Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 8 gennaio 2019

Pieno appoggio ai sindaci contro il decreto Salvini

Coordinamento per la  Democrazia Costituzionale


Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale ha denunciato subito gli aspetti di incostituzionalità che rendono inaccettabile il c.d. “decreto sicurezza”, ora L.132/2018, che tenta di forzare la Costituzione contro i diritti fondamentali delle persone, per di più rendendo più difficile la convivenza fra i cittadini italiani ed una popolazione di stranieri privi di ogni mezzo di sostentamento, che resteranno in Italia e verranno spinti in un’illegalità forzata. 

Questa revisione legislativa si accompagna contestualmente ad atti del Governo che contrastano e violano apertamente gli obblighi nascenti dal diritto internazionale del mare, vietando l'approdo alle navi che salvano i naufraghi nel Mediterraneo centrale e il loro soccorso, con la conseguenza che nel corso del 2018 si è avuto un drastico incremento del tasso dei morti in mare (oltre 2.000 vittime). 

E’ di eccezionale gravità che 49 migranti siano costretti a vagare nel Mediterraneo da 14 giorni senza la possibilità di essere soccorsi e di ottenere un approdo sicuro, che non può essere il ritorno nei lager libici. Il nostro paese ha il dovere di essere in prima fila nel soccorso di questi esseri umani abbandonati a sé stessi. La grettezza e la chiusura delle posizioni del governo sono inaccettabili.

 Le decisioni del governo e in particolare parti significative della normativa “sicurezza” contrastano con i valori che la Costituzione ha inscindibilmente inserito nell’ordinamento giuridico. 

Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale condivide e appoggia pienamente la resistenza dei sindaci volta a respingere gli effetti perversi della normativa “sicurezza” sui diritti delle persone in nome dei valori della Costituzione. 

Il sindaco di Palermo ha dato disposizione agli uffici comunali di sospenderne l’applicazione nella parte in cui vieta l’iscrizione dei migranti nei registri anagrafici, denunciandone la natura di “provvedimento disumano e criminogeno”.

 Questa posizione, condivisa e appoggiata da altri sindaci, apre un’importante contraddizione tra i valori della Costituzione e una politica ed una legislazione fondate sul disprezzo dei diritti umani. Per questo è indispensabile che prima possibile la Corte Costituzionale sia messa nelle condizioni di giudicare la legittimità costituzionale della legge 132/2018. 

E’ importante ribadire che nella legalità costituzionale non c’è posto per norme “disumane e criminogene” che ricordano le leggi razziali; i responsabili della programmata omissione di soccorso nel Mediterraneo centrale dovranno rispondere delle loro condotte. 

Massimo Villone, Silvia Manderino, Alfiero Grandi

No alla regionalizzazione del sistema scolastico



A tutti gli insegnanti, i dirigenti scolastici, il personale ATA
A tutte le associazioni in difesa della scuola pubblica statale
A tutte le persone legate ai valori dell’unità della scuola e della Repubblica 

Proposta di costruire insieme una 
Conferenza Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione del sistema scolastico

Il 15 ottobre scorso, durante il convegno che si è tenuto a Torino in occasione delle giornate nazionali di mobilitazione attorno all’ “Appello per la scuola pubblica”, un tema ha fatto irruzione nel dibattito: il pericolo imminente della regionalizzazione del sistema scolastico in Veneto, con la Lombardia e l’Emilia Romagna che si preparerebbero a seguire la stessa strada. Il  21 dicembre, il Consiglio dei Ministri ha presentato il progetto di “autonomia differenziata”, compiendo così il primo passo allarmante in questa direzione.
Tutti possono comprendere la gravità di questo nuovo attacco alla scuola pubblica statale, un attacco che riguarda più in generale l’unità del nostro Paese, delle conquiste e dei diritti.
Certo, regionalizzare la scuola vorrebbe dire portare un nuovo colpo micidiale al diritto all’istruzione uguale per tutti, ai titoli di studio, ai contratti degli insegnanti e del personale. Ma la scuola della Repubblica, con la sua unità, con il suo territorio culturale omogeneo dal nord al sud del Paese, rappresenta qualcosa di ancora più importante: un collante contro le spinte alla divisione che emergono con sempre maggior forza negli ultimi decenni.
Di fronte a questo pericolo il convegno del 15 ottobre ha lanciato un primo appello.
Ora pensiamo che non ci sia un minuto da perdere e che sia necessario rilanciare con un’iniziativa che unisca il mondo della scuola e tutta la società per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione dell’istruzione. 
Tutti sanno che cosa abbia significato la regionalizzazione della formazione professionale e, guardando oltre la scuola, della Sanità. D’altra parte, proprio nella conferenza di Torino abbiamo avuto modo di conoscere i danni che la regionalizzazione dell’istruzione in Trentino-Adige sta procurando.
E’ per queste ragioni che proponiamo a tutti gli insegnanti, i dirigenti, il personale della scuola, le associazioni, ma più in generale a tutti i cittadini legati all’unità della Repubblica e alla difesa della scuola pubblica statale di costruire insieme una Conferenza Nazionale per il ritiro di qualunque progetto di regionalizzazione del sistema scolastico, più o meno marcato, in Veneto come altrove.
In un momento così grave e importante, nulla può impedire di unirci su questo tema, per discutere, smascherare l’operazione e prendere iniziative concrete.
Noi siamo certi che la coscienza dell’importanza dell’unità della scuola della Repubblica sia viva in tutta la popolazione, in tutte le città e i comuni, fino ai più piccoli paesi o villaggi.
Certi dunque che si possa costruire insieme, possibilmente nel Veneto dove il pericolo è più imminente, un evento che sappia incidere sulla situazione, restiamo in attesa di un vostro riscontro.

