Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 5 marzo 2015

ORIENTAMENTI PER LA LIBERAZIONE

Documento politico dell’ass. “Indipendenza”  


Con l'aggravarsi della crisi dell’Unione Europea e della zona euro, il tema della sovranità e l’ipotesi di una uscita dell’Italia –solo dalla moneta unica per alcuni, necessariamente anche dai Trattati europei ad avviso non solo nostro– si stanno facendo strada, pur con percorsi e contenuti molto diversificati. Tuttavia ancora si veicolano affermazioni catastrofiste per seminare paure ed incassare un consenso emotivo sull'irreversibilità dell'euro e le relative politiche d'accompagno. La paura indotta tra la popolazione sta servendo anche per indurla ad accettare alterazioni profonde (in senso ancor più autoritario ed oligarchico) dei preesistenti assetti economici, sociali, giuridici, politici, che di fatto stanno acuendo la subalternità dell'Italia ad una gerarchia didecisori, dalla potenza sub-dominante tedesca fino a salire in cima ai centri strategici situati negli States, attuali regolatori d’ultima istanza del polo capitalistico “occidentale”.

Senza sovranità e indipendenza, senza mettere in discussione lo status di sudditanza del nostro Paese, come sarà possibile costruire una società ‘altra’ rispetto ai rapporti economici, sociali e culturali vigenti che la regolano? Come liberarsi dal dominio geo-politico statunitense esercitato tramite l’Unione Europea, la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale? Come scrollarsi di dosso i ceti sub-dominanti di casa nostra che di quei poteri sono interessata referenza? Come attrezzarsi a fronte di quel Mercato Unico Transatlantico USA-UE (TTIP) i cui negoziati, in corso e secretati, Washington vuole chiudere a fine 2015 o del “Trade in Services Agreement” (TISA) che completa il TTIP intervenendo nel settore dei servizi e che prefigurano sul continente europeo uno scenario peggiore dell’attuale?

La conquista della sovranità deve pertanto essere considerata come la madre di tutte le battaglie, di tutte le lotte. Non si tratta solo di sovranità monetaria, di riconquistarla. Si tratta di recedere dai Trattati europei che vincolano le politiche di bilancio ed economiche. Dobbiamo riprenderci la piena sovranità economica, monetaria, doganale e produttiva. Ma questa presuppone una sovranità politica, un'indipendenza dai vincoli euroatlantici ed un riorientamento radicale della politica estera.
La conquista della sovranità formale –o anche della sola sovranità monetaria– è dunque un obiettivo necessario ma in sé non sufficiente, se non è inscritta nel conseguimento di una effettiva indipendenza sul piano politico, economico, culturale e geo-strategico.

Occorre insomma perseguire una lotta di liberazione nazionale e raccordarsi internazionalmente ad analoghe esperienze (movimenti, partiti, anche governi) connotate in tal senso, assumendo come obiettivo la conquista della sovranità e dell'indipendenza dai vincoli imperialisti per riscrivere rapporti sociali e modo di produzione. 

È necessario quindi operare con intelligenza nella società italiana perché non qualunque rivendicazione e versione della sovranità e nemmeno qualsiasi alternativa all’europeismo è detto che vadano bene. 
Sarà necessario non lasciarsi irretire o suggestionare da pulsioni antieuropeiste di realtà politiche liberal-liberiste che –saldandosi anche a spezzoni di classi dominanti– potrebbero puntare a contrattare uno status di dipendenza a condizioni più vantaggiose direttamente con il padrone americano e senza essere inquadrati nell’UE. 
Sarà necessario attrezzarsi per fronteggiare la reviviscenza, già in atto in alcuni Paesi europei, di populismi regressivi, neo-fascismi et similia. Puntando sulla rivendicazione della sovranità, questi movimenti potrebbero far leva sul malcontento popolare per deviarlo verso obiettivi sbagliati (demonizzazione degli stranieri, razzismo, tentazioni autoritarie, ecc.), guardandosi bene peraltro dal mettere in discussione gli assetti sociali esistenti e le relative ingiustizie. 
Occorre pertanto essere consapevoli che la rivendicazione della sovranità è un obiettivo irrinunciabile ma al tempo stesso di per sé non garantisce nulla, potendo essere posta al servizio di progettualità politiche e prospettive di società assai differenti, non tutte desiderabili. Si rende dunque assolutamente fondamentale definire quale sovranismo perseguire, avendo di vista gli interessi reali e generali della nostra società, ed essere attrezzati anche sul piano dell'organizzazione politica. Non si tratta solo di rivendicare una centralità propulsiva dello Stato e nemmeno di limitarsi all’indicazione di una spesa pubblica che sappia rinvigorire la domanda privata in caduta, fungendo da volàno per una ripresa dell'economia. Si tratta di intervenire anche nella qualità e nella natura delle scelte, nell'organizzazione produttiva, mercantile e delle relazioni sociali, nella definizione di una direzione politica e di un progetto strategico di società, nella necessaria costituzione di blocchi sociali orientati al conseguimento di mutamenti radicali dei rapporti economici.

Indipendenza è pertanto l’idea-forza fondamentale, la conditio sine qua non per costruire un futuro diverso. In ragione di questo l’abbiamo assunta ieri come nome della rivista, oggi come quello della nascente associazione.
Sovranità economica e indipendenza politica da poteri esterni sono due facce della stessa medaglia su cui devono essere impressi e riempiti di contenuti due concetti: democrazia (sostanziale) e liberazione (sociale), basi indispensabili su cui costruire una reale alternativa di società. Una società in cui l’attività economica sia posta al servizio del bene comune, non delle direttive dei cosiddetti mercati o degli interessi delle oligarchie imprenditorial/finanziarie, interne o estere che siano.
Una società improntata al perseguimento concreto di ideali di giustizia, uguaglianza ed emancipazione sociale, che sappia vedere e contrastare i germi dello sfruttamento, del razzismo e della persecuzione dell’altro ovunque si manifestino.
Una società autenticamente democratica, pluralista, non più in balìa del paradigma culturale oggi dominante, il quale –mercificando e banalizzando ogni aspetto della vita umana– sottopone ad attacchi sistematici la dignità della persona. Il tutto con la finalità –nemmeno troppo nascosta– di poter disporre di una massa di individui deboli, sradicati, de-culturati e manipolabili, ridotti al rango di semplici consumatori.
Una società che assuma come indispensabile la difesa del territorio e della natura dal carattere distruttivo dell’attuale modello di sviluppo.

In un mondo in cui la dominazione politica è incorporata nelle merci di massa, la libertaria espressione delle identità culturali dei popoli, delle loro economie, dell’essere liberi in terre libere –condizione imprescindibile per un senso di autentica fratellanza tra le nazioni e di un sistema di rapporti internazionali giusto ed equo– è già di per sé qualcosa che strutturalmente contrasta con gli interessi sovranazionali delle oligarchie economiche e finanziarie, e dei loro referenti (geo)politici.
La rivendicazione 'nazionale' è dunque oggi la più efficace a contrastare le tendenze 'globaliste' del capitalismo, potendo fungere da premessa e da collante generale per tutta una serie di rivendicazioni sociali. Dall’incontro delle due diverse prospettive può scaturire il massimo dell’efficienza politica. Sintetizzando: la rivendicazione nazionale (innanzitutto nei termini della conquista della sovranità e dell’indipendenza) è la questione principale, la prospettiva della giustizia e della liberazione sociale è la questione fondamentale. 

L'associazione "Indipendenza" intende diffondere le idee sopra indicate, entrare nel merito, estenderne le ricadute d'interesse collettivo, raccogliere la più ampia massa critica di cittadini e acquisire più forza d'analisi, di progetto e d'intervento.
È questa la grande sfida che ci aspetta, per affrontare la quale non da oggi operiamo.

SOVRANITÀ, INDIPENDENZA, DEMOCRAZIA, LIBERAZIONE!


Gli otto punti che seguono ed il documento “Orientamenti per la liberazione” che li precede, vanno considerati unitariamente una sorta di piattaforma e di indirizzo politico della neonata associazione “Indipendenza”. 

VERSO L’INDIPENDENZA. OTTO PUNTI

1. Uscita da euro, Unione Europea e annessi vincoli e trattati, nonché cancellazione dalla Costituzione delle modifiche di matrice liberista introdotte negli ultimi anni, quali la riforma del titolo V ed il pareggio di bilancio.

