Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 18 novembre 2015

Appello antiliberista e anticapitalista


Pubblichiamo qui di seguito il testo di un appello “antiliberista e anticapitalista” che propone la formazione di una rete tra tutte/i quelle/quei compagne/i e tra tutti quei soggetti organizzati che non si rassegnano a sacrificare tutto il patrimonio di lotte e di elaborazione politica degli ultimi decenni. Si tratta di un’iniziativa positiva che Sinistra Anticapitalista sostiene pienamente e attivamente.
Per aderire, scrivere un’e-mail a: antiliberista.anticapitalista@gmail.com, indicando nome,cognome, provenienza

                                                           Appello

Ci sono momenti della lotta di classe di un Paese che hanno ripercussioni politiche complessive sul terreno internazionale. La crisi greca con il terribile disastro sociale prodotto dalle politiche dell’austerità e l’accettazione del terzo memorandum da parte del governo di Syriza, costituisce uno di questi momenti fondamentali.
  1. La vicenda greca mette in luce tutte le difficoltà, ma anche la necessità della lotta contro le politiche del sistema capitalista e dei suoi governi per affermare in alternativa una reale democrazia, attraverso la costruzione di forme di contropotere e di controllo popolare delle classi lavoratrici sulla politica, l’economia, la finanza e di un fronte anti-austerità in tutta Europa di fronte all’azione convergente e univoca delle istituzioni europee e dei governi nazionali.
    L’Unione Europa non è l’Europa dei diritti, della giustizia sociale, delle differenze, del rispetto dei diversi popoli all’interno di un progetto comune e partecipato, ma è l’Europa del grande capitale, dei profitti, delle rendite finanziarie, è l’Europa fortezza contro gli immigrati e le immigrate in cerca di una vita dignitosa.
    Questa Europa con i suoi trattati, i suoi dogmi liberisti, la sua troika, si dimostra irriformabile; per sconfiggere le politiche dell’austerità, il giogo del debito, i privilegi dei potenti, occorre avere il coraggio di operare delle rotture profonde con gli assetti sociali ed economici sia su scala europea che in quella nazionale, contro le classi dominanti.
    L’entusiasmo in Italia per la seconda affermazione elettorale di Syriza è fuorviante. Non inganni il successo elettorale: con una fortissima astensione, a Tsipras è stato riconsegnato un governo che ha come funzione la gestione delle terribili politiche dell’austerità del terzo memorandum sotto il controllo diretto e quotidiano dei nuovi emissari dell’Unione Europea.
    Per questo le valutazioni su questo drammatico scontro di classe sono una cartina di tornasole anche dei reali orientamenti di fondo, politici strategici, delle diverse forze della sinistra italiana, che oggi si aggrappano alla nuova Syriza e a Tsipras per lanciare la costruzione di un soggetto unitario della sinistra, che altro non sarà se non un’unità posticcia, verticistica, politicista, rinchiusa nel perimetro del centro-sinistra.
    L’austerità non si può governare da sinistra. Bisogna superare il neoliberismo e costruire una prospettiva strategica alternativa al capitalismo.
    La battuta d’arresto subita dalle forze di sinistra in Grecia costituisce una sconfitta per tutte le classi lavoratrici in Europa e coinvolge tutte le forze anticapitaliste europee
    Nello stesso tempo si avverte ancor più la necessità e la possibilità di reagire alle molte contraddizioni che si esprimono in diversi paesi, dove si moltiplicano i tentativi di resistere delle classi popolari e cresce la ricerca di strumenti sia sociali e politici alternativi per avere più forza.
  2. Nuovi possibili uragani e grandi cambiamenti si profilano in Europa e nel quadro internazionale: la crisi economica capitalista non è certo finita e le bolle finanziarie sono nuvole nere che attraversano il cielo e che rischiano di scaricare il loro portato di crisi.
    Le migrazioni e l’esodo di massa di milioni di persone non sono un’emergenza casuale e temporanea, ma il frutto concreto della divisione internazionale del lavoro e delle guerre di depredazione e saccheggio da parte dei grandi paesi capitalistici in Africa, Asia, Medio Oriente; Questi non potranno non delineare profonde mutazioni in tutta l’Europa.
    Per questo siamo convinti che una nuova efficace azione sul piano nazionale sia possibile solo se contemporaneamente vengono attivati tutti gli strumenti che rendono concreto e reale un nuovo slancio di solidarietà e di azione internazionalista; serve un nuovo internazionalismo che si proponga di unire ciò che il capitale divide, stringendo legami di solidarietà ed amicizia fra i lavoratori e le lavoratrici dell’Europa e del Mondo.
    Questo internazionalismo si esprime avendo sempre come punto di riferimento le classi popolari i lavoratori e le lavoratrici dei diversi paesi, i precari, gli inoccupati, i disoccupati,i nuovi schiavi le loro lotte per i diritti democratici e sociali; il punto di partenza è la comprensione dei loro bisogni e il sostegno alle mobilitazioni che promuovono per difendere i loro interessi in piena autonomia e in forte contrapposizione rispetto ai governi che rappresentano le classi dominanti.
  3. Dopo la Grecia, l’Italia è il laboratorio avanzato delle politiche dei gruppi economici e politici dominanti in Europa: il governo Renzi è un esecutivo fedele mandatario delle ricette della Troika e gode dell’appoggio della Confindustria, di tutti i partiti della borghesia e dei media che a queste forze fanno riferimento. A Renzi è stato assegnato il compito di condurre fino in fondo un processo di controriforma politica e sociale, finalizzato a demolire tutte le conquiste economiche e sociali del movimento delle classi lavoratrici del Novecento e a svuotare di contenuto finanche la democrazia rappresentativa e parlamentare (anche se in ultima istanza è comunque funzionale al sistema dominante), giungendo a stravolgere la costituzione italiana nata dalla resistenza.
    Per questo pensiamo che il compito principale sia oggi quello di costruire le resistenze e le lotte contro questo governo del capitale e le sue politiche di austerità. Riteniamo necessario mobilitare la classe lavoratrice nelle sue diverse articolazioni, compresi il mondo dei precari, dei disoccupati e dei giovani, e i diversi movimenti sociali per cacciare Renzi e riconquistare dignità, diritti, futuro.
  4. Il Partito Democratico è la principale voce politica del grande capitale italiano imprenditoriale e finanziario. Renzi ha portato fino in fondo, quanto (ed era molto) hanno fatto i suoi predecessori. Più che mai è necessario, per qualsiasi schieramento sociale e politico che voglia contrastare le politiche dell’austerità, avere una totale autonomia, indipendenza, alternatività e contrapposizione al PD, sia su scala nazionale che su quella locale.
  5. I vertici dei sindacati confederali, anche quello della CGIL, sono stati il veicolo più efficace per far penetrare tra i lavoratori avanzati tutti i luoghi comuni dell’ ideologia liberista “temperata”, anziché mettere in campo forme efficaci di opposizione alle politiche liberiste dei governi passati e dell’attuale governo Renzi.
    Per questo motivo esiste un grande malessere tra le lavoratrici e i lavoratori a cui è necessario fare riferimento politico. Pensiamo che le realtà di classe interne alle confederazioni e quelle esterne, il sindacalismo di base, debbano provare a superare diffidenze e contrapposizioni reciproche e trovare la strada dell’unità d’azione nell’ottica di una pratica di attività intersindacale di classe a partire dal basso nei luoghi di lavoro e, in prospettiva, di creare le condizioni per l’autorganizzazione ed anche per costruire delle nuove forme consiliari nei luoghi di lavoro, che ripristino la democrazia e il controllo diretto dei lavoratori e lavoratrici sui processi produttivi.
  6. Di fronte alla debolezza dell’opposizione alle politiche neoliberiste l’obiettivo diventa quello di costruire un ampio fronte, una coalizione o forum delle opposizioni, sociali, politiche e dei variegati movimenti sociali, studenteschi, ecologisti, femministi: poiché ci sono comuni interessi e evidenti convergenze tra questi soggetti, non è quindi impossibile avere luoghi di confronto permanente fra tutti/e coloro che, collettivamente e individualmente, desiderano battersi contro la xenofobia, il neoliberismo ed il capitalismo.
    Ogni precarietà, ogni licenziamento, compresi quelli politici, dismissione, cassa integrazione, ogni ingiustizia o discriminazione subita e accettata mina alla base l’unità delle classi lavoratrici e dei diversi settori sociali sfruttati ed oppressi. Pertanto, riteniamo che, per opporsi al ricatto padronale, sia fondamentale la costruzione della risposta unitaria, democratica e partecipata di tutti i soggetti sociali, ma sul terreno della lotta al neoliberismo e al capitalismo.
  7. Combattiamo ogni forma di razzismo ogni manifestazione di fascismo e xenofobia. Siamo convinti che l’unico modo per rispondere al clima di paura diffuso nella popolazione sia quello di costruire la mobilitazione attiva e solidale di lavoratori italiani e stranieri per il diritto alla casa, al lavoro, al cibo, all’istruzione ed alla sanità pubblica, ad un ambiente sano,alla cittadinanza ed al diritto di voto universale; all’accoglienza e al diritto di asilo politico riconosciuto a tutti coloro che fuggono da guerre persecuzioni politiche, miseria, disastri ambientali e climatici.
  8. Assistiamo all’abbandono del percorso emancipatorio, compiuto dal movimento femminista, attraverso l’imposizione del ritorno alle mura domestiche e alla “famiglia”,dove si svolge un lavoro di riproduzione non pagato (o sottopagato se svolto dalle lavoratrici straniere), nonché un lavoro di cura che in gran parte supplisce alla crisi delle politiche del welfare.Si afferma subdolamente una sorta di “welfare materno”: a fronte di questa regressione, invece di lottare per un ordine simbolico di genere si affermano da una parte un familismo conservatore attraverso l’enfatizzazione della ‘comunità’ in cui restano invisibili i rapporti di potere tra generi e generazioni,dall’altra parte un’assunzione della “femminilità” in una visione paternalistica di cooptazione della soggettività femminile. Il principio di ‘eguaglianza’troppo spesso diventa omologazione all’ordine patriarcale, che tende a mortificare nelle donne il nesso tra conflitto di genere e conflitto di classe. Anche per le donne il nesso condizione/coscienza passa per la soggettivazione e la lotta al moderno nesso patriarcato/capitalismo invasivo delle vite in particolare delle giovani donne.
  9. E’ necessario unire le lotte in difesa dell’ambiente a quelle legate al mondo del lavoro, poiché rappresentano i due principali fronti dell’opera distruttiva e saccheggiatrice del capitalismo predone, che mette a valore tutto, dalle persone alle risorse naturali, a partire dai modi e dai luoghi di produzione e riproduzione della vita materiale delle persone. Le vere radici dei guasti che incombono sul pianeta sono ancora una volta da ricercare nel sistema economico produttivo capitalistico, col suo modello improntato a sviluppo e crescita illimitati, che si fonda sulla privatizzazione e finanziarizzazione di beni, indispensabili per la vita di tutti, e mercifica risorse per il profitto di pochi a scapito dei molti.
    L’esigenza dell’interconnessione delle lotte nasce proprio da una comune carica antisistemica, maturata nel corso delle tante forme di lotta, accomunate dalla denuncia dell’uso capitalistico del territorio, delle città, dell’ambiente, contro l’assalto del grande capitale finanziario ai beni comuni, contro i suoiINVESTIMENTI SPECULATIVI, e la complicità delle istituzioni conniventi, contro cui perseguire l’armonia tra gli umani, rispettare tutte le forme di vita ed il processo di rigenerazione del vivente, connettere la lotta contro la devastazione ed il saccheggio dell’ambiente alla lotta in difesa dei diritti umani e offrire protezione ed inclusione ai più deboli: soprattutto migranti e nuove povertà.
  10. In questo quadro di grande difficoltà e di ripiegamento politico di molti riteniamo importante e necessario che si costruisca un dialogo e un rapporto politico tra tutte/i coloro che, a partire dalla preminenza dei contenuti anti-austerità e dall’internità al conflitto sociale vogliano costruire dialogo e coordinamento. Questa ricerca unitaria non dovrà rimettere in discussione le proprie appartenenze politiche e ancor più quelle sociali o sindacali, ma anzi contribuire a costruire campagne comuni, iniziative e mobilitazioni in una prospettiva anticapitalista.
    Discutiamo e verifichiamo quali forme di Rete antiliberista e anticapitalista sia possibile oggi costruire, quali ne siano i contenuti, le espressioni territoriali e locali. Pensiamo sia un lavoro in progress per provare a contrastare almeno in parte le dispersioni e le frammentazioni, e costruire un’azione anticapitalista più efficace, che contribuisca a unificare in una prospettiva generale le numerose lotte territoriali e sui luoghi di lavoro.
  11. Per questi motivi pensiamo che l’appello debba rimanere in una forma aperta, emendabile, con la possibilità di modificare ed arricchire i contenuti con nuove proposte e analisi. Costruiremo un primo appuntamento nazionale dove discutere il testo e la proposta di avvio della costruzione di una rete.