Lorenzo Varaldo, dirigente scolastico, coordinatore “Manifesto dei 500”, Torino
Rossella Latempa, insegnante, promotrice “Appello per la scuola pubblica”, Verona

domenica 6 gennaio 2019

Cherles Mingus. Un ricordo del musicista e del rivoluzionario

Luciano Granieri





Il  5 gennaio di quarant’anni fa moriva Charlie Mingus, musicista poliedrico, sensibile, irascibile, magmatico, una caleidoscopica macchina  jazzistica. Contrabbassista, ma anche pianista ed artista a tutto tondo, l'importanza che Mingus rivestì nella storia del jazz non fu solo musicale ma anche politica. Il  be bop negli anni ’40 aveva segnato una rivoluzione espressiva scaturita da un moto di ribellione alle prevaricazioni che i neri, musicisti e non, stavano subendo dalla borghesia bianca . Charlie Parker, Dizzy e tutti gli altri  rimasero però  nel campo strettamente musicale, anche se i loro atteggiamenti da palco erano significativamente  politici. Con Sonny Rollins e Max Roach  Mingus  fu il primo musicista a impegnarsi nella lotta per i diritti civili del popolo nero  e non solo.  La sua azione di forte contrapposizione  si rivolse in generale verso i potenti, fu il primo musicista ad usare il termine “fascista”. Ciò si deve in particolare  alle sue origine sociali  che fin dall’infanzia generarono  in lui una situazione psicologica particolare. 

Un bastardo più bastardo degli altri
Il titolo del suo libro autobiografico  Beneath the Underdog  (Al di sotto di un bastardo) è emblematico nel descriverne le predisposizioni.  Charles Mingus  era un  “negro giallo”aveva  nelle sue vene sangue messicano e  pellerossa. Nacque nel 1922 a Nogales in Arizona, al confine con il Messico, città in cui oggi passa il muro di Trump voluto  per chiudere il passaggio agli immigrati messicani.  Crebbe nel ghetto nero di Watts in California   dove la segregazione razziale fu sempre ferocissima. Mingus si considerava    un “bastardo più bastardo degli altri”, più chiaro dei neri, ma non abbastanza  slavato  da poter  essere   accettato  dai bianchi. Riuscì a collaborare  con tutti i più celebrati jazzisti attraversando  le varie tappe che la musica afroamericana percorse nella storia degli Stati Uniti. A diciannove anni suono con Armstrong , forse il jazzman più “zio tomistico” della storia.  Passò dal clarinettista di Ellington, Barney Bigard alle orchestre di rhythm and blues . Nel 1948 era nell’orchestra di Lionel Hampton, un musicista che più allineato non poteva essere, e solo verso la fine della parabola di Charlie Parker, nel 1953,  riuscì  ad esprimersi con il sassofonista di Kansas City.  

Il maestro Duke Ellington
La particolarità del contrabbassista pellerossa stava  nel fatto che, a differenza dei suoi colleghi, più che Parker ebbe come stella polare Duke Ellington. Apprezzava   il sound delle orchestre ellingtoniane   che cercò di rielaborare in modo del tutto originale. Per anni la sigla delle sue esibizioni concertistiche fu ” Take The A Train. Riuscì pure  a suonare nell’orchestra  del Duca,fra il 1952 ed il 1953 ma a causa del suo carattere impulsivo ebbe a che dire con l’altrettanto impulsivo portoricano  Jaun Tizol , arrangiatore e trombonista dell’orchestra.  Il contrabbassista di Nogales ebbe l’ardire di trasporre ad un ottava superiore l’assolo di contrabbasso con l’archetto  che Tizol aveva scritto per lui. Ciò  per renderlo più “cantabile” alla stregua di un’esecuzione di violoncello.  La cosa non piacque all’arrangiatore di Ellington, il quale accusò Mingus di “essere come il resto dei neri della banda, cioè di non saper leggere la musica”La colluttazione seguita a questa dichiarazione, portò Tizol ad aggredire Mingus con un coltello, e Mingus, schivata la coltellata, a spaccare la sedia di Tizol con un ascia. Per il mite e rassicurante Ellington, un atteggiamento del genere non poteva proprio  essere tollerato. Costrinse  Mingus a dimettersi dall’orchestra. La formazione tecnico strumentale di  Mingus, pur incardinandosi nello swing, grazie ai suoi primi maestri, Red Callender su tutti, usufruì di una robusta influenza classica. Fra i suoi maestri  figurò Herman Reinshagen, primo contrabbassista dell’orchestra filarmonica di New York .  Partendo da un linguaggio così particolarmente formato Mingus  era sempre in cerca di nuove idee, concezioni armoniche, ma anche di talenti. Per svincolarsi dai compromessi imposti dalle case discografiche dei bianchi, con Max Roach , diede vita ad una piccola etichetta  la Debut  attraverso la quale registrò il famoso concerto al Massey Hall di Toronto  con Parker, Gillespie, Powell e lo stesso Roach. La casa fallì  quasi subito,  le difficoltà delle imprese costituite dai neri erano indicibili, per cui quelle straordinarie  incisioni furono rilevate dalla Fantasy. 