2. Riappropriazione da parte dello Stato delle leve di politica monetaria, fiscale, industriale, commerciale e doganale, e contestuale recupero di una piena capacità d’indirizzo del sistema bancario e dell’economia, nonché adozione di vincoli alla circolazione dei capitali in entrata e in uscita. Indispensabile dotarsi di una Banca Centrale pubblica (non autonoma, quindi), al servizio dello Stato e della collettività; reintrodurre la separazione tra banche commerciali e banche d'investimento, sottoposte a meccanismi regolativi della loro attività; promuovere misure finalizzate al protezionismo finanziario e commerciale, incluso il governo delle dogane e misure protezionistiche in senso stretto (barriere tariffarie e non tariffarie, contingentamenti, sussidi).

3. Introduzione di meccanismi di protezione dei redditi (indicizzazione di salari e pensioni; amministrazione di alcuni prezzi base per governare gli sbalzi nella distribuzione degli stessi, ecc.), diritto sociale al lavoro e alla casa (equo canone sulla casa d'abitazione, acquisizione pubblica delle proprietà abbandonate, incentivazione del recupero del patrimonio edilizio privato e pubblico senza nuovo consumo di suolo), rilancio delle politiche sociali e riscrittura dei rapporti di lavoro, mediante il recupero dei contratti collettivi, la protezione del lavoro e dei salari estesa anche ai lavoratori a tempo parziale, la riqualificazione del settore lavorativo pubblico e l’introduzione di forme di controllo dei lavoratori sulla vita e gestione delle imprese. 

4. Ridefinizione di un nuovo modello economico che ripristini la centralità del ruolo dello Stato, da concretarsi tramite il riassetto pubblico della ricerca, della sanità, dell’istruzione (con definizione, al riguardo, di un asse culturale nazionale della scuola) e della previdenza; nazionalizzazione di tutti i comparti strategici (reti energetiche e idriche, ricerca, industria, farmaceutica, comunicazioni, trasporti, viabilità, rifiuti); tutela e sostegno ad agricoltura (anche mediante l’uscita dalla nociva Politica Agricola Comune), commercio, artigianato, libere professioni, piccola impresa e cooperazione. Inalienabilità dei beni comuni quali acqua, territorio, patrimonio artistico e culturale, la cui gestione –in nome e per conto del popolo– demandare allo Stato, con attivazione di forme di partecipazione sociale e controllo da parte del popolo stesso. 

5. Riassetto e messa in sicurezza del territorio, tramite opere di bonifica, controllo e tutela dello stesso dai fattori inquinanti e dal rischio idrogeologico; rifiuto di quelle “grandi opere” che, lungi dall’essere di utilità reale per il benessere della popolazione, si rivelino funzionali a soddisfare appetiti speculativi e a devastare il territorio nazionale; pubblicizzazione del servizio di smaltimento e trasporto dei rifiuti (industriali e non), con obiettivo tendenziale rifiuti zero attraverso il risparmio, il riuso e il riciclo delle risorse.

6. Perseguimento dell’indipendenza energetica, anche attraverso lo sganciamento dalla dipendenza dal petrolio e la valorizzazione delle fonti rinnovabili.

7. Edificazione di una società autenticamente democratica, pluralista, rispettosa delle minoranze linguistiche, culturali e nazionali, con al centro la dignità della persona. In tal senso, oltre a conseguenti interventi in ambito politico, istituzionale ed economico, occorre intervenire anche in ambito culturale (decisivo al riguardo il ruolo della scuola) e comunicativo, ridando ruolo al servizio pubblico radio-televisivo, sia in ambito informativo (garantendo la massima pluralità) sia per quanto concerne la valenza culturale ed educativa.

8. Riorientamento della politica e delle relazioni estere sulla base dei princìpi di non ingerenza, reciprocità, rispetto delle sovranità nazionali, perseguimento della pace e della cooperazione tra i popoli. Necessaria, in tal senso, una ridefinizione della collocazione geopolitica dell’Italia, a partire dalla fuoriuscita dalla NATO.



 

mercoledì 4 marzo 2015

Cosa può offrire il governo Tsipras ai lavoratori della Grecia?

