Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 13 settembre 2016

Lettera di solidarietà all'ANPI dei Presidenti dei Comitati nazionali per il No



I Comitati direttivi per il No nel referendum costituzionale e contro l'Italicum, riuniti insieme, esprimono piena solidarietà al Presidente dell'Anpi Carlo Smuraglia che ha giustamente e correttamente difeso il valore politico e morale dell'Anpi contro attacchi inaccettabili, sintomo di un ulteriore imbarbarimento del clima politico.
L'Anpi è un'associazione che merita rispetto perché ricorda a ciascuno di noi i sacrifici occorsi per conquistare una società con regole democratiche alla cui base c’è la Costituzione della nostra Repubblica che oggi si vorrebbe manomettere pesantemente, al punto da cambiarne, in profondità, il carattere parlamentare con il concorso dell'Italicum.
Del resto sono note le pressioni, in particolare di settori della finanza internazionale, per ottenere modifiche degli assetti democratici nella direzione di un accentramento dei poteri di decisione nelle mani del governo.
Governabilità e rappresentanza dei cittadini debbono avere un equilibrio, fino ad oggi ben risolto dalla Costituzione, che si vorrebbe invece stravolgere con leggerezza, imboccando una via da cui sarebbe difficile tornare indietro.
Il problema, come ha ricordato giustamente l'Anpi, non è il cambiamento della Costituzione. Il problema è se e come il cambiamento si risolva in un accentramento dei poteri dell’esecutivo a danno del Parlamento.
In tal caso è essenziale che il cambiamento venga bloccato da un secco No delle italiane e degli italiani.
Ci conforta la ferma posizione dell'Anpi che non solo apprezziamo ma sosterremo con determinazione.

Roma, 13 settembre 2016

Prof. Alessandro Pace

Prof. Massimo Villone

La dura repressione che si porta appresso Renzi

Luigi De Magistris



Ieri il Teatro San Carlo era circondato da centinaia di donne e uomini delle forze dell'ordine per la presenza del Presidente del Consiglio. Questa è l'immagine costante che accompagna il premier nei suoi spostamenti pubblici. Mai vista tanta contestazione sociale così diffusa in tutto il Paese nei confronti di un premier. Utilizzo di migliaia di persone delle forze dell'ordine ogni settimana. Ieri Renzi in teatro era anche marcato stretto ed accompagnato, potremmo dire scortato, dal Commissario su Bagnoli Salvo Nastasi che non lo mollava un attimo ed aveva molta cura e premura nel presentargli tante autorevoli personalità. Un gran cerimoniere senza dubbio. In tutto questo scenario ieri anche una Consigliera Comunale, Eleonora De Majo, in Galleria Umberto è stata colpita negli scontri tra attivisti sociali - che contestavano duramente Renzi - e le forze dell'ordine. Sono immagini che non ci piacciono. Napoli ogni giorno nel conflitto sociale individua mediazioni apprezzabili con il contributo di tutti. Quando c'è il premier tutto cambia. Pezzi di città vengono militarmente occupati. A Napoli il livello di cooperazione istituzionale è di alto livello. Ed abbiamo grandissimo apprezzamento per le donne e gli uomini delle forze dell'ordine che ogni giorno operano in una città complicatissima in condizioni difficili anche con carenza di mezzi e personale. Centri sociali e movimenti sono per noi elemento costituivo del riscatto della nostra città. La non violenza e la declinazione pacifista è la strada che la città ha preso senza esitazione. La repressione constatiamo è molto dura quando Renzi si muove. Il dissenso politico, istituzionale e sociale che il premier non tollera, non può essere represso con eccesso di durezza. In questo momento esprimiamo solidarietà ai feriti ed in particolare alla Consigliera De Majo.

“ Costituente cittadina per un raggruppamento civico delle forze democratiche e progressiste”


