Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 2 novembre 2013

31 ottobre 2013: a Bari scende in piazza l'unione dei lavoratori in lotta!

Michele Rizzi – Coordinatore  Pdac Puglia

Foto clip a cura di Luciano Granieri
  


La tenace combattività dei lavoratori dell'Om carrelli, supportati ormai da due anni da AlternativaComunista, ha portato all'organizzazione di una bella, partecipata e combattiva manifestazione per le vie di Bari la sera di giovedì 31 ottobre.
Il capoluogo pugliese è stato invaso da circa 500 avanguardie operaie di lotta. C’erano, infatti, rappresentanti dei lavoratori di Natuzzi, llva, Bridgestone, Poste Italiane, Telecom, Graziano trasmissioni, Skf, Ecoleather, unite a collettivi studenteschi e universitari che hanno deciso di aderire e solidarizzare con la lotta dei lavoratori dell'Om carrelli.

Riprendiamoci le fabbriche!


Le parole d'ordine sono state: "Riprendiamoci le fabbriche, riprendiamoci il futuro" e "Uniamo le lotte dei lavoratori". E' necessario, infatti, lavorare per unire le lotte dei lavoratori, che sono quasi sempre frammentate e isolate, per cominciare ad indirizzarle verso una direzione di marcia conflittuale e antipadronale.
Alternativa comunista, assieme al Coordinamento delle lotte “No Austerity Puglia” e a collettivi universitari come “Atenei in rivolta” e “Rivoltiamo la precarietà”, ha supportato la manifestazione dei lavoratori Om, offrendo un apporto organizzativo come sta facendo, da tempo, anche all'interno del presidio Om, in questi mesi di lotta.
L'unione delle lotte delle fabbriche più rappresentative in Puglia è importante anche in ottica di rivendicazione della gestione operaia delle stesse, attraverso l'esproprio senza indennizzo.

I burocrati sindacali in casa, gli operai in piazza e alla lotta!

Il corteo, che ha attraversato tutto il centro cittadino di Bari, si è poi concluso in Piazza Prefettura dove si è tenuta un'assemblea all'aperto durante la quale sono intervenuti tutti i rappresentanti operai delle aziende che hanno aderito alla manifestazione, convergendo sulla necessità di unire le lotte.
Si è trattato della prima manifestazione per il diritto al lavoro (dopo 30 anni) totalmente organizzata dagli operai  (i burocrati dei sindacati confederali non hanno aderito, preferendo starsene in casa)
Alternativa comunista, unico partito che fin dall’inizio fa parte del Presidio di lotta Om e di diverse altre lotte citate, continuerà la sua attività per unificare le lotte operaie, contro i licenziamenti, contro le delocalizzazioni, contro le multinazionali, contro i capitalisti d’ogni dove, per riprenderci le fabbriche!