Valerio Torre

      Il bilancio ad appena un mese dalla nascita, la politica dei rivoluzionari

 Lo spot
La scena mostra un bambino che sta giocando con un trenino elettrico. Il bambino è visibilmente contrariato perché ad ogni curva il suo trenino deraglia e i vagoni escono dalle rotaie. Allora si rivolge, chiedendogli di aiutarlo, ad un uomo grande e grosso che, con atteggiamento affabile e protettivo, gli mostra in che modo far correre il convoglio senza che deragli. Mentre il trenino sfreccia, stabile sulle rotaie, sventola la bandiera della Grecia. Il bambino ora è soddisfatto e scambia un gesto d’intesa tipicamente statunitense, il “give me five”, con colui che lo ha aiutato. Solo a questo punto veniamo a sapere che il bambino si chiama “Alexis”.
I preparativi per il governo: una strizzata d’occhio ai militari…
Quella che abbiamo appena descritto è la scenetta di uno spot elettorale del partito greco Anel (Anexartitoi Ellines, cioè Greci Indipendenti), la formazione di destra che, alle recenti elezioni ha ottenuto il 4,75% dei voti e 13 seggi, grazie ai quali ha formato una coalizione di governo con il partito della sinistra Syriza. L’omone della scenetta è proprio il leader d’Anel, Panos Kammenos, che interpreta se stesso nell’atto di aiutare il bambino, significativamente di nomeAlexis, a tenere sui binari un treno senza farlo deragliare. In soli 35 secondi [1], è raccontata, già prima delle elezioni, quella che sarebbe poi stata la nascita del governo Tsipras. La simbologia è fin troppo trasparente: il giovane leader della sinistra greca non è da solo in grado di mantenere sui binari il traballante Paese; ci vuole dunque chi, con pragmatismo paternalistico e affidabilità contrapposti all’inesperienza giovanile, sappia tener ferma la barra.
Anel è un partito della destra nazionalista greca, nato da una scissione da Nea Dimokratia dell’ex premier Samaras. Le sue posizioni sono contro l’austerità imposta dall’Europa, ma soprattutto contro l’immigrazione e il multiculturalismo, in difesa dei valori patriottici e di quelli religiosi della chiesa greco ortodossa. Ma, ciò che è importante segnalare, il suo leader, Kammenos, è il garante dei militari e rappresenta per Tsipras una “polizza d’assicurazione” [2].
Ecco allora che si spiega la rapidità (meno di un’ora di colloquio) con cui i due hanno stretto la strana alleanza di governo: un’alleanza che affonda le sue radici in una dichiarazione del 6 maggio 2012, quando, in occasione delle precedenti elezioni, Kammenos “non escludeva un'alleanza con Syriza nel comune rifiuto del rigore imposto da Bruxelles” [3].
...alla chiesa ortodossa…
Ma quello dei militari – bacino in cui pescano a piene mani i neonazisti d’Alba Dorata – non è il solo fronte rispetto al quale Tsipras si è voluto garantire tranquillità.
In Grecia, la chiesa ortodossa ha un peso sociale molto rilevante, di cui il potere politico non può non tenere conto. Lo scorso mese d’agosto, Tsipras si è recato sul Monte Athos per una visita di due giorni alla comunità religiosa insediata con venti monasteri in quella regione, cui la Costituzione greca riconosce una forma d’autogoverno [4].
Ricevuto con tutti gli onori dal consiglio della comunità appositamente riunito, il leader di Syriza ha voluto rassicurarne i rappresentanti promettendo pieno sostegno alle richieste pervenutegli sul tema del regime fiscale delle proprietà ecclesiastiche.
Però, questo è stato solo l’ultimo passo di un percorso di graduale avvicinamento alle gerarchie ortodosse, iniziato nel gennaio 2013 in occasione di un convegno organizzato dall’Università di Salonicco sul tema “Chiesa e sinistra”. Mettendo da parte l’anticlericalismo, Syriza ha iniziato una sempre più stretta collaborazione con la chiesa greca sui temi sociali e di battaglia comune contro Alba dorata, sfociata poi in un’inedita udienza ottenuta da Tsipras nel gennaio del 2014 dal patriarca di Costantinopoli.
...e alla finanza internazionale.
Tuttavia, l’azione di Tsipras per accreditarsi come futuro premier responsabile e affidabile si è svolta ad ampio raggio anche sul palcoscenico della finanza internazionale.
Già nel gennaio del 2013, il giovane leader greco ha iniziato un lungo tour nelle capitali che contano, dando un’immagine di sé rassicurante e tutt’altro che radicale. “Spero di avervi convinto che non sono pericoloso come alcuni pensano (…). Chi vuole spaventarvi vi dirà che se il nostro partito va al potere strapperà gli accordi con l’Unione europea e con il FMI, porterà il Paese fuori dell’eurozona, [ma] il nostro obiettivo è salvare il Paese e tenerlo dentro l’eurozona”: queste erano le sue dichiarazioni rivolte alla platea di un meeting alla Brookings Institution di Washington, il più influente organismo d’analisi politica degli Stati Uniti [5].
Due mesi dopo, Tsipras era alla London School of Economics a tranquillizzare l’uditorio garantendo che non era affatto intenzione di Syriza rompere con l’euro o ripudiare il debito [6].
Passati solo pochi mesi, in settembre, partecipando al Kreisky Forum a Vienna si è premurato di illustrare alle borghesie europee che il suo partito era contrario allo smantellamento dell’Ue e che il disegno era solo di riprogettare l’unione monetaria stabilizzando l’eurozona e mettendo in campo “un Piano Marshall europeo che comprenda una vera unione bancaria, una gestione centralizzata del debito da parte della Bce e (…) una conferenza straordinaria sul debito europeo di tutta la periferia. (…) il mio partito, Syriza, è impegnato a promuovere un piano europeo per la salvezza dell’eurozona” [7].
Infine, il pellegrinaggio di Tsipras si è concluso in Italia, dove, nel settembre del 2014, si è registrata la sua presenza – salutata dalla calorosa accoglienza del gotha del capitalismo italiano – al Forum Ambrosetti di Cernobbio (il cenacolo della grande borghesia italiana) [8], in cui ha civettato con Mario Monti, in un profluvio di vicendevoli complimenti [9]. Quindi, solo pochi giorni dopo, la visita dal Papa [10].
L’opportunismo e il tentativo di pugno di ferro nel partito
Come si vede, dunque, “studiando da futuro premier” Tsipras ha adottato un’accorta realpolitikallo scopo di preparare il terreno per l’ascesa al governo del suo partito. Già prima della campagna elettorale, Syriza si era resa protagonista di una svolta in senso pragmatico consistita nell’abbandono progressivo di tutti i punti salienti dell’originario programma del partito in favore dell’assunzione del molto più moderato “programma di Salonicco”.
Per comprendere il senso del percorso politico di Syriza occorre però risalire alle sue origini, cioè al 2002, quando si costituì come coalizione elettorale la cui principale componente era una rottura del Partito comunista (Kke), Synaspismos, favorevole all’integrazione della Grecia nell’Unione europea. Confluirono nel raggruppamento alcuni piccoli partiti della sinistra pseudo-trotskista, maoista, anarchica, ecologista.
Fu solo nel 2012 che vide la luce il primo, vero programma di Syriza, che prevedeva allora – ma con un linguaggio ambiguo e che poteva prestarsi a svariate letture, sia “da destra” che “da sinistra” – la nazionalizzazione/socializzazione delle banche e la loro integrazione in un sistema bancario pubblico sotto controllo sociale e operaio; la nazionalizzazione di tutti i servizi pubblici di interesse strategico; la sospensione del pagamento del debito con un audit per la verifica della sua parte “illegittima”; e, sul versante della politica internazionale, l’uscita dalla Nato e l’abolizione della cooperazione militare con lo Stato d’Israele.
Già nel luglio 2013, il congresso che trasformò Syriza da coalizione elettorale in partito, cancellò o modificò profondamente i punti più “spigolosi” del programma, non già capovolgendo radicalmente il manifesto programmatico del 2012, ma approfondendone i già ampi profili di ambiguità. D’altro canto, lo stesso Tsipras, incontrando in occasione del suo viaggio a Washington alcuni rappresentanti del Dipartimento di Stato Usa, li aveva già rassicurati sulla volontà del suo partito di garantire la permanenza della Grecia nella Nato nel caso fosse andato al governo [11].
Nel congresso l’ala sinistra del partito raccolse circa il 30% dei voti, con un consenso fino al 40% su alcuni emendamenti. In questo contesto, la maggioranza di Syriza spostò il baricentro della discussione sulle questioni statutarie tentando la manovra di proibire l’esistenza delle tendenze interne. Ma la ferma opposizione su questo punto, non solo delle aree che sarebbero state interessate dalla misura restrittiva, quanto anche dei settori di sinistra della stessa maggioranza di Tsipras, portò a una soluzione di compromesso consistente nel rinvio dell’esame della questione. Secondo la principale figura pubblica della componente della sinistra interna, Stathis Kouvelakis, Tsipras era stato indotto a tentare questa manovra dalle pressioni della stampa, che premeva affinché il partito potesse “controllare” l’ala dissidente [12].
Le trattative con l’imperialismo
Comunque, il programma uscito dal congresso del 2013 è stato ulteriormente “addolcito” per poi trasformarsi nel “programma di Salonicco”, esposto dallo stesso leader alla vigilia delle elezioni: un programma chiaramente keynesiano, le cui promesse (sulle quali Syriza ha condotto la campagna elettorale) partivano dal presupposto della risoluzione della questione del debito con la Troika nei futuri negoziati con Bruxelles. Ma prima di avviarli, dopo aver vinto la competizione, Tsipras e il suo ministro delle finanze Yanis Varoufakis [13] hanno iniziato un pellegrinaggio in diversi Paesi europei nel tentativo di “disarticolare” l’alleanza fra le nazioni creditrici, cercando di seminare divisioni tra quelle più fedeli all’austerità (Germania in testa) e quelle ritenute meno “ortodosse” (Francia e Italia).