Quasi sconfitto dal razzismo
Le  sue capacità tecniche emersero presto  in particolare all’interno del trio con i bianchi   Red Norvo, al vibrafono e Tal Farlow alla chitarra   la cui collaborazione  , nel 49’, lo indusse a trasferirsi a New York.  Nonostante l’indubbia capacità tecnica Mingus trovò enormi difficoltà ad imporsi soprattutto per i pregiudizi razziali.  Lui nero fra due musicisti bianchi dovette subire diversi soprusi ed ingiustizie.  Ad esempio quando Il trio riuscì ad ottenere un ingaggio per una importante trasmissione televisiva, durante le prove, uno dei produttori disse che Mingus non avrebbe potuto suonare perché nero . I gruppi interrazziali non erano graditi agli spettatori razzisti ed ipocriti dell’epoca. La disillusione e la delusione fu tale   da  convincerlo ad abbandonare la musica. Fu Charlie Parker a tirarlo fuori dall’ufficio postale in cui aveva trovato un modesto lavoro per rilanciarlo nel panorama jazzistico mondiale che lo vide protagonista fino alla metà degli anni ’70. I suoi brani raggiunsero  altissimi valori artistici e furono il frutto di un’iniziativa che nell’epoca della massima diffusione del jazz bianco californiano, suonò veramente rivoluzionaria.  Mingus costituì  il “Jazz Workshop”  (laboratorio del jazz) che, con il trascorrere degli anni, divenne  prima  “Composer Workshop” ed infine “Jazz Composer Workshop” I Workshops furono per Mingus il “mezzo” per realizzare le sue idee musicali. Li  usava così come Ellington usava la sua orchestra.  Erano dei veri e propri laboratori nei quali ci si confrontava, si dibatteva, si cercava insomma di creare una musica veramente diversa che avesse come elemento fondante il collettivo.  

Laboratori affollati e creativi
I Workshops mingusiani non ebbero mai un organico fisso. A partire dal 1953 in essi si avvicendarono jazzisti come il trombettista Thad Jones, trombonisti come Jimmy Knepper, un numero notevole di sassofonisti da John La Porta, a Benny Golson a Pepper Adams. Anche i pianisti furono di notevole spessore a cominciare dal quel Bill Evans che nel 1959 dette vita con Miles Davis al capolavoro Kind of Blue, ma anche Paul Bley, Horace Parlan ed altri offrirono un contributo estremamente creativo .  In relazione ai batteristi, a parte Kenny Clarke, nessuno riuscì ad eguagliare la straordinaria dinamica ritmica di Dannie Richmond. Un musicista entrato nel Workshop a 21 anni e mai più uscito, accompagnando fino alla fine tutte le formazioni mingusiane. Nei Workshops ebbero spazio anche strumenti particolari come il violoncello di Jackson Wiley, l’oboe di Harry Schumann ma  soprattutto il flauto e il clarino basso di Eric Dolphy. Il critico Demètre Ioakimidis definì efficacemente la musica di Mingus come : “ Una sfida sardonica gettata contro l’ascoltatore”.  Lo stesso Mingus rivelò  quale fosse la sua    precisa fonte ispiratrice: “Io non posso suonare questa musica  se non penso ai pregiudizi, all’odio, alle persecuzioni, a tutto quanto è iniquo. Quando ho finito di suonare io, di solito penso. ‘ Gliel’ho detto, speriamo che mi abbiano ascoltato” .



La musica  e la rivolta
Nonostante queste   prese di  posizioni a chi gli chiedeva se davvero la sua musica fosse espressione della rivolta dei neri negli Stati Uniti  Mingus rispondeva: “L’arte non ha niente a che vedere con la politica e, in ogni caso, non dovrebbe avere niente a che fare con essa”. Al di là delle dichiarazioni tutto ciò che  Mingus farà come uomo e come musicista, si tradurrà sempre in  azione "musical-politica”. L’esempio più clamoroso è il brano Fables of Faubus  una sprezzante pièce musicale dedicata con sdegnoso atteggiamento insultante al governatore razzista dell’Arkansas Orval Faubus. Le “favolette”  raccontando di quando il Faubus   inviò la guardia nazionale per impedire il legittimo accesso all’università ad alcuni ragazzi afroamericani,  dopo che una sentenza della Corte Federale aveva abolito il segregazionismo nei Campus. La reazione nera fu decisa tanto che dovette intervenire anche il presidente Eisenhower, inviando l’esercito federale  per permettere l’accesso agli studenti afroamericani.  A  Mingus  veniva molto naturale  rilasciare dichiarazioni politiche,disse una volta : “Io non sono un nazista, certo ho sempre pensato  che non sarei capace di uccidere , anche  se ne ho avuto l’occasione quando hanno cercato di uccidere me , ma ora quando Wallace (George Wallace governatore dell’Alabama che aveva tentato di opporsi nel 1963 a tremila soldati inviati dal Presidente Kennedy a Birmingham  per sostenere  la legalità dell’integrazione nelle scuole) dice uccidete tutti i neri , non  mi si chieda di restare li ad aspettare come fecero gli Ebrei al tempo di Hitler; io posso andare ad ascoltarlo, ma con una bomba sotto la camicia , e se ciò che dice non mi va bene  io accenderò una sigaretta e farò esplodere tutto”. Assumere Mingus come simbolo della contestazione nera è abbastanza azzardato. Ma la determinazione nell'esporre con forza le sue idee attraverso la musica significò moltissimo, sia per lo sviluppo del jazz stesso  che per una parte della società americana vittima di ingiustizia e soprusi.  Capolavori come Black Sanits and the Sinner Lady (con il sax alto del bianco Charlie Mariano) e  l’agghiacciante Meditation  on a Inner Peace , che concluse il ciclo mingusiano degli anni ’60, furono esecuzioni probanti della lotta politica insita nelle sue  note.   Dunque 40 anni fa se ne andava un gigante non solo della musica  , ma anche  di quel modo di raccontare le vicende sociali e politiche di un intero popolo con il  linguaggio rivoluzionario del jazz. Chissà se musicisti e soprattutto politici di tale spessore torneranno a nascere?   