venerdì 1 novembre 2013

Ceccano e il bombardamento del 3 novembre '43

Angelino Loffredi. fonte http://www.unoetre.it/

da "Ceccano ricorda" - NOVEMBRE Siamo andati un po' avanti nel tempo con la descrizione degli episodi legati alla Resistenza; è opportuno, perciò tornare indietro per ragioni di chiarezza e riprendere la narrazione cronologica degli avvenimenti per riportare fatti importanti accaduti nella nostra provincia nel mese di novembre e nel periodo successivo'. La nostra popolazione, pur vedendo bombardare la città di Frosinone e pur éssendo ben informata delle distruzioni e del numero delle vittime, spera ancora che a Ceccano non venga riservata la stessa infausta sorte . Tra i cittadini ceccanesi c'è molta preoccupazione ed angoscia; tuttavia sfugge qualcosa in termini di consapevolezza: non si sa ancora ciò che la guerra si appresta concretamente a procurare. In tutta la sua storia millenaria, se escludiamo i morti del millenovecentodiciotto dovuti alla epidemia di «spagnola», Ceccano non ha conosciuto terremoti, non è stata mai distrutta né bruciata e non è stata mai schiacciata dal dominatore straniero. Proprio perché le nostre popolazioni hanno vissuto per secoli in pace e quindi non hanno mai assistito a ritorsioni, violenze o stragi umane, sono molti quelli che pensano, o meglio si illudono, in questo momento che i bombardamenti devono riguardare solo Frosinone in quanto città capoluogo di provincia. Anche per questo alcuni di quelli che da Ceccano hanno assistito come da una platea ai bombardamenti di Frosinone lo hanno fatto con animo quasi distaccato, immedesimandosi nella tragedia solo in parte. In settembre e ottobre, insomma, molti sono quelli che ancora sono convinti che Ceccano non costituisce un punto strategico da colpire non considerando che sul territorio esistono una fabbrica di munizioni, uno scalo ferroviario ed un ponte sul fiume Sacco. La vita seguita così a svolgersi in un modo tale che tutto ormai è considerato regolare pur nell'anormalità, nel senso cioè che, ad esempio, i prodotti di prima necessità si acquistano razionati nei negozi e dopo aver fatto interminabili code . Tutti vivono ancora in paese, nelle proprie case ed a contatto con quel che resta dei propri beni. Questo avviene fino al tre novembre. Questo giorno, infatti, segna un momento importantissimo nello sviluppo degli avvenimenti che stiamo'esaminando: dalla sofferenza della fame, dall'angoscia dell'incertezza che riguarda il futuro, si passa in un batter d'occhio, a toccare con mano la crudeltà e gli orrori della guerra. Due giorni prima c'era stato il bombardamento su Pontecorvo con la devastazione del cimitero e dell'ospedale: moltissimi furono i feriti rimasti senza soccorso e tanti i morti che rimasero senza sepoltura. Cadono le prime bombe Sono le 10,40 del 3 novembre l)43 quando sei caccia bombardieri fanno la loro comparsa sul nostro cielo. Il loro obiettivo è quello di colpire il ponte sul Sacco, ma per tre lunghissime ondate si accaniscono solo su una popolazione inerme ed impreparata. Il perimetro colpito dalle bombe è quello riguardante la Piazza e la zona di S. Pietro; è infatti, in questa parte di Ceccano che vengono distrutte molte case, gran parte delle quali erano situate a ridosso della chiesa, che al termine delle incursioni risulterà lesionata e pericolante. Un allucinante spettacolo si presenta alla vista dei primi soccorritori: case completamente rase al suolo, edifici sventrati, macerie fumanti e pareti mitragliate. Ma questa vista stranamente non sollecita nei presenti azioni di solidarietà, ma incute solo terrore e desiderio di fuga, come se improvvisamente si fosse aperto il baratro della crudele realtà.Grida di dolore e panico si mescolano alle invocazioni dei feriti ai quali solo pochi volontari cercano di prestare le prime cure. A poco serve il coraggioso conforto portato da due sacerdoti: don Alvaro e don Getulio prontamente usciti dalla chiesa di S. Giovanni. Presso borgo Pisciarello, un vecchio nucleo abitato, costruito a pochi passi dalla cintura urbana, su un lembo di terra in pochi metri quadrati vengono distrutte le famiglie Maura e Cristofanilli. In questa direzione si muovono due giovani generosi per portare soccorso: Ermete Ricci e Amedeo De Sanctis. Aiutano il povero Alessandro Cristofanilli a tirarlo fuori dalle macerie i resti della figlia Rosa e di due nipoti, tutti ormai deceduti. Suo figlio Mario ha preso, nel frattempo, fra le braccia I'altro nipote Luigi Maura di sette anni, gravemente ustionato. Il dolore per la perdita della sorella e dei nipoti (Giovanni e Giacinto Maura), la vista dell'altro nipote Luigi vivo, ma quasi irriconoscibile per le ferite, lo prostrano profondamente. Egli comunque cerca disperatamente con il bimbo in braccio di dirigersi verso l'ospedale. Il percorso lungo via Pisciarello è tutto su una salita ripida e difficoltosa.
