che sia fissato per legge un salario minimo intercategoriale di 1.500€ al mese, e ad esso siano riparametrati tutti i contratti collettivi di lavoro; che sia istituito un salario sociale di 1.200€ per i disoccupati, per gli studenti e per le pensioni minime. Chiediamo che questi importi siano rivalutati annualmente in base all’indice dei prezzi Istat per le famiglie di operai e impiegati (reintroduzione della scala mobile). Chiediamo infine che il lavoro venga redistribuito diminuendo l’orario di lavoro a parità di salario a 32 ore settimanali non derogabili, perché si possa lavorare meno per lavorare tutte/i. Queste battaglie, insieme a quelle per la difesa e il rilancio dei servizi pubblici a garanzia dei diritti sociali fondamentali, l’istruzione, la sanità, i trasporti, la casa, e per le nazionalizzazioni delle banche e delle grandi imprese, a partire dalla Fiat e dall’Ilva possono e devono essere condotte unitariamente da tutti i settori della classe lavoratrice, occupati e disoccupati, stabili e precari, nativi e migranti.
Se questa proposta può sembrare utopistica, rispondiamo che la vera utopia è aspettarsi di convincere la borghesia a liberare i lavoratori dal ricatto del lavoro, su cui si fonda il loro stesso ordine sociale ed economico. L’unità della classe nel perseguire i propri obiettivi in maniera indipendente è la sola via d’uscita alle condizioni di sfruttamento e di povertà generale in cui essa stessa versa.

martedì 3 dicembre 2013

Rogo di Prato, strage di globalizzazione

Luciano Granieri


La globalizzazione  dell’economia in assenza della globalizzazione dei diritti umani,  questo   è li flagello criminale che sta minando la convivenza civile in tutto il mondo.  Fino a quando i capitali potranno spostarsi  e far danno nel tempo di un click, fino a quando il lavoro sarà considerato una variabile di spesa come tante altre,  da comprimere, ridurre all’essenziale,   e non un corpo sociale formato da donne e uomini con il loro sacrosanto diritto di vivere, tragedie come quelle di Prato, ma anche come quelle della Thyssen e di tante altre stragi sul lavoro , non smetteranno mai di mietere vittime.  

Non è una questione di etnia. Non è colpa dei cinesi o dei marocchini o dei cingalesi.  Colpevoli  sono le istituzioni internazionali foraggiate dalle lobby finanziarie le quali permettono che in qualche angolo del mondo ci sia sempre una Cina o una Serbia, o un altro Stato  che schiavizzi i lavoratori. Le conseguenze del dumping occupazionale,  creato ad arte in tutto il mondo per alimentare cospicui profitti per pochi e smisurata povertà per molti, sono le   vite interrotte, spezzate dai fumi  letali delle acciaierie di Taranto, dai roghi di Prato e di Terni. 

Controllare la regolarità della attività produttive, così come accade sull’onda dell’indignazione sopravvenuta dopo un lutto su lavoro è necessario ma inutile. Bisognerebbe attivarsi invece per evitare che ci siano lavoratori disposti a emigrare in un posto dove  vivere perennemente nella fabbrica, senza mai uscire, lavorare 24 ore su 24 e riposarsi poche ore in un preloculo  funerario in cartongesso pronto a prendere fuoco, sia una scelta obbligata  perché  nel loro paese vivano ancora peggio.  

La logica del profitto non guarda in faccia a nessuno. Se si può produrre al minor costo possibile è un delitto non farlo. Pazienza se le conseguenze sono morte e sofferenza. Non è prendendosela con i Cinesi di turno che si  risolve il problema, anzi la rabbia contro il disperato un po’ meno disperato di te è salutare per i veri colpevoli che continuano indisturbati a fare affari sulla pelle della gente,  beandosi della guerra fra poveri che disintegra ogni tentativo di reazione. 

