Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 9 gennaio 2017

NON SI MUORE DI FREDDO MA DI ABBANDONO SOCIALE

 Agenzia Stampa CARC



Esistono norme di prevenzione e sicurezza per le calamità naturali e le emergenze climatiche del paese (piani di intervento in occasione di terremoti e frane, per ripulire dalla neve paesi e strade e soccorrere le zone più impervie e meno raggiungibili, piani territoriali di prevenzione del dissesto idrogeologico ecc) che non vengono applicate e seguite. Solo nella regione Toscana sono 400 mila gli alloggi vuoti, che si aggiungono ai centinaia di migliaia nelle altre regioni, che potrebbero essere utilizzati da un governo per mettere mano all’emergenza abitativa.
I senza-tetto morti per il freddo, così come gli enormi disagi di viabilità e i danni causati dal maltempo, le problematiche che quest’ultimo provoca alle popolazioni colpite dal terremoto (per via delle strutture poco idonee a resistere al freddo, soccorsi allo sbando, le attività dei piccoli produttori come l’allevamento non tutelate ecc) non sono effetti di eventi imprevedibili e straordinari: sono l’effetto della mala gestione del paese da parte di una classe dominante che non ha interesse e non trova profitto dal fare ciò che è necessario e negli interessi delle masse popolari. Basti guardare alla celerità con cui vengono stanziati miliardi per salvare i debiti di banche e speculatori finanziari (ultimo è il caso MPS!) e alle briciole che vengono destinate agli sfollati dei terremoti degli scorsi mesi, alla tutela del territorio, delle infrastrutture, all’emergenza abitativa e così via. Morti, disagi, sofferenze fanno tutti parte della guerra di sterminio non dichiarata che la classe dominante promuove a danno delle masse popolari, mentre sventola come spauracchio la paura del terrorismo. Nel frattempo i morti in casa nostra aumentano giorno dopo giorno: quelli per il freddo si aggiungono a quelli sul posto di lavoro, per la malasanità, la disoccupazione. Il vero terrorista, nel nostro paese, è la classe dominante che si lava la coscienza con l’elemosina del clero, piangendo lacrime di coccodrillo sulle disgrazie evitabili, con le passerelle televisive, le promesse di un futuro migliore che non può garantire mentre a mani basse approfitta e sfrutta, ruba e specula, inquina e devasta.
Sta alla classe operaia e alle masse popolari quindi prendere in mano le redini del paese, sta a tutti quegli organismi operai e popolari che già oggi resistono a questa guerra (esempio su scala nazionale sono le Brigate di Solidarietà Attiva, il Movimento NO TAV ecc), e che devono rivoltarla contro la borghesia stessa costruendo un proprio governo, un governo d’emergenza popolare che si occupi da subito dello stato d’emergenza in cui versa il paese.

domenica 8 gennaio 2017

2017: un anno in cui rievocare tre tristi anniversari palestinesi

Richard Falk

Solo una resistenza non violenta dei palestinesi al loro prolungato calvario e l’attivismo della società civile internazionale sembrano avere forse la capacità di adoperarsi per cambiamenti positivi dello status quo.

I palestinesi sembrano sempre più condannati a diventare sudditi, o al massimo cittadini di seconda classe, nella loro terra d’origine. L’espansionismo israeliano, l’incondizionato appoggio degli USA e l’impotenza dell’ONU si combinano per creare fosche prospettive per l’autodeterminazione dei palestinesi e per una pace negoziata che sia sensibile ai diritti e alle rivendicazioni sia dei palestinesi che degli ebrei.

Rievocare tre importanti anniversari da commemorare nel 2017 può aiutarci a comprendere meglio quanto questa dolorosa narrazione palestinese si sia sviluppata nel corso degli ultimi 100 anni.

Forse tali rimembranze possono persino incoraggiare la correzione degli errori passati e i deboli tentativi di trovare una via d’uscita, seppure in ritardo. Le iniziative più promettenti sono ora legate al crescente movimento di solidarietà internazionale impegnato a raggiungere una pace giusta per entrambi i popoli.