PRIMI FIRMATARI:

Checchino Antonini (Giornalista); Imma Barbarossa (Consiglio naz. Altra Europa); Sergio Bellavita (Direttivo naz. Cgil); Aldo Bronzo (già Docente Universitario);  Fabrizio Burattini (Direttivo naz. Cgil); Eliana Como (Direttivo naz. Cgil); Luigi Criscitiello (Presidente Assopace Napoli); Nicoletta Dosio (No TAV); Umberto Franchi (Prima le Persone, già segretario Fiom LU); Sauro Giovanbattista (Consiglio naz. Altra Europa); Stefano Grondona (Direzione naz. PRC); Flavio Guidi (Confederazione COBAS); Gianfranco Laccone (Agronomo); Simone Lorenzoni (Prima Le Persone); Daniele Maffione (Comitato politico naz. PRC); Laura Orsucci (Prima Le Persone); Cristina Quintavalla (Consiglio naz. Altra Europa); Marcella Raiola (Coordinamento precari Scuola); Annamaria Rivera (Docente Universitario); Nando Simeone (Sinistra Anticapitalista); Sandro Targetti (Direzione naz.PRC); Franco Turigliatto (Sinistra Anticapitalista); Arianna Ussi (Direzione naz. PRC); Pasquale Voza (Docente universitario); Antonello Zecca (Sinistra Anticapitalista); Igor Zecchini (Sinistra Anticapitalista)