Nel 2017, a Frosinone, ci saranno le elezioni comunali.
Una stagione lunga venti anni ha visto alternarsi al governo della Città un centro sinistra, sostenuto da forze di destra (15 anni);  un centro destra  (5 anni) che ha  sprofondato il Capoluogo nell’abbandono, nel degrado e nel caos.
Sulla città e  sui cittadini potrebbe abbattersi, ancora una volta, il solito tsunami.
Un pugno di notabili, peraltro sempre gli stessi,  dietro i soliti partiti di destra e di sinistra faranno incetta di avvocati,  di medici, di ingegneri,  di architetti , di imprenditori palazzinari e di  quanti  abbiano un “pacchetto” di clienti, per ottenere  un posto in prima fila  in Consiglio Comunale, dove restare in silenzio religioso.
Infatti, in questi 20 anni, tutte le GESTIONI della cosa pubblica , comunque denominate, sono state al servizio delle potenti famiglie locali e dei paesi vicini, che hanno aggredito e saccheggiato il territorio con la speculazione edilizia ed altro.
 Queste impure alleanze tra politica ed affari,  hanno  ridotto Frosinone in uno stato pietoso.
 Questo modo di gestire la Città ha distrutto tesori enormi di cultura e di storia, impedendo l’avvio di uno  sviluppo democratico e civile, economico ed occupazionale di Frosinone e dei comuni limitrofi.
I capi bastone dei soliti partiti, in  gara tra loro,  continueranno ad   accaparrarsi candidati tra le famiglie “numerose”, puntando a mettere in piedi il numero più alto possibile di liste elettorali.
Se ancora una volta, anche nel 2017, succederà tutto questo,  il voto  sarà quello di clienti e familiari, al massimo di amici.  Certamente non quello di cittadini.
Eppure il risultato di questo ricorrente tsunami è già sotto gli occhi di tutti.
Frosinone è in fondo a tutte le classifiche sulla qualità della vita ed è uno dei posti dove si vive peggio in Italia.  Una piccola città che non è a misura d’uomo ma è a misura di affare e malaffare.
In questi decenni  l’associazionismo cittadino, erede e sostenitore del raggruppamento civico “ Frosinone bene comune”, che ebbe il consenso di migliaia di elettori,   ha condotto, senza soluzione di  continuità, grandi battaglie  progressiste e democratiche , conquistandosi  un ruolo di primo piano nella difesa dei diritti costituzionali dei cittadini ( Lavoro, sanità, scuola, cultura, servizi sociali, gestione idrica, archeologia, ecc.)
In tutti questi momenti  i sindaci, le giunte e i consiglieri in carica si sono schierati sempre contro le proposte e gli obbiettivi richiesti ed avanzati dai cittadini e dal popolo del Capoluogo. Non solo. Essi hanno operato per contrastare ed annullare la vita ed il ruolo delle associazioni fino a cancellare, di fatto,  la Consulta comunale, voluta e istituita con delibera  consiliare.
Chi in questi anni si è impegnato in prima persona, dalla sanità all’acqua, dal lavoro ai rifiuti, cittadino tra i cittadini, a difesa dei diritti delle persone e con l’idea di una città finalmente a misura d’uomo; chi  in questi anni si è scontrato con il muro di gomma di istituzioni sorde ai diritti ed ai bisogni dei cittadini, non può che auspicare che nel 2017 non si ripeta, come una sorta di castigo divino, quanto avvenuto nel passato.
Ma auspicare non basta.
Perché queste elezioni comunali del 2017 cadono al termine di un processo di cosiddetta riforma delle autonomie locali che nella sostanza e nella forma svuota le concrete possibilità per le comunità di governare il proprio territorio, di scegliere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
Le politiche di bilancio adottate da tutti i governi, sedicenti di destra e di sinistra, hanno scaricato il debito sui territori strangolando le amministrazioni.
Le cosiddette riforme,  svuotano e trasformano i comuni in stazioni appalti in cui gli stessi contratti, i capitolati tecnici, i costi e le tariffe sono decise altrove, da “autorità” non elette da nessuno, pagate dai gestori e sotto il diretto controllo della Presidenza del Consiglio.
 Ma denunciare i meccanismi perversi e niente affatto democratici delle elezioni, auspicare un cambiamento non può bastare.
Le elezioni di Frosinone,  per  il ruolo che ha o  che dovrebbe avere il Capoluogo, hanno un rilevante valore politico provinciale e regionale.  Basta  pensare alla gestione del Servizio idrico Integrato, alla sanità, ai rifiuti, ecc. Una gestione democratica, partecipata e condivisa, sarà un messaggio di rinnovamento della politica e del modo di gestire la cosa pubblica per tutti i comuni. 
Senza unità tutto ciò sarà vano
Ora occorre che i cittadini, a cominciare da coloro che, cittadini tra i cittadini, sono impegnati nel concreto delle mille battaglie che segnano le facce della qualità della vita, si assumano il compito di costruire un’alternativa fondata sulla partecipazione diretta dei cittadini al governo della città.
Governare una Città non è cosa facile per nessuno. E tanto meno ci si può illudere di farcela con qualche persona esperta o  con professionisti pur  validi  e onesti. Serve costruire un sistema di partecipazione popolare , articolata nei quartieri e nei luoghi di lavoro che discuta, decida e sostenga le scelte decisive  del nuovo governo locale.

E’ ora che nessuno deleghi la propria rappresentanza a nessun notabile; che nessuno voti per fare un favore al parente o all’amico; che nessuno si offra di fare numero per assicurare a questo o a quel capo-bastone quella manciata di voti che spera di raccattare.

L’idea è quella di aprire un dialogo tra tutte le associazioni ed i liberi cittadini, in tutti i quartieri, in tutti gli ambiti specifici, per costruire un programma di governo condiviso, scritto con i cittadini e fondato sull’obiettivo di rendere Frosinone a misura d’uomo ed un posto dove sia dignitoso vivere.
Significa individuare, insieme, dal basso, coloro che si prodigano ad attuare nell’istituzione questo programma, non come delegati a fare ma come terminali istituzionali dei cittadini e della loro volontà.
Significa immaginare un’amministrazione determinata – a dispetto dei poteri forti e delle leggi ingiuste – a perseguire il bene comune e la giustizia sociale.
Significa costruire un Consiglio Comunale ed una Giunta Comunale espressione diretta dei cittadini, legati ad un programma fatto non di promesse ma di obiettivi condivisi e programmati nel tempo e nello spazio di cui rendere conto ai cittadini.
Significa costruire un’amministrazione di lotta che, a dispetto dei poteri economici e dei governi … governi con i cittadini e per i cittadini.
E’ evidente come questo percorso sia incompatibile con l’attuale quadro politico ed istituzionale e non sia riducibile alle logiche della politica politicante.
In un quadro totalmente estraneo alle vecchie logiche di schieramento, gli  unici valori irrinunciabili sono quelli che accomunano tutte le associazioni che lavorano nel sociale: solidarietà, democrazia, partecipazione, equità, integrazione, accoglienza, giustizia sociale e pace.
Tutto ciò potrà essere realizzato se l’unità vincerà sulla divisione, sulle ambizioni personali e di gruppo, per affermare gli interessi generali della città di Frosinone e della sua popolazione.

