Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
martedì 6 agosto 2019
Nuovo Piano Rifiuti regione Lazio, giù le mani da Colleferro
La Giunta della Regione Lazio ha deliberato il nuovo Piano rifiuti, ora ci saranno i passaggi delle osservazioni pubbliche e l’avallo del Consiglio regionale per la conseguente adozione.
Finora il piano vigente era quello della Giunta Polverini del 2012, un ritardo di due anni, visto che il Piano rifiuti ha durata quinquennale. Avendo al momento a disposizione solamente le dichiarazioni, peraltro già anticipate a più riprese dai soggetti decisori, possiamo certificare che la Giunta Zingaretti mette di nuovo le mani su Colleferro con un polo impiantistico del conferimento e trattamento, elemento cardine per far quadrare i numeri.
domenica 4 agosto 2019
Il Tevere non ce lo beviamo
Coordinamento Romano Acqua Pubblica
Tevere da bere: una risposta pericolosa alla crisi idrica.
Davvero Acea, Comune e Regione sono tutti d’accordo?
In una città come Roma, alimentata principalmente da acqua di
sorgente che viene dispersa per circa il 40%, una gestione della risorsa idrica
e delle bollette dei cittadini vedrebbe al primo posto la lotta allo spreco
idrico e la ristrutturazione delle reti, a tutela anche delle fonti e dei corpi
idrici sempre più "stressati".
Invece i soldi dei cittadini sono stati spesi per costruire il
potabilizzatore del Tevere, costato 7,5 milioni di euro secondo l'A.D. di Acea,
12 secondo altre fonti. Una nuova "fonte" che Acea ha già iscritto
nel bilancio idrico per l’estate 2019, quindi potenzialmente in funzione da un
momento all’altro. Emergenziale, proprio come il lago di Bracciano, che però
l’azienda, nel tempo, ha utilizzato in maniera “strutturale” fino allo stop
imposto alla captazione per la compromissione dell’ecosistema a seguito della
crisi idrica del 2017.
Ancora una volta invece di ridurre le perdite sulla rete idrica
si realizza un’opera “torbida” come l’acqua del Tevere, con l’avallo di diversi
enti e amministrazioni.
Un'opera delicata e strategica, che è stata approvata e realizzata con una
procedura lampo: approvato in via preliminare a dicembre 2017 è stato
inaugurato, da pochi intimi, 12 mesi dopo.
Potrebbe essere solo efficienza, se non vi fossero una serie di aspetti poco
chiari: dalle modifiche "in extremis" di leggi regionali che ne
avrebbero vietato l'entrata in funzione, a dubbi di natura tecnica
sull'efficacia delle tecnologie scelte.
Come cittadini poniamo alcune domande agli enti preposti, in primis alla
Sindaca di Roma Virginia Raggi, al Presidente della Regione Nicola Zingaretti
e, naturalmente, al gestore Acea.
Siete proprio tutti d'accordo e così sicuri che questa sia la
scelta giusta per la tutela dei cittadini e della risorsa idrica? Chiediamo di
rispondere ciascuno per il ruolo che gli compete.
1. Il progetto presentato alle amministrazioni pubbliche
competenti era di fatto irrealizzabile, poiché quando sono stati richiesti i
pareri la normativa regionale vietava l’uso potabile di fiumi che ricevessero
scarichi industriali sul loro corso.
Come possono considerarsi legittimi quei pareri e il voto dei sindaci coinvolti
nella conferenza dell’ATO 2 di dicembre 2017 del quale non appare la conta nel
verbale?
2. Non appare curioso che la normativa regionale sia stata
modificata solo a seguito della realizzazione dell’opera, permettendone così la
possibile entrata in funzione?
3. Siete sicuri che la caratterizzazione dell’acqua del Tevere
sia stata effettuata in ottemperanza a tutte le norme previste dalla legge? I
tempi e le modalità della caratterizzazione lasciano diversi dubbi.