Good Vibrations

venerdì 4 gennaio 2019

Purtroppo è vero il Pd di Costituzione non c'ha capito mai niente.

Luciano Granieri Potere e al Popolo Frosinone




Riprendiamo dall’articolo di Stefano Folli pubblicato oggi su”Repubblica”  in merito alle intenzione di molti sindaci, a cominciare dal primo cittadino di Palermo Leoluca Orlando,  di non applicare il decreto sicurezza sul divieto  di riconoscere la residenza  ai  cittadini immigrati  cui è scaduto il permesso di soggiorno. 

Folli scrive“I sindaci -dal Palermitano Orlando  al milanese Sala- hanno posto in forme diverse  una questione che tocca le incongruenze del decreto Salvini  controfirmato dal Quirinale. Hanno il diritto politico di farlo, mentre non hanno il diritto di ignorare la legge…..Molto più realistico sarebbe creare le premesse per un ricorso alla Consulta.  Ogni altra scorciatoia ha il sapore della manovra politica in sfregio alle istituzioni quali che siano le buone intenzioni di partenza…. L’iniziativa del ribelle Orlando, subito sostenuto dal napoletano De Magistris, ha il sapore del populismo antico, precedente l’ondata giallo-verde….. L’immagine dei sindaci pronti a disattendere la legge in polemica con il governo centrale offre nuove frecce all’arco della Lega…..Viene da pensare che certe mosse  del  ministro-poliziotto siano pensate  non per promuovere la sicurezza dei cittadini, bensì per aizzare il riflesso condizionato degli avversari. I quali puntualmente cadono nella trappola….”  Se Repubblica è vicino al Pd come i penta-fascio-stellati sostengono i nuovi governanti possono stare tranquilli. L’articolo di Stefano Folli, quello si, offre nuove frecce all’arco della Lega.

 L’editorialista di Repubblica sostiene che sarebbe stato molto più realistico creare le premesse per un ricorso alla Consulta. Ed è proprio questo che vogliono fare i sindaci!  Per il presidente emerito della Consulta, Cesare Mirabelli  la decisione dei primi cittadini dissidenti è un atto politico. Non può un sindaco ricorrere direttamente alla Consulta per  denunciare una legge come manifestamente  incostituzionale ma  la decisione di non applicarla,  perché reputata non rispettosa della Carta , a fronte di denunce cui questo atto di disubbidienza presumibilmente andrà incontro, potrà  consentirgli di chiederne di fronte al giudice il rinvio alla Corte. 

Secondo l’opinione della  quasi  totalità dei costituzionalisti il decreto sicurezza è una legge incostituzionale. Altro che cadere nella trappola! Un procedimento tale consente di rovesciare i termini della questione per cui i sindaci, nel non applicare una legge  riconosciuta incostituzionale dalla Consulta, hanno tenuto un comportamento assolutamente legale e consono ai loro doveri, al contrario, sarà il governo giallo-bruno ad aver licenziato un dispositivo illegale non conforme alla Costituzione. 

Continuando sul tema della legittimità  Costituzionale, è  destinata al fallimento l’iniziativa del Pd di ricorrere alla Consulta sulle modalità con cui è stata approvata la legge di bilancio. L’estromissione totale del Parlamento sulla promulgazione della finanziaria è fuori di dubbio.  Ma garanzie e rimedi a tali procedure esistono già all’interno dell’ordinamento dell’assemblea,   cioè nel regolamento del Senato  e della Camera, sta ai Parlamentari rispettarle. La  Corte Costituzionale non può entrare nel dispositivo normativo  delle  assemblee parlamentari  visto che , fra l’altro, le   violazioni denunciate   nei confronti dell’esecutivo sono state commesse dagli stessi denuncianti    quando erano al governo.  