FIRME FINORA PERVENUTE:

Fausto Pellegrini (Giornalista RAI); Mena Moretta (Caserta); Luigi Lavanga (Napoli); Bruna Di Dio (Napoli); Francesco Soverina (docente-ricercatore di storia contemporanea, Napoli); Chiara Carratù (Sinistra Anticapitalista); Gippò Mukendi Ngandu (Sinista Anticapitalista); Paolo Venturini (Sinistra Anticapitalista); Cerulli Fabio (Dir. Filctem Cgil Lazio); Armando Morgia (Dir. FP Cgil Lazio); Giampaolo Martinotti (Altra Europa, Castelli Romani); Renato Pomari (Dir. Fiom Lombardia); Umberto Oreste (Sinistra Anticapitalista); Gennaro Esposito(Sinistra Anticapitalista); Giovanna Russo (Sinistra Anticapitalista); Enrico Scola (Sinistra Anticapitalista); Antonello Petrella (Sinistra Anticapitalista); Maria Villa (Sinistra Anticapitalista); Marcantonio Russo (Sinistra Anticapitalista); Gianluca Cavotti (Sinistra Anticapitalista); Carmine Tomeo (Comitato politico regionale PRC Abruzzo); Sara Dawalibi (Malnate – VA); Cristina Renna (Sesto San Giovanni – MI); Pietro Custodi (medico, Domodossola – VB); Alessandro Bono (insegnante, Darfo Boartio Terme – BS); Paolo Gianardi (Piombino – LI); Corrado Filippini (Fano); Massimiliano Martelli (Prc Latina); Francesco Castagna (Prc Isola d’Ischia); Ugo Lucignano (direttivo Cgil Torino); Giuseppe Tiano (CGIL Cosenza, Coordinatore regionale Il Sindacato è un’altra cosa, Opposizione CGIL); Alessio Di Florio (militante comunista e libertario, attivista ambientalista e pacifista, Chieti); Paolo Reggianini (PRC Modena); Manuel M. Buccarella (Sinistra Anticapitalista, Lecce); Stefano Frezza (L’Aquila); Carmine Santoro (Melito Irpino – AV); Bruno Buonomo (Roma – Struttura di comparto nazionale ricerca FLC-CGIL, minoranza CGIL, Sinistra Anticapitalista); Antonio De Falchi (Roma, Sinistra Anticapitalista); Guillaume Mariel (Arezzo, ex segreteria provinciale PRC – ex Parti de Gauche); Claudio Taccioli (Brescia, “COMITATO ANTISFRATTI/DIRITTOALLACASA” di Brescia); Angelo Pozzi (Milano, circolo bancari e assicurativi PRC); Emanuele Salvati (Terni, Operaio TKAST, Circolo lavoratori PRC Terni); Danilo Lollobrigida (Pomezia – RM, RSU CGIL Area il sindacato è un’altra cosa); Luca Mascheroni Siziano (PV); Claudio Bettarello (PRC CPR Piemonte; Cub-Sallca); Vilma Gidaro (Roma, direttivo FP CGIL Roma Est Rieti, RSU-RLS Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni culturali del MiBACT); Alberto Turrini (Brescia); Maruzza Battaglia (Palermo – Circolo PRC Luxemburg-Orcel – Segreteria PRC Palermo); Cosimo Antonio Gervasi (Pioltello – MI,  Possibile); Giona di Giacomi (direttivo Cgil Rimini); Chiara Marzocchi (segreteria PRC Piemonte); Claudio Buonanno (Monza, Sinistra Anticapitalista); Francesca Vita (Mendicino – CS); Roberto Barbieri (Modena); Enrico Mazzuoli (PRC Pontedera – PI); Mariangela Piccardi (Roma); Marco Beccari (direttivo PRC Tiburtino III Roma); Claudio Gagliasso (PRC Torino); Massimo Lacché (Aprilia – LT); Massimo Carlini (Roma); Achille Zasso (il Sindacato è un’altra cosa-opposizione CGIL – SPI Milano); Stefano Santarelli (Comitato Politico Nazionale del Movimento per il Risorgimento Socialista, coordinatore del Blog “Bandiera Rossa”); Carlo Scarfò (CPR PRC Liguria); Ettore Davide Coscione (PRC Soccavo Pianura- Skun-K); Gianfranco Crocco (Centro Livio Maitan Roma, pensionato); Marco Manzo (Roma); Vincenzo Camarda (Brescia); Massimiliano Gobetto (Palmariggi – LE); Alex Marsaglia (Torino); Davide Costa (Giovani Comunisti); Silvia Di Fonzo (ricercatrice); Saverio Amodeo (Bari); Renato Sala (PRC Reggio Emilia); Gianpaolo Rosato (Roma, Sinistra Anticapitalista); Adolfo Charly Bassissi (Rsu Beta Utensili-Sovico, direttivo Fiom Monza Brianza); Maurizio Melandri (segretario circolo PRC “Adele Mazzetti”, Bologna); Mario Guerrasio (S.O.U.); Marco Panaro (Milano, rsu Provincia di Monza e Brianza); Delia Fratucelli (RSU SLC/CGIL Poste Italiane); Andrea Coppi (segretario circolo PRC “Rigoberta Menchù”, Roma); Antonio Stefanini (direttivo Cgil Livorno); Guido Masotti (direttivo FLC-CGIL Toscana); Leonardo De Angelis (portavoce Sindacato è un’altra cosa in Filcams CGIL Roma e Lazio); Giusi Di Pietro (RSU Fiom, direttivo Cgil Pisa); Silvia Cortesi (direttivo Fisac Cgil Lombardia); Maurizio Attanasi (Cologno Monzese – MI, Sinistra Anticapitalista); Giovanni Urro (Sesto San Giovanni – MI, insegnante); Armando Morgia (RSU CGIL Roma Capitale); Enzo Arighi (Como); Antonella Policastrese (Crotone, giornalista pubblicista); Giuseppe Girardi (Anguillara Sabazia – RM); Angelina Merlino (Nardò); Manuela Barigazzi (Concordia – MO); Roberto Cavagnola (Sinistra Anticapitalista Brescia); Alessandra Barbanti (Sesto San Giovanni -MI, Sinistra Anticapitalista); Enrico Mainenti; Tiziano Clerici (Garbagnate Milanese – MI, Sinistra Anticapitalista); Antonios Antoniadis (avvocato, Ischia, aderente a Laiki Enotita-Unità popolare-Grecia); Ernanno Cerati (Sinistra Anticapitalista Vicenza); Mauro Tonelli (Saronno – VA); Paolo Sollier (Vercelli, Prima le Persone); Anna Maurantonio; Anna Della Ragione (direttivo nazionale FLC CGIL); Bruno Demartinis (Cobas Genova, Sinistra Anticapitalista); Monica Casaletto (Monza); Roberto Marras (Genova, insegnante); Antonio Perilli (Sinistra Anticapitalista Abruzzo); Massimo Monti (Bollate – MI); Alfredo Ciano (insegnante Napoli); Mila Milanesi (Capolona – AR, insegnante in pensione); Marco Fincardi (Bologna); Massimo Dalla Giovanna (Impiegato, delegato sindacale Ericsson, direttivo Slc-Cgil, opposizione “Il Sindacato un-altra cosa”); Francesco Locantore (direttivo Nazionale FLC – Opposizione CGIL)

martedì 17 novembre 2015

Paura e profitto

Simonetta Zandiri

 ‎Borsa‬:  