4. La tecnologia utilizzata nell’impianto di potabilizzazione,
basata su filtri a carboni attivi, non è specifica per sostanze come metalli
pesanti, idrocarburi e microplastiche, che diversi studi scientifici dimostrano
essere presenti nel Tevere. Siete sicuri che questo non rappresenti un rischio
per la salute?
5. Siete, dunque, sicuri che non si darà da bere ai romani un
fiume di veleni? Con quale frequenza verranno effettuati e resi pubblici i
monitoraggi?
6. A fronte di una dispersione delle reti di circa il 40%, ossia
9.000 l/s, la soluzione per mettere in sicurezza l’approvvigionamento idrico di
Roma è la costruzione di un’opera che al massimo immetterà in rete 500 l/s,
ossia un 1/18 dell’acqua che si perde. Siete sicuri che sia una scelta
razionale e compatibile con la sfida del risparmio idrico che le grandi città
sono chiamate a compiere?
7. A fronte di perdite così ingenti è stato approvato il
raddoppio dell’acquedotto del Peschiera, lasciando intravedere la prospettiva
dell’aumento dei prelievi da quelle sorgenti, mettendo ancora più a rischio un
acquifero di rilevanza nazionale, una riserva strategica e un ecosistema unico.
Siete sicuri che continuare a sfruttare al massimo le fonti, invece di ridurre
gli sprechi, sia un buon modo per investire i soldi dei cittadini e garantire
il futuro della risorsa idrica?
8. L’A.D. di Acea, in Assemblea dei Soci, si è rifiutato di
comunicare un obiettivo percentuale di riduzione delle perdite. Esiste un
obiettivo di questo tipo? Perché gli enti preposti non lo impongono al gestore
Acea 2 S.p.A.? Siete sicuri che una reale ristrutturazione della rete idrica
non sia l’unica strada sensata per far fronte alle future “crisi idriche”?
Noi siamo sicuri che, se non verranno modificate le politiche e
la strategia aziendale sulla gestione dell’acqua guardando alla sua tutela e
preservazione per le generazioni future, sarà la storia a condannarvi come
responsabili di un disastro annunciato.
Riteniamo necessario che il potabilizzatore non entri in funzione per uso
potabile, ma al limite per usi non potabili, come l’impianto preesistente che
dagli anni ’90 prelevava acqua dal fiume e ne ricavava acqua per annaffiare
parchi e ville di Roma e del Vaticano.
Infine, vi segnaliamo che, nell’ambito della campagna che abbiamo messo in
campo, intendiamo presentare un esposto tramite cui chiedere a diversi enti di
chiarire i dubbi di natura procedurale e ambientale legati a questa opera.
Roma, 01/08/2019.
Coordinamento Romano Acqua
Pubblica
Porto Rico e la troika caraibica
Matteo Bortolon
Pochi in Europa hanno prestato attenzione alle vicende di Porto Rico, piccolo paese dei Caraibi le cui vicende vedono un parallelismo con i paesi spremuti dalle politiche di austerità.
Anche a luglio 2019 non vi è stata grande attenzione da parte dei media, anche se una delle più imponenti mobilitazioni popolari della storia del paese ha portato ad una raffica di dimissioni in una crisi istituzionale piuttosto difficile.
Le proteste sono scoppiate in seguito alla diffusione di 900 pagine di chat scambiate fra il governatore Rossellò e i suoi collaboratori. Insulti, dileggio, sessismo, omofobia. Ma anche truffe e corruzione. Un cerino calato in una polveriera, che ha suscitato una reazione popolare così intensa da coinvolgere star internazionali come il cantante Ricky Martin e la supermodella portoricana Joan Smalls.
Porto Rico è un arcipelago piccolo, a est della Repubblica Dominicana con circa 3,6 milioni di abitanti. È un territorio controllato dagli Usa i cui abitanti sono cittadini statunitensi ma senza diritti politici, infatti non possono votare per il Congresso che fa le leggi cui sono vincolati, ma solo le autorità amministrative per questioni locali.