L’iniziativa del Pd è destinata al fallimento. Una volta che la Corte avrà rigettato il ricorso  veramente    Salvini e Di Maio avranno nel  loro arco nuove e più potenti frecce  con le  quali potranno   ridicolizzare ogni iniziativa  dell'opposizione DEM  e continuare a licenziare provvedimenti in spregio delle prerogative parlamentari. La leggerezza, quanto non l’insipienza , con cui viene trattata la materia costituzionale dal parte del Pd e dei giornali collegati è disarmante. Non stupisce  l’assoluta nocività ai principi democratici della riforma costituzionale messa a punto da costoro e fortunatamente bocciata dagli italiani. 

Se questa è l’opposizione allora saremo destinati ad essere tiranneggiati dai nuovi fascisti  per molti anni. Fortunatamente l’alternativa c’è anche se oggi è ancora poco incisiva.  Parliamo di  Potere al Popolo. Per ora è fuori dal Parlamento. Un giorno speriamo  vi  entrerà. Ad oggi    riteniamo  fondamentale alimentare l’opposizione alla barbarie sulle strade, nelle piazze, in mezzo ai cittadini alle prese con i problemi della quotidianità. Riteniamo altresì che il rispetto della Costituzione sia la strada maestra sempre, mai  contrattabile con le  diverse convenienze elettorali. 

giovedì 3 gennaio 2019

L’«oro blu» che i 5 Stelle non vogliono vedere

Fonte il Manifesto autore Matteo Bartocci

La pacchia è finita», cinguettano ogni due per tre i ministri del «cambiamento» sui vari social. Si tagliano le pensioni, si colpiscono i giornali come il nostro, si provano a diminuire i parlamentari ma per qualcuno la pacchia sembra non finire mai. Anzi, continua come e più di prima. Si tratta dei 307 concessionari che in Italia possono sfruttare e vendere come meglio credono l’acqua minerale, «oro blu» del XXI secolo.
Quello delle acque in bottiglia e dei soft drink è un business da 3 miliardi l’anno e lo stato, anzi le regioni, ci guadagnano appena 19 milioni di euro in tutto. Una vera miseria. Lo rivela un rapporto ufficiale sul Patrimonio della Pa pubblicato alla chetichella dal Ministero dell’Economia la sera del 27 dicembre, mentre nei Palazzi della politica ci si scannava sulla legge di bilancio.

IL RAPPORTOdella Direzione VIII, Ufficio IV del Mef sulle concessioni delle acque minerali e termali aggiorna in tono burocratico uno scandalo conosciuto da anni: la svendita a pochi soliti noti di un bene prezioso e pubblico come l’acqua.
Sanpellegrino, Nepi, Guizza, Lete, Ferrarelle, Rocchetta, ma anche i vari marchi della Coca Cola company sono tutte «etichette» su una merce inodore e incolore, per cui gli italiani spendono fior di quattrini.
19.365.000 euro. Le concessioni per le acque minerali fruttano in tutto alle Regioni meno di 20 milioni l’anno (dato Mef). Mentre il fatturato del settore ammonta a 3 miliardi (dato Mineracqua 2017). Il peso delle concessioni è quindi irrisorio per le aziende: lo 0,63% del fatturato.
IL CONSUMO PROCAPITE di acqua minerale non conosce crisi: 224 litri l’anno a testa è il dato 2017 stimato da Mineracqua, l’associazione di categoria di Confindustria. Il 69% dei quali è «liscia, naturale», come sgorga dalla sorgente. Una sorgente che è nostra, di tutti, e affidata in concessione dalle regioni quasi sempre senza gara pubblica, a canoni irrisori e per durate spesso trentennali se non addirittura perpetue (è il caso ad esempio di una concessione Coca Cola in Basilicata). Ci sono regioni (ad esempio le Marche) dove l’ente locale non è in grado nemmeno di ipotizzare quanta acqua effettivamente venga prelevata dai concessionari. Mancano i contatori per misurarli né si fanno controlli a campione. Non a caso quasi sempre la concessione viene pagata in base alla superficie di sfruttamento e non alla quantità effettivamente estratta dal sottosuolo (accade ad esempio in Emilia Romagna, Liguria e Puglia).
UN SETTORE MOLTO redditizio, in cui 10 «big» (Sanpellegrino spa/Nestlè, gruppo San Benedetto, Fonti di Vinadio spa, Lete spa, Ferrarelle spa, gruppo Norda, Gruppo Cogedi, Spumador, Siami spa e Fonti del Vulture srl/Coca Cola) sfruttano il 68% dei 16,5 miliardi di litri di acqua minerale nazionale. Per ogni 200 euro incassati ne spendono appena 1 per la concessione, che è di fatto il vero core business dell’impresa. In 15 regioni, si badi bene, l’affidamento delle concessioni avviene esclusivamente attraverso una trattativa privata su richiesta di parte (l’uscente). Se non un unicum, quasi.
60.981 ettari. Sono 28.227 in Italia gli ettari concessi per lo sfruttamento delle acque minerali. Altri 32.754 ettari invece sono concessi per lo sfruttamento termale. Sommati insieme, si tratta del 2% del territorio nazionale (fonte Rapporto Mef 2016 pubblicato il 27 dicembre 2018)
La conferenza stato-regioni nel 2006 provò a stilare delle linee guida almeno facoltative, con prezzi fissati a 2,89 a metro cubo per l’acqua imbottigliata, 2,31 a metro cubo per quella emunta e 34,62 euro per ettaro affidato. A volte neanche questo importo di 0,02 centesimi a litro è stato accolto dagli enti locali concessionari, in un groviglio di conflitto di interessi e assenza di trasparenza degno delle big del petrolio in paesi esotici.
COSA INTENDA FARE di tutto questo il governo del cambiamento non è noto. Nel contratto Lega-M5S si parla del rispetto del referendum del 2011 e dell’investimento sulle reti idriche per le acque pubbliche. Non una parola sull’«oro blu». Eppure una delle 5 stelle del MoVimento grillino è l’acqua, e proprio sull’acqua si gioca la faccia chi se la prende con i soliti noti mentre tratta con i guanti di velluto giganti mondiali come Nestlè e Coca Cola.
Le concessioni per le acque minerali
Le acque minerali hanno caratteristiche particolari, diverse dalle acque «ordinarie». Dal punto di vista giuridico le prime appartengono al demanio minerario e sono considerate una «merce», le seconde al demanio idrico e sono considerate un «bene vitale» ad accesso universale. Questa «merce» acqua minerale è gestita dallo stato attraverso il sistema delle concessioni, che con la riforma costituzionale del 2001 sono state attribuite al sistema delle Regioni/province autonome. Ogni ente locale perciò legifera autonomamente. Ma, come vediamo a fianco e in pagina, i ricavi sono davvero irrisori.
Le concessioni per le acque termali
Più della metà delle acque termali italiane (il 55%) è concentrata in due regioni: il Veneto (bacino euganeo) e Campania (Ischia soprattutto). Le concessioni autorizzate dalle varie regioni sono in totale 504 e fruttano poco e niente, appena 1.899.406 euro. Ci sono perfino 10 concessioni perpetue (senza data di scadenza) stipulate negli anni ’30. Il settore termale è diviso in due parti: da un lato c’è l’aspetto delle cure vero e proprio, che è in tutto o in parte a carico del sistema sanitario, dall’altro c’è l’aspetto del benessere con l’indotto alberghiero, di wellness e di fitness. Il fatturato totale è stimato in 1,5 miliardi di euro.
16 mld. Un dato certo sull’acqua usata dai concessionari non esiste. Il Mef lo stima in 16,6 miliardi di litri. Mineracqua parla invece di 14 miliardi di litri imbottigliati (dati 2016)
Le regole le detta un «regio decreto»
Incredibilmente, il settore minerario di cui fanno parte le acque minerali è termali è ancora oggi regolato quasi interamente da un regio decreto del 1927, il numero 1443 del 27 luglio.
Da allora a oggi le cose sono cambiate molto poco, e quasi sempre solo per le direttive europee, che hanno imposto (ma senza riuscirci, vedi in pagina) una data di scadenza per le concessioni, la preferenza della gara per l’affidamento della concessione, un migliore utilizzo coordinato con lo Stato delle acque stesse.