Parigi‬ chiude in netto rialzo, +2,77%
‪Francoforte‬ chiude in rialzo, +2,41%
‪‎Londra‬ chiude in rialzo, +1,99%
‎Milano‬ in netto rialzo (+2,28%) spinta da ‪ Finmeccanica‬ che chiude "con un rialzo del 5,43% in vista di ulteriori investimenti in sicurezza dopo gli attacchi terroristici di venerdi' scorso a Parigi." 

(fonte AGI).
I ‪ Maledetti Assassini‬ se la ridono. La nostra paura è il loro massimo profitto.


NOI MUSULMANI DELLE PERIFERIE D’EUROPA, VI SPIEGHIAMO LA NOSTRA VOGLIA DI ISIS”

CHRISTIAN ELIA



“Piove. Come sempre. Malmo è così: a volte sembra che ti piova anche dentro. Non riesco proprio ad abituarmi. Però va bene, perché non si nasce tagliati per l’esilio. Un senso di disagio permanente, in fondo, ti ricorda la tua storia”. Hafez vuole essere chiamato così. “Il mio nome non lo scrivere, la mia storia è complicata. Metti il nome del padre di Assad, una piccola provocazione. Magari a qualcuno viene voglia di capire cosa è stata capace di fare questa famiglia a un popolo intero”.
Hafez è siriano, rifugiato politico in Svezia, dopo il viaggio che milioni di siriani hanno iniziato nel 2011, verso l’Europa, quando possono permetterselo, o verso un altrove qualsiasi. Lui, però, ha una storia differente. Studente di medicina, parte volontario nel 2003 per l’Iraq. “Vuoi ancora sentire questa storia? Davvero pensi che interessi ancora a qualcuno? Per noi l’invasione dell’Iraq era quello che era: una brutale aggressione a un popolo intero. Lo stesso regime che per anni è stato un solido alleato di Europa e Stati Uniti  diventa un nemico. E’ stato indecente credere alle motivazioni umanitarie. Un massacro è un massacro e basta. Partimmo in tanti, pieni di rabbia. Ma in realtà quell’entusiasmo non durò a lungo. La realtà dell’opposizione alla coalizione emarginò molto presto chi, come me, veniva da un percorso politico laico, progressista. Tornai a Damasco, deluso e ferito, nella gabbia di tutti i giorni”.
Una gabbia che nessuno ha saputo spiegare meglio di Samir Kassir. Giornalista e scrittore libanese, ucciso da un’autobomba a Beirut nel 2005. Il suo libro L’infelicità araba, edito in Italia da Einaudi, è il manifesto di una generazione a cui manca l’aria. “Non è bello essere arabo di questi tempi. Nel mondo arabo il mal di esistere è la cosa meglio ripartita. E’ la zona del mondo dove, a eccezione dell’Africa sub-sahariana, l’uomo ha minori opportunità. A maggior ragione la donna”. scrive Kassir.  “L’infelicità araba ha questo di particolare: la provano quelli che altrove parrebbero risparmiati, e ha a che fare, più che con i dati, con le percezioni e con i sentimenti. A iniziare dalla sensazione, molto diffusa e profondamente radicata, che il futuro è una strada costruita da qualcun altro”.
ai funerali di Samir Kassir 
Un senso di claustrofobia, un’eredità storica, un’autorappresentazione che parte dall’accordo Sykes-Picot (con il quale le potenze occidentali disegnarono il futuro Medio Oriente dopo la Prima Guerra mondiale) e arriva a G.W.Bush, sempre nel ruolo della vittima. Un documentario di Michelangelo Severgnini e Alessandro Di Rienzo, del 2006, prodotto da PeaceReporter, lo spiega in modo magistrale questo sentimento. Dal titolo, Isti’mariyah, colonialismo, che racconta il sentire di una generazione. Storia di chi non riusciva più ad avere fiducia in un Occidente che troppe volte ha saputo solo mostrare il suo volto predatorio e pieno di contraddizioni, pretendendo democrazia e portando guerra. Parla di Shadi, ma potrebbe essere Hafez.