Il paese, che dovrebbe diventare uno stato vero e proprio degli Usa, era diventato una sorta di paradiso per l’investimento finanziario: i profitti sui titoli di stato portoricani non venivano tassati. Lo sgravio ha innescato un forte indebitamento, favorito dalla corsa per prestare soldi all’arcipelago e goderne gli interessi.
Finché fra il 2014-15 la recessione economica ha portato il consueto meccanismo di contrarre debiti per pagare i creditori, generando un «effetto slavina» sulla somma complessiva a far temere il default o una «ristrutturazione»: o non pagare il debito o ridurlo. Una cosa che i creditori non potevano permettere. Anche perché fra di essi vi sono diversi hedge fund, punta d’acciaio del profitto speculativo mondiale. Vere ammiraglie del capitalismo finanziario decise a esercitare tutta la pressione politica per evitare perdite. A costo di farle pagare ai cittadini e ai lavoratori.
Per mettere a posto la faccenda Obama firmò nel 2016 una legge (il «Puerto Rico Oversight, Management and Economic Stability Act» o «PROMESA») che consegnava ogni potere in materia di bilancio e debito a una commissione di sette membri.
La versione locale della Troika europea, che infatti ha iniziato una drastica «cura» a base di privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica. Non ci si stupirà troppo se nella miseria generale i funzionari e intrallazzatori nuotano in un piccolo oceano di corruzione (da poco due ex funzionari portoricani erano stati arrestati per corruzione dalla Fbi). Che in parte emergono anche dalle chat del governatore oramai dimissionario.
Le proteste scattano non solo in un contesto di impoverimento generale ma di sfacciata cleptocrazia che, come emerge nelle 900 pagine, ha anche sottratto fondi agli aiuti stanziati per il terribile uragano Maria che nel 2017 ha colpito l’isola.
Vedendo i nomi che compaiono nell’organismo che impone in modo dittatoriale il neoliberismo emerge chiaramente come le imposizioni sul piano politico siano strettamente funzionali all’interesse economico della oligarchia finanziaria.
Il presidente dell’organo di «supervisione finanziaria e gestione» lavorava per un fondo assicurativo diventato parte del potente colosso finanziario HUB International Limited, un gigante del settore posseduto dal fondo speculativo nordamericano Hellman & Friedman LLC , forte di 25 miliardi di dollari di attività.
Fra i componenti compaiono anche un analista del pensatoio conservatore American Enterprise Institute, selvaggiamente foraggiato dal DonorTrust, il punto terminale di un network di soggetti foraggiati da imprese Usa (detto familiarmente «il bancomat della destra»); un ex dirigente di BayBoston, azienda di servizi finanziari; l’ex presidente della Associazione Banchieri di Porto Rico; un avvocato specializzato in ristrutturazioni finanziari, prestiti commerciali. Gente giusta al posto giusto. Come sempre.
fonte: il manifesto 03/08/2019
venerdì 2 agosto 2019
La Pannocchia è blues
Resistenza Territoriale Attiva
SERRONE, 9 AGOSTO.
LA PANNOCCHIA E' BLUES!
Dalle 17,30 alle 19,30: Piazza Romolo Fulli
Dalle 20,00 all'01,00: Parco San Rocco
Torna dopo qualche anno "La Pannocchia Blues", un evento che nella sua prima edizione era stato pensato per riportare la buona musica e l'esibizione dei gruppi locali sul nostro territorio. Noi ne abbiamo preso il testimone e, ringraziando i ragazzi che ce lo hanno lasciato, abbiamo deciso di sfruttare questo momento di aggregazione per accendere i riflettori anche su un altro argomento, un problema che ci tocca da vicino ogni giorno: l'inquinamento della Valle del Sacco, un territorio giunto a livelli di sfruttamento e tossicità non più tollerabili, e per il quale vale la pena battersi ed informarsi, perché è il NOSTRO territorio.