Per il momento, né le Nazioni Unite né la diplomazia tradizionale sembrano avere molto potere sul gioco delle forze sociali e politiche che si trovano al centro della lotta dei palestinesi. Solo una resistenza non violenta dei palestinesi al loro prolungato calvario e l’attivismo della società civile internazionale sembrano forse avere la capacità di esercitare cambiamenti positivi dello status quo.

1917

Il 2 novembre 1917 il ministro degli Esteri britannico, Arthur Balfour, venne convinto a mandare una lettera al barone Lionel Rothschild, uno dei principali sostenitori del sionismo in Gran Bretagna, in cui esprimeva il sostegno alle aspirazioni del movimento. Il concetto più importante della lettera era la seguente:

“Il governo di sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare per il popolo ebraico, e farà uso del proprio massimo impegno per agevolare la realizzazione di questo obiettivo, essendo chiaro che non deve essere fatto nulla che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”.

Una prima e scontata osservazione è per quale motivo la Gran Bretagna si sia attivata per prendere una simile iniziativa nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale. La risposta più immediata è che la guerra non stava andando molto bene, alimentando nei dirigenti inglesi la convinzione e la speranza che, schierandosi con il movimento sionista, avrebbero incoraggiato gli ebrei in tutta Europa a sostenere la causa degli alleati, soprattutto in Russia e in Germania.

Una seconda motivazione era favorire gli interessi britannici in Palestina, a cui l’allora primo ministro Lloyd Geroge guardava come strategicamente vitale per proteggere la via commerciale terrestre verso l’India così come salvaguardare l’accesso al Canale di Suez.

Fin dal giorno della sua emanazione la Dichiarazione Balfour fu controversa, persino tra alcuni ebrei. Innanzitutto un simile impegno da parte dell’ufficio del ministero degli Esteri era prettamente colonialista, senza il benché minimo tentativo di prendere in considerazione i sentimenti della popolazione prevalentemente araba che viveva in Palestina all’epoca (gli ebrei erano meno del 10% della popolazione nel 1917) o di tener conto del crescente appoggio internazionale al diritto di auto-determinazione di cui gode ogni popolo.

Opposizione ebraica a Balfour

Ebrei importanti, guidati da Edward Montagu, all’epoca segretario di Stato per l’India, si opposero alla dichiarazione, temendo che ciò avrebbe fomentato l’antisemitismo, soprattutto nelle città europee e nordamericane.

Oltre a ciò, gli arabi si sentirono traditi in quanto l’iniziativa di Balfour era vista sia come una violazione delle promesse agli arabi durante la guerra di un’indipendenza politica dopo il conflitto in cambio della partecipazione alla lotta contro i turchi. Inoltre ciò faceva presagire futuri problemi che sarebbero scoppiati tra la promozione dell’immigrazione ebraica in Palestina da parte dei sionisti e le proteste della popolazione autoctona araba.

Bisognerebbe anche riconoscere che neppure tutti i dirigenti sionisti erano contenti della dichiarazione Balfour. C’erano deliberate ambiguità nella sua formulazione. Per esempio, i sionisti avrebbero preferito la parola “il” piuttosto che “un” davanti a “focolare nazionale [ebraico]”. Inoltre l’impegno a proteggere lo status quo dei non ebrei era visto come causa di guai futuri, benché, come si è visto in seguito, questo attestato di responsabilità colonialista non sia mai stato messo in pratica.

Infine i sionisti ricevettero un appoggio per un focolare nazionale, non per uno Stato sovrano, benché colloqui riservati con gli inglesi convenissero che uno Stato ebraico potesse nascere in futuro, ma solo dopo che gli ebrei fossero diventati maggioranza in Palestina.

Questo sguardo all’indietro alla Dichiarazione Balfour è utile per comprendere come le ambizioni coloniali si siano trasformate in senso di colpa liberale ed empatia umanitaria per la tragedia degli ebrei europei dopo la Seconda Guerra Mondiale, determinando invece un inferno senza fine di delusione e oppressione per la popolazione palestinese.