Perché un uomo come Hafez, che oggi ha 40 anni, è nato, vissuto e cresciuto con una certezza: l’assenza di alternative. “In Siria, nel 2011, ci abbiamo creduto. Non lo nego, anche se oggi mi sento un ingenuo. Ho immaginato che una grande onda si fosse sollevata, che milioni di giovani arabi avessero preso in mano il loro futuro. Lo ricordate il discorso di Obama all’università del Cairo nel 2009? In fondo era quello che ci diceva: non faremo più gli errori del passato, non useremo la forza per la nostra agenda, ma vi sosterremo se ci proverete da soli. E lo abbiamo fatto, facendoci massacrare. Le parole d’ordine sono semplici, forse troppo per voi che siete abituati alla filosofia. Per noi era solo immaginare una vita senza corruzione, dove un lavoro lo trovi se sai fare qualcosa e non se tuo padre è nelle grazie del clan al potere. Dove, in un caffé, puoi dir la tua senza sparire nella notte. Dove le risorse dei paesi arabi non siano il conto privato all’estero di famiglie di satrapi, ritenuti grandi statisti, ma vengano distribuite a tutta la popolazione. Ho fallito ancora: nessuno ha appoggiato la rivoluzione siriana dell’inizio, lasciandola sprofondare in un incubo sanguinoso. Ho deciso che non posso più buttare la mia vita, ho colto l’unica opportunità che mi restava: farmi profugo, farmi esule. Perché altre opportunità non me ne hanno date”.
Molti ex compagni di Hafez, però, non sono andati via. Tanti di loro sono entrati nelle brigate, Is compreso. “A voi manca un elemento chiave per capire la situazione: il discorso sociale. La matrice religiosa è forte, di sicuro orienta la leadership. Ma state sicuri che è la questione sociale quella che riesce, più di tutto, ad affascinare una generazione intera. Perché di redistribuir  ricchezze, nazionalizzare i proventi della vendita delle risorse, dare servizi di base alla popolazione civile parlano solo loro. I discorsi che io, da giovane di sinistra, facevo all’università sono adesso diventata un’agenda in mano ad altri, per il nostro fallimento e per la vostra incapacità di sostenere le forze progressiste, in Siria come altrove. Guardo il mio Paese morire, attraverso una finestra di Malmoe, mi piove dentro. Sento che si prepara la ‘normalizzazione’ di Assad, ponendo l’eterna trappola a quelli come me: o accetti di vivere in una dittatura o sarai in balia del caos, del fondamentalismo e della violenza. Non doveva andare così, non è possibile che sia stata questa l’unica vita possibile”.
La periferia di Malmoe e la periferia delle grandi città britanniche. Il grigio, forse, come cifra comune. Almeno questo pensava Reyaad Khan, 20 anni, di Cardiff. Morto in battaglia in Siria. “Non capirete mai quel che succede se non riuscite a immaginare, se non vi immedesimate in questaWar on terror generation. Bisogna comprendere il trauma profondo generato in chi ha vissuto la sua formazione negli ultimi tredici anni. Immaginate: un quotidiano vilipendio, una costante demonizzazione dei musulmani, che scorre su un nastro di storie che raccontano di morti, distruzioni, violenza pornografica, assenza di speranza. Immaginate che questa sia la vostra adolescenza”. Lo scriveva qualche giorno fa Alyas Karmani, impegnato da anni nel tessuto sociale lacerato delle periferie delle città britanniche, in un bell’articolo pubblicato dal The Independent.
Karmani parla di Reyaad e di tutti gli altri. Sono tanti. Sono quei ragazzi della periferia grigia dell’Europa e del mondo ricco, periferie che nessuno è mai riuscito a colorare di speranza. Perché Reyaad, prima di morire in battaglia, era stato intervistato da un programma televisivo britannico, raccontando i sogni infranti di un ragazzino. I sogni di chi è nato in Gran Bretagna, ma scopre che anche se suo padre si è spezzato la schiena per anni, dicendo sempre sì, non alzando mai la testa per protestare, non è riuscito a rendere suo figlio uguale agli altri.
Perché si cresce e si capisce che non è un documento (quando c’è, perché in Italia non c’è) che rende tutti uguali di fronte al futuro. Non sei davvero francese, inglese o americano. Sei sempre Reyyad, non potrai mai immaginare di diventare altro, di avere le stesse opportunità dei tuoi coetanei bianchi e di buona famiglia. Perché essere musulmano diventa uno stigma e allora la scelta si fa piccola, claustrofobia: rimuovere tua identità o pagarne  il prezzo, portarne il peso. Ed ecco che Reyaad, davanti al giornalista, parla dell’orrore delle guerre per la libertà, di società ingiuste, di frustrazioni. E magari la soluzione la immagini nelle colonne dei pick-up di Is. Perché ti fai convincere che non ci sarà riscatto senza violenza. Ti lasci affascinare da chi ti promette una società più giusta, laddove quella che si pensa giusta ti ha tradito a Guantanamo e ad Abu Ghraib, ti tradisce ogni giorno abbandonandoti in quelle periferie.
I Rayeed sono tanti, come racconta ancora il Guardian, in una dolorosa Spoon River della generazione perduta, di quei ragazzi che non hanno più trovato una speranza. Abdullah, Amer, Jaffar e tanti altri. Facce da bambini, a volte. Che sono nati altrove, portandosi appresso l’infelicità araba, nelle valigie di cartone dei loro genitori. Un fardello condiviso con Hafez e tutti gli altri che sono rimasti, in Siria, in Egitto o altrove. Tanti, troppi che sognano un futuro non grigio, scambiandolo per il nero di Is o di altri, credendo a chi promette giustizia sociale, lotta alla corruzione, protezione, libertà. Non è così, è ovvio, ma se non si coglie la fascinazione che questo mondo sta esercitando, se non ci sarà un orizzonte altro da offrire ai Reyaad e agli Hafez del mondo, se non si ascolta la loro domanda di giustizia, il grigio diventerà nero. In un attimo.
(Foto di Alessandro Ingaria)

Tutto l'appoggio alla lotta palestinese, verso una Terza Intifada

Segretariato della Lit-Quarta Internazionale *


La storica resistenza delle masse popolari palestinesi, da alcuni anni, mostra di muoversi in direzione di una nuova Intifada (sollevazione popolare). Potremmo essere all'inizio di una terza Intifada (la prima tra il 1987 e il 1993, la seconda tra il 2000 e il 2004). È necessario che i sindacati, i partiti di sinistra ed i movimenti di massa di tutto il mondo appoggino decisamente questa lotta.  
   Il fallimento degli Accordi di Oslo  
Da più di 67 anni  - dalla nakba (catastrofe) palestinese, con la creazione dello Stato di Israele il 15 maggio del 1948 -, le masse popolari palestinesi subiscono quotidianamente una pulizia etnica, con ordini di demolizione delle loro case, espulsioni, apartheid, colonizzazione ed occupazione.
La vittoria del primo ministro Benjamin Netanyahu alle ultime elezioni israeliane ha esposto con maggior chiarezza la politica da sempre espressa da Israele: garantire Israele, in tutta la Palestina storica, come un Stato sionista omogeneo e, pertanto, senza palestinesi.
Per darsi un'aria "democratica" di fronte al mondo, Israele non può sterminare tutti i palestinesi. Così, cerca di mantenere una minoranza senza diritti, in ghetti, come faceva il regime dell'apartheid in Sud Africa, per servire da manodopera economica. Ma lo sterminio continua, o attraverso i bombardamenti periodici su Gaza e gli attacchi di coloni in Cisgiordania, o con l'avvelenamento dei carcerati nelle prigioni israeliane e la pulizia etnica nei campi di rifugiati - con la collaborazione dei regimi arabi, come quello di Bashar al Assad e la monarchia giordana – oppure attraverso l'imposizione di una vita di miseria.
La politica dell'imperialismo per la regione si esprime negli Accordi di Oslo, firmati nel settembre del 1993 tra il governo di Israele ed il presidente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Yasser Arafat. Oggi è evidente di fronte al mondo il fallimento di questa politica. L'oppressione sui palestinesi è aumentata, la miseria anche. Più di 20 anni dopo, i risultati sono: più di 7.000 palestinesi morti, più di 12.000 case distrutte. Tra il 1993 e il 2000, il numero di insediamenti israeliani costruiti è raddoppiato, ed oggi è di 600.000. Quegli insediamenti sono occupazioni di territori palestinesi da parte di israeliani armati fino ai denti ed appoggiati dall'esercito sionista. Israele devia l'acqua dei palestinesi verso quegli insediamenti. La chiusura delle frontiere ai lavoratori palestinesi, che vengono sostituiti da nuovi immigrati russi, determina effetti catastrofici per l'economia palestinese. Dal 1993, come scrive la giornalista Naomi Klein, il PIL pro capite nei territori occupati è caduto quasi del 30 percento. La povertà tra i palestinesi ha raggiunto il 33 percento. Nel 1996, il 66 percento dei palestinesi era in condizione di disoccupazione o sottoccupazione. Oslo ha rappresentato meno lavoro, meno libertà e meno terra.
I palestinesi vivono oggi una situazione simile a quella che gli ebrei soffrivano nel ghetto di Varsavia oppressi dai nazisti. Si tratta di un crimine contro i palestinesi e contro l'umanità.  

