Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 27 novembre 2012

Lavorare meno ma tutti, nazionalizzare le imprese in crisi


MANIFESTO DI LOTTA
“Redistribuire il lavoro che c’è, nazionalizzare le imprese che chiudono”


Due punti per uscire dalla difesa della miseria dell’esistente e lottare contro un futuro senza prospettive

1. La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e senza aumenti di produttività.
2. L’esproprio/nazionalizzazione sotto controllo collettivo delle aziende in crisi e che delocalizzano.



Nonostante le centinaia di miliardi di euro che sono stati prelevati dalle tasche dei lavoratori e delle loro famiglie per essere regalati alle banche dal governo Monti attraverso le sue controriforme, la crisi continua a mordere e sempre gli stessi settori sociali. E nel prossimo futuro andrà ancora peggio visto il pareggio di bilancio introdotto in Costituzione con l’applicazione, per volere della UE, del Fiscal Compact che imporrà a qualsiasi governo avremo tagli alla spesa per circa 45-47 miliardi di euro per ogni anno nei prossimi venti anni almeno. Questo vuol dire che non sono previste risorse né per investimenti e progressivamente nemmeno per gli ammortizzatori sociali.



Chi perde il lavoro o andrà in cassintegrazione perché la sua azienda è in crisi, chiude e/o de localizza ha davanti a sé unicamente un futuro di disoccupazione e miseria in solitudine.



Secondo l’osservatorio Nazionale sulla CIG della CGIL: “L’attuale situazione recessiva non accenna a migliorare” e anzi la produzione continuerà a calare. Da quanto si evince dal rapporto: “Sono 800 milioni le ore di cassa integrazione registrate da inizio anno fino a settembre -510 mila i lavoratori a zero ore per un taglio del reddito, al netto delle tasse, di 3 miliardi di euro, pari a 6 mila euro per ogni singolo lavoratore. La richiesta di ore di CIG da gennaio a settembre ha superato le ore concesse nello stesso periodo del 2011 e continua a mantenere una richiesta media di oltre ottantacinque milioni di ore mese”. Sempre in base all’osservatorio, a settembre 2012 delle aziende in CIGS 4.096 erano quelle che sono già in concordato preventivo, in fallimento o che dichiarano crisi. Parliamo di centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio. Solo sui tavoli aperti al ministero dello sviluppo economico sono coinvolti 285.800 lavoratori e lavoratrici, dei quali 74.605 sono stati dichiarati già da oggi in esubero. Per non parlare dell’impatto sull’indotto che moltiplica per due o tre i numeri. Da questi numeri, raccolti sempre dallo stesso rapporto CGIL, sono escluse le grandi aziende gestite direttamente dal ministero. 



Questi numeri fanno capire chi sta pagando tutte le conseguenze della crisi e che le azioni messe in campo dal governo, spesso avallate passivamente dalle OOSS, non fanno altro che peggiorarla. Se continuiamo ad accettare il principio che dobbiamo pagare noi i costi della crisi dei padroni (che siano essi industriali, banchieri o speculatori) ci scaviamo la fossa con le nostre stesse mani. Gli ammortizzatori sociali ormai sono solo il viatico per la mobilità e i licenziamenti, e l’azione sindacale ormai è rivolta solo al loro utilizzo. Mentre i governi impongono tagli e controriforme per mantenere alti i profitti di banche e imprese, gli unici ad andare veramente in “default” in questo paese, col ricatto della crisi e del debito, sono i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, i precari, i cassintegrati ed i disoccupati. Le nostre singole vertenze contro i licenziamenti e contro la precarietà rischiano di sbattere contro il muro delle controparti (aziende e governo) col ricatto della chiusura o il contentino temporaneo di qualche ammortizzatore per fiaccare la nostra resistenza prima di perdere definitivamente il posto di lavoro.