Deve essere chiaro, questo percorso come unico obiettivo la vittoria alle elezioni, la possibilità ora e subito  di praticare il cambiamento.
E perché questa non sia solo una illusoria velleità è necessario che tutti vi partecipino con la necessaria generosità delle proprie idee la dove le idee degli altri divengono strumento di crescita personale e collettiva.
Solo se sapremo dare carne e sangue a questa utopia potremo vivere un sogno.

Il  Comitato promotore (Associazioni e cittadini   riunitisi il 29 agosto e il 5 settembre 2016)


N.B. Le associazioni ed i cittadini che condividono questo comunicato-appello, sono invitati a dare la loro adesione.

contatti: aut.frosinone@gmail.com
              notarfranc31@libero.it
              piafrate@libero.it

di seguito  un video realizzato da Ciocieconleali Web TV, che ripercorre, in un allegro funerale, gran parte dei problemi di Frosinone e descrive con dei flash le nostre lotte. 

lunedì 12 settembre 2016

Rifiutiamoci

Associazione culturale Oltre l'occidente 






Mercoledì 14 settembre alle ore 16 presso la Tenda in p.zza VI dicembre conferenza stampa sulla gestione dei rifiuti a Frosinone. 

I cittadini applicano l’articolo 24 del Regolamento per l’applicazione della tassa sui rifiuti Tari, nel quale si specifica che “il tributo è dovuto nella misura del 20% della tariffa nei periodi di mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti, ovvero di effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento”

Preso atto della insufficiente e mai progressiva raccolta differenziata rispetto ai livelli annunciati nel Capitolato Speciale d’appalto SERVIZI DI RACCOLTA E TRASPORTO DEI RIFIUTI URBANI ED ASSIMILATI, NETTEZZA URBANA ED AFFINI, dove è riportato che la società che gestisce il servizio dal gennaio 2015 deve conformarsi nell’assicurare la raccolta dei rifiuti. In tal senso l’Ente corrisponde alla ditta vincitrice del bando oltre 26milioni di euro per svolgere anche la raccolta differenziata, generale e porta a porta; per l’edificazione di un’isola ecologica permanente; per raggiungere entro il terzo anno di gestione il 65% di raccolta differenziata attraverso un percorso che prevede l’ottenimento del 50% nel primo anno, il 60% nel secondo; 

Considerato in realtà che la ditta vincitrice dell’ultimo bando si occupa dei rifiuti della città sin dall’anno 2008, avendo, in deroga e per il principio di continuità, provveduto ugualmente ad occuparsi di rifiuti e che il 18% di differenziata del 2011, descritto nel capitolato d’appalto, è il frutto dunque dell’attività dell’attuale gestore, quello che entro tre anni, cioè entro il 2018 dovrà raggiungere il 65%; 

Visto che le performance di differenziata che la suddetta ditta ha realizzato in cui ha iniziato l’attività per il Comune, dati Istat, sono: nel 2009 la differenziata era al 15,3%, nel 2010 al 16,8%, nel 2011 al 17,8% e nel 2012 si ha una regressione al 17,3%;

Visto che il capitolato prevede delle sanzioni per il non raggiungimento di tali obbiettivi. In particolare la società dovrà rimborsare ogni anno, da un minimo di 20mila euro ad un massimo di 30mila euro per ogni punto percentuale di differenza fra il risultato raggiunto e l’obbiettivo indicato;

Visto l’Art. 14 dello Statuto Comunale Politiche sociali e sanitarie “Il Comune pone al centro della propria azione amministrativa la tutela della persona. Concorre a garantire, nell’ambito delle sue competenze, il diritto alla salute”.

Considerato che il territorio di Frosinone è fortemente inquinato, e che ci si dovrebbe impegnare maggiormente per una raccolta differenziata e per il riciclo, e che la combustione dei rifiuti non è di per sé contrapposta o alternativa, ma solo un eventuale anello finale della catena di smaltimento evitando i trattamenti a caldo ovvero incenerimento tal quale o a valle di separazione e produzione di CDR e conferimento diretto in discarica; 

Vista la incapacità rilevata negli anni di assumere iniziative finalizzate all'incremento della r.d. dei rifiuti nonostante vi fosse in tal senso l'obbligo sancito a carico dei comuni anche da svariate disposizioni legislative, sia di dare piena attuazione ai capitolati dei vari bandi per la raccolta rifiuti;

Considerato quindi l’ingiustificato costo a titolo di “tariffa smaltimento rifiuti” per il conferimento, presso gli impianti di produzione del combustibile derivato da rifiuti, del materiale che avrebbe potuto essere destinato alla raccolta differenziata; 