Forse sarebbe ora di scuotersi dal torpore, ribellarsi all’idea che la libera circolazione dei capitali non sia  l’unica via. La vita è un insieme di rapporti sociali liberi, non vincolati da propositi speculativi e competitivi. Solo ribellandosi a questa logica criminale rimettendo al centro dei valori ciò che si è e non ciò che si possiede, sarà possibile evitare altre tragedie. Ma purtroppo questo modo di pensare è eversivo, è da pericolosi terroristi, per cui avanti con il neoliberismo assassino.  Morte e disperazione sono piccoli effetti collaterali.  Cosa può valere la vita di uno schiavo di fronte all’elevato rendimento di un fondo d’investimento?

lunedì 2 dicembre 2013

La Campagna Cellulari per Beneficenza

Emergency Colleferro e Rete per la Tutela della Valle del Sacco

La Rete per la Tutela della Valle del Sacco promuove, a sostegno di Emergency, la campagna “Cellulari per beneficenza”, un progetto avviato nel 2009 da Comprocellulari.it che mira a recuperare fondi da devolvere in beneficenza attraverso il riciclo di cellulari usati.

Il senso dell’iniziativa? Prevenire i possibili danni ambientali derivanti da un cattivo smaltimento dei nostri telefoni e sostenere, contemporaneamente, le numerose associazioni di volontariato che aderiscono al programma.

Una singola batteria di cellulare è in grado da sola di contaminare migliaia, se non milioni, di litri di acqua. Se pensiamo che in Italia ci sono oltre 50 milioni di cellulari vecchi e che spesso esiste la cattiva abitudine di buttare gli apparecchi non più utilizzati direttamente nella pattumiera dell’indifferenziato, non è difficile immaginare le disastrose conseguenze che si potrebbero ripercuotere sulla salute collettiva. Ogni cellulare, infatti, contiene metalli dannosi come piombo, cadmio e litio, plastiche e circuiti con sostanze tossiche e inquinanti.

Consegnarci il vostro vecchio telefonino è un semplice gesto con un doppio vantaggio.  La campagna “Cellulari per beneficenza” è, infatti, il primo progetto italiano che recupera fondi da destinare in beneficenza attraverso il riciclo dei cellulari usati, mettendo in moto un circolo virtuoso che, dal 2009, è riuscito a donare più di 150.000 euro alle oltre cinquanta associazioni Onlus che partecipano al programma. Il sistema di donazione è semplice, con tre diverse modalità: via internet, via posta o attraverso i raccoglitori che le associazioni predispongono in tutta Italia. Il ricavato della vendita, riportato sul sito www.comprocellulari.it, andrà a favore dell’associazione prescelta.

Nel nostro territorio, Retuvasa ha deciso di farsi promotrice di questo programma a sostegno di Emergency pubblicizzando l’iniziativa e mettendo a disposizione i propri volontari per la raccolta.

Una buona occasione per venirci a trovare il 4 dicembre, Festa patronale di Santa Barbara, dalle ore 10,00 alle ore 19,00, in Via Berni presso la rotonda del campo sportivo.

Successivamente i contatti per il ritiro del vostro cellulare da riciclare o per il posizionamento di un raccoglitore sono:


Per avere maggiori informazioni sul programma potete consultare il sito www.cellulariperbeneficenza.it.