1947

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con scontri in Palestina che raggiunsero livelli molto intensi, e con l’impero britannico in caduta libera, la Gran Bretagna abbandonò il proprio potere mandatario e lasciò alla nascente ONU il compito di decidere cosa fare.

L’ONU creò un gruppo di alto profilo per abbozzare una proposta, che risultò essere una serie di raccomandazioni che contenevano la partizione della Palestina in due comunità, una per gli ebrei, un’altra per gli arabi. Gerusalemme fu internazionalizzata senza che nessuna comunità esercitasse l’autorità di governo né avesse il diritto di reclamare la città come parte della propria identità nazionale. Il rapporto dell’ONU venne adottato come proposta ufficiale nella forma della Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale.

Il movimento sionista accettò la 181, mentre i governi arabi e i rappresentanti del popolo palestinese la rigettarono, sostenendo che questa violava i diritti di autodeterminazione ed era palesemente ingiusta. All’epoca gli ebrei rappresentavano meno del 35% della popolazione ma gli venne assegnato più del 55% della terra.

Com’é noto, ne derivò una guerra, con eserciti dei Paesi arabi vicini che entrarono in Palestina sconfitti da milizie sioniste ben addestrate ed armate. Israele vinse la guerra, ottenendo alla fine il controllo sul 78% della Palestina nel momento in cui fu raggiunto un armistizio, espropriando oltre 700.000 palestinesi e distruggendo molte centinaia di villaggi palestinesi. Questa vicenda è stata il momento più cupo vissuto dai palestinesi, noto tra loro come la nakba, o catastrofe.

1967

Il terzo anniversario del 2017 è relativo alla guerra del 1967, che portò a un’altra disfatta militare dei vicini arabi e all’occupazione israeliana di tutta la Palestina, comprese tutta la città di Gerusalemme e la Striscia di Gaza.

Gli Usa, alleati strategici

La vittoria israeliana ha cambiato in modo drastico la dimensione strategica. Israele, che in precedenza era stato visto come un peso strategico per gli USA, improvvisamente fu considerato un partner strategico degno di un appoggio geopolitico incondizionato.

Nella famosa risoluzione 242, il 22 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decise all’unanimità che dovesse essere negoziato il ritiro delle forze israeliane, con qualche accordo di modifica dei confini, nel contesto della ricerca di un accordo di pace che includesse una soluzione amichevole della disputa relativa ai rifugiati palestinesi che vivevano in tutta la regione.

Durante i successivi 50 anni siamo arrivati alla conclusione che la 242 non è stata messa in atto. Al contrario, Israele ha ulteriormente invaso la Palestina occupata attraverso un’estesa colonizzazione e con le relative infrastrutture, e si è arrivati al punto che pochi credono che uno Stato palestinese indipendente che coesista con Israele sia ancora realizzabile o persino auspicabile.

Questi anniversari rivelano tre fasi della situazione dei palestinesi in continuo peggioramento. Rivelano anche l’incapacità dell’ONU o della diplomazia internazionale a risolvere il problema di come palestinesi ed ebrei dovrebbero condividere la terra.

E’ troppo tardi per invertire tutte queste solide tendenze storiche, ma la sfida per raggiungere una soluzione umana che consenta in qualche modo a questi due popoli di vivere insieme o in comunità politiche separate rimane acuta.

Speriamo ardentemente che una soluzione soddisfacente sia trovata prima che un altro anniversario si imponga alla nostra attenzione.

– Richard Falk è un docente di diritto e relazioni internazionali che ha insegnato per 40 anni all’università di Princeton. Nel 2008 è stato anche nominato dall’ONU per sei anni come Rapporteur speciale sui diritti umani dei palestinesi.

Fonte: http://zeitun.info/

sabato 7 gennaio 2017

Fra poltronifici e Provincia

Angelino Loffredi.  fonte: http://www.loffredi.it/


Domenica 8 gennaio 2017 dopo una campagna elettorale dominata dallo scontro personale dei consiglieri del PD di Anagni, Bondatti e Cecconi, portata avanti da aggregati di partito senza idee e privi di un pensiero lungo, si voterà per nominare 12 Consiglieri Provinciali. 