Le speranze sono però andate deluse. Come in una partita a poker, mentre i due leader ellenici avevano in mano un bluff, gli avversari – sia pure recitando la parte assegnata a ognuno di loro (Renzi e Hollande facevano i complimenti a Tsipras, mentre la Merkel e il suo ministro Schäuble gli ringhiavano contro) – calavano i punti che contano davvero in una trattativa con i briganti imperialisti: la minaccia di sospendere gli aiuti. D’altro canto, la nuova leadership greca non poteva non sapere [14] che, quando nel 2013 era Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Olli Rehn dichiarò in una conferenza stampa che il controllo europeo sulle finanze greche non sarebbe terminato con lo spirare dell’accordo sui prestiti. In proposito, riportando la notizia, il quotidiano greco Kathimerini spiegò bene il senso di quelle dichiarazioni: “Se un eventuale governo Syriza volesse porre in essere politiche keynesiane, dovrebbe innanzitutto convincere tutti i suoi partner dell’eurozona ad accettare un cambiamento dell’attuale quadro legislativo, oppure abbandonare la moneta comune. In altri termini, se Syriza tentasse di allontanarsi dalla ortodossia economica, la Grecia sarebbe trascinata davanti alla Corte di giustizia europea, dovrebbe pagare delle sanzioni e anche i sussidi dell’Ue, secondo l’accordo finanziario pluriannuale (2014 2020), sarebbero sospesi” [15].
L’esito dei negoziati
E dunque, Tsipras e Varoufakis, si sono avventurati, con in mano solo una pistola giocattolo, in sconsiderate trattative con gli avvoltoi di Bruxelles, armati invece di un cannone [16]. Dopo un negoziato di alcuni giorni, le parti hanno trovato un “compromesso”, che però per la Grecia è soltanto semantico: il premier greco, infatti, sta vantando col suo elettorato che la Troika è stata espulsa dal Paese ellenico; che si sono ottenuti quattro mesi per “poter respirare” grazie ad altri crediti; che le privatizzazioni sono state fermate; che i greci hanno riconquistato la loro sovranità, dato che potranno essere loro a decidere le misure economiche necessarie.
Le cose, ovviamente, non stanno affatto così. Il quotidiano la Repubblica [17] chiarisce subito che “i più forti, Jeroen Dijsselbloem e la Germania, hanno vinto ottenendo molte più cose di quante ne hanno concesse”, riconoscendo ad Atene solo di poter rivendicare il ben magro risultato di “aver aperto dal basso e contro la legge dei numeri un dibattito sull'Europa destinato a durare oltre le decisioni di questi giorni”. La verità è che, per dare un contentino a Tsipras e in omaggio al compromesso linguistico da lui voluto per salvare la faccia di fronte al suo popolo, la Troika non si chiamerà più così, ma d’ora in poi, pur continuando le proprie politiche verso la Grecia, si chiamerà “le Istituzioni”; che i prestiti per i prossimi quattro mesi non sono “nuovi”, ma sono l’estensione, non solo dell’accordo sul prestito, ma dell’originario Memorandum (che però, sempre per gentile concessione di Bruxelles, non si chiamerà più così); che restano ferme le privatizzazioni già decise, mentre il governo greco si impegna a rispettare il processo conformemente alla legge per quelle avviate e ad esaminare coi partner quelle ancora sulla carta, “al fine di migliorarne i termini” [18]; che i greci potranno “liberamente” scegliere la propria politica economica non più di quanto liberamente possa “scegliere” chi si veda puntata alla tempia una pistola. E, infatti, il governo ellenico ha “liberamente” fatto marcia indietro sulla promessa elettorale di riportare il salario minimo a 751 euro rinviando sine die la sua discussione, “previa consultazione con le istituzioni europee e internazionali”; si è impegnato ad avviare una manovra sull’Iva [19] (adottando “un linguaggio degno dei funzionari dell’Ocse” celia il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore [20]); si è impegnato a “espandere e sviluppare gli attuali schemi di lavoro temporaneo” [21], garantendo “l’allineamento alla best practice europea attraverso un processo di consultazione con i partner”, e ad approvare una riforma delle pensioni stabilendo “una corrispondenza più stretta tra contributi versati e importo dell’assegno pensionistico”; si è infine impegnato a “adottare una spending review in ogni area di spesa (ad esempio: istruzione, difesa, trasporti, governo locale, prestazioni sociali) ” e a “rimuovere gli ostacoli alla concorrenza” [22].
Questo programma di “riforme” – di cui in un imbarazzatissimo articolo dello sponsor italiano del governo Tsipras (Rifondazione comunista) si dice, con involontaria ironia: “non ci pare proprio che si tratti della ‘resa’ di cui parlano tutti coloro che confidano che non venga messa in discussione la disciplina neoliberista nell’Unione Europea” [23] – rappresenta, in conclusione, la dimostrazione inconfutabile di quanto il rimborso del debito sia ormai definitivamente diventato una condizione fatta propria dall’esecutivo greco.
Un governo di fronte popolare
Come abbiamo già scritto più sopra, Tsipras ha imposto l’elezione di Prokopis Pavlopoulos a presidente della repubblica. Pavlopoulos è un importante esponente del partito di centro destra Nea Dimokratia e ha ricoperto l’incarico di ministro degli Interni durante il governo Karamanlis dal 2004 al 2009, proprio quando la violenta polizia greca uccise il giovane studente Alexandros Grigoropoulos dando luogo a imponenti manifestazioni di protesta. Il Corriere della sera, che lo descrive come un massone ed europeista convinto, evidenzia come la sua elezione sia servita al premier greco per “controllare le anime più estreme del suo partito” [24]. Ma in realtà ha avuto anche lo scopo di mandare un segnale di distensione all’eurogruppo al fine di favorire la conclusione del negoziato, che non a caso è poi avvenuta solo due giorni dopo [25]. Ma giova pure osservare che lo scenario della “coabitazione”, cioè quello in cui un governo basato su Syriza può coabitare con un presidente di centrodestra, è stato proposto proprio da Panos Kammenos, l’alleato di governo di Tsipras, a dimostrazione sia del peso politico che un diretto rappresentante di settori della borghesia greca nel governo “anti austerità” ha all’interno dell’esecutivo, e sia della fallacia dell’analisi che in proposito fa la sinistra centrista interna a Syriza [26]. E dunque appare evidente come, a partire dall’accordo con Anel, con l’elezione di Pavlopoulos si sia determinata una ricomposizione della destra nel cuore del regime della Grecia.
A questo punto, è necessario procedere, sulla base degli elementi che sono sul tavolo, a una caratterizzazione del governo Tsipras per comprendere quale deve essere l’atteggiamento dei rivoluzionari di fronte ad esso.
Cominciamo, innanzitutto, col ritenere che Syriza, in considerazione del suo programma riformista, per come l’abbiamo sinteticamente descritto in precedenza, ben può essere annoverato tra i partiti socialdemocratici. Il suo è un programma innervato di keynesismo e che non si pone affatto l’obiettivo di rompere col regime di dominazione borghese, ma tutt’al più di ottenere “miglioramenti amministrativi realizzati sul terreno [dei] rapporti di produzione [borghesi], che cioè non cambino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma, nel migliore dei casi, diminuiscano alla borghesia le spese del suo dominio e semplifichino l’assetto della sua finanza statale” [27]. In quanto partito socialdemocratico, e in rappresentanza del movimento operaio e popolare, sull’onda della vittoria elettorale che le masse gli hanno consegnato, ha formato un governo di collaborazione di classe con settori della borghesia (integrandone poi altri, come abbiamo visto, con l’elezione di Pavlopoulos): un governo nato nelle urne – con la contemporanea sconfitta dei partiti diretti rappresentanti della borghesia – come sottoprodotto deformato delle lotte delle masse popolari greche di questi ultimi anni contro la colonizzazione imposta dalla Troika e dai Paesi imperialisti d’Europa, ma che per il suo programma e gli impegni che ha assunto col capitalismo non rappresenta e non può rappresentare gli interessi della classe lavoratrice e delle masse popolari.
Un governo, peraltro, che, dopo aver annunciato a gran voce l’adozione di misure per far fronte all’ “emergenza umanitaria” (salario minimo a 751 euro, elettricità gratuita per 300.000 famiglie), le ha presto dimenticate: non perché contrastate dall’imperialismo (come la sinistra riformista e centrista di tutto il mondo ha sostenuto), ma perché sacrificate, invece, sull’altare della negoziazione continua e ininterrotta con le borghesie europee, dato che, nella situazione della Grecia, anche misure minime e insufficienti come queste si scontrano oggettivamente col sistema di dominazione imperialista che assoggetta il Paese e dunque non sono praticabili senza rompere unilateralmente gli accordi con la Troika e ripudiare il debito rifiutandone il pagamento. Ecco perché si trattava, dunque, solo di promesse elettorali non diverse da quelle mirabolanti che fanno tutti i partiti borghesi in campagna elettorale.
La politica dei rivoluzionari rispetto al governo Tsipras