Tenendo presente il Regolamento Anticorruzione che richiama una particolare attenzione nella scelta del contraente per l’affidamento di servizi in virtù del fatto che l’utilizzo dell'incenerimento può generare logiche speculative alternative agli obblighi di raccolta differenziata,


Video di Luciano Granieri


Leggi anche   Ravvedimento di un borghese piccolo piccolo

CGIL Arci e LIP per il NO al Referendum costituzionale

Coordinamento romano referendum costituzionale ed elettorale


Documento approvato dalla Assemblea generale della Cgil venerdì u.s. con la sua scelta critica verso le modifiche costituzionali e di votare NO,

Commento della Presidente dell'Arci Chiavacci

Documento  della Assemblea della LIP  scuola che riconosce l’assoluta necessità di contribuire alla campagna referendaria per il NO allo stravolgimento costituzionale

Il fronte del NO! si allarga.




Assemblea Generale Cgil Nazionale
 Roma 7 – 8 settembre 2016 
ORDINE DEL GIORNO

 La CGIL è partita da una discussione tutta di merito delle modifiche costituzionali, proposte volute dal Governo, approvate dal Parlamento e che saranno sottoposte al Referendum costituzionale, non volendo essere rinchiusa in una logica di schieramento o pregiudiziale. In tal senso andava l'ordine del giorno approvato dal Direttivo nazionale della CGIL il 24 maggio scorso. In questi mesi, a partire da quell'ordine del giorno, abbiamo organizzato centinaia di iniziative di confronto e approfondimento che hanno riscontrato anche posizioni diverse ma un consenso nei confronti dei giudizi espressi dalla Cgil. Per la nostra organizzazione, infatti, l’auspicabile obiettivo di superare il bicameralismo perfetto, che anche la CGIL richiede da tempo, istituendo una seconda camera rappresentativa delle Regioni e delle Autonomie locali, e di correggere le criticità della riforma del 2001, si è tradotto in un'eccessiva centralizzazione dei poteri allo Stato e al Governo.
 Il nuovo Senato, per composizione e funzioni, avrà difficoltà a svolgere l'auspicato e necessario ruolo di luogo istituzionale di coordinamento fra Regioni e Stato, essenziale a conciliare le esigenze di decentramento con quelle unitarie. Al Senato, infatti, non è attribuita congrua facoltà legislativa in tutte le materie che hanno ricadute sulle istituzioni territoriali e la sua stessa composizione non garantisce l'adeguata rappresentanza e rappresentatività di Regioni e autonomie. Pur condividendo l'intenzione di cambiare l'equilibrio dei poteri tra Regioni e Stato, definito dalla modifica costituzionale del titolo V nel 2001, l'esito finale è sbagliato: si passa da un eccesso di materie concorrenti ad una riduzione drastica della facoltà legislativa autonoma delle Regioni. 
La previsione, inoltre, che sia lo Stato a dettare le “disposizioni generali e comuni” su molte materie cruciali, potrebbe tradursi in una omologazione normativa, non necessariamente in positivo, che non lascia spazio a processi di innovazione e sperimentazione che possono scaturire da un sistema plurale e che meglio possono rispondere alle esigenze del singolo territorio. 
La possibilità, poi, per il Governo di attivare una corsia preferenziale, per i provvedimenti ritenuti essenziali per l'attuazione del programma, in assenza di limiti quantitativi e qualitativi (salvo l'esclusione di alcune materie), attribuisce al Governo un eccesso di potere in materia legislativa compensato solo parzialmente dall'introduzione di limitazioni alla decretazione d'urgenza e dalla previsione della determinazione di “diritti per le minoranze” e di uno “statuto delle opposizioni”, la cui definizione, però, è rinviata, senza alcuna certezza, al Regolamento della Camera stessa. Tale eccesso di potere non trova compensazione nelle disposizioni relative agli altri livelli istituzionali la cui capacità di incidere nel procedimento legislativo è limitata, né nella partecipazione diretta dei cittadini né in quella delle formazioni sociali. 
La semplificazione del procedimento legislativo che si voleva ottenere, con il superamento del bicameralismo perfetto, è vanificata dalla moltiplicazione dei procedimenti previsti a seconda della natura del provvedimento in esame. Una moltiplicazione che richiederà il consolidamento di una prassi e rischia di rendere lo stesso iter delle leggi oggetto di contenzioso davanti la Corte costituzionale. 
I nuovi criteri, infine, per l’elezione degli organi di garanzia – Presidente della Repubblica, Giudici della Corte costituzionale di nomina parlamentare, componenti laici del CSM – rischiano di essere subordinati alla legge elettorale, facendo così venir meno la certezza del bilanciamento dei poteri di cui la Costituzione deve essere garante, con la possibilità di determinare un restringimento del pluralismo e della rappresentanza delle minoranze. La CGIL, dunque, valuta la modifica costituzionale da una parte un’occasione persa per introdurre quei necessari cambiamenti atti a semplificare, rafforzandole, le istituzioni. E, dall’altra, giudica negativamente quanto disposto da tale modifica perché introduce, senza migliorare la governabilità né il processo democratico, un rischio evidente di concentrazione dei poteri e delle decisioni: dal Parlamento al Governo, dalle Regioni allo Stato centrale. Ferma restando la libertà di posizioni individuali diverse di iscritti e dirigenti, trattandosi di questioni costituzionali, dopo questi mesi di discussione sul merito della riforma, l’Assemblea generale della CGIL invita a votare NO in occasione del prossimo Referendum costituzionale. 
L’Assemblea generale impegna tutte le strutture a diffondere queste valutazioni. La CGIL e tutte le sue Strutture, nel preservare la propria autonomia, non aderiscono ad alcun Comitato e considerano, come sempre, fondamentale la partecipazione al voto e sono impegnate a promuoverla e favorirla tra le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, i giovani e i cittadini tutti.