Non voteranno purtroppo i cittadini ma al voto parteciperanno solamente 1146 Consiglieri Comunali e i 90 Sindaci in carica. Va precisato inoltre che si nomineranno i Consiglieri ma non il Presidente. Infatti queste pasticciate disposizioni prevedono che l’attuale Presidente, Antonio Pompeo, rimanga in carica per altri due anni. Questo vuol dire che, almeno teoricamente, il Presidente dovrebbe/potrebbe convivere con una maggioranza consiliare che gli si oppone. 

Questa tornata elettorale coincide con l’esito referendario che ha disposto l’esistenza in attività della Provincia. Per tanti anni gli innovatori, i riformatori e i modernisti hanno ipotizzato la scomparsa di questo ente intermedio. In sostanza hanno provato a dare, in parte riuscendoci, un colpo all’idea voluta dai Costituenti di realizzare la repubblica delle Autonomia. Sono stati anni terribili che hanno visto il proliferare di Enti privi di partecipazione popolare e di controllo, fonte di spreco, dissipazione e sostanziale corruzione. Nella corsa al poltronificio avviata e sviluppata in questi anni da parte dei partiti di cui non voglio fare la storia, abbiamo visto la realizzazione e lo smisurato aumento dei costi ai presidenti e membri dei Consorzi di bonifica , nel Lazio di 23 Comunità Montane, dei GAL, acronimo di qualcosa di misterioso che non so specificare . Tre forme associative che si interessano di agricoltura. Nelle ultime settimane da parte della Regione abbiamo avuto per  primi, in provincia di Frosinone, una unificazione e un commissariamento, comunque ancora ad alto costo. Per le Comunità Montane, la Regione, da quello che abbiamo letto le mantiene ancora attraverso 23 Commissari. Delle due realtà c’è, fortunatamente, una correzione positiva almeno nelle intenzioni ma ancora non si è fatto un riepilogo delle spese e dei danni procurati alla politica agricola. I Gal invece rappresentano l’ultima invenzione in grado di dare speranze e tacitare i politici trombati. Di queste ultime novità sappiamo solamente che vivono e lottano fra di loro per accaparrarsi le risorse. E’ facile affermare che la Regione va avanti a vista: frammenti più frammenti senza una idea generale, senza definire un futuro istituzionale. Certo questo è il risultato della rinuncia dei partiti a svolgere una funzione propositiva, di indirizzo, di vera e propria elaborazione, di subalternità agli eletti. Visto che i cittadini hanno votato per riconfermare la Provincia come livello istituzionale mi auguro che contemporaneamente qualche forza politica ne prenda atto e incominci a ipotizzare che si debba passare da tanti poltronifici, solo apparentemente legati elle "politiche agricole ", ad una competenza specifica, piena da assegnare proprio alle Amministrazioni Provinciali. Ovviamente accompagnando tutto con il riconoscimento della sovranità popolare, insomma facendoci votare.  

Acea: Risoluzione e Soluzione.