Proponiamo che queste vertenze e lotte, che ciascuno conduce autonomamente con gli strumenti che ritiene più adeguati, siano affiancate dalla rivendicazione da parte di tutte le lavoratrici ed i lavoratori in lotta, dipendenti o precari, di due punti generali: 



1. La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e senza aumenti di produttività.

2. L’esproprio/nazionalizzazione sotto controllo collettivo delle aziende in crisi e che delocalizzano.
Non siamo più disponibili ad accettare che le grandi e medie imprese, sostenute in ogni modo con i nostri soldi, che hanno devastato interi territori e la salute di milioni di persone, per accrescere comunque i loro profitti chiudano qui e le vadano a riaprire ovunque gli convenga di più gettando per la strada centinaia di migliaia di lavoratori!
L’articolo 43 della costituzione italiana già recita “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.
Rivendichiamo che anche in termini di legge è possibile praticare l’esproprio e l’assegnazione a “comunità di lavoratori” delle aziende che chiudono o delocalizzano salvo pretendere che, visti tutti gli sgravi e incentivi pubblici ricevuti, non ricevano ulteriori indennizzi o al massimo un indennizzo simbolico di un euro!



L’introduzione di tecnologie e l’aumento dei ritmi di lavoro hanno aumentato a dismisura la velocità di produzione di beni e di servizi senza che questo abbia provocato una liberazione da una parte del tempo di lavoro per noi ma ha significato solo l’incremento di profitti per le aziende. Gli ammortizzatori e l’aumento della produttività (ormai, al pari della precarietà, introdotti anche nel pubblico impiego e nella scuola) sono solo l’anticamera della disoccupazione e quindi rivendichiamo, azienda per azienda, categoria per categoria, la riduzione d’orario a parità di salario e senza aumenti produttivi come l’unica possibilità per redistribuire intanto il lavoro che c’è e far si che non siamo noi a pagare, ancora una volta, i costi della crisi!



NOI ABBIAMO GIA’ PAGATO COL NOSTRO LAVORO E CON LE NOSTRE TRATTENUTE
E’ ORA CHE LA CRISI LA PAGHINO LE BANCHE, LE IMPRESE E GLI SPECULATORI 



promuovono delegat*, lavoratrici, lavoratori: Irisbus Valle Ufita, Marcegaglia Milano e Forlì, GKN Firenze, Carbosulcis, Portovesme, Fiat Termoli, Telecomitalia, appalti Selex, Alitalia

Ballottaggi per le primarie del PD

Il Segretario del PD Bersani non risponde alle domande del Fattoquotidiano.it sul finanziamento di 98mila euro, che i Riva hanno sottoscritto in favore della sua campagna elettorale del 2006.


Ricordati che devi morire

di claudia pepe

 

 
Ricordati che devi morire!...per cui cosa te ne frega dell'assistenza sanitaria .Dai su, non fare il choosy , non essere schizzinoso e , soprattutto cerca di morire sobriamente senza lamenti e senza proteste, perchè noi facciamo un lavoro duro, che tu non puoi capire. Non fissarti su un lavoro a vita , perchè vedi anche tu che la fabbriche chiudono, i gas fanno venire i tumori, gli insegnanti si squartano e gli studenti vengono menati. Non essere uno sfigato , perchè c'è sempre un call center che ti può accogliere, anche in nero , una stage gratis...Su, su non essere un fannullone operaio della Fiat che continui a dare problemi con le tue richieste inaudite e non produci 12 ore al giorno pisciando ogni 4 e anche di fretta. E tu , pensionato che ormai non devi più parlare perchè sei vecchio , non lamentarti quando ti arriva la cartella di Equitalia , che c'è sempre la Caritas per andare a mangiare. Suvvia, sii superiore, non essere come tutti gli italiani , c'è sempre la stazione la notte per dormire. Noi lo facciamo per voi, perchè ce lo chiede l'Europa (e sapete è importante l'Europa , più di voi...)e stiamo la lavorando tanto. Solo per te, apprezza. E ricordati che devi morire

ControCorrente abbraccia il CWI

La redazione di  CONTROCORRENTE SINISTRA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA


Un week end denso di discussioni sulle prospettive della sinistra, in Italia e in Europa, nel quadro della crisi capitalistica internazionale. La visita di Peter Taaffe, segretario del Socialist Party of Wales and England e di Clare Doyle, del Segretariato Internazionale del CWI (Comitato per un’Internazionale dei Lavoratori), in Liguria si è articolata in tre momenti. Venerdì 14 e domenica 16 due iniziative pubbliche, dal titolo ‘Sinistra degli Assessori o Sinistra dei Lavoratori? Un problema internazionale’, Genova e a Savona, che hanno visto la partecipazione di circa 50 e 20 compagni rispettivamente. Una platea ristretta (ma coi tempi che corrono neanche troppo), ma selezionata. Tra i partecipanti, lavoratori e delegati di Ericsson, Fincantieri, Navalimpianti, Datasiel, Eurocontrol, Bombardier (metalmeccanici), di AMT, AMIU, ASTER e ASEF (ex municipalizzate), scuola e università, dirigenti di CGIL, RDB, COBAS, esponenti di altre organizzazioni della sinistra. ‘In Italia - ha detto Marco Veruggio, portavoce nazionale di ControCorrente - c’è un drammatico vuoto di rappresentanza politica del mondo del lavoro ed è qui che si inseriscono il leghismo e anche l’estrema destra. Ma non si tratta di un problema solo italiano’. ‘Nel recente congresso della CGIL di fatto chi ha sostenuto il documento alternativo si è ritrovato senza una sponda politica’ - ha aggiunto Antongiulio Mannoni, segretario della CGIL genovese e portavoce della Mozione Moccia-Rinaldini. Peter Taaffe ha spiegato come in Gran Bretagna il Socialist Party e il CWI abbiano cercato di colmare questo vuoto dando vita insieme al Partito Comunista Britannico, al sindacato Rail Maritime and Transport Workers (RMT, 80mila iscritti) e a settori consistenti di altre organizzazioni sindacali (pubblico impiego ed enti locali, vigili del fuoco, guardie carcerarie) prima a NO2EU poi alla TUSC (Trade Unionist and Socialist Coalition), due cartelli a sinistra del partito laburista presentatisi alle europee del 2009 e alle recentissime elezioni politiche. ‘Molti lavoratori inglesi credono che la sconfitta spingerà il New Labour a sinistra - ha spiegato Taaffe -, ma questo non succederà. Non a caso il principale candidato alla successione di Gordon Brown è David Milliband, uno dei più stretti collaboratori di Tony Blair’. ‘Per questo – ha proseguito – è necessario continuare a lavorare per un nuovo grande partito che rappresenti per i lavoratori un riferimento alternativo al Partito laburista’. Il tema dell’alternativa ai partiti di centrosinistra – come ha spiegato Clare Doyle – è presente anche negli altri paesi e nelle formazioni in cui il CWI interviene: nell’NPA francese, nella Linke tedesca e nella Federazione della Sinistra Greca, Syriza, di cui Xekinima, sezione greca del CWI, è una delle organizzazioni aderenti. ‘In questo momento – ha detto – se Syriza assumesse un programma socialista di contrasto agli effetti della crisi e alle misure di austerità di Papandreou, questo potrebbe portare a una profonda trasformazione della società greca’. Un altro tema è stato quello del coordinamento delle lotte dei lavoratori in Europa. Joe Higgins, parlamentare europeo del Socialist Party irlandese, sta svolgendo un ruolo importante nello spingere il Gruppo Parlamentare del GUE a promuovere azioni di solidarietà tra i lavoratori europei colpiti dalla crisi. A giugno ci sarà un’altra iniziativa di solidarietà con la Grecia. In Spagna, la UGT, sindacato tradizionalmente vicino ai socialisti, ha deciso di rompere i rapporti col PSOE, dopo che Zapatero ha annunciato una riduzione del 5% degli stipendi nel pubblico impiego. Il 2 giugno, insieme alle Comisiones Obreras, convocherà uno sciopero generale. Il CWI lavora per far sì che lo stesso giorno anche il Grecia e in Portogallo venga proclamata una grande mobilitazione. 