La gestazione di una nuova Intifada  
Per affrontare il governo di Netanyahu - che palesa una politica di apartheid e alimenta gli attacchi dei coloni contro i palestinesi - ed il fallimento degli Accordi di Oslo, l'eroica gioventù palestinese diventa protagonista di un processo che si muove in direzione di una nuova Intifada.
I sintomi di questa terza Intifada si manifestano dal 2011, come uno dei segnali di ascesa del processo rivoluzionario nel mondo arabo. In quell'anno, il 15 maggio (anniversario della nakba), migliaia di rifugiati - soprattutto, giovani - marciarono dai campi di Giordania, Siria, Libano ed Egitto verso le frontiere della Palestina occupata, mostrando al mondo come dalla creazione dello Stato di Israele sia stato loro negato il legittimo diritto al ritorno nelle terre dalle quali furono espulse le loro famiglie. Il movimento fu soffocato violentemente dai governi arabi. Dopo, la lotta palestinese ha accompagnato le ascese e i riflussi del processo rivoluzionario nel mondo arabo, restando a volte in stallo.
Nel 2014, la risposta alla nuova offensiva israeliana a Gaza fu la resistenza eroica espressa non solamente in quello specifico territorio. Grandi mobilitazioni in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nei territori occupati dallo Stato di Israele dal 1948, mostrarono che il processo verso una nuova Intifada non si era placato.
Nella notte del 24 luglio 2014 e nel corso della giornata seguente, 25.000 palestinesi scesero nelle strade in Cisgiordania. Il canto più popolare tra i giovani era "O Qassam, O, habib, Bombardi Tel-Aviv", manifestazione di un morale alto e di una carica combattiva (Ezzedine al-Qassam è il nome delle brigate militari di Hamas, responsabili della maggioranza dei razzi lanciati contro le aree occupate da Israele dal 1948).
La manifestazione principale raccolse 10.000 persone a Kalandia (cittadina tra Ramallah e Gerusalemme che abbraccia un campo di rifugiati palestinesi ed anche il più importante posto di blocco dell'esercito israeliano). L'esercito israeliano aprì il fuoco contro i manifestanti, assassinando cinque palestinesi. Anche in altre città si registrarono dei morti. Due manifestanti furono assassinati ad Hawara, vicino a Nablus, ed altri tre a Beit Omar, vicino ad Al Khalil (nome arabo di Hebron).
Mustapha Barghouti, deputato palestinese e segretario generale dell'Iniziativa Nazionale Palestinese, affermò che era stata la più grande manifestazione palestinese in tutta la storia della Cisgiordania.
Quella mobilitazione fu preceduta da altre, quasi ogni giorno dopo l'assassinio del giovane palestinese Mohammad Khdeir, bruciato vivo a Gerusalemme da tre sionisti, e i due bombardamenti contro Gaza cui seguì l'invasione terrestre.
Nel 2015, l'impulso verso una nuova Intifada prese nuovo alito. Il giornalista palestinese Ahmad Melhem, nel reportage per il sito Al-monitor, descrive le manifestazioni sviluppatesi nei giorni 11 e 12 luglio e represse dalle forze israeliane in 30 città e cittadine palestinesi, tanto in Cisgiordania come a Gerusalemme e nei territori occupati nel 1948. Gli scontri furono particolarmente violenti a Betlemme, Al Khalil (Hebron), Gerusalemme e Ramallah. Il posto di blocco tristemente celebre a Kalandia fu attaccato con pietre e bombe molotov, ed i manifestanti lo presero per un breve periodo.
Nei territori occupati nel 1948, le prime manifestazioni si svilupparono nella Galilea, con scontri con la polizia israeliana a Nazareth, Arara, Umm al-Fahem, Taybeh e Qalanswa. La polizia usò gas lacrimogeni e pallottole di gomma mentre i manifestanti bruciavano pneumatici e cantavano in arabo "il popolo vuole la fine di Israele". In seguito, le manifestazioni si estesero verso altre città e cittadine palestinesi, come Haifa e Jaffa, e nel Nagab (Negev).
Il 3 Luglio poi, nella città di Duma, nel governatorato di Nablus, un colono israeliano diede fuoco alla casa di una famiglia palestinese, bruciandola viva. Un bimbo di 18 mesi, suo fratello di quattro anni e la mamma morirono. L'intensificazione negli ultimi mesi degli attacchi di coloni israeliani contro i palestinesi e la violazione di uno dei principali luoghi sacri per musulmani, la Moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, hanno accelerato quel processo verso la Terza Intifada.
Esiste la possibilità che questa Intifada, nel caso in cui si realizzi, raggiunga una dimensione maggiore, per vari motivi, rispetto a quelle precedenti. In primo luogo perché dai suoi inizi sta raggiungendo i territori palestinesi occupati nel 1948, e non solo Gaza e la Cisgiordania, annessi nel 1967, come nelle due intifade precedenti.
In secondo luogo perché può incorporare - oltre alle eroiche azioni della gioventù palestinese - anche la mobilitazione diretta dei lavoratori palestinesi. Lo sciopero generale di un giorno dei lavoratori di Al Khalil (Hebron) lo scorso ottobre è stata un'espressione di questa possibile dinamica.
In terzo luogo perché l'isolamento politico di Israele a livello mondiale aumenta, nonostante tutto l'appoggio dato dall'imperialismo e dalla grande stampa borghese. Durante l'ultima invasione a Gaza, per esempio, lsraele perse la battaglia a causa della consapevolezza delle masse nel mondo. Le dichiarazioni di Netanyahu, che attribuiscono ai palestinesi le responsabilità per la soluzione finale realizzata da Hitler e rifiutata persino dai suoi alleati, dimostrano non solamente le bugie di questo dirigente assassino ma anche che niente ci si può aspettare da questo Stato. Al lato di Netanyahu si contendono la popolarità dirigenti come Lieberman, che propone apertamente l'espulsione sommaria di tutti i palestinesi dai loro territori. Il carattere nazi-fascista di questo Stato si sta rivelando con crescente evidenza.
Per questi motivi, è possibile che una Terza Intifada abbia un peso maggiore, rispetto alle precedenti, in quella regione ed in tutto il mondo.  