Va avanti per duecento metri circa, fino a quando arriva Dario Santodonato a sollevarlo da questa grave fatica. Santodonato a passi velocissimi supera la piazza e, attraverso via Villanza, arriva in ospedale. Ma in ospedale sia per Luigi che per gli altri feriti che stanno arrivando, le cure saranno scarse perché gran parte del personale alla vista delle bombe si è allontanato. Il piccolo Luigi morirà dopo tre giorni di atroci sofferenze. Complessivamente i morti in seguito al bombardamento saranno diciotto: la cifra più elevata raggiunta a Ceccano in una sola giornata di guerra. Il giorno dopo lo spettacolo si presenta ancora più desolante: parecchi cadaveri sono raccolti presso la chiesetta della Madonna del Loco e non sono nemmeno chiusi nelle bare; sono posti nella nuda terra quasi a mostrare le mutilazioni, i vestiti intrisi di sangue e le membra martoriate Forse perché la popolazione è rimasta terrorizzata ed esterrefatta da una crudeltà tanto inaspettata, poche sono le persone presenti al rito funebre officiato da don Vincenzo Misserville. Al termine dello stesso, Checco Carlini e Filippo Misserville, preceduti dal sacerdote con il crocifisso ben proteso in alto, portano al cimitero su di una barella i resti delle vittime. Una scena che si ripeterà più volte in quanto i due, rimasti soli, avranno l'ingrato compito di raccogliere, a mani nude, i corpi mutilati per compiere questo triste servizio, mossi da umana pietà. E da rilevare inoltre un fatto che dimostra come in quelle tragiche circostanze si potesse arrivare a delle decisioni che non avevano né il senso della misura nè del ridicolo. Leggendo il verbale delle deliberazioni del commissario prefettizio, Giuseppe Patriarca, si scopre che il 23 dicembre viene dato “Un premio di attaccamento al dovere di £500 di £ 400 a due vigili urbani” non, come si potrebbe immaginare, per I'aiuto dato ai feriti o per lo sgombero delle macerie o per altre simili motivazioni, ma «poiché hanno provveduto», sempre in quel tragico giorno, al recupero dei mobili della Casa del Fascio. Ogni commento su questa delibera è superfluo; mi limito a far notare come, ancora una volta il fascismo mostrava Ia sua caratteristica lontana da ogni elementare senso di giustizia, e tale da offendere il buon senso dei cittadini. Lo sfollamento Subito dopo il bombardamento e nei giorni successivi, gran parte degli abitanti del centro urbano lascia le abitazioni e si dirige verso le campagne per cercare un rifugio sicuro, lontano dagli obiettivi militari. Al cittadino che in quei giorni attraversa le vie del paese si presenta uno spettacolo allucinante . Lungo le stradine del centro del paese (via S. Antonio, via Cappella, borgo S. Martino, via Bellatorre, borgo Pisciarello) fra le macerie e le case sventrate si udiva solo il mesto passo di chi le attraversava. Ovunque le porte delle abitazioni integre sono sprangate e le serrature girate a doppia mandata; qualcuno prima di andar via ha addirittura pensato di murare e sotterrare i beni più preziosi. Nelle case mutilate il vento fa sentire il cigolio di qualche finestra o fa battere qualche porta; i gatti nervosi e miagolanti, anch'essi increduli, si muovono alla ricerca di un luogo sicuro. Qua e là ogni tanto si avverte I'acre puzzo della morte, in alto si sentono i colpi d'ala dei piccioni torraioli che volano radenti, quasi impazziti per la perdita del nido.Ovunque lo sguardo si pone appare mestizia; quella parte che per secoli aveva rappresentato il cuore pulsante di Ceccano, frequentata da allegre compagnie, straripanti di vivacità e di una inesauribile voglia di vivere, non è più la stessa. Inizia così lo sfollamento di intere famiglie che, raggruppare alla rinfusa le poche cose essenziali, si dirigono verso la campagna in cerca di un rifugio più sicuro. Ha così inizio la convivenza con le famiglie contadine che si mostrano generose nell'accogliere i concittadini nelle loro abitazioni, tutt’altro che confortevoli. Cinquanta anni fa, infatti, non dobbiamo dimenticare che le abitazioni di campagna non erano dotate di servizi così come oggi siamo abituati a vedere. All'epoca erano quasi inesistenti le case in muratura. I contadini abitavano in case di legno, dotate di una finestra larga cinquanta centimetri o in stretti pagliai senza finestra con un solo buco al centro del cono fatto di paglia, impastata con sterco di animali, che fungeva da soffitto. Non esisteva luce elettrica e ci si arrangiava con il lume a petrolio. Mancava ogni servizio igienico, e si beveva solo l'acqua dei pozzi. Alle volte lo spazio per dormire era tanto ristretto che esso veniva riservato alle donne ed ai bambini mentre gli uomini andavano nelle stalle. I più fortunati dormivano su materassi di<Nel gergo militare questa è la linea Gustav, così chiamata da Hitler e Kesserling, ma per i ciociari sarà semplicemente il A ben riflettere si può dire che i tedeschi in nessuna altra realtà del territorio italiano hanno trovato simili condizioni favorevoli. La linea, infatti, è come una fortezza dove i due complessi montuosi del Monte Cairo e degli Aurunci rappresentano i bastioni, mentre i corsi d'acqua del Rapido, del Gari e del Garigliano ne costituiscono il fossato. Il tuono del cannone si sente fino a Ceccano. Esso se da una parte appare minaccioso, da un'altra sembra essere rassicurante, perché è il segnale della prossima e desiderata liberazione e quindi dell'agognata pace . I giorni passano e così le settimane, mentre la fame e l'incertezza del domani si fanno sentire sempre di più. Man mano che negli animi il ricordo ed il terrore del bombardamento si affievoliscono, si ricomincia a ritornare nel paese, mentre alcuni preferiscono rimanervi solo di notte. D'altronde la vita in campagna si fa sempre più insostenibile a causa anche dell'impossibilità di soddisfare le più elementari necessità. Si preferisce, quindi, la sera tornare in paese per la presenza diluce elettrica, anche se dopo le ventuno vige il coprifuoco e l'oscuramento; in particolar modo, c'è la neces-sità di tenere sotto controllo la propria abitazione, per preservarla da ruberie e sciacallaggi di vario genere.