Il 13 dicembre scorso la conferenza dei sindaci di Acea Ato5 ha votato la risoluzione contrattuale per l'erogazione dell'acqua con Acea Spa. Il  rifiuto  del territorio ciociaro di un gestore che ha offerto un servizio più che scadente, vessando i cittadini con bollette assurde, avviene in un momento in cui la stessa Acea sta consolidando il proprio controllo sull'erogazione idrica in tutto il centro Italia. Contenziosi per la mala gestione del servizio sono presenti in tutti gli Ato del Lazio. Nonostante il 51% di Acea sia in possesso dell'ente Roma Capitale, i soci di minoranza privati,  Caltagirone e Suez, continuano a gestire la società depredando gli utenti al solo scopo di assicurare elevati dividendi ai propri azionisti. In questo quadro ai sindaci di Acea Ato5 che hanno votato la risoluzione contrattuale con Acea Spa, ma anche agli alti primi cittadini del Lazio costretti a gestire situazioni estremamente critiche relativamente al comportamento della multiutility romana,  si chiede di esortare la sindaca di Roma Virginia Raggi, a ripubblicizzare, in virtù di socio di maggioranza pubblico,  Acea Spa. Ciò   per eliminare le pratiche di commercializzazione di un bene comune, come l'acqua, portate avanti dal management privato. A tal proposito Il forum italiano dei  movimenti per l'acqua acqua ha redatto un comunicato da inviare ai sindaci, affinchè firmino una lettera da recapitare  a Virginia Raggi sollecitando  la ripubblicizzazione di Acea, così come per altro promesso dalla sindaca in campagna elettorale. Di seguito il testo della nota da inviare ai sindaci, e il testo della lettera che gli stessi potranno firmare e mandare  alla Raggi.

Luciano Granieri.
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Signor Sindaco,


Oggetto: gestione del Servizio Idrico Integrato – Il ruolo di Acea S.p.A. e di Roma Capitale 

 il 13 dicembre l’Assemblea dei Sindaci ha deliberato la risoluzione del contratto con Acea Ato 5 S.p.A.-
Ovviamente nessuno si illude che la società non si opponga in ogni sede, come dichiarato preventivamente, alla decisione.
In merito la invitiamo a valutare come ACEA ATO 5 S.p.A. sia una controllata al 97% di ACEA S.p.A., la multiutility romana che, proprio in queste settimane, sta consolidando il proprio controllo sulle gestione dell’acqua in tutto il centro Italia rilevando, con un palese accordo, le quote detenute nelle società da Veolia.
In pratica la risoluzione del nostro contratto avviene quando ACEA S.p.A. sta consolidando il proprio progetto di unificare in un’unica gestione i servizi idrici di Toscana, Umbria e Lazio e nel momento in cui su questi territori ha garantita la non concorrenza degli altri grandi operatori.
L’atto dell’Assemblea dei Sindaci è un affronto nel “giardino di casa” che Irace & C., ovvero il management di Acea S.p.A., non potrà mai tollerare.
Ma ACEA S.p.A. ha un socio di maggioranza che detiene il 51% delle azioni e che è Roma Capitale.
Il sindaco Virginia Raggi in campagna elettorale ha ribadito il valore programmatico della prima delle cinque stelle, l’acqua pubblica, ed ha parlato di ripubblicizzazione di Acea S.p.A.
Ora è tempo che il Comune di Roma faccia valere il proprio ruolo di socio di maggioranza ed imponga ad ACEA S.p.A. di interrompere le politiche di colonizzazione e depredazione che noi per primi abbiamo subito così pesantemente.
In primo luogo il Comune di Roma Capitale deve mandare a casa Irace & C. che occupano le loro poltrone per eseguire il mandato di Suez e Caltagirone, i soci privati che controllano la minoranza delle azioni della società.
Quando il comune di Roma Capitale avrà imposto il proprio controllo su Acea S.p.A., le controllate di questa dovranno solo adeguarsi.
Per questo, come Forum dei Movimenti per l’Acqua, stiamo raccogliendo le adesioni alla lettera che inviamo in allegato, dei sindaci dei comuni che in Italia sono sotto il controllo di Acea S.p.A., perché il Sindaco di Roma Capitale comprenda come la questione “Acea” non è un fatto solamente romano, ma nazionale, con cui fare i conti.
Al momento è sufficiente un semplice cenno di risposta per aggiungere in calce alla nota il nome del suo comune, ferme restando tutte le possibili iniziative che potranno essere concordate in seguito.