GREEN SESSION: dalle 17,30 alle 19,30 in Piazza Romolo Fulli. Parleremo della situazione della Valle del Sacco con diversi esperti del settore, per capire quali sono le criticità del nostro territorio, le conseguenze di anni di sfruttamento e le speranze per il futuro. Speriamo in una partecipazione numerosa, per poter confrontarci con tutti i punti di vista, essere più consapevoli del tesoro che ci circonda e capire cosa possiamo fare tutti insieme per difenderlo.
BLUES SESSION: Ci sposteremo a Parco San Rocco con l'apertura alle ore 20,00 dello stand luppologastronomico (trad: birra, birra, pannocchie, pannocchie... ma non solo! pure pasta, zazzicchie, panzanella... insomma n'sacco de robba), e a partire dalle 21,00 un po' di sound massiccio con Jackie Brown, Willie Dixit e Skardellas!
NOI SIAMO PRONTI! E voi?
mercoledì 31 luglio 2019
Comunicato dell'ANPI comitato provinciale di Frosinone: basta violenza fascista a Frosinone
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Comitato Provinciale di Frosinone
Frosinone, 30/07/2019
A seguito degli ultimi fatti di violenza fascista accaduti a Frosinone in occasione del concerto organizzato, in ricordo di Matteo "Zaiet" Fontana dall’Associazione Zaiet Onlus con scopi
di beneficenza, riteniamo necessario ribadire con la presenza sul territorio che nessuno può essere
oggetto di violenza impunita nel nostro Paese, che garantisce la libertà e la partecipazione
democratica dei cittadini alla vita civile e sociale nel rispetto della legge.
Nel rinnovare la nostra totale solidarietà al giovane Francesco ed alla sua famiglia, oltre che
all’Associazione Zaiet, richiamiamo alle loro responsabilità le Istituzioni rappresentative, e
attendiamo da esse un qualche segno di esistenza in vita, una presa di posizione che non sia il solito
pilatesco colpevolizzare le vittime, visto che qui, ancora una volta, la vittima non ha fatto altro che
ciò che la Costituzione e le leggi lo chiamano a fare.
Abbiamo atteso che fossero chiare le dinamiche e le caratteristiche di questo ennesimo sfregio alla
libertà ed alla incolumità di cittadini italiani, non essendo avvezzi all’approssimazione di cui invece
sembrano nutrirsi commentatori anche occupanti posizioni di rilievo istituzionale, che sulla base di
iniziali notizie confuse e suggestioni rimbalzate nel web partono in tromba con anatemi e condanne
ai roghi scatenando alluvioni di violente esternazioni, salvo poi doversi arrampicare malamente su
vetri insaponati per rattoppare le figure meschine rimediate.
Adesso che le cose sono più manifeste date le testimonianze, le fotografie, il venire alla luce di fatti
analoghi accaduti nel tempo, esprimiamo la più preoccupata presa d’atto che le nostre analisi, gli
appelli costantemente rivolti alla cittadinanza ed alle Istituzioni affinché non sottovalutassero i
rischi per la convivenza civile e per le condizioni di agibilità democratica delle nostre città e della
società più largamente intesa, erano più che fondati.
Non che ci fosse necessità di conferma, visto che le nostre valutazioni non sono mai umorali o
dettate da secondi fini, come invece purtroppo registriamo continuamente da parte di personaggi e
organizzazioni politiche dedite molto più alla propaganda di bassa cucina che alla difesa delle
Istituzioni che, malauguratamente, in questo periodo occupano. Quando ci esprimiamo, ed
indichiamo rischi nello svilupparsi di certi processi storici e degli interessi che li alimentano, lo
facciamo avendo presenti gli insegnamenti della Storia, non le fregole elettoralistiche di gente senza
scrupoli.