Lucidi (Udinese-Roma 0-1)

Kansas City 1927


"Vabbè dai, prima o poi doveva finì, mpareggio ce po sta, c'ha pure senso che succede a Udinese che non perde a Udinese dal 18 Brumaio, nfa niente, anzi così se semo levati sta cappa de vittorismo da sopra la testa".

"Si si, lo spauracchio della prima sconfitta andava affrontato, alla fine fa parte der gioco, la palla è rotonda, undici so loro, tre so i risultati, poi comunque perdi 1-0 ce po sta, so episodi".

"Manfatti guarda, mber bagno de umiltà è quello che je ce voleva a sta squadra, via i grilli dalla testa, via le chiese dal villaggio, certo 6-0 è dura eh, ma almeno mo stamo tutti coi piedi per terra".

L'attesa der fischio score così, tra nescalation de scaramanzia e maniavantismo. Se preparamo ar peggio perché non semo abituati ar mejo. Mettemo le mani avanti perché troppe volte se semo sgrugnati a cascà de faccia mentre ancora soridevamo.

Ma a sto giro er soriso è teso, tirato, innaturale. Manca Ercapitano. Manca Gervi. Ma chi ce lo doveva dì che stavamo in pena perché manca Gervi. Ma quest'anno è così, ogni domenica è na sorpresa e se impara na cosa nuova, semo tutti stagisti der tifo, apprendisti dell’ansia, tirocinanti della sudorazione fredda.

E certo il quadro clinico non migliora quando dopo 3 minuti 3 uno col nome da soubrette sudamericana, uno che a vedello in faccia e a vedé quanto core diresti che è chiaramente un peccato de gioventù de Ronaldo, insomma Muriel, se invola giulivo verso la porta.

Il precario quadro psichico de Morgan è sul filo dell’implosione.
La vita de Biabiany sta pe tornà la noia che è sempre stata.
Noi se stamo pe rassegnà all’inevitabile.

Ma la Roma è na squadra, un collettivo, na grande famiglia, e tutti, se s’allennano bene, prima o poi so chiamati a fa la parte loro, ed e così che, dopo mesi de anonimato, dopo le diffidenze al momento dell’arrivo, se mette in luce uno de quegli strani acquisti de Sabatini. In uno dei suoi viaggi tra na periferia disagiata e ncampo porveroso de na qualche metropoli sudamericana, Varter l’aveva notato subito.

“Braccio destro, dimmi il nome di questo centrale altero, luttuoso, garibaldino, tantrico, esentasse, e altri aggettivi che tu sai”
“Palo”
“Paulo, tu hai un concetto potente di fissità, un’algida debordanza, l’imperiosa arroganza della privazione di movimento, la millenaria capacità di esercitare gravità in un punto predefinito”.
“Direttore, è un palo” se sentiva de specificà er braccio destro.
“Sì, Palo, lo chiameremo così, come Paulo ma senza U, come Pato ma con la L, come Palomba ma senza Mba.”

E così Palo fa er suo, Biabiany ricomincia a fa er fico, Morgan non squarta capretti in campo, noi ripiamo colore, Rudi che comunque nsera scomposto, rimane composto.
E’ comunque na doccia de realismo che ce ricorda che dentro a sto sport, pe quanto ormai sembri veramente impossibile, può pure capità de piallo er gò, e ricordacce sta cosa, mpochetto, ce fa cacà.