Riforme: Chiavacci (Arci), no di Cgil allarga il fronte (ANSA) - ANCONA, 9 SET –

"Con il no che e' arrivato dalla Cgil si allarga il fronte di chi si oppone a questa riforma costituzionale". E' il parere della presidente dell'Arci Francesca Chiavacci, ad Ancona per una manifestazione assieme all'Anpi, e al suo presidente Carlo Smuraglia, per illustrare le ragione del no. "I motivi dell'impegno dell'Arci - ha detto Chiavacci - sono i soliti: noi ci siamo sempre impegnati per difendere la Costituzione, e l'Anpi e' una delle associazioni di riferimento per noi. Questa riforma non va bene perche' restringe la partecipazione dei cittadini, e sposta troppo potere all' esecutivo. Gia' oggi c'e' una crisi della rappresentanza politica, vedi l'astensionismo, e certamente questi gravi problemi di democrazia non verranno risolti con questa riforma. Dobbiamo ripensare tutti al patto sociale e ritornare ad un metodo migliore per parlare di riforme", ha concluso Chiavacci.(ANSA).







LIP  PARTECIPAZIONE ALLA CAMPAGNA REFERENDUM COSTITUZIONALE

L’assemblea riconosce l’assoluta necessità di contribuire alla campagna referendaria per il NO allo stravolgimento costituzionale e – ferma restando la ovvia autonomia di ogni Comitato locale della Lip – auspica che in tutte le situazioni, data la gravità degli esiti che provocherebbe una vittoria del Sì, si lavori congiuntamente, con il contributo di tutti, compreso (dove sarà possibile) quello degli interi “comitati dei referendum sociali”.
I Comitati Lip – finalizzandola ad un positivo esito della campagna – individuano la necessità di coniugare i temi della difesa della Costituzione a quelli della sua reale attuazione, poiché strettamente intrecciati: in primo luogo la scuola, perché non può esistere una scuola democratica senza un Paese democratico, né un Paese democratico senza una scuola democratica; ma anche il tema del lavoro e quello dell’ambiente che – tutti insieme – possono essere considerati un logico e conseguente corollario nella battaglia per la democrazia nel Paese.
A questo fine l’assemblea nomina due propri rappresentanti (Boscaino e Moretto) per un incontro con il Comitato promotore nazionale, che verrà richiesto al più presto, e costituisce un gruppo di lavoro (al momento composto da Presini, Guerra, Perrone, Ancona), che si occuperà della redazione di materiali specifici.
Infine, si decide di partecipare alla campagna anche attraverso la scheda informativa sul contenuto della riforma costituzionale già predisposta per gli studenti dall’Associazione nazionale Per la scuola della Repubblica, da far girare nelle scuole, unita ad altra analoga scheda che sarà predisposta per illustrare la “combinata” riforma dell’”Italicum”.

L'impeachment di Dilma: “Non piangere per me, Brasile”

Alejandro Iturbe Lit-Quarta Internazionale





Pochi giorni fa, il Senato brasiliano ha votato in modo definitivo l'impeachment di Dilma Rousseff. Cioè, l'ha rimossa dal suo incarico di presidente per assumere, ora come presidente costituzionale, Michel Temer.  
Questo fatto ha avuto forti ripercussioni non solo in Brasile ma in tutto il mondo. Nei giornali e neii mass media virtuali proliferano le analisi sul significato e sulle prospettive aperte da questo avvenimento. Il Pt, estromesso dal governo, denuncia quanto accaduto e se ne lamenta. Ma ciò che richiama l'attenzione è che la maggioranza della sinistra non petista (che fino a poco tempo fa si posizionava come “opposizione di sinistra” ai governi) ripete e perfino amplifica quei lamenti.  
È il caso del deputato federale Iván Valente, uno dei principali dirigenti del Psol che, nella sua pagina facebook, ha postato un video affermando che si è trattato di un “giorno di lutto per il Brasile”. Con lo stesso tono, dirigenti di altre organizzazioni hanno parlato di “un giorno molto triste” e “cupo”.
  