Cordiali saluti.
                                                                 Severo Lutrario

Forum Italiano dei Movimenti per L’Acqua
Comitato Provinciale Acqua Pubblica Frosinone

Per aderire è sufficiente

una mail di risposta a comitatoacquapubblicafrosinone@gmail.com  o un sms al 380 4921168




Il testo della lettera da inviare alla Raggi firmata dai sindaci


 5 gennaio 2017                                         
Alla cortese attenzione
della Sindaca di Roma Capitale e della Città Metropolitana
Virginia Raggi


Oggetto: Richiesta di incontro sulla Ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico integrato, contro i processi di fusione e aggregazione operati da ACEA Spa, sul cambio dei vertici di ACEA Spa

Gentile Sindaca,
I sottoscritti comuni fanno parte dei diversi Ambiti Territoriali Ottimali nei quali opera direttamente o attraverso società partecipate ACEA Spa di cui Roma Capitale è l’azionista di maggioranza. 
Ormai da tempo si è sviluppata una densa conflittualità con il management della società, motivata da una gestione fallimentare ed inefficiente che ha assecondato le peggiori pratiche clientelari, scaricando addosso ai cittadini i costi di tali comportamenti scellerati.
Sperando di poter approfondire nelle sedi idonee il merito della vicenda, è opportuno solo sottolineare che le sottoscritte amministrazioni hanno intrapreso, in ossequio al risultato dei referendum del 2011, un percorso per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato che passa necessariamente per il superamento dell'attuale gestione e il ritorno dell'intero servizio idrico nelle mani degli enti locali competenti.
Il percorso intrapreso da tanti di noi Sindaci ed amministratori, con ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato contro la cessione delle reti, con manifestazioni, incontri, insieme ai nostri concittadini, e poi tavoli tecnici e continue azioni legali che ad oggi tentano quantomeno di ostacolare la pratica vessatoria dei distacchi , delle bollette pazze, dei continui disservizi, continua con sempre maggiore consapevolezza e ostinazione nel voler perseguire la ripubblicizzazione del servizio idrico.
Pertanto, consci delle Sue posizioni sulla tematica dell'acqua pubblica, e nella Sua qualità di rappresentante del socio maggioritario della società ACEA Spa, Le chiediamo un incontro istituzionale urgente per approfondire il merito della questione ed in particolare per:
-individuare la strada di una soluzione concordata di superamento delle attuali modalità di gestione del servizio idrico integrato;
-per chiederle di non procedere ai processi di fusione e aggregazione operati da ACEA Spa nei nostri territori e non solo, in particolare nell’ATO1 di Viterbo;
-indire per gennaio la Conferenza dei Sindaci dell’ATO2 e votare a favore di una mozione che sospenda tutte le iniziative in corso da parte di ACEA Ato2 volte ad ottenere la segna coattiva del Servizio idrico da parte dei Comuni “inadempienti” fino a che non sia data piena attuazione alla Legge 5/2014;
-di cambiare quanto prima i vertici di ACEA Spa, responsabili della grave situazione che viviamo nei nostri territori, emanazione ed espressione di chi porta avanti politiche volte alla privatizzazione e al fare profitti sull'acqua senza nessuna cura e attenzione per le esigenze dell'utenza;
 - di impedire l’avvio del contenzioso minacciato da parte di ACEA Ato 5 S.p.A. a seguito della risoluzione del contratto votata dalla conferenza dei Sindaci dell’Ato5 lo scorso 13 dicembre;
- di favorire il processo di risoluzione del ventennale contenzioso con ATO3 Rieti, attraverso il pagamento degli oneri dovuti per i costi ambientali e della risorsa idrica prelevata da ACEA ATO2 S.p.A. dalle sorgenti Peschiera e Le Capore in assenza di concessione e aprendo un tavolo con la Regione e i Comuni della provincia di Rieti interessati al rilascio di una nuova concessione cointestata che tuteli allo stesso tempo la risorsa bene comune e i diritti di tutti gli utenti;
 -di individuare la strada di una soluzione concordata di superamento della gestione privata GORI s.p.a. nell'ambito territoriale ATO 3 Campania.
Ringraziandola ed In attesa di un riscontro alla presente le inviamo Cordiali saluti e buon lavoro.                                                 

Rete dei Sindaci per l'Acqua Pubblica
Comuni di ……………………………………………………………………………………………………………..
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Il PRC della provincia di Frosinone non parteciperà alle prossime elezioni provinciali

Il Segretario  Paolo Ceccano 



Il PRC della provincia di Frosinone non parteciperà alle prossime elezioni provinciali e annuncia un presidio democratico per domenica 08.01.2017 a partire dalle re 15:00 in via America Latina, di fronte il Palazzo della Provincia, per ribadire che la sovranità appartiene al popolo.