Sarebbe pleonastico definire vile l’aggressione fascista di Frosinone, e non ci interessa stabilire
quanto sia da considerare “libertà di espressione” quella di aggredire in branco persone inermi e
sole. Solo ci auguriamo, forse troppo ottimisticamente, che i cittadini “normali” comincino a
comprendere cosa significhi considerare il fascismo come una idea politica al pari delle altre, con
pari diritto di essere sostenuta e praticata. Forse non a tutti è chiaro che il fascismo, diversamente da
molte altre idee e teorie sociali (dal liberalismo al socialismo, dalle più varie filosofie ad altrettanto
varie religioni) non ha subìto deviazioni ma è nato e si è affermato con il preciso obiettivo e con il
dichiarato e teorizzato metodo del terrore, e con quella barbara concezione continua a presentarsi.
Chiamiamo pertanto i cittadini a partecipare alle iniziative che si svolgeranno nei prossimi giorni a
sostegno dell’idea democratica e della civiltà costituzionale, della convivenza pacifica e del rifiuto
di qualunque pratica autoritaria, violenta e coercitiva, che non solo sono in contrasto con i principi
ed i dispositivi della Costituzione, ma rappresentano un arretramento delle nostre conquiste
democratiche le quali, quando non riescono a realizzarsi a pieno è perché viene a mancare loro il
sostegno e la pratica dei cittadini.
Ci conforta la piena condivisione di queste affermazioni da parte di molti cittadini, sia in forma
organizzata che da liberi soggetti, come dimostrano le espressioni di sostegno e di promozione degli
stessi valori e delle stesse preoccupazioni, di cui diamo una lista, provvisoria perché in continua
evoluzione:
Comunità Solidali, Collettivo UgualMente, Partito socialista Italiano Frosinone, Partito Democratico
Frosinone, Possibile Frosinone, Possibile LGBT, Potere al Popolo Frosinone, Frosinone Libera, PuliAMO
Frosinone, SPI-CGIL Provinciale Frosinone-Latina, SPI-CGIL Lega Frosinone-Anagni, Agedo Frosinone,
Adesioni personali varie, fra cui:
Rocco Lancia, Simone Campioni, Giuseppe Guerrera, Italo
Clemente, Maria Concetta Giovannone, Nicoletta Giovannone, Ginevra Trinca, Valeria Anna Rita
Selvini, Fausta Dumano, Alessandro Fattoracci, Sonia Sale, Carla Corsetti, Nando Leva,
Massimiliano Tagliaferri, Alida di Lonardo, Annarosa Frate, Gianmarco Capogna, Massimiliano
Tata, Antonio Corbo, Maria Lucia Giovannangelo, Umberta di Stefano, Luciano Granieri, Daniela
Bianchi, Marina Tarquini, Antonella D’Emilia, Angela Mancini.
Comunicheremo via via le iniziative che terremo, sia promosse dall’ANPI sia da altre realtà
democratiche, alle quali confermiamo fin d’ora il nostro contributo e il nostro sostegno.
Abbiamo già inviato a S.E. il Prefetto una richiesta di incontro per conoscere le valutazioni
dell’Istituzione sul tema ed avere rassicurazioni concrete sulla sicurezza dei nostri territori di fronte
al montare dell’impunità, dell’arroganza e della violenza contro ogni espressione di impegno civile
democratico.
ANPI
Comitato provinciale di Frosinone
martedì 30 luglio 2019
Che si suona?......Si suona "So What"
Luciano Granieri
Come è iniziato il 2019? E’ iniziato suonando “So What”.
Mia moglie ed io avevamo deciso di festeggiare l’inizio del nuovo anno
insieme agli amici, anzi, ai “compagni”della
Casa del Popolo di Anagni. Guarda caso li c’era una batteria, guarda caso avevo
portato le bacchette , guarda caso fra i convitati c’erano innamorati del jazz : musicisti professionisti e dilettanti come il sottoscritto, guarda caso ognuno con il proprio strumento
al seguito: Una chitarra, un basso elettrico, un sax tenore e la batteria che, per
quella notte, ha subito le mie sevizie.