Ma la sinistra riformista e centrista mondiale, benché si trattasse di provvedimenti che stavano solo sulla carta, li ha difesi affermando che i rapporti di forza non consentivano che si avanzasse su questo terreno. Nel Programma di transizione, Trotsky sosteneva che è vero che nel soddisfacimento delle rivendicazioni minime dei lavoratori (disoccupazione, carovita) si pone un problema di rapporti di forza, ma è altrettanto vero che è un problema “che può essere deciso solo con la lotta”, attraverso la “sistematica mobilitazione delle masse ai fini della rivoluzione proletaria” [28].
Dunque, a differenza dei riformisti (che difendono incondizionatamente il governo borghese di fronte popolare e le sue misure) e dei centristi (che invece difendono “criticamente” quel governo e i suoi provvedimenti), i marxisti rivoluzionari devono spiegare pazientemente alla classe lavoratrice il reale carattere capitalista del governo che essa sente come “proprio”, denunciandolo instancabilmente e implacabilmente come un governo borghese e controrivoluzionario, allertando le masse – nonostante le illusioni che esse nutrono – a non riporre alcuna fiducia in esso e facendo appello alla continua mobilitazione per poter cambiare da un versante di indipendenza di classe i loro destini.
La classe operaia, gli studenti, le masse popolari dovranno dunque – permanentemente mobilitate – esigere dal governo Syriza la rottura con la borghesia, la cacciata dei ministri borghesi, la denuncia del patto che ha portato all’elezione del presidente della repubblica e la sua destituzione; il blocco immediato delle privatizzazioni e l’annullamento di quelle portate a termine; la denuncia e l’annullamento di ogni accordo e trattato coi creditori internazionali, ripudiando il debito e rifiutandone il pagamento; l’uscita dall’euro; la rottura con l’Ue e la Nato; l’espropriazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle banche e delle imprese strategiche; l’apertura dei libri contabili e l’abolizione del segreto commerciale; la riconversione della produzione nel quadro di un piano economico centralizzato al servizio delle necessità più pressanti del popolo greco relativamente all’alimentazione, alla sanità, ai trasporti, all’energia, all’abitazione; il monopolio del commercio estero e il controllo dei flussi di capitale con la creazione di un’unica banca nazionale posta sotto il controllo dei lavoratori; la dissoluzione delle forze armate e di tutte le squadre speciali che in questi anni si sono rese responsabili della feroce repressione delle giuste lotte dei lavoratori, con l’armamento del popolo per la difesa del Paese dai possibili attacchi esterni e interni, considerando che i nazisti di Alba Dorata, oltre ad essere la terza forza greca in termini elettorali, sono armati e organizzati.
Contemporaneamente, allertiamo la classe lavoratrice e le masse popolari sul fatto che il governo Tsipras, proprio perché è un governo borghese, non sarà disposto a difendere i loro interessi, ma, salvando il regime esistente, a tutelare quelli della borghesia nazionale e del capitalismo internazionale, la cui azione congiunta in tutti questi anni ha ridotto il proletariato greco alla miseria e alla fame.
Proprio per questo, nel vivo della loro permanente mobilitazione e sollecitando la solidarietà internazionale concreta degli altri popoli d’Europa, i lavoratori dovranno porsi l’obiettivo dell’urgente costruzione del loro strumento indipendente di lotta, cioè un partito operaio, rivoluzionario e socialista, e, con esso, l’obiettivo di prendere il potere per costruire il loro proprio governo, ponendo le basi per realizzare in tutto il continente, a partire proprio dalla Grecia, una rivoluzione socialista che punti all’edificazione di una vera Europa dei lavoratori e dei popoli, cioè gli Stati Uniti Socialisti d’Europa [29].
Note
[1] Lo spot di Anel si può vedere all’indirizzo 
http://tinyurl.com/k2uwmwc.
[2] “La Difesa a un patriota ecco la mossa di Alexis per sedurre i militari”, la Repubblica, 28/1/2015:
http://tinyurl.com/p2gyzh7.
[3] Il Sole 24 Ore, 28/1/2015: 
http://tinyurl.com/lq8ycsm. La sinistra interna di Syriza sembra sottovalutare il dato di quest’alleanza: con una postura tipicamente centrista, Antonis Ntavanellos, rappresentante di quest’area e membro del Coordinamento esecutivo del partito, sostiene che è infondata la preoccupazione – espressa soprattutto fuori della Grecia – circa l’inedita coalizione e cerca di sminuire il significato politico dell’accordo, ponendo invece l’accento sull’atteggiamento di contrarietà al Memorandum da parte di Anel e dichiarando che l’intesa col partito di Kammenos è tutto sommato un problema “facile” da risolvere se comparato con i problemi più importanti che si porranno al neonato governo Tsipras: http://tinyurl.com/mfho25y. Dunque, per i centristi interni di Syriza l’alleanza di governo fra chi dovrebbe rappresentare i lavoratori e il popolo greco e un partito che invece incarna gli interessi della borghesia (o quantomeno di un suo settore) sarebbe una questione alla fin fine “secondaria” rispetto all’azione di governo? Vedremo poi nel testo che non è così. Ma intanto possiamo qui anticipare che la risposta alla domanda appena posta viene già dall’elezione del presidente della repubblica: in ossequio a questo “secondario” problema, Tsipras ha fortemente voluto come capo dello Stato, e fatto eleggere, Prokopis Pavlopoulos, membro di Nea Dimokratia, caratterizzando il suo esecutivo quasi come un governo di unità nazionale. Ci soffermeremo nel prosieguo dell’articolo su questo aspetto.
[4] 
Http://tinyurl.com/lhmq9cb.
[5] 
Http://tinyurl.com/nkjkyv4.
[6] “Alexis Tsipras entre radicalisme et «réalisme»”: 
http://tinyurl.com/cgx8e32.
[7] 
Http://tinyurl.com/pbudgbc.
[8] La Stampa, 7/9/2014.
[9] 
Http://tinyurl.com/pw3nyeo. Oppure, http://tinyurl.com/py5yx7j.
[10] 
Http://tinyurl.com/l754ldj. Il sito greco Enikos ha definito l’incontro “storico”: http://tinyurl.com/m35ynw4.
[11] V. nota 6.
[12] Aldo Cordeiro Sauda: “Syriza: partido e programa”, in 
http://tinyurl.com/ntq62am.
[13] Varoufakis, in realtà, non è un militante di Syriza, ma un accademico scelto da Tsipras per l’incarico di ministro. Dà voce, indubbiamente, al settore più a destra del partito. Negli incontri negoziali con i compassati uomini della finanza europea ha voluto presentarsi come un personaggio bizzarro nell’atteggiarsi e nel vestire (circostanza su cui si è molto soffermata la stampa borghese), allo scopo di marcare una differenza con i suoi interlocutori. Dipinto da molti media quasi come un “demone marxista” è in realtà, “un vecchio socialdemocratico” (così lo descrive Antonis Ntavanellos nelle dichiarazioni contenute nella videoconferenza citata nella precedente nota 3). Lui stesso si definisce “un marxista eccentrico” (
http://tinyurl.com/oebty8v) e si ritiene investito del compito di “salvare il capitalismo da se stesso” (http://tinyurl.com/njcxgb5): cosa che, in effetti, ha egregiamente contribuito a fare come ha dimostrato l’esito dei negoziati delle scorse settimane e come ci apprestiamo a dire nel testo.
[14] Anche perché la domanda alla conferenza stampa cui accenneremo ora nel testo l’aveva posta Nadia Valavani, figura di primo piano di Syriza e oggi viceministro delle finanze.
[15] “Greece can choose its government, but not its economic policy” (La Grecia può scegliere il proprio governo, non la propria politica economica): 
http://tinyurl.com/omobw4y.
[16] Ma Tsipras e Varoufakis non si sono limitati solo questo: sono andati oltre! Per la trattativa sulla rinegoziazione del debito greco si sono affidati a uno dei principali “squali” della finanza internazionale, cioè alla banca d’affari statunitense Lazard (
http://tinyurl.com/m5vwnra), responsabile dell’indebitamento di molti Paesi africani e già incaricata nel 2012 dal governo greco allora in carica di prestare una consulenza al modico prezzo di 25 milioni di euro!
[17] “Accordo sulla Grecia: vincitori e sconfitti”, 20/2/2015.
[18] In altre parole, salvaguardare nell’interesse del capitalismo internazionale l’intero quadro delle privatizzazioni imposte dalla Troika.
[19] Che in campagna elettorale aveva risolutamente escluso.
[20] “Il libro dei sogni di Tsipras che accantona il programma di Salonicco”, 24/2/2015.
[21] I lavoratori precari gliene saranno grati!
[22] Il testo integrale del documento di impegno della Grecia si può leggere qui: 
http://tinyurl.com/kw8quw2.
[23] 
Http://tinyurl.com/lneq7tu.
[24] “Pavlopoulos, così Syriza compatta il fronte ellenico”, 20/2/2015 (
http://tinyurl.com/ok6zadr).
[25] È chiaro, dunque, che la scelta come presidente di una figura di spicco della destra legata al Memorandum rappresenta un compromesso col sistema, a livello sia nazionale che internazionale.
[26] Ne abbiamo parlato nella nota 3.
[27] Si tratta di quello che Marx definiva “socialismo borghese” (Il Manifesto del partito comunista, 1996, Editori riuniti, p. 46).
[28] L. Trotsky, Programma di transizione, 2008, Massari editore, p. 76, 78).
[29] “L’avanguardia proletaria d’Europa dirà ai padroni di oggi: ‘Per unificare l’Europa bisogna anzitutto strapparvi il potere. Lo faremo. Unificheremo l’Europa. La unificheremo contro il nemico e questo nemico è il mondo capitalista. Ne faremo la piazza d’armi grandiosa del socialismo combattente. Ne faremo la pietra angolare della Federazione socialista mondiale’” (L. Trotsky, “Il disarmo e gli Stati Uniti d’Europa” in 
http://tinyurl.com/o9pz9an).