Rivoluzioni arabe e resistenza palestinese, una sola lotta
Non è possibile dissociare questo movimento dal processo rivoluzionario nel mondo arabo. I poderosi nemici della causa palestinese, denunciati dal rivoluzionario palestinese Ghasan Kanafani analizzando la rivoluzione del 1936-1939, continuano ad essere gli stessi: la borghesia palestinese, i regimi arabi e l'imperialismo/sionismo.
La maggior parte della sinistra in tutto il mondo ha dichiarato che la rivoluzione araba è finita, per l'impasse e i riflussi congiunturali che esistono in tutti i processi rivoluzionari. Si tratta di un errore, come dimostrato ulteriormente da questa nuova Intifada.
Nella ricerca della stabilità nella regione, che garantisca la sicurezza di Israele, si cerca di soffocare la rivoluzione in Siria ad ogni costo. Dopo la rapida caduta di quattro dittatori - in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia - con la Primavera Araba iniziata alla fine del 2010, l'imperialismo interviene direttamente o indirettamente per contenere l'effetto domino. Lo Stato Islamico è un elemento controrivoluzionario che finisce per fare il gioco dell'imperialismo e facilitarne l'intervento militare. In Siria, la rivoluzione che cerca di abbattere il dittatore sanguinario Bashar al Assad, si trasformò in guerra civile nel 2011. Il pretesto utilizzato dall'imperialismo, di voler combattere lo Stato Islamico, adesso è servito affinché la Russia e gli altri alleati del regime siriano possano bombardare le aree libere dal giogo di Bashar al Assad.
La Russia e gli Stati Uniti hanno realizzato fra loro un accordo militare per "coordinare" l'uso dello spazio aereo in Siria, una divisione di compiti sulla base dei quali “voi bombardate qui e noi lì". [1] Russia, Stati Uniti ed Israele si coordinano militarmente in Siria per soffocare la lotta contro il dittatore Assad.
Qui si rivela la farsa della sinistra castro-chavista che difende il dittatore siriano Assad spacciandolo per "antimperialista". Il genocida Assad che sta distruggendo il Paese, ammazzando ed espellendo milioni di persone per mantenersi al potere, viene sostenuto dall'alleanza militare di Stati Uniti e Russia, con l'appoggio anche di Israele. Lo stesso Assad che ha accerchiato e vuole distruggere il campo di rifugiati di Yarmuk (bastione storico della resistenza palestinese in Siria). Lo stesso Stato di Israele che massacra i palestinesi, offre sostegno ad Assad.
Ora, una nuova Intifada deve rappresentare una nuova ascesa nel mondo arabo, e può aiutare a riattivare la resistenza in tutta la regione. Avrebbe un'enorme importanza, data l'autorevolezza politica dei palestinesi in tutto il mondo arabo. I segnali si moltiplicano, come quello relativo al 16 ottobre in Giordania: in diverse città ci sono state grandi manifestazioni per esigere la fine degli accordi con Israele. 
Per un unico Stato palestinese, laico e democratico  
A differenza delle due Intifade palestinesi precedenti, adesso il movimento verso una nuova sollevazione popolare si sviluppa senza alcun leader e, indirettamente, mette in discussione soprattutto la collaborazione dell'Autorità Nazionale la Palestina, ANP, con Israele. I giovani non si vedono rappresentati da nessun partito tradizionale.
La gioventù, alleata alla classe lavoratrice, deve costruire, all'interno di questo processo, una direzione rivoluzionaria per portare avanti la lotta per la liberazione della Palestina.
È nel caldo della lotta contro l'occupazione che si sviluppano le condizioni affinché si possa forgiare una nuova direzione per il movimento palestinese, una direzione che respinga la conciliazione col nemico ed unifichi le masse popolari palestinesi nella prospettiva della liberazione di tutte le terre palestinesi, dal fiume al mare.
La soluzione per venire incontro alla totalità dei palestinesi, la cui maggioranza vive fuori dalle sue terre, è un Stato unico palestinese, laico e democratico, con diritti uguali per tutti e tutte coloro i quali vogliano vivere in pace coi palestinesi. Questo implica la distruzione dello Stato nazi-fascista di Israele. La convivenza di un Stato palestinese con lo Stato di Israele – come fu definito negli Accordi di Oslo - si è dimostrata impossibile, così come sosteniamo da sempre.
Non si può convivere col fascismo, è necessario distruggerlo. Non si riuscì a vivere col nazismo, fu necessario annientarlo. Non si tratta di un conflitto religioso bensì della necessaria distruzione dello Stato di Israele, bastione militare dell'imperialismo nel mondo arabo. È possibile che gli ebrei ed i musulmani convivano pacificamente in un Stato palestinese laico e democratico, come già fecero nel passato.  

Solidarietà  La solidarietà internazionale è un elemento fondamentale. È necessario che tutti i sindacati e i partiti di sinistra denuncino le atrocità dello Stato israeliano. È necessario costruire giornate internazionali di lotta articolate con le mobilitazioni palestinesi. È fondamentale la più ampia unità d'azione in solidarietà con la lotta palestinese.
È possibile e necessario discutere le differenze programmatiche tra tutti i settori, democraticamente, senza che queste ostacolino la più ampia unità d'azione contro lo Stato israeliano.
Inoltre, si possono rafforzare campagne come quella del BDS, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, nei confronti di Israele. È importante unirsi in una campagna globale per impedire la sua presenza alle Olimpiadi del 2016, nel Brasile. Con l'appoggio del governo brasiliano, è previsto che un'impresa di sicurezza israeliana opererà nell'ambito del grande evento.
La LIT si schiera incondizionatamente dalla parte della resistenza palestinese e si unisce in tutto il mondo alle azioni in appoggio a questa lotta. 
Nota
* Dal sito della Lit-Quarta Internazionale: www.litci.org

(traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)

lunedì 16 novembre 2015

Frosinone e il Frosinone fra i primi a commemorare le vittime di Parigi

Luciano Granieri


Sabato scorso, 14 novembre,   una nutrita  rappresentanza  della squadra di calcio del Frosinone, insieme al sindaco Ottaviani  e ai cittadini , ha commemorato le vittime delle stragi parigine. A neanche  ventiquattro ore dalla mattanza scatenata dal Califfato nella capitale Francese, calciatori, istituzioni, gente comune  hanno dato vita, presso piazzale Vittorio Veneto,   ad una cerimonia commemorativa molto suggestiva. 

Il capitano giallazzurro Alessandro Frara ha letto un messaggio di cordoglio e vicinanza alla popolazione francese,  a cui si è aggiunto  il contributo del sindaco. Dopo un minuto di raccoglimento palloncini bianchi rossi e blu si sono levati in cielo,  seguiti  da  una nuvola di altri palloncini bianchi al cui interno era posizionata una minuscola lampadina a led tale da renderli  visibili in aria  per molto tempo.   Intanto  il palazzo della prefettura veniva illuminato con i colori della bandiera francese.

 Molto  toccante, ma c’è da precisare che tutto era già stato organizzato,  pur  non potendo immaginare ciò che sarebbe successo la sera prima in Francia. Infatti l’happening  era nato come l’apice di un mega evento promozionale dalla durata di tre giorni  imbastito  da una grande azienda distributrice di   energia elettrica e gas  sponsor del Frosinone Calcio. L’impresa aveva messo in piedi la kermesse  per promozionare i suoi dispositivi di energia pulita, fotovoltaico, solare termico etc. Massiccio il coinvolgimento,  come testimonial, degli atleti canarini,  a completa disposizione di appassionati e tifosi ospiti sotto il grande igloo di plastica allestito per l’occasione. 