I motivi di questa decisione sono fondati sulla convinzione che quella che doveva esser una riforma dell’istituto provinciale in realtà si è mostrata solo e soltanto come un tentativo ben congegnato e riuscito di svuotare la democrazia. E’ a tutti ben noto che gli organi provinciali continuano ad esistere ed operare senza risparmiare un centesimo e quindi i “nobili” fini di ridurre i costi della politica, in capo alla cosiddetta riforma di Del Rio, hanno avuto come unico effetto il sottrarre alla volontà popolare la scelta del governo provinciale. Il ceto politico la fa da padrona ancora di più e in maniera ferrea, nello scegliere i governi provinciali. Queste scelte avvengono solo e soltanto sulla base degli interessi dei gruppi di potere, delle fazioni, dei soliti noti e dei partiti. Il tutto all’interno delle stanze sempre più buie della politica politicante orchestrata al livello istituzionale.

Il PRC dichiarando di non voler partecipare alle elezioni provinciali intende denunciare, ancora una volta, il depauperamento, l’opera di spoliazione dell’esercizio democratico condotta dai gruppi di governo. Inoltre vuole denunciare che con il pretesto di ridurre i costi della politica del livello provinciale, la politica stessa si arroga la possibilità e il diritto di eleggerne gli organi di governo a proprio piacimento. Per cui l’istanza provinciale o viene effettivamente eliminata, con la conseguenza di porre fine a questa farsa, oppure il PRC continuerà ad astenersi da questa presa in giro delle comunità di questa Provincia. 

venerdì 6 gennaio 2017

Appello ai Parlamentari "Una Persona un Voto".



Gentile parlamentare,

poiché nelle prossime settimane il Parlamento sarà impegnato nella definizione della nuova legge elettorale le saremmo assai grati se volesse adoperarsi affinché nel dibattito che porterà ad essa sia introdotto il tema del riconoscimento del diritto di voto ai milioni di persone presenti in Italia cui attualmente tale diritto non è riconosciuto essendo nate altrove.
Come è a tutti noto vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all'Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano.

L'occasione è propizia perché si pervenga finalmente a riconoscere loro il diritto di voto:

a) con legge ordinaria per quanto concerne le elezioni amministrative (nelle quali peraltro fin dal secolo scorso il diritto di voto è già riconosciuto agli stranieri provenienti da altri paesi dell'Unione Europea);

b) con legge costituzionale per quanto concerne le elezioni politiche.

Come è noto, esistono già significative esperienze di altri paesi cui far riferimento, e in Italia un prezioso dibattito in materia (con particolar riferimento ai profili non solo giuridici, ma anche politici ed etici) è iniziato negli ultimi decenni del Novecento, ovvero da quando l'Italia da paese di emigrazione si è progressivamente trasformata in paese di crescente immigrazione.

E' ben noto che il fondamento della democrazia è il principio "una persona, un voto"; l'Italia essendo una repubblica democratica non può continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui.

Peraltro non sfugge a nessuno che il riconoscimento dei diritti politici è il modo migliore, la guarentigia indispensabile, per contrastare adeguatamente il razzismo e lo schiavismo, due crimini da cui anche il nostro paese è aggredito.

Last, but not least, il riconoscimento dei diritti politici è il modo migliore, la guarentigia indispensabile, per contrastare adeguatamente l'emarginazione e la disperazione di persone che private degli elementari diritti democratici divengono ipso facto vittime reali o potenziali di ogni sorta di abusi e umiliazioni; e quindi è anche il modo migliore, la guarentigia indispensabile, per contrastare adeguatamente il conseguente montare dello smarrimento e del risentimento e con essi le possibili derive violente e criminali da parte di persone così brutalmente sopraffatte e fin annichilite da perdere la cognizione del bene e del male e divenir preda di poteri mafiosi e terroristi, di farneticanti, sadici e necrofili criminali predicatori d'odio e seminatori di strage.