Colleferro, 2 dicembre 2013

Iniziano le lezioni nel villaggio di Muyeye

Luciano Granieri

Puntualmente ad ogni G8,G20  le potenze economiche occidentali   si impegnano a destinare fondi per ridurre la povertà nei paesi del terzo mondo. Puntualmente   tali impegni vengono disattesi. Eppure l’occidente cosiddetto civilizzato  dovrebbe restituire ogni tanto, un minimo di quanto depreda e saccheggia  in Africa e nel Medio Oriente. La colonizzazione politica, trasformatasi in colonizzazione economica ultraliberista , ha ridotto alla povertà un continente pure ricco di risorse naturali e materie prime. Le guerre civili alimentate dagli interessi delle multinazionali, i dittatorucoli ,  sostenuti  dai governi  del cosiddetto primo mondo  nei loro crimini, perché guardiani degli interessi occidentali,  sono fattori devastanti per le popolazioni africane. Contribuiscono ad alimentare carestie, violenze, su uomini e bambini, stupri, determinando il fenomeno dell’immigrazione che ha trasformato  deserti e mari in enormi cimiteri.  Ciò che  i governi del G8 promettono e puntualmente disattendono, spesso, per quanto possibile viene assicurato da associazione umanitarie. Organizzazioni composte da gruppi di cittadine e cittadini volonterosi che s’impegnano a rendere la vita delle popolazioni africane un po’ meno dura. E’ il caso dell’associazione Itake. L’organizzazione nata a Frosinone, ma estesasi in tutta le provincia,  si è prefissata l’obbiettivo di promuovere  la frequenza scolastica di bambini  e giovani in Kenia. A partire dal 2005 Itake ha organizzato  una raccolta fondi per  finanziare la costruzione di istituti scolastici a Malindi e nel villaggio di Muyeye. Oggi il politecnico e la scuola primaria Karima di Muyeye sono delle splendide realtà. Nella clip che segue si apprezza l’impegno che tutti hanno profuso per dotare la scuola primaria Karima di nuove aule e di una recinzione.  Ringraziamo Isa Giudice per averci messo a disposizione la clip che pubblichiamo volentieri.




Di seguito altre due clip a testimoniare l'impegno profuso per raggiungere l'obbiettivo .  la La prima è dell'ottobre 2011, la seconda del marzo 2013.

domenica 1 dicembre 2013

COMUNE DI FROSINONE APPROVATO IL BILANCIO PREVENTIVO 2013!!!

Oltre l'Occidente


Tra i tanti paradossi della politica italiana, che oramai si vivono come normali concessioni per una necessaria democrazia “controllata” del paese e dei cittadini, uno lo si è vissuto nella serata del 28 novembre u.s. al Consiglio comunale di Frosinone dove andava in scena l’approvazione del bilancio PREVENTIVO 2013!
La necessità di arrivare a fine anno per votare un bilancio di previsione la dice lunga della capacità della politica di costruire autonomamente una propria visione del mondo che abbia un senso e una via. Ci si adegua durante tutto l’anno a improbabili e confuse azioni del governo centrale per il prelievo fiscale, tagli dei servizi, privatizzazioni, ritardi di pagamenti ecc. tanto che gli enti locali non riescono a redarre, se non appunto alla fine dell’anno, una previsione di entrata e di uscita certa.
Nonostante si sia arrivati all’approvazione del bilancio ancora però si è in dubbio di come si copra una parte dell’IMU che non dovrebbe arrivare nelle casse comunali - a Frosinone circa 2 milioni di euro -. Nonostante le lacrime di coccodrillo dell’amministrazione locale che vorrebbe che non si tenesse conto dell’appartenenza politica alla maggioranza di governo nazionale, non sembra esserci dubbi su chi pagherà quest’altra “anomalia” contabile…
Frosinone si è dotata di un piano economico di previsione legato a doppia mandata per 10 anni al famigerato "piano di riequilibrio economico finanziario" portato avanti da questa amministrazione per evitare di incorrere nel dissesto finanziario, istituto previsto dalla legge prima dell’introduzione del “predissesto” che in ogni caso prevedeva un commissariamento delle finanze locali per appunto tenerle lontane dalla politica che negli anni aveva prodotto debiti.
SI è scelto di ricorrere al predissesto imponendo ai cittadini di stringere la cinghia per poter con i risparmi riuscire a pagare tasse e balzelli al massimo delle aliquote.