Se chiudemo, ma come se chiudemo noi quest'anno. Non è quel chiudere preoccupato che comunica “Madonna, tu guarda se nse la dovemo ricordà sta giornata, sta pure a mette freddo, guarda se nse piamo na cosa”. No, è più un chiudese che dice “MBE SI MO NON ME VA VABBE? MO GIOCHI TU, DAJE, VEDEMO CHE SAI FA, SO DU GIORNI CHE FAI ER COATTO MO VEDEMOLI STI NUMERI, DAJE, STANCATE MPO COSI’ POI TE NFINOCCHIO COME A TUTTI L’ARTRI”. Un trionfo de maiuscolo e tracotanza che poi nei singoli gesti vordì che er Venditore de tappeti (copyright suo de egli stesso medesimo) se scatafionda su ogni palla co scivolate che ar confronto la microchirurgia è imprecisa. Ma soprattutto sta maiuscolitudine vordì che stamo a diventà na squadra dove non basta superà er portiere pe fa gò. A sto giro è er Castagna a spiegà sto concetto ar monnonfame: se ce voi segnà o te chiami Biabany o devi entrà in porta co tutto er pallone.

Er primo tempo se ne va così, tra cartellini gialli assegnati alla cazzo e nudinese che comunque ce prova mpo più de noi, tra un Gliaìc che pare come quando lasci la tv co la lucetta rossa, che non è spenta ma manco accesa, e un Boriello che l’unica palla bona che je ariva prova a mettela e fa sfragnà er portiere che se stupiva davanti ai vulcani - Che Lava! - contro er palo. Ma noi stamo tranquilli. Noi se fidamo dei ragazzi nostri. Noi se fidamo de Rudi. Sempre.

In effetti quando se ricomincia loro so mpo più appannati, però pure noi stamo mpo meno tonici der solito, specie Sordato Florenzi e Bosnia Capoccia oggi se vedono mpo de meno, e a volte quando se vedono non è proprio lo stravede. Ao, capita, ce po sta. E’ che però noi la voremmo proprio vince sta partita, quindi se cambia. Fori Florenzi e dentro Aquistinho, e dopo poco fori Pjanic e dentro Torosidis, che però non è er cambio naturale, c’è un ma. Er ma è che Maicon fa na cazzata. Ce pare impossibile, so 3 mesi che se stamo a rotolà ner fatto che er Colosso è nignezione de esperienza, maturità e savuarfèr, il che è tutto na cifra vero. Ma l’esperienza, la maturità e il savuarfèr non te mettono al riparo da quei momenti che pe nattimo ntariva l’ossigeno ar capoccione, e allora capita che te perdi nattimo, e tempo che te ritrovi stai a guardà er cartellino che te dice ciaone.

Liedholm aiutece te.

Ma mentre evocamo l’allenatore che fu, l’allenatore che è ce spiazza co un cambio. In dieci t’aspetti che lasci dentro Borriellone a fa da boa, manvece no. Dentro er Lucido e rimane dentro Gliaìc a fa la zanzarella cacacazzi. 4-4-1 co Bradley esterno sinistro, so quegli assetti once in a lifetime che rimangono nella memoria se la partita va molto bene o molto male.

A quanto pare pe noi non è ancora giunto il tempo del molto male.

Mancano 10 minuti. Na squadra normale penserebbe solo a portasse a casa er punticino.

A quanto pare pe noi non è ancora giunto il tempo de esse na squadra normale.

Er Piovra arpiona co i tentacoli orange na palla che vaga a metà campo, er Cigno riceve, processa e recapita ar 16 de Ostia. Capitan Filtrante sa che oltre a portà er peso della fascia se deve accollà tutto il resto, e sapendo che da grandi responsabilità derivano grandi lanci, infila na palla de 30 metri pe Strootman che intanto se n’è ito in profondità. Ar che se verifica er miracolo der Corpo Unico de Nostro Padre Santissimo Rudi da Nemours. I giocatori se fanno arti, er tutto se fa uno, i movimenti se coordinano e rispondono a na testa sola.

Er Piovra tiene palla sapendo che la grammatica de Garcia c’ha regole tutte sue che c’hanno tempi tutti loro. Gliaìc je se ariccia intorno a disegnà na virgola sur campo, Marquinho capisce tutto, ma ndeve capì niente, lui LO SA, e core verso Kelava a mettece solo i puntini de sospensione e lasciacce tutti appesi. Kevin aspetta, aspetta, aspetta, e quando vede na palla de luce arivaje alle spalle allora LO SA che è ora de mette i due punti e de lascià spazio all’americano che deve pronuncià La Frase, che poi in inglese è sentence, che nfatti più che na frase è na sentenza. Er Lucido, dopo du mesi de silenzio, sa che basta poco, anzi che ncè proprio niente da dì, basta un punto esclamativo, e ce lo mette, lì in fondo alla rete.