Il “discorso” del Pt  
Cominciamo con la fonte di questi lamenti, cioè lo stesso Pt. Quando fu avviato il procedimento giudiziario e parlamentare che avrebbe portato alla destituzione di Dilma, il Pt lo denunciò sin da subito come un “golpe di destra”; tesi che Dilma ha mantenuto fino alla fine, nel suo ultimo discorso come presidente nella sessione del Senato.
Si è trattato, in realtà, di un “discorso” nel senso che il filosofo e pensatore francese Michel Foucault dava a questo concetto. Per lui, la produzione del “discorso” consisteva in “un certo numero di procedimenti aventi la funzione di schivare la pesante e temibile materialità” dei fatti. Cioè, la vera realtà ed i suoi processi.
Quale “materialità” pretendeva di “schivare” il Pt? La prima è che, dopo anni di servizio fedele alla borghesia, quest'ultima lo scartava come strumento per esercitare il suo dominio dello Stato e del governo, nel quadro della crisi economica, sociale e politica vissuta dal Brasile. E lo faceva all'interno dei meccanismi dello stesso regime politico costituzionale borghese (che il PT medesimo aveva cercato di rafforzare), senza modificarlo nella sua essenza né sul piano istituzionale. 
La seconda è che, a causa della frustrazione e del malessere dovuti alle promesse disattese di “cambiamento”, a causa dei duri attacchi alle masse che la crisi economica lo obbligava a realizzare al servizio della borghesia (nonostante Dilma avesse promesso durante la campagna elettorale per la sua rielezione che “non lo avrebbe mai fatto”), le masse hanno smesso di considerare il Pt come il loro partito e il governo del Pt come un loro governo. Così, c'è stata una rottura di massa col partito ed il governo, ed è cominciata una lotta contro di essi.
Il discorso del “golpe” fu un tentativo di “schivare”, o attenuare, queste due realtà. Da una parte, il Pt cercava di convincere la borghesia di essere ancora necessario e, dall'altro lato, faceva appello alle masse affinché non rompessero (o comunque contenessero la rottura) paventando un “pericolo maggiore” da affrontare insieme. 
In realtà, in tutto questo processo, il Pt non ha mai agito come chi affronta un golpe reale: si è sempre mantenuto nel gioco “istituzionale”, e le mobilitazioni che invocava erano in realtà un elemento al servizio di quel gioco. Allo stesso tempo, non è riuscito a frenare la rottura delle masse, fondata sulla corretta percezione del tradimento subito. Le masse, che avevano votato per lei, non volevano il ritorno di Dilma. Per la combinazione di questi elementi, le mobilitazioni contro il supposto golpe si sono ridotte a fatti puramente sovrastrutturali riguardanti l'apparato del Pt e militanti di altre organizzazioni della sinistra. 
Scartato oggi dalla borghesia ed abbandonato dai lavoratori e dalle masse, il governo del Pt muore senza gloria (sebbene con tanta pena, ingiustificata, da parte dei suoi militanti e della maggioranza della sinistra). È l'unica spiegazione logica al fatto che un congresso corrotto e screditato abbia potuto destituire Dilma senza che le masse muovessero un dito in sua difesa.  
D'altra parte, la “maschera” del golpe è caduta di fronte ad altre “materialità” che mostrano la verità rispetto a quanto è accaduto. Una di esse, rispetto alla quale un'immagine vale più di mille parole, è la foto di Dilma che chiacchiera gentilmente col senatore Aécio Neves (una delle principali figure della “destra golpista”) in un intervallo della sessione del Senato che la destituì. La seconda, è il fatto che il Pt, in più di mille comuni, ha formato alleanze con partiti “golpisti” per le prossime elezioni municipali. La terza è che la destituzione si è avuta senza che siano stati tolti a Dilma i diritti politici per 8 anni (così come indica la Costituzione). Cioè, lei conserva i privilegi di ex presidente (un alto salario per tutta la vita, due auto ed otto impiegati pagati dallo Stato) e potrà candidarsi a ricoprire incarichi politici (ha già annunciato che si presenterà come candidata a senatrice per il Rio Grande do Sul nel 2018). Certamente, e da entrambi le parti, un modo molto speciale di realizzare un “golpe”.

E la sinistra non petista?      
La sinistra non petista ha assimilato e ripetuto il discorso del Pt. Addirittura lo amplifica e gli dà un tono più drammatico. Nella pagina già citata di Iván Valente, è pubblicato un articolo il cui titolo è di per sé molto eloquente: “Il golpe del 2016 segna il più grande regresso della democrazia in Brasile dal 1964” (data del golpe militare che abbattè João Goulart, instaruando una dittatura cruenta che durerà fino al 1985).
Altre organizzazioni attenuano un po' questa definizione e parlano di “golpe istituzionale” o “di palazzo” nel quadro di “un'onda reazionaria”. Ma le analisi e le conclusioni politiche vanno nello stesso senso: i lavoratori e le masse (e allo stesso modo la sinistra) hanno sofferto una dura sconfitta. Peggio ancora, si tratterebbe di una sconfitta senza lotta poiché le masse sarebbero state guadagnate alla prospettiva della destra o, come minimo, sarebbero passive e demoralizzate di fronte al “golpe”. Per questo motivo, la borghesia e la destra stanno “sull'offensiva”, noi stiamo “sulla difensiva” e dobbiamo agire di conseguenza.
  