Sabato 15, l’assemblea nazionale dell’Associazione ControCorrente, che ha visto la partecipazione di circa 25 compagni, ha espresso condivisione per l’analisi e l’azione che il CWI sta portando avanti e l’intenzione di consolidare i rapporti tra le due organizzazioni. Al termine è stato eletto il nuovo coordinamento nazionale dell’Associazione, composto da M. Armellin (Veneto), A. Ghaderi (Abruzzo), P. Granchelli (Lombardia), L. Minghetti (Piemonte), C. Dicembre e C. Thomas (Emilia), M. Veruggio (Liguria), F. Nigro (tesoriere nazionale).

 


Le 10 domande di Fazio che hanno inchiodato Monti.

AMLO



1) Signor Presidente, lei è venuto in trasmissione a presentare un libro come un Piperno qualunque: una cosa che, a dispetto del suo stile british, molti considerano un indegno marchettone. Lei capirà dunque perché non posso esimermi dal domandarle: bellissima quella cravatta, dove l’ha comprata?
2) Senatore, lei sta tassando le case della povera gente ma si è guardato bene dal tassare in egual modo anche il Vaticano. A tal proposito mi vedo costretto a chiederle: a Natale, presepio o albero? Non sia evasivo, risponda!
3) Professor Monti. Alcuni esponenti del suo governo manifestano un palese disprezzo per il popolo che dicono di voler governare con giustizia. Non le sembri irriverente questa mia domanda: come fa, alla sua età, ad essere così in forma?
4) Egregio Dottore: in una sua recente visita all’estero lei ha dichiarato che non potrà garantire per il futuro, insinuando ai mercati che un governo regolarmente eletto al posto di un Monti bis sarebbe una sciagura. Visto che questa cosa l’ha detta in Kuwait, le domando rudemente: che tempo ha trovato lì? E, mi consenta, come si mangia?
5) Santità; premesso che l’economia sta regrendendo come un pisello in una tinozza d’acqua gelida e lei si ostina a dire che tutto va bene mentre tutto le crolla intorno, mi corre l’obbligo di chiederle a brutto muso: anche lei preferisce la Coca alla Pepsi? E perché?
6) Onorevolissimo Onorevole. Lei ha appena detto che gli insegnanti, settari e corporativi, si sono rifiutati di lavorare quelle che lei dice essere due ore in più quando invece sono sei, dunque deve comprendere perché io mi permetto porle un duro quesito: pensa sinceramente che la Juve vincerà il secondo scudetto consecutivo?
7) Oscuro Signore Di Mordor, lei ha testé dichiarato che il vero problema dell’Italia è se si riesce in italia a far evolvere la cultura dell’economia e della politica in un modo abbastanza radicalmente diverso da quello che vediamo oggi prevalere, soprattutto in pochi mesi. Premesso che alcuni, palesemente in malafede, potrebbero osservare che quello che lei ha appena detto non significa un cazzo di niente, mi permetterà di essere ancora più cattivo e chiederle: secondo lei domani pioverà? E’ il caso che domani io esca con l’impermeabile?
8 ) Venerabile Jedi, il mercato immobiliare sta crollando, il commercio è distrutto, state licenziando tutti quelli con contratto a  termine, il paese è allo stremo, e dunque una domanda sorge spontanea: pure a lei la pizza la sera le se ripropone?
9) Immenso Jabba The Hut, l’euro, sul quale tutti voi scommettevate, si è rivelato una catastrofe economica, finanziaria e sociale organizzata da un manipolo di babbalei, quindi non si arrabbi se, da buon giornalista, le domando: ha visto l’ultimo James Bond?
10) Imponente Lord Darth Vader.  Tempo sei mesi milioni di persone, a parte io, lei e qualche amico nostro, si troveranno costrette a chiedere l’elemosina, quindi stavolta non si scappa, mi risponda oppure mi faccio brutto: dove lo trova un altro come me?