Loro s’abbracciano, noi scardinamo l’urtimi residui d’appartamento sopravvissuti all’urtime partite viste in tv, se accanimo sui pensili, sradicamo gli stop, squarciamo i redivivi cuscini, disarcionamo le mattonelle, strappamo i fili dagli interruttori. Se famo paonazzi e finimo la voce, se guardamo come a disse “dimme quarcosa, dimme che è tutto vero”, ma non je la famo, perché du secondi prima se te ricordi bene avevamo finito la voce.


E’ la nona, eguagliato er primato de Capello e de Beethoven.

Stamo fori de testa, stamo su na nuvola, stamo a sognà, stamo carichi fracichi. Noi però.
Loro che so loro che poi semo noi ma so loro, quelli che scendono in campo, loro no. Loro so contenti ma tranquilli, esaltati ma sereni, perché sanno sempre che er momento bono ariverà, che basta aspettà senza fa cazzate e ricordasse che semo forti, concentrati, lucidi.


giovedì 31 ottobre 2013

La lingua dei segni non è riconosciuta

I ragazzi di Radio Kaos ItaLis


Noi sordi abbiamo una lingua senza voce. Ma la nostra lingua, la Lingua dei Segni italiana (LIS), non è riconosciuta ufficialmente nel nostro Paese. Eppure la LIS rende possibile la comunicazione tra sordi e l’integrazione tra sordi e udenti. Chiediamo quindi al Parlamento italiano di riconoscere ufficialmente la LIS come già avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna, Francia).
Il mancato riconoscimento della LIS porta i sordi a dover affrontare diversi problemi, come non avere la possibilità di poter spiegare al pronto soccorso i nostri problemi di salute o dover trascorrere anni a scuola senza un'assistente che conosca la LIS.
Siamo un gruppo di ragazzi, tutti sotto i trenta anni. Due cose ci uniscono: siamo sordi e ci siamo incontrati grazie ad una radio. Radio Kaos ItaLis è nata da un’idea che potrebbe sembrare paradossale: creare un progetto radiofonico per promuovere l’integrazione tra sordi e udenti. E ci siamo riusciti, dimostrando a noi stessi che le barriere all’integrazione possono essere superate.
Abbiamo lanciato la petizione #iosegno e poche ore dopo il Presidente Pietro Grasso ci ha voluto incontrare in Senato. Durante l’incontro Grasso ha dichiarato che si impegnerà a facilitare l'iter legislativo per il riconoscimento della LIS. Ha poi letto l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di LINGUA, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Non ci saremo mai aspettati che in così poco tempo avremmo potuto ottenere il sostegno del Presidente del Senato. Questo ci inorgoglisce e ci dà la forza di andare avanti per continuare nella nostra battaglia per il riconoscimento della LIS. Ma non possiamo ancora cantare vittoria.
Chiediamo che finalmente venga riconosciuta la LIS in italia!
Grazie,
I ragazzi di Radio Kaos ItaLis 

mercoledì 30 ottobre 2013

Incontro sulla crisi del pronto soccorso di Frosinone, dalle Istituzioni poca chiarezza

Francesco Notarcola –Presidente della Consulta  delle associazioni della città di Frosinone



Riteniamo doveroso sottolineare che l’incontro,  per porre fine alla drammatica e vergognosa realtà del pronto soccorso dell’ospedale del capoluogo, è stato promosso e organizzato  dalla Consulta cittadina e da 21 associazioni che da anni si battono a difesa della sanità pubblica, senza soluzione di continuità.
A conclusione dell’evento, molto partecipato dall’ associazionismo, dai cittadini e dai rappresentanti delle Istituzioni, dopo un serrato e serio confronto, sulla base della relazione introduttiva svolta dal sottoscritto, occorre richiamare l’attenzione sulla necessità di tenere, ben fermi, i piedi per terra.
 Dagli interventi dei rappresentanti istituzionali non è emersa, con chiarezza e decisione, la volontà politica per determinare il cambiamento della realtà del pronto soccorso. Essi si  sono  soffermati prevalentemente sulle difficoltà dando scarso rilievo all’impegno, pur dichiarando la loro disponibilità.
Da un autorevole intervento  si è evidenziato come nelle stanze del potere romano la Ciociaria è tenuta in scarsissima considerazione. Occorre riconquistare dignità,  prestigio e forza di contrattazione. Appare, quindi, decisivo e strategico  un impegno unitario e condiviso,scevro da forzature e da smania di  protagonismo personale, sviluppando iniziative e partecipazione. Il nodo da sciogliere rimane squisitamente politico e non tecnico.
 Sono fondamentali l’agire politico comune, il senso di responsabilità e la capacità di elaborare una bozza di progetto per una sanità moderna ed efficiente da sottoporre al confronto con la Giunta regionale  e con il suo Presidente. Solo in questa prospettiva
Possono  considerarsi positivi  l’incontro e il dibattito del 28c.m.
I documenti  elaborati dai sindaci e dalle associazioni, già inviati alle Istituzioni, possono rappresentare una base unitaria utile per un’ulteriore elaborazione e definizione dell’organizzazione sanitaria in questa provincia.
Al sindaco del Capoluogo, presidente della conferenza locale della sanità, la delega dell’assemblea a convocare, al più presto i rappresentanti istituzionali e delle associazioni per dare concretezza alle proposte emerse dal dibattito.
L’associazionismo non ha gradito e non condivide il fatto che i rappresentanti delle istituzioni dopo aver parlato abbandonano i lavori adducendo altri impegni.
Gli eletti, dovrebbero considerarsi sempre alla pari con i cittadini  e capire che non sono invitati per portare il verbo ma per ascoltare le loro istanze e  contribuire a decidere insieme cosa fare per affrontare e risolvere questioni serie e vitali.