Il pasticcio del «titolo V»
Come noto, nel 2001 il centrosinistra varò una riforma dell’art. 117 della Costituzione in cui le acque minerali non erano più materia concorrente tra stato e regioni ma affidate in via residuale a queste ultime. Lo stato, naturalmente, può intervenire solo per tutelare beni considerati superiori come l’ambiente, la salute, la concorrenza. Nel 2006, ad esempio, il decreto legislativo n. 152 ha cercato di ricondurre la gestione delle acque termominerali all’interno di un «Piano di tutela» più generale.
Nel 2010 interviene la Consulta
Il conflitto tra stato e regioni sulla competenza delle acque (come di altre materie) è stato risolto dalla Corte costituzionale nel 2010 (sentenza n. 1), imponendo alle regioni di dare alle concessioni una durata e di non offrirle più in perpetuo. Ma tale sentenza riguarda solo quelle nuove, per cui la situazione non è cambiata di molto e ciascuna regione ha attuato a proprio modo il regio decreto del 1927, in generale affidando le concessioni in base alla superficie di sfruttamento e non, ad esempio, in base all’acqua prelevata.
25% Entro il 2021 scadrà il 25% delle concessioni in essere. Potrebbe essere l’occasione per iniziare a mettere ordine e portare equità.Il decentramento della Toscana
La Toscana è l’unica regione italiana ad aver affidato direttamente ai comuni (sono ben 279) il compito di gestire le proprie acque minerali. La Lombardia invece li ha affidate alla provincia di Milano e alle altre 11 province. A livello nazionale, il valore della superficie totale concessa è di 28.227 ettari, di cui il 41% è concentrato in Piemonte, Lombardia e Lazio. Tra le concessioni rilevate dal Mef solamente 1 (una!) è stata attribuita con gara (in Liguria nel 2015) e solo 5 attraverso almeno una evidenza pubblica.
Un esempio fra tanti, Ferrarelle
Facciamo solo un esempio fra tanti. Né peggiore né migliore di altri (anzi, per certi versi migliore, vedi il bilancio di sostenibilità 2017). Ferrarelle spa è un’azienda italiana con 370 dipendenti. Distribuisce tra le altre le acque minerali Ferrarelle, Vitasnella, Fonte Essenziale, Boario, Natía, Santagata, Roccafina. È il quarto produttore italiano (7,8% del mercato) e nel 2017 ha venduto 930 milioni di litri di acqua. A fronte di un fatturato netto di 142 milioni di euro ha pagato un canone di appena 634mila euro.
Acque termali, il caso di Ischia
Ischia è una delle zone più turistiche d’Italia. L’«Isola Verde» ospita decine e decine di terme e fumarole. La Regione Campania nel 2014 (governatore Caldoro, Fi) ha autorizzato in deroga alle norme europee la prosecuzione di 108 concessioni termominerali in essere per evitare l’affidamento a gara o con evidenza pubblica. La Campania, tuttavia, è tra le poche regioni che prevede un canone legato in parte al fatturato. In ogni caso, gli introiti per i canoni delle attività termali sono stati appena di 481mila euro.