L'Ilva chiude per ritorsione

Luciano Granieri


La situazione dell’Ilva sta precipitando   e  i  Riva   sono i principali responsabili  dell sfascio in atto. La questione che ha visto mettere i lavoratori della  più grande   acciaieria di Europa contro la cittadinanza di Taranto è la solita strategia tesa a  scatenare la guerra fra poveri, e  nascondere  i problemi reali. La verità è descritta in  queste cifre. Il fatturato Ilva è passato dai 5.8 miliardi di euro del 2009 agli oltre 10 miliardi del 2011. Di tale incremento, hanno accertato i magistrati, non un solo centesimo è stato speso per la messa a norma dello stabilimento. Non solo, quattro mesi fa alcuni rappresentanti della “Armenduni acciaio spa”, detentrice del 10% del pacchetto azionario dell’Ilva hanno  votato contro il bilancio dell’azienda chiedendo lumi su alcuni trasferimenti di denaro passati  dall’azienda,  direttamente ai consulenti finanziari personali dei Riva. Siamo alle solite manovre dell’imprenditorialismo accattone italiano. I guadagni realizzati, grazie   alle regalie pubbliche e allo sfruttamento dei lavoratori,   non vengono reinvestiti nella produzione e men che meno nella messa a norma degli impianti,  ma servono per realizzare profitti privati attraverso la  speculazione finanziaria. Oggi siamo all’epilogo. Il controllo che avrebbe dovuto esercitare lo Stato, dopo l’improvvido regalo fatto ai Riva nel 1995,  è stato esercitato dalla magistratura. I cui provvedimenti non scalfiscono minimamente l’indisponenza della famiglia. Ad esempio:  la magistratura dispone  nel luglio scorso il blocco della produzione a caldo dello stabilimento, quella più inquinante. Anziché rispettare l’ordinanza di chiusura la    risposta è   l’aumento delle colate.   Oggi i semi lavorati  prodotti durante il periodo di chiusura imposto dai magistrati vengono sequestrati e non possono essere commercializzati perché realizzati in violazione alla legge. Inoltre sta emergendo, a seguito dell’inchiesta della Guardia di Finanza denominata “enviroment sold out” il marcio della gestione. Escono fuori le  mazzette elargite  dai dirigenti Ilva  per indurre,  ex assessori e tecnici incaricati, a  certificare la conformità  dell’impianto  inquinante alle normative vigenti in termini di basso impatto ambientale. Il risultato dell’inchiesta parla di provvedimenti di custodia cautelare per le accuse di  associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione,  a carico di  Emilio e Fabio Riva che si è reso irreperibile, dell'ex responsabile delle relazioni esterne del gruppo Archinà e dell'ex assessore all'Ambiente Conserva.  I  Riva nonostante siano inquisiti continuano nella loro spocchiosa protervia e decretano per ritorsione la chiusura  di Taranto e di tutti gli impianti (Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e  Patrica), che da questa unità ricevono i semi lavorati .Si tratta di 20 mila famiglie che rischiano di rimanere sul lastrico. La fabbrica è stata occupata, gli operai hanno forzato gli ingressi prendendo possesso    degli uffici amministrativi, fuori intanto altri lavoratori sfogano la loro rabbia contro i delegati sindacali servi del padrone Riva che hanno alimentato e fomentato la guerra fra poveri,   cittadini contro  maestranze. La drammatica vicenda dell’Ilva  ormai può essere risolta in un solo modo.  Cioè costringendo i Riva a finanziare gli adeguamenti dell’impianto di Taranto. Con circa 3 miliardi e mezzo non  solo si metterebbe a norma la fabbrica in  relazione all’impatto ambientale,  ma si finanzierebbero   migliorie, come il rifacimento della cokeria e degli altiforni, in grado di rendere la produzione migliore e più competitiva. La famiglia Riva dovrebbe assicurare lo stipendio a tutte le maestranze fino a quando il processo di adeguamento degli impianti non verrà completato. Dopo di che i signori dovranno essere liquidati senza indennizzo e lasciare l’impianto in mano pubblica con la gestione diretta degli operai. Si dirà che l’Ilva ha un capitale sociale insufficiente a coprire questi investimenti ( 1 miliardo). Allora che i Riva procedano a una ricapitalizzazione attingendo ai profitti personali  realizzati con la speculazione finanziaria e poi si tolgano definitivamente di torno. Ma sarà capace  il governo dei banchieri di attivare una procedure simile?  Certo che no e allora come al solito, la lotta deve partire dal basso previa liquidazione dei sindacati conniventi.