Frosinone 30 ottobre 2013 

Discussione sulla crisi del pronto soccorso. Quale utilità?

Luciano Granieri


Di seguito riportiamo un ampia sintesi degli interventi dei partecipanti  al dibattito organizzato da 21 associazioni della provincia di Frosinone, sulla crisi del pronto soccorso del capoluogo e sulla sanità  ciociara in genere. L’incontro  si è tenuto il 28 ottobre scorso e ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni locali (regione, provincia,  comune di Frosinone) , esponenti del sindacato , medici, fra i quali il presidente dell’ordine Fabrizio Cristofari. 

Si è discusso sulle  possibili soluzioni  ,   da   cabine di regia istituite in Regione, a nuovi presidi di prossimità come le case della salute, a PROPOSTE PROGRAMMATICHE, come quelle messe a punto dalle associazioni organizzatrici del dibattito.  Ma nel succedersi degli interventi,  fra i quali quelli dei politici sono apparsi i più inconcludenti,  non è emersa la questione centrale causa  prima dello sfascio della sanità pubblica in Ciociaria e in Italia. 

Il servizio sanitario è considerato fonte di profitti   smisurati per le multinazionali, le lobby più o meno ramificate, i centri di investimenti finanziari.  E’ dunque del tutto evidente che la gallina dalle uova d’oro, per essere sfruttata al meglio deve  svincolarsi dal  controllo degli Stati. La sanità pubblica è quindi sotto attacco e non da oggi. Gli sprechi,  le gestioni allegre da parte dei manager pubblici, le liste d’attesa lunghissime, tutta la sequela di inefficienze che affliggono la sanità pubblica  sono necessarie, per rendere ingestibile il sistema e giustificare di conseguenza l’intervento del privato. 

Lo stesso stravolgimento degli attori del servizio alla salute è sintomatico. La salute non è più un diritto, diventa una merce come tante altre su cui realizzare profitti, gli ospedali si trasformano in aziende gestite da manager che  vendono servizi a clienti e non a pazienti. Questa terminologia è ormai diventata comune.  Di conseguenza la sensibilità degli operatori sanitari non è più rivolta alla cura del paziente, ma al guadagno economico . E’ dunque  degno della massima attenzione solo colui che può pagare,  gli altri che marciscano nelle lettighe buttate in pronti soccorso deposito di miseria umana.  

E chi deve assicurare lo smembramento della sanità pubblica per favorire la speculazione degli  interessi privati? E’ chiarissimo, quei politici, quella classe dirigente che rappresenta a vari livelli il potere finanziario, quei politici a cui le associazioni, forse erroneamente, si sono rivolte per invocare una soluzione che questi non possono e non vogliono trovare.  

Sindaci, consiglieri regionali presidenti di provincia, aderiscono con entusiasmo quando il mondo delle associazioni chiama, ma il loro coinvolgimento  ha due scopi ben precisi: strumentalizzare a  fini elettorali i  movimenti  , ma soprattutto,  controllare il dissenso, depistarlo, addormentarlo con promesse solenni quanto vane.  In realtà, la partecipazione e il controllo dei cittadini sulle dinamiche gestionali della sanità pubblica sono da evitare come la peste e devono essere sabotate, questo è il compito dei politici e durante il corso del dibattito del 28 ottobre tutto ciò è emerso con chiarezza.  