Alcuno ha discusso nel merito queste scelte. La maggioranza le ha fatte proprie come ultima ratio senza distinguere tra aver conseguito un risultato amministrativo e il peso che questo risultato provoca nella popolazione. Dire maggioranza è ovviamente un eufemismo nel consiglio comunale di Frosinone. Le scelte sono parte delle decisioni di pochi, la maggioranza approva qualunque cosa silenziosamente, senza interventi né nel merito né nella forma.
Così nell’opposizione. Il PD disertava non solo il voto ma anche un minimo di discussione, di critica, di puntualizzazione, di informazione sul bilancio. Il pubblico e la cittadinanza meriterebbero che le forze politiche attraverso la critica diano spunto per una maggior conoscenza delle cose che si stanno decidendo sulla loro pelle. Ma evidentemente non è chiaro il meccanismo che regola i ruoli di una pur formale vita democratica di un consiglio comunale tra maggioranza e opposizione.
Il risultato è che la città è guidata da una “auto-illuminata” piccola schiera di decisori che non si servono delle formazioni politiche pur presenti in consiglio; non si vedono contrastati da una minoranza assente fisicamente, ma anche nella espressione delle idee; non lasciano comprendere ai cittadini ciò che accade e su quali basi vengono prese decisioni così fondamentali per la vita di un decennio della città. Aver affermato che ci fossero dei debiti senza voler affrontare il perché e quando essi fossero stati contratti e chi fossero i responsabili e chi infine li dovesse ripagare, mina il concetto stesso di democrazia, partecipazione e coinvolgimento della cittadinanza tutta, sia come singoli cittadini che come operatori collettivi.
Il timido e pur apprezzato tentativo di un consiglio comunale aperto all’auditorium Colapietro non ha avuto seguito anche e soprattutto per il ruolo sfuggente dell’opposizione che non ha mai incalzato i politici a proposte più responsabili e coinvolgenti.
La maggioranza ha svolto un compito di cui si autoproclama orgogliosa; sfugge, consapevolmente o inconsapevolmente, comunque alla rappresentazione di una realtà che si conforma a seguito di questa decisione; l’opposizione nel frattempo sta “sotto coperta” nella speranza che i 15 anni di disastroso governo cittadino siano presto dimenticati e poter presentarsi alle prossime amministrative illibati. Il macigno rimane sulle spalle delle famiglie frusinati, sui lavoratori alla fame e licenziati, sulle imprese che non potranno vedersi riconosciuto il credito per intero, sui servizi tagliati e quindi approssimativi, su uno sviluppo oramai privato di senso e sostanza.
In ogni caso qualche idea dovrà pur essere messa in cantiere davanti ad una crisi profonda e sempre più avvolgente per ostacolare politiche di impoverimento e di svilimento della città. Ma quali idee? E, soprattutto, di chi?

Scontri a Betlemme: 5 palestinesi feriti

Nena News


I soldati israeliani avrebbero risposto a una sassaiola. Nei Territori la tensione è alle stelle: dall'inizio dell'anno l'esercito di Tel Aviv ha ucciso almeno 24 palestinesi