La Grecia può salvare l’Europa?

Joseph Stiglitz   fonte:http://www.sbilanciamoci.info/


Chi pensava che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere si è sbagliato. Ma i critici hanno ragione su una cosa: o ci sarà l'Europa politica - gli Stati uniti d'Europa - o non ci sarà l'euro. Un articolo del premio Nobel per l'economia, in collaborazione con Mauro Gallegati
Secondo i dati economici più recenti, sia gli Stati Uniti che l’Europa stanno mostrando segnali di ripresa, anche se è presto per dichiarare la fine dalla crisi. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, il Pil pro capite è ancora inferiore al periodo precedente la crisi: un intero decennio perduto. Dietro alle fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni svaniti e famiglie andate a pezzi (o mai formatesi), un futuro quanto mai precario per le generazioni più giovani, mentre la stagnazione – in Grecia la depressione – avanza anno dopo anno.
L’Ue vanta persone di talento e con un alto grado di istruzione. I suoi Paesi membri contano su forti quadri giuridici e società ben funzionanti. Prima della crisi, la maggior parte aveva persino economie ben funzionanti. In alcuni Paesi, la produttività oraria – o il suo tasso di crescita – era tra le più alte del mondo.
Ma l’Europa non è una vittima di errori altrui, come spesso si legge. Certo, l’America ha mal gestito la propria economia, ma il malessere dell’Ue è in massima parte auto-inflitto, a causa di una lunga serie di pessime decisioni di politica economica, a partire dalla creazione dell’euro. Sebbene l’intento sia stato quello di unire l’Europa, alla fine l’euro l’ha divisa: i Paesi più deboli (quelli che già nel 1980 in un lavoro per l’Ocse, Fuà individuava nei Paesi europei di più recente sviluppo – tutti con alta inflazione, dualismo territoriale, deficit della bilancia dei pagamenti e di bilancio pubblico, alta disoccupazione e notevole quota di economia sommersa - e che ora sono con malcelata arroganza indentificati come Piigs) sono riusciti, per ora, a rimanere nell’euro a prezzo di disoccupazione e deflazione salariale, crollo della domanda interna e aumento del “sommerso”. In assenza della volontà politica di creare istituzioni in grado di far funzionare una moneta unica - innanzi tutto una politica fiscale unica - nuovi danni si aggiungeranno ai danni già prodotti. Gli squilibri in Europa sono aggravati dalla divergenza nelle esportazioni nette, e solo una politica fiscale comune può far in modo che i flussi commerciali del Portogallo verso l’Olanda diventino simili a quelli dell’Oregon verso il Missouri o del Brandeburgo verso la Baviera.
La Grande Recessione deriva in parte dalla convinzione che il liberismo di mercato avrebbe riportato le economie su di un sentiero di crescita “adeguato”. Tali speranze si sono rivelate sbagliate non perché i Paesi dell’Ue non siano riusciti a realizzare le politiche prescritte, ma perché i modelli su cui hanno poggiato quelle politiche sono gravemente viziati. In Grecia, ad esempio, le misure intese a ridurre il peso debitorio hanno di fatto lasciato il Paese più indebitato di quanto non fosse nel 2010: il rapporto debito-Pil è aumentato a causa dello schiacciante impatto dell’austerità fiscale sulla produzione. Il Fondo monetario internazionale ha ammesso questi fallimenti politici e intellettuali. Verrà anche quel tempo per la Troika. Speriamo non, come si dice in Italia, “a babbo morto”.
I leader europei restano convinti che la priorità debba essere la riforma strutturale. Ma i problemi che menzionano erano evidenti negli anni precedenti la crisi, e non avevano fermato la crescita allora. All’Europa serve più che una riforma strutturale all’interno dei Paesi membri. All’Europa serve una riforma della struttura dell’eurozona stessa, e l’inversione delle politiche di austerity, che non sono riuscite a riaccendere la crescita economica.
Condividere una moneta unica costituisce ovviamente un problema poiché così facendo si rinuncia a due dei meccanismi di aggiustamento: i tassi di interesse e il cambio. Se si aderisce a una moneta unica, la rinuncia ad alcuni strumenti di politica economica può essere compensata sostituendoli però con qualcosa d'altro, come una politica fiscale comune e condivisione dei debiti, mentre ad oggi l'Europa non ha messo in campo altro che il fiscal compact. Serve un cambiamento strutturale dell'Eurozona se si vuole che l'euro possa sopravvivere: o ci sarà l'Europa politica (Stati Uniti d'Europa) o non ci sarà l'euro. Coloro che pensavano che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere si sono ripetutamente sbagliati. Ma i critici hanno ragione su una cosa: a meno che non venga riformata la struttura dell’Eurozona, e fermata l’austerity, l’Europa non si riprenderà.
Il dramma dell’Europa è ben lungi dall’essere concluso. Uno dei punti forza dell’Ue è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato da Bruxelles, Francoforte e Berlino.
Ma per quanto tempo può durare questa situazione? E come reagiranno gli elettori? In tutta Europa, abbiamo assistito a un’allarmante crescita di partiti nazionalistici estremi, mentre in alcuni Paesi sono in ascesa forti movimenti separatisti. E potranno le economie dei paesi periferici sopravvivere ad una unione monetaria incompleta e asimmetrica?
Ora la Grecia sta ponendo un altro test all’Europa. Il calo del Pil greco dal 2010 è un fattore ben più grave di quello registrato dall’America durante la Grande Depressione degli anni ‘30. La disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Il governo del primo ministro Alexis Tsipras ha ottenuto che venga abbandonato l’insano obiettivo – assunto dal precedente governo Samaras – di triplicare l’avanzo primario, anche recuperando parte dell’evasione fiscale. Forse Syriza aveva acceso aspettative diverse sul piano interno. Ma l’Europa tutta deve ora cogliere l’occasione greca per completare il disegno dell’euro.
Il problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma l’Eurozona e continua con l’austerity – una forte reazione sarà inevitabile. Forse la Grecia ce la farà questa volta. Ma questa follia economica non potrà continuare per sempre. La democrazia non lo permetterà. Ma quanta altra sofferenza dovrà sopportare l’Europa prima che torni a parlare la ragione?
(in collaborazione con Mauro Gallegati)

Parziale copyright Project Syndicate, traduzione di Simona Polverino


martedì 3 marzo 2015

Dalle analisi del sangue alla troika

Luciano Granieri

Stamattina ho sperimentato  la spiacevole esperienza di capire cosa significa farsi prelevare il sangue al centro prelievi della Asl di Frosinone,nella vecchia struttura di Viale Mazzini. Oggetto dell’analisi :”emocromo”. Ritiro del biglietto di  prenotazione, ore 7,50 prelievo ore 10,49. Cioè per lasciare una goccia di sangue necessaria a determinare quanti corpuscoli circolassero in giro per le vene , ci sono volute tre ore. 

Tre soffertissime ore  passate in un sotterraneo, malsano, affollato di gente che non sta benissimo, se sta lì a farsi tirare il sangue o lasciare boccette d’urina.  Per vecchi, bambini, donne incinte, anche se fruitori di una procedura d’urgenza, non è sano rimanere così a lungo  in quel sotterraneo dall’aria viziata . Girava la testa a me che stavo decentemente, figuriamoci a loro. 

Ma la sorpresa più sgradita è stata all’atto del pagamento. La prestazione erogata a seguito di ricetta del medico,  quella rossa per intenderci, è rivolta ad una persona 53enne. Una fascia d’età che non prevede agevolazioni, cioè   il ticket si paga per intero. Sulla ricevuta fiscale rilasciata dalla Asl, si leggeva che dei 19,75 euro pagate  3,17 erano per l’emocromo, 2,58 per il prelievo. Totale 5,75 e gli altri 14,00 euro? Oneri aggiuntivi  c’era scritto. Quali oneri !  Semmai l’onere di restare tre ore in piedi ad aspettare per farsi levare una goccia di sangue l’ho sopportato io.  

Poi leggo meglio e apprendo che tali oneri fissi sono previsti dal D.P.R. n.42 del 17/11/2008 e dal D.L. n. 98  del 06/07/2011. Dal momento che non è male sapere perché assieme al sangue ti vengono succhiati altri 14 euro senza colpo ferire , vado a vedere cosa prevedono le leggi in base alle quali si definiscono questi oneri fissi. Il D.P.R n.42 del 17/11/2008, non è altro che il provvedimento emanato in conseguenza del commissariamento della sanità regionale,  avvenuto perché questa non era riuscita a ripianare il debito accumulato , credo fossero i famosi 10 miliardi di Storace, entro il dicembre del 2006. Quindi per rientrare dei buffi viene inserito un contributo fisso da aggiungere al normale ticket.