Che
suoniamo? Il riff di basso di So What
è scappato quasi automatico al nostro
amico bassista per cui tutti, raccogliendo il suo invito, ci siamo avventurati sulle eccitanti strade improvvisative davisiane.
Alcune volte il caso
ti propone strane coincidenze. Infatti So What è il brano di apertura di “Kind of Blue”. Il disco di
Miles Davis considerato da molti la migliore incisione di tutto il
panorama jazzistico, e proprio nel 2019 l’album compie sessant’anni dalla sua
pubblicazione avvenuta il 17 agosto 1959. Kind
of Blue è un’opera basilare per la musica afroamericana , e non, ha influenzato musicisti famosi in tutto il
mondo, ha esaltato i cultori, ha addirittura
avvicinato e appassionato al jazz, persone che non conoscevano questo tipo di espressione. E a sessant’anni
da Kind of Blue, come non si poteva
iniziare il 2019 suonando So What?
Stranamente
un album considerato una pietra
miliare per la musica jazz è scaturito in modo semplice , molto poco costruito.
Il 2 marzo 1959 Miles Davis con i fidi , Julian Cannonball Adderley al sax alto,
Paul Chambers al contrabbasso, Jimmy Cobb alla batteria, un redivivo e pimpante John Coltrane al sax
tenore, i pianisti, Wynton Kelly e Bill Evans, tornato con Davis dopo aver
condotto per breve tempo un proprio trio, entrano in studio per la registrazione .
Nelle note di copertina delle a prima edizione proprio Bill Evans descrive il
clima: “Miles ha concepito la struttura
di questa musica solo poche ore prima che venisse registrata , arrivando in
studio con dei semplici schemi per
indicare al gruppo quel che andava eseguito. Quello che dunque il fruitore
ascolterà in questi brani è qualcosa di assai vicino alla spontaneità . Nessuno
dei brani era mai stato eseguito dal gruppo prima della registrazione”,
inoltre, a detta di Evans:“tutti i brani
vennero incisi in presa diretta senza ripetizioni”.
In realtà proprio vero non era. Da dieci mesi
il progetto Kind of Blue frullava nella testa di Miles Davis. Fu l’espressione
di un senso estetico che andava recuperando le radici del jazz arcaico , ma
soprattutto andava maturando la convinzione di comporre strutture snelle, con pochi accordi, poche scale, concezione la cui sperimentazione era già
iniziata nel 1958 in alcune altre incisioni come “Milestones” .
So What si basa solo su due scale, una formula che consente ai solisti di essere più liberi
di improvvisare. Questo allora era il pensiero di
Miles in proposito: “Io penso che ci sia una tendenza emergente nella musica jazz, per cui ci si va
distaccando dalla convenzionale successione di accordi e si ritorna a porre l’accento
sulle variazioni melodiche. Si avranno meno accordi, ma infinite possibilità di
intervento su di essi” Una manna per
chi come John Coltrane stava sperimentando
l’improvvisazione modale.
Il disco di apre con So What come detto, è una
struttura “call and response” (chiamata
e risposta) tipica dei work songs , a conferma delle rinnovate attenzione verso
il jazz arcaico,il contrabbasso chiama e i fiati rispondono, segue Freddie Freeloader,
l’unico brano in cui al piano c’è Wynton
Kelly, un blues accattivante a
tempo medio, poi si ascolta Blue in
Green , un pezzo dalla struttura
atipica in dieci battute il cui protagonista indiscusso è Bill Evans, quindi All
Blues, altro blues che originariamente doveva essere in 4/4 ma il giorno
stesso della registrazione Miles ne cambiò la conformazione ritmica . Così confidò al critico musicale
Ralph Gleason: “L’avevo scritto in 4/4 ma
quando fummo in studio mi colpì l’idea che doveva esser in 3/4. Non mi era mai
venuta in mente quella soluzione ma si rivelò perfetta”. Chiude Flamenco
Sketches , una ballata minimalista dove gli sforzi di Miles, tesi a
dissolvere la struttura armonica, si realizzano appieno. Prima di iniziare l’esecuzione
vengono stabiliti, cinque modi, cinque
scale sulle quali i musicisti improvvisano senza aver stabilito alcun tema.