Sono stati feriti cinque palestinesi negli scontri scoppiati ieri sera con i soldati israeliani vicino all'ingresso del campo profughi di Aida, a nord di Betlemme. Una delle vittime è stata colpita da un proiettile.
Secondo i militari israeliani, i tafferugli sarebbero scoppiati quando una novantina di palestinesi ha iniziato una sassaiola contro i soldati che hanno risposto "secondo il protocollo anti-sommossa". Gli scontri tra esercito israeliano e palestinesi sono sempre più frequenti nei Territori occupati della Cisgiodania, ma anche nella Striscia di Gaza si registrano incidenti simili. Stamattina un militare israeliano di stanza vicino al villaggio di al-Qarara, ha aperto il fuoco contro un agricoltore che si trovava nell'area orientale del campo di Khan Younis. L'uomo è fuggito e dalle Forze armate israeliane non sono arrivate conferme o smentite dell'accaduto.
Due giorni fa, invece, l'esercito israeliano ha ucciso tre palestinesi nel villaggio di Yatta, vicino alla città di Hebron in Cisgiordania, sospettati dallo Shin Bet, l'intelligence israeliana, di essere esponenti di una cellula terroristica salafita. Ieri il Centro palestinese per i diritti umani (Pchr) ha condanno il comportamento degli israeliani a Yatta, definendo la morte dei presunti terroristi palestinesi una "esecuzione extragiudiziaria". "Questi crimini provano che le forze israeliane non hanno alcun rispetto per la vita della popolazione civile. Chiediamo alla comunità internazionale di agire per porre fine a questi crimini".
Un appello che resterà probabilmente inascoltato dalla cosiddetta comunità internazionale. Dall'inizio dell'anno l'esercito israeliano ha ucciso almeno 24 palestinesi, in maggioranza in Cisgiordania, secondo l'Ocha, l'Ufficio per gli affari umanitari dell'Onu. La tensione è alta nei Territori occupati, mentre è ormai fermo da mesi il negoziato tra israeliani e palestinesi sponsorizzato dal segretario di Stato Usa, John Kerry, ripreso, almeno formalmente, a luglio dopo tre anni. I continui blitz israeliani, con il loro carico di vittime, e la progettazione e costruzione di nuovi insediamenti illegali hanno di fatto chiuso la porta a ogni possibilità di dialogo.
Intanto, ieri è arrivata la notizia della morte di Mahmoud Wajeeh Awwad, il 28enne palestinese ferito dai soldati israeliani otto mesi fa durante gli scontri vicino al campo di Qalandya, a Ramallah. Il ragazzo era stato colpito da un proiettile di gomma ed era in coma.

Le giornate di san Thomas Becket, assassinio nella Cattedrale.

l'Associazione Culturale ARTESIA


Ad Anagni si propone la seconda edizione di un evento che lo scorso anno ha riscosso un enorme successo:

Le giornate di san Thomas Becket, assassinio nella Cattedrale.
Per l'occasione si potranno visitare il Tesoro della Cattedrale e l'antico  Oratorio di Thomas Becket (mitreo romano), generalmente chiuso al pubblico.

In occasione delle feste natalizie, la Cattedrale di Anagni, in collaborazione con l'Associazione Culturale ARTESìA, propone un evento eccezionale: l'apertura al pubblico con visite guidate speciali del Tesoro della Cattedrale, che conserva una collezione unica nel suo genere di preziosi tessuti dell'epoca di Bonifacio VIII nonché il raro cofanetto-reliquiario di Thomas Becket decorato con smalti di Limogés, e dell'Oratorio di San Thomas Becket, antico tempio pagano dedicato al dio Mitra, affrescato nel corso del XII secolo e dedicato al santo martire inglese, ricordato dalla Chiesa il 29 dicembre.
L'iniziativa, dal titolo Le giornate di Thomas Becket: assassinio nella Cattedrale (II edizione), prevede le visite all'ambiente ipogeo dell'oratorio (normalmente chiuso al pubblico), posizionato accanto alla celebre Cripta di San Magno (la Cappella Sistina del Medioevo) e completamente affrescato con scene tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento e dalla vita di san Thomas, e al Tesoro, con una visita alla medievale Cappella del Salvatore, cappella privata dei vescovi di Anagni.
Le visite si svolgeranno dal 26 al 31 dicembre 2013 presso la Cattedrale di Anagni. Per informazioni più dettagliate e prenotazioni è possibile visitare i siti internet www.cattedraledianagni.it e www.artesiaroma.it/attivita, le pagine facebook
Cattedrale di Anagni e Associazione Artesìa (oppure il profilo facebook Artesìa
Roma). Si può inoltre telefonare ai numeri 0775.728374 e 392.1109871 o inviare una mail a info@artesiaroma.it.