 E veniamo all’altra legge il D.L. n.98 del 06/07/2011. Ve la ricordate la storia del pareggio di bilancio in costituzione? E ricordate  la solerzia con cui Tremonti, per riparare i danni d’immagine internazionale che il suo capo continuava  mietere in giro per il mondo, si affrettò a far approvare la modifica costituzionale per cui all’art.81 si obbligava l’Italia a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014? Non vi sarà sfuggito che anche il Pd votò quella sciagurata riforma Costituzionale. Ecco  si tratta di quella roba li. Per cui “Al fine di garantire il rispetto degli obblighi comunitari e la realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica”, così inizia la norma, ad ogni analisi clinica , o  prestazione diagnostica in base al D.L. n.98 del 06/07/2011, pantalone deve sempre pagare.  Il fatto che ci abbiano concesso due anni in più per raggiungere questo dannato  traguardo, il limite è stato spostato dal 2014 al 2016, l’onere europeo costituzionale sulle analisi cliniche  si paga lo stesso e pure di corsa. 

La cosa simpatica è che se la stessa analisi viene effettuata presso una struttura privata, non c’è bisogno di rispettare la Costituzione , i  buffi fatti di Storace e dagli altri come lui  non risultano. Cioè si paga solo la prestazione, i 5 euro e dispari per intenderci. Domanda: ma perché devo pagare io i debiti che hanno accumulato prezzolati ed inetti amministratori?   Altra domanda perché è cosi necessario raggiungere un pareggio di bilancio, tanto da mettere il proposito  in Costituzione, sapendo che non è praticamente possibile raggiungerlo?  Perché così o prima o dopo finiamo nell’abbraccio della troika?  Probabilmente si, ma soprattutto perché la sanità pubblica è un bancomat per soddisfare appetiti, strategie di potere, clientele. E ancora di più perché in questo modo si stanno aprendo le porte degli  affari che la sanità procura ai grandi potentati privati. Diamine pure il sangue ci chiede l’Europa!


Difendiamo la sanità pubblica fra condivisione e divulgazione.

Luciano Granieri


Condivisione e divulgazione, questi sono  i due fattori  su cui si è snodato l’evento “Difendiamo la sanità pubblica” organizzato dal Coordinamento provinciale per la sanità sabato 28 febbraio e domenica primo marzo, 2015 presso l’auditorium Colapietro di Frosinone. 

Condivisione e divulgazione con,  e per,  i cittadini del letale combinato disposto fra il disastro della sanità provinciale,  il degrado ambientale della città di Frosinone e dell’area del Fiume Sacco. Infatti il disfacimento del diritto di difesa dell’salute pubblica non determina solo tempi di attesa biblici per esami diagnostici urgenti, o i gironi infernali  dei pronto soccorso, o viaggi della disperazione in altri presidi ospedalieri fuori dal territorio  all’inseguimento di cure che i siti sanitari di questa Provincia non possono assicurare , ma è anche e soprattutto la criminale esposizione dei cittadini alle crudeli aggressioni dell’inquinamento. 

Come hanno lucidamente illustrato il chimico Riziero Concetti  e il Pneumologo Profeta Zangrilli, nel dibattito  moderato dal  medico Dott. Giovanni Magnante dal titolo “L’insostenibile pesantezza delle polveri” Gli abitanti del Capoluogo, città al primo posto in Italia per l’inquinamento da PM10, sono esposti, oltre che ad aggressioni alle vie respiratorie, anche a vere e proprie modificazioni chimiche all’interno delle proprie cellule.   In un contesto simile, con l’altissima presenza di fattori di rischio per la contrazione di malattie polmonari e diversi tipi di tumore, è criminale che nell’ospedale di Frosinone non sia  presente il reparto di pneumologia. 

Altri preziosi elementi   divulgativi, da condividere fra tutti i cittadini, sono venuti dalla trattazione successiva, moderata da  Aniello Prisco    dal titolo “La Valle del Sacco  fra inquinamento ambientale e crisi sanitaria, quale futuro?” Nell’esposizione, Alberto Valleriani della Rete per la Tutela della Valle del Sacco, l’ingegnere ambientalista Roberto Passetti, l’architetto ambientalista Anita Mancini e il medico Dott. Giovanni Magnante, hanno descritto la genesi del modello di sviluppo che ha distrutto economicamente e socialmente  la Valle e avvelenato il fiume Sacco , le gravissime ripercussioni sulla salute degli abitanti della zona che percorre da nord (Colleferro) a sud (Ceccano), la Regione.  

Un area in cui  si registra un eccesso di mortalità per tutte le malattie secondo uno studio condotto e finanziato, nell'Ambito del Programma Strategico Ambiente e Salute, dal Ministero della Salute. Una pezzo di territorio che,  per il suo riconosciuto degrado ambientale, dovrebbe usufruire di un potenziamento del sistema sanitario pubblico, anziché subirne il dissolvimento. Ciò anche in base all’accordo  Health 2020,   predisposto  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità,  firmato da 53 nazioni, fra cui l’Italia. Ma dal dibattito sono giunte anche proposte per un diverso sviluppo eco-sostenibile, attraverso attività economico sociali orientate al turismo, alla green economy alla valorizzazione di tutte le ricchissime peculiarità storico culturali di cui la zona è depositaria. Un sistema di risanamento tutela e sviluppo  della  valle e del Sacco  che prevede l’attuazione di un programma quadro (Il contratto di fiume) i cui attori sono tutti coloro che hanno interesse alla salvaguardia del posto dove vivono, ossia singoli cittadini, associazioni, movimenti ed enti (Regione, Provincia, Comune). Un esteso progetto di gestione partecipata del territorio che rimette al centro il tanto vituperato e offeso concetto di democrazia. 

Ma nell’evento di sabato e domenica scorsa, condivisione e divulgazione  hanno abbracciato anche la cultura e la tradizione. La condivisione del concetto di musica popolare si è realizzata con le performance del quartetto di clarinettisti  denominato Evenos Quartet  e il gruppo folk i Bifolk. La musica di tradizione orale rurale, il folk, si è confrontata con la musica di tradizione orale urbana, espressione di alcuni brani di jazz tradizionale proposti  dal  repertorio degli  Evenos Quartet. Non poteva mancare, evidentemente, l’elemento massimo della condivisione e della convivialità, la cena con la degustazione di prodotti tipici ciociari. 

Tutto ciò ha avuto luogo sabato. La domenica, si è voluto condividere e informare sulle lotte e le azioni che cittadini e movimenti hanno organizzato  durante il lungo processo di degrado della sanità pubblica messo in atto dalle varie amministrazioni regionali che si sono succedute dal 2001 ad oggi, anno in cui, grazie alla riforma del titolo V della Costituzione , la sanità è passata alle competenza delle Regioni. La proiezione del video : “Sanità ciociara ,  cronaca di una morte annunciata” a cura del sottoscritto, ha ripercorso le tappe  di una protesta sociale snodatasi nel tempo fra alti e bassi. Video che prossimamente i naviganti di Aut potranno vedere a puntate sul blog. 

Si è andati avanti apprezzando le voci poetiche dialettali, attraverso le poesie di Ercole Marino Martire. Un’ espressione autentica , disincantata, anche un po’ cinica della percezione popolare del disastro della sanità. Testimonianze di gravi episodi di malasanità  avvenute nel nostro territorio, raccolte sui social network  e riportate da Maria  Letizia Dello Russo, hanno reso ancora più brutale una realtà drammatica. 

Ultima condivisione quella dei sindaci di Frosinone, Ottaviani e Di Giorgi di Latina.  A dire il vero si è trattato di una condivisione asimmetrica, perché il sindaco del capoluogo ciociaro, essendo arrivato in ritardo,  ha avuto solo il tempo di salutare il suo dirimpettaio pontino che stava andando via.  L’alleanza contro il “romano-centrismo sanitario” è stato l’auspicio condiviso. Frosinone non ha il Dea di II livello, e  non l’avrà mai checché ne dica il sindaco Ottaviani, Latina ha solo il cartello “Dea di II livello ” posto all’ingresso dell’ospedale ma non ha i servizi propri di un presidio con questa qualificazione. Le lamentazioni dei sindaci e qualche protesta indirizzata  a Nicola Ottaviani hanno concluso l’evento. 