Curiose sono le modalità con cui vengono
decisi i titoli dei brani. Miles Davis non si è mai appassionato alla ricerca del
titolo giusto, questo doveva servire esclusivamente per distinguere un pezzo
dall’altro. Quando ci si interrogò su come dovesse essere chiamato il brano d’apertura,
Miles disse che non gli interessava nulla del titolo, “chi se ne importa” affermò scocciato, dunque
il brano si chiamò “So What” una frase idiomatica che vuol dire per l’appunto: “chi
se ne importa”. Lo stesso Freddie
Freeloader non era altro che il soprannome di un ex barista di
Filadelfia, un vagabondo che bazzicava i locali jazz rendendosi servizievole verso i musicisti .
Tutti i brani
sono a firma di Miles Davis……Tutti? Blue
in Green in realtà, anche se nelle
note di copertina è attribuito a Miles, è di Bill Evans. Ma forse non è neanche
così. Specifichiamo meglio, ce lo spiga lo stesso Bill Evans: “In effetti si tratta di un mio brano, anche se Miles è accreditato come
co-autore, per ragioni che solo lui conosce. Un giorno a casa sua Miles tracciò
su un foglio di carta i segni per indicare Sol minore e La aumentata e mi domandò
“che ne faresti?” proprio non sapevo che farne ma quando tornai a casa scrissi “Blue
in green”.
Come abbiamo visto Kind of Blue è un album particolare non solo
per la struttura musicale, ma anche per gli aneddoti per le condizioni
straordinarie ed irripetibili in cui si sono venuti a trovare i musicisti, i
quali non ebbero subito la percezione di aver inciso un capolavoro. Jimmy Cobb, non appena concluse le registrazioni, così si espresse: “ Quando fu finito e riascoltammo ciò che avevamo fatto, esaminammo le
varie cose……In studio ci era sembrata una buona musica….e su disco era venuta
bene veramente…..Diavolo! mi dissi, proprio un bel suono”.
Non si era reso minimamente conto di aver
preso parte all’incisione del disco di jazz forse più importante della storia della musica
afroamericana. Noi invece che nella
notte di capodanno 2019 abbiamo suonato So
What lo sapevamo benissimo perché per tutti noi, musicisti, dilettanti
musicisti, appassionati, dopo Kind of
Blue nulla sarebbe stato come prima.
lunedì 29 luglio 2019
Aggressione fascista a Frosinone: quando l'indifferenza libera l'odio
Luciano Granieri
Sdegno e rabbia sta suscitando sui social media, sia a livello
locale che nazionale, la notizia
dell’aggressione subita da un ricercatore universitario, Francesco, ad opera
di picchiatori dell’estrema
destra avvenuta a Frosinone durante un
concerto di beneficenza. La colpa di Francesco era quella di avere indosso la maglietta del Cinema America . Gli
squadristi , emuli delle gesta dei loro camerati di Roma scagliatisi qualche
settimana fa contro altri due ragazzi che indossavano la stessa maglietta,
hanno pensato bene di dimostrare che anche a Frosinone certe manifestazioni di
convivenza democratica e di solidarietà non sono gradite e vanno punite.
Francesco si è ritrovato con la maglietta
stracciata e gli occhiali rotti.
In
realtà l’aggressione è solo uno, anche
se grave, di una serie di atti che testimoniano come la marea nera stia montando anche a
Frosinone. Un compagno aveva solo provato ad
alzare il pugno in cielo (gesto
permesso dalla Costituzione, mi pare) e si è trovato circondato da
squadristelli minacciosi, dispersi grazie all’aiuto della vigilanza.