Dallas al pesto

Elio Franceschi. Tratto dall'edizione di settembre  2012 del   periodico "il giornale comunista dei lavoratori" 

La storia dell'acciaio di padron Riva

A Genova lo dipingono come il perfido Richard Barras di “E le stelle stanno a guardare”, drammone d'appendice di Archibald Josef Cronin: uno che calpesta i diritti dei lavoratori pur di ingrassare il suo interesse economico. D'altronde Emilio Riva non ha mai fatto nulla per nascondere il suo profilo di padrone delle ferriere. Esempio: a Genova, in fabbrica, nell'ex Acciaierie di Cornigliano (praticamente sue dal 1988 quando assunse la maggioranza nel consorzio Cogea) le donne non fumano e vengono a lavorare in divisa perché altrimenti turbano la produttività degli operai maschi. 
Come impiegati Riva non assume laureati ma ragionieri: gente che sa far di conto e non rompe le palle. 
A Milano farà peggio: per anni, assumerà solo impiegati in arrivo da Varese, da Caronno Pertusella e dintorni, dove aveva la base. Perché? Perché solo così può creare una comunità autoctona, fedele, gente disposta perfino a spiarsi a vicenda. 

Dalle Acciaierie di Cornigliano, all'Italsider, all'Ilva, che Riva compra (dall'Iri di Romano Prodi) per un tozzo di pane nel 1995, anno uno delle grandi privatizzazioni, negli stabilimenti dei Riva la mano destra non deve mai sapere cosa fa la sinistra. 
Ancora prima che arrivasse Riva i bilanci erano perlopiù un optional: le porcherie che c'erano dentro erano puntualmente revisionate e avvalorate da Deloitte & Touche, quelli della Parmalat, per intenderci. A furia di truccare le carte nel 1993 arriva a Genova Hayao Nakamura, uno degli ultimi amministratori delegati del gruppo Ilva prima della privatizzazione. Con lui i conti cominciano a quadrare per un obiettivo, all'epoca, complesso: rendere appetitoso tutto quello che può essere buono per gli investitori privati, comprese le prime bad company italiane, cioè le società decotte che si prendono sul groppone i debiti delle altre. 

Nakamura fa un buon lavoro e, non a caso, la sua poltrona dura meno di un anno. Riva, diventato nel 1995 proprietario unico dell'Ilva privatizzata, torna a fare i giochi delle tre carte con i conti togliendo dalla testa di tutti l'idea di andare in Borsa. 
Sbarcare in piazza Affari vuol dire farsi mettere il naso nei bilanci almeno ogni tre mesi e Riva non ci pensa nemmeno. 
Lui ha ben altro a cui pensare, prima di tutto a rendere insopportabile la vita quotidiana in fabbrica. 

Ancora oggi Riva mette un segno colorato accanto a ogni nome nella distinta delle buste paga. Se vicino al tuo nome c'è il segnetto blu va tutto bene: ti becchi il premio produzione a fine anno e vai avanti così. Se il segno è giallo devi stare attento: mi hai rotto parecchio le balle e devi rigare dritto. Se accanto al tuo nome il segnetto è rosso sei fottuto: niente premio di produzione e sei vicino al licenziamento. Chi lo conosce bene sostiene che sono più importanti quei tre segni che l'intero contenuto della busta paga. 