La lotta per una sanità pubblica efficiente   deve quindi  effettuare un salto di qualità ed inserirsi nel quadro più ampio di un contrasto duro contro la dittatura del capitalismo finanziario che attraverso le politiche europee di austerità, impone lo smembramento dei diritti, umani , civili  e la privatizzazione di ogni elemento utile alla sopravvivenza dei cittadini.  Tali argomentazioni  non sono emerse nel corso del dibattito,  per un attimo ho avuto la tentazione di  proporle io stesso, ma ho desistito temendo le  obiezioni che mi sarebbero arrivate,  sarei stato tacciato di ideologismo, di scarsa concretezza. Ma ho sbagliato ad avere paura. Perché se si vuole ottenere qualcosa in questa lotte è assolutamente vietato avere paura.

martedì 29 ottobre 2013

Il nuovo rap che farà impazzire la Ciociaria

Luciano Granieri


“Sanità ciociara malata. Per colpa di chi?”  E’  il nuovissimo brano rap destinato a diventare un hit di grande successo. E’ stato registrato nel corso di un’audizione svoltasi negli studi della Casa del volontariato di Frosinone il 28 ottobre scorso . Come sequenza armonico-ritimica è stata usato il pattern di un brano degli Aera intitolato “ Acrostico in memoria di Laio”, preceduto dall’introduzione tratta da un successo di  Zucchero Fornaciari dal titolo “Per colpa di chi”. Su questo straordinario tappeto musicale carico  di groove si sono  alternati rapper di fama mondiale.  Nell’ordine:   Francesco Notarcola, presidente della consulta delle associazioni di Frosinone - Mario Abruzzese esponente del Pdl (o Forza Italia) , consigliere della Regione Lazio, ex presidente del consiglio regionale   nell’opulenta e fraudolenta  giunta Polverini -  Giuseppe Patrizi, esponente Pdl (o Forza Italia) commissario straordinario della Provincia di Frosinone – Nicola Ottaviani, esponente Pdl (o Forza Italia) sindaco di Frosinone e presidente della consulta provinciale  dei sindaci per la sanità – Bruno Carnevali segretario del comitato di quartiere “Amici della Pescara”.  La struttura del rap è molto particolare perché si sviluppa secondo lo schema “call and response” tipico dei canti africani, ripreso in seguito dal blues, dal jazz e dalla pop music in genere. In questa sequenza al  “call” di un musicista o di un cantante segue il “response” di un altro artista o di più artisti. In questo caso al “call” di Francesco Notarcola che chiede di chi sia la colpa del disastro della sanità  regionale e ciociara in particolare, , fa eco il “response” di Mario Abruzzese il quale sostiene la necessità di non buttarla in politica e declina ogni responsabilità perché lui è stato eletto nel 2010, dopo che la sanità regionale era già stata commissariata. Al “reponse” di Abruzzese  segue quello di Patrizi, secondo cui la sanità non è né di destra né di sinistra, ma di tutti, e le contrapposizioni politiche non aiutano a risolvere i problemi . Incalza poi il “response” di Ottaviani, a cui non interessa di chi siano le colpe del passato, anzi erigersi a censori di chi ha  già guidato il sistema sanitario regionale è poco producente. Chiude il “response” di  Carnevali le cui parole “Si va avanti perché dove si manduca il cielo ci conduca e…bla bla bla” sono più che eloquenti.  Questo rap secondo i maggiori critici musicali ha il pregio di riassumere in poche battute la vera questione della sanità nella nostra regione e nella nostra provincia. I tre “repsonse” degli amministratori  pubblici, tutti berlusconiani, sono chiari. La politica non c’entra, ed è inutile stare a polemizzare sulle ruberie accadute nel recente passato. Anche se in quel passato loro sono stati i protagonisti dello sfascio.  Una nota a margine. Nella sequenza armonico ritmica degli Area:  Demetrio Stratos, il cantante solista urla “Fallo Alato”,  altrimenti inteso come   “Pene volante” in metafora  “CAZZATE IN LIBERTA’”.   

Per dovere di cronaca in un prossimo post pubblicheremo   integralmente tutti gli interventi dell’incontro organizzato dalla consulta della associazioni con gli amministratori pubblici, in cui oltre agli sconcertanti  “response”  di Abruzzese, Patrizi e Ottavini, si possono ascoltare altri contributi fra i quali quello di Daniela Bianchi consigliere regionale di maggioranza dell’attuale giunta Zingaretti.