Dal reddito di cittadinanza al Jobs act

Umberto Franchi




Che  “reddito di cittadinanza” fosse  un grande Bluff  era intuibile  ma , sinceramente, le conclusioni a cui il governo Giallo/verde è arrivato,  sono  ancora peggiori di quello che si era intuito.
Questo è quello che emerge allo stato attuale nei contenuti della manovra , salvo eventuali deroghe successive con l’emanazione del decreto che dovrebbe avvenire tra pochi giorni:



1)      Il “SUSSIDIO DI POVERTA’”  : partirà dal 2 aprile , per evitare  di essere chiamato  “pesce d’aprile” , ed interesserà tutti coloro che non hanno un lavoro con un reddito familiare ISEE inferiore a 9.360 euro l’anno ed il reddito familiare annuo non può essere superiore ai 6.000 euro per ogni singolo . Esempi:  a) se una famiglia di 3 persone (padre, madre, figlio/a), vi sono due entrate di 510 (1020) euro mensili, superano i 12.000 euro l’anno quindi non avranno diritto ad alcuna integrazione . b) se la stessa famiglia percepisce un reddito inferiore ai 12.000 euro l’anno, ed ha un ISEE inferiore a 9.360 euro, essa prenderà una cifra ad integrazione fino ad arrivare a 9.360 euro l’anno, quindi sicuramente meno dei 780 euro promessi;

2)      JOBS ACT: come già avveniva con il Decreto di Renziana memoria, alle aziende che assumeranno i lavoratori che percepiscono il “sussidio” verrà corrisposta per intero una cifra di 780 mensili per un periodo di 6 mesi, ma che la Lega vorrebbe incrementare fino a 18… quindi il fondo per il “reddito di cittadinanza – sussidio di povertà”  di 7,1 miliardi per il 2019,  8 miliardi nel 2020, e 8,3 miliardi nel 2021 serviranno come incentivo alle imprese a fare nuove assunzioni, come fece Renzi, solo in quello di Renzi/Letta c’èra il vincolo con la trasformazione a tempo indeterminato , mentre in quello di Di Maio/Salvini, le aziende possono assumere anche  solo a tempo determinato (sic) con il plauso della Confindustria ;

3)        PER POTER OTTENERE IL “SUSSIDIO DI POVERTA” E’ NECESSARIO CHE: 
a)      I titolari si devono impegnare a lavorare gratuitamente in attività socialmente utili per 8 ore settimanali;
b)      Devono eseguire in modo obbligatorio corsi di formazione;
c)      Il disoccupato da 6 mesi , deve accettare almeno una offerta di lavoro su tre entro 250 Km da casa e se è disoccupato da 12 mesi , deve accettare il lavoro entro 500 km da casa (sic);
d)      Chi percepisce il sussidio di povertà , non può fare nessun altro lavoro in nero perché potrebbe rischiare fino a 6 anni di carcere;
e)      I beneficiari del sussidio dovranno spendere subito il corrispettivo mensile  tramite “carta dei poveri” e presso esercizi stabiliti dal governo .

Credo che  quanto sopra, non solo non corrisponde alla promessa fatta nella campagna elettorale dai 5S, ma è un modo penalizzante, indegno  e sacrificale dei soggetti più poveri… che ancora una volta vengono presi in giro da chi governa   , a vantaggio sempre dei soliti noti, i padroni delle imprese.
Ma così come non è avvenuto con il decreto JOBS ACT di Renzi, anche questa volta non ci saranno nuove assunzioni significative, per il semplice motivo che le aziende per assumere persone, devono produrre di più, ma per produrre di più devono avere più ordinativi, ma per avere più ordinativi i cittadini devono consumare di più… cosa che non possono fare visto che i salari sono bloccati ed il governo penalizza persino i pensionati con la mancata rivalutazione in base all’inflazione reale… 
L’unica occupazione prevista saranno i 4.000 impiegati a Centri per l’Impiego ! Ma fino a quando i poveri sopporteranno ?

mercoledì 2 gennaio 2019

Lo scandalo della Certosa di Trisulti finita in mano alla destra sovranista

fonte:     Valledelsacco.eu

A commento del post da me pubblicato sulla marcia e il dibattito del 29 dicembre scorso sulla Certosa di Trisulti dal titolo: "Trisulti la marcia per la Certosa Bene Comune" visibile cliccando QUI,  ho ricevuti il link all'articolo di seguito pubblicato. E' un appello a cui mi sento di aderire senza se e senza ma.
Luciano Granieri