A Genova esisteva la famigerata palazzina degli orrori di via Ilva, la via dedicata alla vecchia fabbrica, quella dei primi del Novecento. Adesso non c'è più: al suo posto c'è l'unico hotel a cinque stelle del capoluogo, il Bentley. 
La palazzina (smantellata casualmente dopo che Riva è stato condannato per mobbing a Taranto nel 2001) aveva al piano terra degli enormi stanzoni, open space dove c'erano solo scrivanie su ognuna delle quali era posato un telefono che poteva solo ricevere. Lì venivano confinati operai o impiegati che si rendevano colpevoli di troppe (secondo Riva) assenze per mutua oppure, ancora peggio, testoni che, nonostante le indicazioni-intimidazioni dei dirigenti, continuavano a pagare le quote al sindacato. 

Erano tutti dei reietti a cui veniva data la busta paga ma che non dovevano più essere messi nelle condizioni di lavorare. Piuttosto, facessero ginnastica, bricolage, maglioni per otto ore al giorno, come effettivamente avveniva. 
Chi ha vissuto quegli anni in fabbrica dice che parecchie persone (tra cui una giovane impiegata) messe al confino nella palazzina di via Ilva siano poi morte di cancro derivato dalla depressione. Nonostante questo, e nonostante una sentenza di condanna a Taranto per episodi di mobbing e tentata violenza privata, a Genova Riva l'ha sempre fatta franca. 

Senza che i sindacati battessero ciglio, estromessi da tutto. Perché l'Ilva è una grande famiglia, secondo il vangelo del padrone, e tra noi, dicono i dirigenti, non c'è bisogno del sindacato, considerato da Riva una “figura non necessaria”. 
Se c'è qualche problema, la mia porta è sempre aperta, bussi, entri e ne parliamo. All'Ilva di Genova, dal 1995 al 2000 le organizzazioni sindacali non hanno autorizzazione ad accedere agli stabilimenti. Semplicemente chi ha una tessera sindacale non può entrare. A lui viene riservato un trattamento speciale: se non ha effetto il pressing quotidiano dei capireparto (che girano intorno agli operai con tessera facendo costanti pressioni psicologiche) si passa all'invito a presentarsi dal capo del personale il quale, a Milano nella sede centrale di viale Certosa, si prodiga a dissuaderli dal rinnovare la tessera. 

Risultato? A Genova, nel 1999, non c'è più una tessera sindacale rinnovata, soprattutto tra gli impiegati. A Taranto è andata peggio: dopo la privatizzazione le iscrizioni sono passate dal 70-80% a meno del 30% tra gli operai, mentre fra gli impiegati si è passati dal 50% a zero. Sempre a Taranto si dice che addirittura le segreterie dei tre sindacati abbiano sempre suggerito ai delegati di “lasciar stare” i nuovi assunti per occuparsene dopo. E i risultati di questa tattica li vediamo oggi. 
A Genova la situazione è cambiata solo dopo che la politica è scesa in campo contrattando coi Riva fino a concedergli l'uso di una serie di banchine del porto per cinquant'anni (più o meno a partire dal 2005) in cambio della chiusura della cokeria altamente inquinante e di qualche tessera sindacale in più. 
A Taranto invece Riva ha sempre fatto quello che ha voluto, facendosi scudo coi corpi degli oltre 20 mila addetti, tra diretti e indotto. 

Con i suoi metodi Riva è riuscito a fondare un gruppo che, dal 2005, è tra i primi dieci produttori di acciaio al mondo e che oggi possiede 36 siti produttivi di cui 19 in Italia dove viene prodotto oltre il 62% dell'acciaio e dove l'Azienda realizza il 67% del proprio fatturato, passato dai 5,8 miliardi di euro del 2009 agli oltre 10 miliardi del 2011. Non un solo centesimo, hanno accertato i magistrati, è stato speso per mettere a norma lo stabilimento di Taranto anche se, sul sito del gruppo Riva, campeggia una frase che sa di presa per i fondelli: “le strategie definite dalla Direzione, nel programmare lo sviluppo, non perdono mai di vista la compatibilità tra l'ambiente, le specifiche attività e la migliore integrazione nei diversi contesti socio-economici in cui il Gruppo è presente”. Humor nero, visto come sta andando a finire la vicenda in Puglia. 