Non c’è voluto molto a modificare il programma , aggiungendo i palloncini bianchi rossi e blu,  e facendo tenere  discorsi commemorativi dai calciatori e dal sindaco. Al cordoglio, ovviamente si è aggiunto anche il management dell’impresa  organizzatrice dell’evento il cui nome è stato più volte ripetuto. 

Lontano da me il sospetto che lo sgomento non abbia coinvolto l’azienda , il sindaco e i calciatori. Certamente tutti avrebbero preferito lasciare i palloncini con i colori della bandiera francese a  terra. Ma è un fatto che la prontezza sulla commemorazione ha aumentato enormemente  l’efficacia   del marketing,   della promozione e  del consenso  . Del resto le regole del mercato sono universali e uguali per tutti. Le modalità necessarie a realizzare  profitti sono le stesse  sia per chi deve vendere un servizio di distribuzione dell’energia, sia per chi vende  armi all’Isis. Ovviamente è da sottolineare con forza che  le finalità di tali commerci sono ben diversi . Un conto è vendere energia, anche pulita,  un conto è vendere strumenti di morte.   

I commercianti d’armi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi, dell’Inghilterra, della Russia, della stessa Francia , hanno realizzato profitti enormi vendendo le armi al Califfato.  Gli   attentati di Parigi sono una convincente dimostrazione di come bene funzionino quegli ordigni.  Altri Paesi invece, come la Turchia, che  affermano di impegnarsi strenuamente contro lo Stato Islamico, non si fanno scrupoli nell’approvvigionarsi di petrolio sottobanco ,proprio dai giacimenti siriani e iracheni gestiti dai jihadisti, finanziando così la loro cieca  follia. E'  il mercato bellezza!  La commemorazione di sabato è stata per certi versi surreale, un corto circuito per cui  in  un evento di “mercato”, si è condannato  un obbrobrio che lo stesso mercato ha generato .  

Retorica e un pizzico di ipocrisia hanno accomunato la commemorazione di Frosinone con quelle succedutesi  in tutto il mondo.  La solita denuncia, trita e ritrita,   dell’attacco al nostro civile stile di vita,  alle semplici  libertà  di poter assistere ad una partita di calcio, o partecipare ad un concerto, o semplicemente frequentare un bar, un ristorante,  ha riempito etere e giornali.  Non sarà che chi vive nelle periferie, nelle banlieu  - proprio perché impossibilitato a partecipare a quello stile di vita o a mangiare tutti i giorni,  per colpa  della povertà e della precarietà che la profonda disumanità della tirannia  liberista gli impone -decide di ribellarsi affidandosi a chi almeno gli offre spiragli di rivalsa anche se malsani? 

Ed infine come mai gli stessi palloncini non sono volati in cielo  per commemorare le 224 vittime dell’aereo russo precipitato nel Sinai, abbattuto dall’Isis il 31 ottobre scorso? Eppure i colori della bandiera russa sono gli stessi di quella francese bianco rosso  e blu.  Come si può ciarlare di integrazione culturale e religiosa se la nostra civiltà superiore non rende   uguali neanche i morti, oltre chi i vivi?

domenica 15 novembre 2015

Abbiamo fatto qualcosa per evitare tutto ciò?

Simonetta Zandiri


Abbiamo fatto qualcosa? No. 
Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No. 
Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, 
al contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’importazione di ARMI vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paesi che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.
Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza."


Sfascio della sanità. Le responsabilità della politica ciociara sono eclatanti.

Francesco Notarcola – Coordinamento provinciale della sanità.


Lunedì 16 c.m. i medici dell’ospedale “Fabrizio Spaziani” si riuniranno in assemblea per denunciare la gravissima situazione  del presidio ospedaliero Frosinone - Alatri. L’emergenza sanitaria è drammatica. L’efficienza e la funzionalità delle sale   operatorie non sono più garantite per carenza di personale. Il diritto alla salute non c’è più.  Lo sfascio sanitario dilagante avvolge tutte le strutture ospedaliere ed il caos regna sovrano ovunque. Vengono coinvolti anche servizi eccellenti come quello della terapia anticoagulante orale. Per la prima volta, dopo più di dieci anni, questo importante servizio salvavita si intende ridurlo a quattro giorni la settimana. E’ stata anche sospesa la raccolta del sangue dopo il pensionamento del responsabile del Centro trasfusionale aziendale.
Questa realtà non può essere modificata trasferendo personale, come qualcuno ha scritto. Il trasferimento del personale delle strutture chiuse non ha mai apportato alcun giovamento all’organizzazione dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali.  Anzi ha comportato un peggioramento.  Occorre ben altro.
Questi sono i risultati della cura voluta  Zingaretti che ha giudicato ottimo il lavoro svolto dalla manager della asl qualche settimana prima di emettere il decreto di sostituzione.
Questa sconvolgente realtà chiama in causa le grandi responsabilità dei sindaci, dei consiglieri regionali e dei parlamentari di questa provincia che hanno sempre approvato, sostenuto, condiviso e difeso ovunque l’operato della manager, della cabina di regia e del Presidente  della Regione Lazio.
L’ospedale di Frosinone, inaugurato il 10 dicembre del 2010, descritto come una struttura moderna e come fiore all’occhiello della sanità regionale, che doveva diventare di eccellenza e di qualità,  è ormai ridotto a poco più di una infermeria precaria.
Il sindaco del Capoluogo, presidente della conferenza locale della sanità, non si pone alcun problema. Fa finta di niente,  dorme e pensa ad altro, come del resto fanno i suoi colleghi. Se avesse dato attenzione alla difesa del diritto alla salute dei cittadini, suoi elettori, come è stato attento e puntuale alle richieste di costruzione di nuovi mostri di cemento, che distruggono le ricchezze culturali e storiche della nostra Città, non saremmo arrivati a questo punto di non ritorno.
Il Coordinamento fa appello a  tutti i cittadini della provincia, alle associazioni ed ai comitati di ogni comune affinchè possa crescere   l’impegno la mobilitazione per fermare la deriva, il caos e lo sfascio della sanità ciociara, che sembra inarrestabile. Non possiamo più permettere   che adulti e bambini debbano rischiare la loro vita. Gli indifferenti diventano complici.
L’ordine dei medici non può rimanere alla finestra. Occorre dal vita ad un’ energica e produttiva azione di sinergia,  insieme all’associazionismo ed a tutte le persone coscienti e responsabili, per aprire un futuro alla sanità e alla ripresa di questa provincia.
per invertire una tendenza disastrosa che ci colpisce senza pietà e ci condanna ad una condizione indegna e incivile.

Il Coordinamento darà vita , nei prossimi giorni, ad un programma di impegni e di iniziative a difesa degli interessi e dei bisogni sanitari, economici e sociali delle nostre genti.

Video  Luciano Granieri