Con mia
moglie, Maria
Lucia ci siamo visti fermare , presso il Parco del Matusa, da tre
ragazzi i quali ci hanno chiesto di fargli una foto con il loro cellulare,
abbiamo accettato senza problemi. Ma
dopo essersi messi in posa questi hanno
srotolato una bandiera con la croce celtica. Gli abbiamo riconsegnato il
telefonino dicendo che la foto se la potevano fare da soli. Ci hanno
apostrofato chiamandoci zecche di merda, ma per fortuna non ci hanno aggredito,
forse perché c’era troppa gente intorno. Resta il fatto che nel
tornare a casa una certa preoccupazione per eventuali ritorsioni l’abbiamo
avuta.
Le farneticazioni razziste del
ministro dell’interno -l’amministrazione
comunale cittadina pienamente allineata a Matteo Salvini , grazie ad una giunta comunale sodale al Carroccio ed un neo consigliere che, qualche anno fa, invocava il manganello e
l’olio di ricino per reprimere una protesta di lavoratori licenziati - stanno dando la stura alle peggiori pulsioni
fasciste e razziste, già presenti in città ma in qualche modo limitate da una
sorta di pudore nel manifestarle.
Tutto ciò, purtroppo, non è che la
inevitabile conseguenza dell’indifferenza e l’insofferenza verso chi come noi, già dal 2010, ammoniva contro il pericolo fascista che
si stava materializzando in città con l’apertura di una sede di Casapound.
Indifferenza: “ma chi sene frega di
quattro ragazzotti un po’ esuberanti capaci solo di fare un po’ di casino senza
fare male a nessuno ” così venivamo
apostrofati quando parlavamo dei fascisti del terzo millennio. Insofferenza: “tutti hanno il diritto di esprimere la
propria opinione, anche chi non la pensa come voi, anzi non ci rompete le
scatole con queste stupidaggini i problemi di Frosinone sono altri non la
solita diatriba fra fascisti e comunisti” Ciò è quanto affermavano anche
esponenti politici cittadini di peso quando provammo a lottare contro “l’incistamento” a Frosinone
di Casapound.
Oggi quei ragazzotti considerati innocui ce li troviamo fianco a fianco in ogni tipo di
manifestazione pubblica cittadina. Sono li pronti a riversare il loro odio
inculcato da cattivi maestri che ahimè stanno governano, non solo il Paese, ma
anche la città, contro chi si azzarda a
difendere i migranti o a proferire una
minima parola di solidarietà . La Costituzione non sanno neanche cosa sia, la convivenza
democratica è stata stracciata e buttata
nel cesso, i tagli ai servizi sociali, operati anche dal comune frusinate
leghista, sono il frutto dell’invasione dei neri che vengono a rubare il
lavoro, e non il risultato di una politica che, per procedere indisturbata
nella tutela degli interessi del capitale finanziario, alimenta la guerra dei penultimi contro gli ultimi.
Dunque
l’indifferenza di allora ha sdoganato l’odio di oggi , ha liberato le peggiori pulsioni fasciste e
razziste. Oggi resta difficile fermare una deriva che poteva essere bloccata
dieci anni fa. Ma ciò non deve giustificare arretramenti o desistenze di fronte
alla minaccia fascista. Il fascismo non è un’idea è un crimine, questo va
ribadito con ancora più forza a partire dalla nostra città.
Frosinone è
antifascista, questo deve essere chiaro a tutti a cominciare dal sindaco , dalla sua giunta e dai
consiglieri di maggioranza, qualcuno dei quali invoca manganello e olio di
ricino per reprimere il dissenso. Chiarire questo concetto è compito di tutti,
donne, uomini, associazioni, movimenti
di questa città e provincia che
considerano la Costituzione elemento fondante del vivere democratico. Persone
chiamate ad unirsi ed organizzarsi per combattere e scacciare una marea nera e
pesante che sta degradando ogni principio di convivenza civile. E’ una reazione
urgente e quanto mai irrinunciabile.
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