Una catena di falsi ragionamenti  Le analisi e le conclusioni di questa sinistra rappresentano una catena di ragionamenti sbagliati.
Il primo di essi è che resta valida la caratterizzazione del “golpe”, perché il voto di 61 senatori è valso di più di quello dei 54 milioni di brasiliani che votarono per Dilma. Questo quadro verrebbe aggravato dal fatto che le accuse contro Dilma non sarebbero state provate. Qua, in maniera liscia e spontanea, si realizza un “abbellimento” della democrazia borghese e dei suoi meccanismi istituzionali. Si abbandona un concetto di Marx e Lenin: “perfino la più democratica delle repubbliche borghesi è una dittatura del capitale”.
Ovviamente, per le masse, una democrazia borghese con certe libertà ed il diritto di voto è molto meglio che una dittatura. Per questo, quando ci sono golpe reali difendiamo quel regime politico ed i suoi governi di fronte ai golpe. Ma questo non elimina la realtà, e cioè che ogni democrazia borghese si basa su “golpe” [nel senso generale di “colpi”; ndt] ed inganni permanenti ai desideri e alla volontà delle masse.
Dilma, per esempio, fu eletta nel 2014 dicendo che non avrebbe mai attaccato le conquiste ed i diritti dei lavoratori. Ma, appena eletta, nominò come ministri con portafogli molto importanti diversi rappresentanti dell'alta borghesia, come l'economista Joaquim Levy, alle Finanze, e la rappresentante del commercio agroalimentare, Katia Abreu, all'Agricoltura, ed iniziò ad attaccare le conquiste e i diritti. Fu o no un “colpo” alla volontà popolare dei 54 milioni che l'avevano appoggiata? Sia detto di sfuggita, ricordiamo che (realtà occultata dal discorso di Dilma) nel 2014 risultarono eletti, nelle liste col Pt, anche Michel Temer e tutta una parte dei deputati e senatori “golpisti”; cioè, in quelle elezioni, Dilma ed il Pt avrebbero cominciato a preparare il supposto golpe del 2016.
Il problema principale, tuttavia, è il metodo scorretto di analisi che utilizza questa sinistra per definire ciò che chiamiamo “rapporti di forze” tra le classi sociali. È un'analisi che considera solo i fatti sovrastrutturali: si destituisce un governo che si suppone più progressivo e dotato dell'appoggio popolare, e lo si rimpiazza con un altro più reazionario e di destra. Abbiamo già detto che, per noi, questo non significa un golpe, perché si dà all'interno dell'attuale regime politico e senza modificarlo. Ma il punto principale è che a nostro avviso i rapporti di forza non vanno misurati sul terreno della sovrastruttura bensì su quello della lotta di classe.
E la realtà indica che dalle grandi mobilitazioni del giugno 2013 il regime di dominio della borghesia brasiliana dimostra profondi elementi di crisi. Situazione che né le elezioni del 2014 né l'impeachment di Dilma è riuscita a chiudere. Al contrario, il governo di Temer, per le sue stesse contraddizioni ed il suo scarso appoggio di massa, è più debole e fragile di quello di Dilma.
L'altra componente centrale della questione è che i lavoratori e le masse non sono state sconfitte nella lotta. Dal 2013 esiste un processo di aumento considerevole del numero di scioperi e conflitti. E se questo processo non avanza ulteriormente e non dà un salto non si deve alle masse, ed alla loro supposta sconfitta o demoralizzazione, bensì alla politica delle direzioni delle principali organizzazioni della classe, come la Cut ed altre centrali sindacali.
Questo fatto (la lotta delle masse) è accompagnata da uno degli elementi più progressivi e positivi della realtà: la rottura dei lavoratori e delle masse col Pt e la sua politica di collaborazione di classe con la borghesia e l'imperialismo. Sta cadendo il grande ostacolo che impediva la crescita e lo sviluppo di una vera sinistra socialista rivoluzionaria. 
Risulta ovvio che il primo processo non implica automaticamente il secondo, tuttavia offre  condizioni molto migliori in quel senso. Eppure, invece di appoggiarsi su questo corso progressivo della coscienza delle masse, la maggioranza della sinistra, con gli argomenti della lotta contro il golpe e l'onda reazionaria, si abbraccia al Pt ed ai suoi governi, nel momento della sua agonia e caduta. Da qui, i suoi toni mesti di fronte alla destituzione di Dilma. In questo modo, la maggioranza della sinistra, al di là delle sue intenzioni, finisce per svolgere un ruolo di diga di contenimento e di freno nella costruzione dell'alternativa rivoluzionaria di cui hanno bisogno i lavoratori. 
Ed ora?  
Questi dirigenti ed organizzazioni sostengono che per il momento la priorità consiste nel lottare contro le misure governative e per cacciare Temer. Siamo totalmente d'accordo con questo ed agiamo di conseguenza, spingendo ed intervenendo (senza alcun settarismo) in ogni lotta che vada in quella direzione (come l'azione unitaria delle centrali sindacali dello scorso 16 agosto o la lotta contro i licenziamenti nell'impianto della Mercedes Benz nell'Abc).
In questo quadro, vogliamo fare delle considerazioni. La prima è che per noi occorre tentare di lottare sul serio per sconfiggere le misure di Temer e lo stesso governo. Ad esempio, attraverso la costruzione di un sciopero generale che permetta di condurre questa lotta alla vittoria.
Poiché anche nella cornice dell'unità d'azione contro il governo è necessario differenziarsi dal Pt e dalla Cut che “lottano” al servizio della loro vera politica: lasciare che il governo Temer faccia lo sporco lavoro di accomodamento e preparare il fronte elettorale affinché Lula torni ad essere eletto nel 2018. La maggioranza della sinistra non petista ritiene che questa differenziazione sia “settaria”.
Allo stesso tempo, la lotta contro il governo Temer e le sue misure deve posizionarsi all'interno di una prospettiva strategica molto più offensiva: la presa del potere per i lavoratori e le masse oppresse. Cioè, non solo la sconfitta del governo Temer bensì quella dell'insieme di questo regime corrotto e putrefatto al servizio del capitalismo, per installare un nuovo regime (sulla base di istituzioni completamente differenti) ed iniziare la costruzione di un nuovo tipo di Stato, al servizio dei lavoratori e delle masse popolari. Cioè, la prospettiva strategica della rivoluzione socialista.
Gran parte della sinistra non petista ha abbandonato, o non ha mai avuto, questa strategia e pertanto, tenta solo di “resistere” e “radicalizzare la democrazia” (nelle cornici delle istituzioni della democrazia borghese). Un'altra parte afferma di tener presente la suddetta prospettiva strategica, ma che i “rapporti di forza” ed il “ritardo della coscienza delle masse” impedirebbero di porla come strategia presente. In entrambi i casi, le proposte si limitano allora a “resistere” per obiettivi molto più limitati e per un lungo periodo.
Non siamo “religiosi” né volontaristi: sappiamo che la rivoluzione socialista può darsi solo attraverso la combinazione di una serie di fattori oggettivi e soggettivi. Sappiamo anche che le masse cominciano la loro lotta non sulla base di obiettivi strategici ma delle loro necessità più immediate. Quello che intendiamo dire è che le masse brasiliane non sono sconfitte e che stanno facendo un'esperienza accelerata della realtà del capitalismo e delle sue conseguenze. Pertanto, ci fidiamo tanto delle sue forze come della sua capacità di imparare dalla realtà ed avanzare nella sua coscienza ed organizzazione. In questo quadro, la strategia della rivoluzione socialista dev'essere più presente che mai e non va posticipata a un futuro indeterminato, così come ci propone la maggioranza della sinistra brasiliana coi suoi lamenti e brontolii.
In questo processo, la destituzione di Dilma sarà appena un episodio e non la “tragedia” o la grande sconfitta dipinta da quella sinistra. Parafrasando l'opera Evita, diciamo: “Non piangiamo per lei, Brasile”.
(Traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)