La barbarie si contrasta con il diritto, con la civiltà, con l'umanità.

Le saremmo assai grati se lei volesse impegnarsi a promuovere tra i suoi colleghi parlamentari la consapevolezza dell'esigenza del riconoscimento del diritto di voto a milioni di persone che vivono con noi, lavorano con noi, sono i nostri vicini di casa, le persone con cui condividiamo la nostra quotidianità, e che tuttora sono paradossalmente e iniquamente prive del diritto a prendere parte alle decisioni pubbliche qui nel luogo in cui concretamente si svolge la loro esistenza.

Ringraziandola per l'attenzione, auspicando un suo persuaso interessamento ed effettivo impegno, la salutiamo cordialmente.

Il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo 

Viterbo, 6 gennaio 2017

Mittente: "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it, centropacevt@gmail.com, centropaceviterbo@outlook.it




giovedì 5 gennaio 2017

ALTRO CHE CASE DELLA SALUTE, QUESTO è IL GIOCO DELLE 3 CARTE

Ufficio Stampa del Deputato Luca Frusone Movimento 5 Stelle


“La situazione sanitaria è disastrosa, con i conti in rosso e servizi sempre più scarsi, ma nonostante questo continuano a prenderci in giro con le finte inaugurazioni delle Case della Salute. Ci hanno chiuso gli ospedali e ci inaugurano strutture vuote che purtroppo non riescono a fornire quei servizi che invece hanno promesso. Una situazione drammatica presente non solo nella provincia di Frosinone ma su tutto il territorio laziale.” – a dichiararlo è il deputato 5 Stelle Frusone che continua – “E’ importante investire sulla sanità territoriale, ma di certo non è quello che sta facendo il PD  che con la Casa della Salute di Ceprano-Ceccano, già contestata come semplice manovra politica che non risponde alle esigenze del territorio, usa il metodo delle tre carte per far credere che qualcosa si muova”. Il Deputato prosegue poi ricordando la storia del PAT di Anagni “Questa estate si istituiva il PAT ad Anagni cioè un ambulatorio territoriale, una goccia nel deserto sanitario che è stato fatto nel territorio anagnino negli anni passati e ora, visto che l’importante è tagliare nastri davanti alle Case della Salute, lo si sposta dentro la casa della salute di Ceprano-Ceccano. Questo modo di fare fa capire l’assenza di programmazione se non quando si devono spendere soldi per ristrutturazioni o progetti fallimentari come gli Ambufest. Questa trovata di spostare medici e infermieri da una parte all’altra ogni qualvolta che si inaugura una struttura ricorda molto la storiella dei carrarmati di Mussolini, una vera e propria presa in giro. Non mi stupirei se queste risorse verranno più avanti spostate a Ferentino quando assisteremo all’ennesima inaugurazione priva di senso, e se qualcuno prova a sottolineare che il PAT ad Anagni era già previsto fino al 31 dicembre allora la presa in giro è doppia perché gli abitanti di Anagni chiesero già a suo tempo di spendere quelle risorse per assumere altri medici e infermieri, quindi fatti fessi 2 volte”. – e conclude – “Questi movimenti sono sintomatici di una programmazione assente che risponde più a logiche politiche che alle reali esigenze del territorio. E al di là delle tante parole che vengono spese da Zingaretti e dai vertici della ASL, per dire che in provincia va tutto al meglio, non si possono non vedere gli innumerevoli cortocircuiti amministrativi che portano ad altrettanti ricorsi in sede giuridica. Una situazione di deriva che è per ora arginata, solo dalla buona volontà di quegli operatori che continuano a fare i salti mortali per dare un minimo di dignità e credibilità al sistema sanitario. ”

video tratto da Cioceconleali web tv