Da ricordare che in entrambi i giorni la sala è stata adornata dalle opere pittoriche e fotografiche  dei volontari dell'associazione Forming, e del centro Interarte pubblica e popolare.  In conclusione non sappiamo la valenza di consapevolezza  sulla drammaticità della situazione appresa da chi ha partecipato, forse le aspettative su una maggiore partecipazione sono andate un po’ deluse. Ma certo questa è la strada giusta. Rendere i cittadini più consapevoli è un impegno gravoso ma utile e necessario, per veder rispettati i diritti della collettività. “Er popolo se svejerà, nun se sevejerà? Noi contunuamo a pija a serciate le sue finestre chiuse” . Così faceva dire Gianni Magni a Nino Manfredi (Pasquino) nel film “In nome del popolo sovrano”. Noi  pure continuamo a tirà i serci. Er popolo se svejerà?






lunedì 2 marzo 2015

Riforma della scuola. Quando imporre il crepuscolo fomenta l'alba

mai come ora scuola pubblica e democratica


“non temere il proprio tempo è un problema di spazio 
geniali dilettanti in selvaggia parata 
ragioni personali una questione privata 
la facoltà di non sentire 
la possibilità di non guardare 
il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni 
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi

occorre essere attenti”

“Linea Gotica”
Consorzio Suonatori Indipendenti




Noi la scuola la facciamo tutti i giorni. Senza dichiarare riforme o assunzioni. Ogni giorno riformiamo il nostro agire in classe, adattiamo la programmazione alle esigenze dei ragazzi, riflettiamo e ci autovalutiamo, da soli e coi colleghi. Senza retorica alcuna.
Ogni giorno, prendiamo atto delle potenzialità e dei limiti che abbiamo come insegnanti singoli, come comunità, come scuola tutta. Perché valutare e auto-valutarci è parte del nostro “work in progress”. Solo questa considerazione sarebbe sufficiente a bloccare i progetti di “stigmatizzazione meritocratica” che il governo utilizza... al fine di differenziare i salari degli insegnanti e i finanziamenti alle scuole.
Siamo contrari al “sistema Invalsi” e alle sue emanazioni culturali quali il “rapporto di autovalutazione”. Consideriamo dannoso il sistema di premialità che il governo ha messo in cantiere per gli “innovatori naturali”, la formulazione e pubblicazione dei curricula dei “crediti professionali, didattici, formativi”, le procedure di “mobilità orizzontale dei docenti mediamente bravi”.

I primi a volere una scuola di qualità siamo noi. Pertanto, abbiamo il dovere di muovere critiche e costruire mobilitazioni al fine di tutelare e migliorare la scuola.
Il governo ha dichiarato di aver ascoltato il mondo della scuola attraverso la -fallita- consultazione on-line. Ha mostrato piena sordità verso le centinaia di mozioni critiche provenienti dai collegi dei docenti. E ha ostentato soggezione e mutismo verso le richieste di chiarezza piovutegli addosso dal mondo della scuola, dai sindacati, dall'opinione pubblica.
Ma il dado è tratto.
Temiamo un blitz sulla scuola analogo a quello -disastroso e autoritario- mosso per varare il “Jobs Act”. Sappiamo che il governo vuole incassare una riforma che stravolgerà il modo di “fare” e di “essere” scuola.
Tutto questo eleva la riforma della scuola a “questione” di carattere nazionale che deve stimolare il dibattito e mobilitare i cittadini.

Il paese ha bisogno di un dibattito che superi l'ormai celebre “annuncite” del governo e rimetta al centro le proposte provenienti dai cittadini. 
Pertanto, sosteniamo la Lip(ora Ddl 1583 al Senato e 2630 alla Camera) che, in contrasto radicale con la controriforma di Renzi: l’investimento nella scuola del 6% del Pil nazionale (in linea con quanto in media investono i paesi UE); l’obbligo scolastico a 18 anni; il ripristino del tempo pieno e del tempo prolungato classi di non più di 22 alunni (numero che diminuisce in presenza di alunni con disabilità); l'abrogazione della "riforma" Gelmini; una scuola finanziata interamente dallo Stato, per evitare la creazione di scuole di serie A e B, la garanzia della libertà di insegnamento.

La centralità della libertà dell'insegnamento e del dibattito a scuola va rispettata poiché la scuola è il luogo della formazione culturale e civile dei cittadini futuri.
L'ingresso di capitali, interessi e di discutibili pratiche di tirocinio in imprese private ci pare poco utile al processo educativo degli alunni e si delinea come potenzialmente dannoso agli equilibri di gestione interna delle scuole e, ancor più grave, alla libertà di insegnamento.

Abbiamo sempre denunciato i deficit di qualità della scuola provocati dalla spirale della precarietà che affligge la scuola e gli insegnanti. Consideriamo positivo l'intervento della Ue e le conseguenti dichiarazioni a favore dell'assunzione dei precari.
Ribadiamo la necessità di assumere tutti i precari sui posti che si verrebbero a creare con la restituzione dei fondi tagliati dalla Gelmini, con l'abrogazione della legge Fornero.
Dubitiamo fortemente che il governo assuma i 148 mila precari delle Gae. E sappiamo che non è in cantiere l'assunzione, necessaria e dovuta, di tutti i precari di II e III fascia che ogni giorno si spendono per mandare avanti la scuola italiana. Sappiamo che è giusto riconoscere -con l'assunzione- i saperi e la professionalità di migliaia di insegnanti che vivono una costante fase di specializzazione sul campo e che dobbiamo lasciare aperti i cancelli delle scuole a quegli studenti che hanno il desiderio di investire la loro vita nel mestiere dell'insegnamento.

Consideriamo fondamentale il rispetto della parte normativa del contratto collettivo nazionale di lavoro. A partire dai nuovi assunti.
Le nuove assunzioni non devono essere il cavallo di troia per un nuovo modello di sfruttamento del lavoro nella scuola e nel settore pubblico. Così come non devono essere soggette a tagli salariali di ogni tipo, va anzi riconosciuto a tutti i lavoratori un immediato aumento salariale di 200 euro e, soprattutto, va rilanciata immediatamente una fase di contrattazione che riconosca al mondo della scuola un nuovo contratto.

Siamo convinti che la scuola può essere il terreno su cui aggregare una moltitudine di soggetti interessati alla difesa della democrazia, della cultura, della dignità del lavoro in questo paese.




Per questo chiamiamo tutti alla mobilitazione

giovedì 12 marzo
ore 15.30

al Miur di Viale Trastevere e nelle piazze delle città italiane

Maschere Orride

Oreste Scalzone


C'è una specificità dell'oggi. Salvini, la Meloni... sono le maschere orride di qualcosa che non è 'rottame del passato', e dunque «contraddizione arretrata». Sono i ''carissimi oppositori'' del regime sociale che informa l'intera vita di relazione, dell'utilitarismo reale arrivato a dar luogo a scenarî distopici che fanno pensare all'agonìa della specie.
Sembra di poter dire che sono una sorta di ''piano B'', di soluzione di riserva, verso la quale 'dalle regìe' (nel 'caso-Italia' di oggi, in primis quella della governalità ''renziana'') si sospingono quanti fra gli umani sono 'spremuti/buttati', schiacciati, asfissiati dalla corsa assurda dei delirî, delle addiction all'accumulazione, al denaro/comando, nelle diverse figure, tra costanti e variabili, ''teoremi'' e corollarì'', delle logiche tecno-economico-politiche, della triade capitalismo-Stato- «società civile» incessantemente 'cyborgizzata' e cyborgizzantesi.
Un riscontro evidente (sfrontato, visibile ad occhio nudo) è dato dai dispositivi di produzione di soggettività a mezzo di Spettacolo : non c'è chi non possa vedere la volata che ogni giorno gli Opinion-makers del panorama mass-mediatico tirano a questi personaggi. 
Altrove hanno investito, anche leccando-il-culo-dei- ''Paperoni'' petrodollarosi wahabiti, su processi ad effetto teratogeno, di cui i loro, obiettivamente, colleghi in 'statismo' dello «Stato islamico» sono al momento l'esito più spettacolare. Qui, una majeusi infame lavora a produrre una mutazione di settori quanto più larghi possibile di proletariato, in teppa reclamante Law and Order, scatenata contro gli ancor più poveri, lanciata dietro offe di cospirazionismo ipnotizzato da diversivi, e contro migranti, fuggiaschi, 'miserabili del mondo e di sotto-casa'.
Tutto va bene contro il fantasma, foss'anche il più remoto e attenuato, dello spettro della rivolta sociale contro i fondamenti, le radici, i rapporti costitutivi dell'ordine sociale e del suo correre assurdo.