domenica 11 settembre 2016

11 SETTEMBRE 1973 SALVADOR ALLENDE VIENE ASSASSINATO

Giorgio Cremaschi


11  SETTEMBRE 1973 SALVADOR ALLENDE VIENE ASSASSINATO IN CILE DA UN GOLPE SANGUINARIO ORGANIZZATO DA MILITARI E FASCISTI, PADRONI E DEMOCRISTIANI, CIA E MULTINAZIONALI.


Oggi è importante ricordare quella data per almeno due ragioni di fondo. 

La prima è che il Cile sotto la sanguinaria dittatura di Pinochet divenne la cavia della prima sperimentazione liberista del secondo dopoguerra. Camminando sopra le decine di migliaia di cadaveri di sostenitori del governo socialista democraticamente eletto, i Chicago boys di Milton Friedman giunsero in Cile per gestire la politica economica del tiranno. E sperimentarono la distruzione del sistema pensionistico pubblico, della sanità e di tutti i servizi sociali , la privatizzazione in favore delle multinazionali di tutto il sistema produttivo a partire dalle ricche miniere di rame, la cancellazione di ogni diritto per il lavoro. La cavia cilena servì a sperimentare le ricette e le dosi delle politiche liberiste, che poi dilagarono in tutto il mondo e che oggi più che mai confermano la loro natura intrinsecamente criminale. Politiche liberiste che in Europa hanno avuto un nuovo impulso con l'uso come nuova cavia della Grecia, sottoposta alla dittatura bancaria della Troika

La seconda ragione per cui è importante e attuale il sacrificio di Allende e del suo popolo è che oggi ci stanno riprovando. In tutta l'America Latina, dopo quasi quindici anni di governi progressisti, è in atto una controffensiva reazionaria che vuole restaurare il dominio assoluto dei poteri e degli interessi che hanno sempre vessato i popoli di quel continente. I ricchi dei vari paesi , come sempre assieme alle multinazionali e alla finanza USA e UE, sfruttano il disagio ed il malcontento di una parte dei popoli per restaurare il liberismo più infame. E se per ora non sono i militari a fare i golpe, ma settori delle istituzioni, non cambia la sostanza degli obiettivi di chi, come nel 1973, vuole cancellare ogni conquista popolare nel nome del libero mercato e delle multinazionali che lo comandano. 

Dopo il golpe cileno le dittature militari liberiste dilagarono in tutto il continente, facendo centinaia di migliaia di vittime. Ed è bene ricordare che le alte gerarchie della Chiesa Cattolica in molti casi furono complici degli assassini, nel nome della lotta al comunismo. Fino alla benedizione ed al caldo sostegno che a Pinochet furono concessi da Giovanni Paolo II, che vergognosamente festeggiò sul balcone uno dei tiranni più sanguinari del dopoguerra. 
Ricordiamo tutto, perché la bestia immonda che ha massacrato Allende e il suo popolo è ancora viva e feconda.


video clip a cura di Luciano Graneri