Certosa di Trisulti vista da Monte Rotonaria


Lo scandalo della Certosa di Trisulti finita in mano alla destra sovranista

Come è potuto succedere? Appello alle istituzioni coinvolte.
Ormai tutti conoscete il “caso Trisulti”, la questione è ormai definitivamente esplosa sui media dopo il recente articolo del Washington Post.
La storia però parte da lontano e io ho avuto la possibilità di seguirla sin da giugno del 2017, con questo mio articolo http://www.valledelsacco.eu/la-nuova-gestione-della-certosa-di-trisulti-decisa-dal-mibact/ che vi invito a leggere prima di proseguire, in quanto necessario a comprendere alcuni delicati meccanismi di cui tratterò anche adesso.
Dunque la gestione della Certosa è in mano da mesi all’istituto DHI e al suo presidente Benjamin Harnwell. Bastava una ricerca di pochi minuti per capire che questo istituto si muoveva nell’ambito di uno stretto legame tra religione e politica.
Sabato scorso c’è stato un importante evento a Collepardo organizzato da Comunità Solidali.
Alla luce di quanto già conoscevo, e di quanto appreso durante l’assemblea pubblica del 29/12 presso la sala consiliare del comune, mi sento quindi di rivolgere un appello a tutte le istituzioni coinvolte, contenente alcune domande alle quali tutti noi meriteremmo di avere risposta.
All’ex Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, alla presidente della Commissione Dott.ssa Caterina Bon Valsassina e al Responsabile del procedimento Dott. Antonio Tarasco;
come è stato possibile assegnare n monumento nazionale all’istituto DHI le cui intenzioni e scopi politici erano manifesti sin dal principio e che non aveva alcuna esperienza in merito alla gestione del patrimonio culturale? Come è stato possibile riconoscere come requisito valido ai fini del punto 4b del bando (documentata esperienza almeno quinquennale nel settore della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale) la promozione del vangelo come sostiene Harnwell? E inoltre come è stato possibile riconoscere come requisito valido del punto 4c del bando ( documentata esperienza nella gestione, nell’ultimo quinquennio antecedente alla pubblicazione del presente Avviso, di almeno un immobile culturale, pubblico o privato) la gestione del “fantomatico” piccolo museo Monastico di Civita che come ormai riconosciuto e testimoniato da tutti non è mai esistito? Come sono state possibili delle sviste cosi macroscopiche e clamorose?
Al Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli, 
lei si è insediato da ormai 7 mesi, è a conoscenza di questa situazione? Nulla è trapelato in questi mesi e dal Ministero continua solo un assordante silenzio. Sul sito ufficiale Mibac la Certosa continua ad ancora avere tutti i riferimenti della precedente gestione statale (orari e gratuità dell’ingresso). Ha intenzione di verificare i fatti pregressi, la situazione attuale e di prendere quindi qualche decisione al riguardo?
Al Sindaco di Collepardo Mauro Bussiglieri;
durante l’incontro pubblico del 29/12 il consigliere comunale Andrea Marino ha lanciato alcune velate accuse all’amministrazione comunale riguardo la poca trasparenza nella gestione della vicenda. Sempre secondo Marino la responsabile del fantomatico Museo di Civita, ovvero uno dei punti chiave tra i requisiti che hanno determinato la conformità alle richieste del bando, sarebbe la figlia di un assessore comunale (tale Martina Veglianti). Eppure lei stesso ha dichiarato che questo museo non è mai esistito. Cosa può rispondere a queste accuse, può chiarire in proposito?
All’Abate di Casamari, Al Vescovo della Diocesi Anagni Alatri Lorenzo Loppa; visto che come testimoniato da diversi abitanti e come riconosciuto dallo stesso Harnwell egli risiedeva o comunque frequentava assiduamente la Certosa da molti mesi prima che il bando per la gestione venisse anche solo annunciato, visto che l’abate Eugenio Romagnuolo gli ha assegnato la gestione del fantomatico Museo di Civita nel 2015, forte è il sospetto che tutto fosse scientemente organizzato fin dal principio. Eravate quindi voi a conoscenza di tutto il progetto, lo avete quindi condiviso e incoraggiato? Potete chiarire la vostra posizione?
A Jorge Bergoglio Pontefice della Chiesa Cattolica;
il 25/06/2015 l’istituto DHI le annunciava tramite una lettera del cardinale Martino (visibile qui, a pag 4 e 5 del pdf) le proprie intenzioni riguardo la Certosa di Trisulti e le chiedeva ufficialmente di intercedere presso il ministro Franceschini. Era quindi lei a conoscenza del progetto? Si è adoperato in qualche modo a proposito?
A tutte le forze politiche democratiche di qualsiasi orientamento, qual’è la vostra posizione su questa storia? Ormai è trascorso più di un anno e mezzo, ne siete quindi a conoscenza da mesi eppure quasi nessuna voce si è levata in difesa di un monumento nazionale come la Certosa di Trisulti. Avete intenzione di intraprendere qualche iniziativa nel prossimo futuro?
Ringrazio in anticipo tutti quanti vorranno collaborare alla diffusione di questo appello affinchè venga fatta completa luce su questa vicenda.