A Taranto la vita è insostenibile, all'interno e all'esterno dello stabilimento, mentre nei siti sparsi per l'Europa i Riva si guardano bene dallo sgarrare anzi vincono premi per il basso impatto ambientale (come dimostrano le controllate tedesche Hes, Hennigsdorfer Elektrostahlwerke GmbH e Bes, Brandenburger Elektrostahlwerke GmbH ). 
Perché, dunque, in Italia i Riva fanno quello che vogliono? Perché hanno sempre goduto di protezioni altissime. 
E' un caso che qualcuno abbia cominciato a rompergli le scatole proprio quando è tramontata la stella di Berlusconi? 
Via Berlusconi, gli rimane comunque Corrado Passera, adesso all'interno del governo col ruolo di ministro dello Sviluppo economico e delle infrastrutture ma già trait d'union con Banca Intesa, l'ex Cariplo, sempre a fianco dei Riva fin dalla privatizzazione. All'epoca, nel '95, Passera era amministratore delegato del Banco Ambrosiano Veneto che poi diventerà Cariplo e finanzierà l’offerta per comprare la fabbrica messa in vendita dallo Stato, un'operazione da 2.200 miliardi di lire, cioè più di un miliardo di euro attuali. 

Quella della privatizzazione, dicono, più che altro è stato un regalo fatto dall'allora presidente dell'Iri Romano Prodi: è come se una latteria comprasse la centrale del latte. Riva comunque per prendersi l'Ilva pare non abbia sborsato soldi né per l'avviamento né per alcun brevetto, ha pagato solo il patrimonio netto, cioè il capitale sociale più le riserve. E' che, già al tempo, sponsor dell'operazione sono stati personaggi di primo piano del “cartello delle banche” nostrano: Passera, appunto, e Alessandro Profumo, che era già amministratore delegato di Unicredit. Due grand commis che si vedevano girare spesso nelle stanze della sede dei Riva di viale Certosa in visite pastorali che venivano annunciate dagli impiegati con tecnicismi finanziari del tipo: “oggi si sente Profumo di Passera”. 

Altri personaggi che si aggiravano spesso nella sede milanese erano i rappresentanti della famiglia Amenduni, in genere annunciati da guardie del corpo che sembravano prese da “Goodfellas” di Martin Scorsese. 
Gli Amenduni sono l'aristocrazia della siderurgia italiana, proprietari tra l'altro della Amenduni Acciaio Spa e delle Acciaierie Valbruna, colosso degli acciai inossidabili. 
Autarchici e del tutto avversi all'esposizione mediatica, possiedono attualmente il 10% dell'Ilva , ma il loro ingresso nell'azienda privatizzata nel '95 sembrava avere l'unico scopo reale di fornire un 'padrinato' di rango ai Riva che si avventuravano in un territorio pressoché sconosciuto come Taranto, feudo invece degli Amenduni. 
Ciò non toglie che due mesi fa il loro rappresentante abbia votato contro il bilancio del gruppo Ilva chiedendo informazioni su certi trasferimenti di denaro dal colosso siderurgico a finanziarie personali dei Riva. 

Un altro paradosso di questa storia è costituito dai sindacati che non vogliono sentirselo dire ma sembrano schierati apertamente a protezione degli interessi del padrone che sono a rischio. Certo, a rischio c'è la maggiore produzione europea di acciaio, visto che a Taranto Riva produce quasi tutto l'acciaio che poi lavora negli altri stabilimenti (tra la Hellenic Steel greca, Tnusiacier e Ilva Maghreb in nord Africa). 

Che tutto il sindacato (a eccezione della Fiom) scioperi per proteggere l'attività del padrone non s'era mai visto, mi dice un ex impiegato di Riva. E c'è pure chi sostiene che, con tutto il potere che mettono in campo i Riva, finisce che i soldi per gli interventi per risanare i siti (190 milioni di euro, pare) ce li metteremo noi. O che loro ne metteranno un po' e noi pagheremo il resto, quello che contrattano con Passera. 
Niente di più facile.