Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 5 gennaio 2014

Dimissioni dal PSI

Angelo Pizzutelli

Frosinone, 5 gennaio 2014

A seguito di meditate e attente riflessioni di carattere politico sviluppate nel corso degli ultimi mesi, ho maturato la decisione di rassegnare le dimissioni dal PSI, cui ho dedicato lunghi anni di appassionata, disciplinata e generosa militanza ed al quale auguro le migliori fortune. Sulla scorta di tale decisione, la mia attività di consigliere di opposizione nel Comune di Frosinone mi vedrà impegnato come "indipendente" nell'ambito dello schieramento di centrosinistra.


Cordiali saluti

sabato 4 gennaio 2014

La memoria maestra di legalità

Osservatorio Peppino Impastato

Disgraziatamente    la mafia ha caratterizzato la storia d’Italia almeno dalla sua unità  fino ad oggi.  Le organizzazioni mafiose hanno innervato  i rapporti economici, politici   del Paese, modulandosi a seconda del mutare delle condizioni sociali e finanziarie che hanno contraddistinto l’evolversi della Nazione.   La mafia ha condizionato e determinato gli indirizzi politici ed economici costituendo un vero e proprio carcinoma maligno divoratore di risorse economiche,  finanziarie ma anche sterminatore di vite umane. 

Oggi si calcola che le organizzazioni mafiose e criminogene siano le multinazionali che realizzano i maggiori profitti al mondo attraverso il governo del malaffare e del riciclo dei proventi di queste attività nell’economia legale.  Parallelamente all’evoluzione della mafia  si è sviluppato, come un’anticorpo sociale, un sistema di lotta alla mafia che ha impegnato   migliaia di persone alcune delle quali hanno pagato con la vita il prezzo  della loro dedizione. Donne e uomini che si sono battuti contro tutte le mafie con determinazione e forza, segnando spesso delle importanti vittorie, ma non riuscendo mai a debellare il cancro. In particolare il terreno della lotta alla mafia diventava e diventa impervio quando si arriva ad intaccare l’intreccio tra mafia, politica e istituzioni, diciamo così, deviate.  

 Il movimento antimafia in generale ha visto grandi figure battersi strenuamente e poi soccombere. Magistrati del calibro di Falcone e Borsellino, ma anche attori che hanno lottato contro la mafia all’interno della società civile. Un movimento di antimafia che combatteva tutti i giorni nel sociale, nei rapporti con  i propri simili.  Fra questi annoveriamo Placido Rizzotto, Peppino Impastato,  da cui la nostra associazione  prende il nome, e il giornalista, scrittore Giuseppe (Pippo) Fava . 

  Il 5 gennaio di 30 anni fa, Pippo Fava fu freddato dalla mafia con 5 colpi calibro 7,65 alla nuca.  Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale “I siciliani” e si stava recando a prendere la nipote che recitava presso il teatro  Verga a Catania. Non gli lasciarono nemmeno  il tempo di scendere dalla sua Renault 5. Lo stesso rituale di depistaggi e diffamazioni , andato in scena dopo l’omicidio per mafia di Peppino Impastato, si replicò anche per Fava. Solo nel 1998 si concluse il processo con la condanna all’ergastolo  del boss Nitto Santapaola come mandante , degli  organizzatori dell’omicidio  Marcello D’Agata e  Francesco Giammusso e degli esecutori material  Aldo Ercolano e  Maurizio Avola. 

 Quale la colpa che ha condannato a morte Fava? Quella di non farsi i fatti propri né più e né meno come Peppino Impastato. Con la sua attività di giornalista, prima all’Espresso sera , poi come direttore del  “Giornale del Sud” e della rivista  indipendente “I Siciliani”  Fava    denunciò il perverso   intreccio fra mafia politica e finanza che infestava la Sicilia e tutto il Paese . Grazie alle inchieste svolte dal mensile  “I siciliani” -  rivista indipendente da lui fondata  dopo che l’establishment politico-mafioso era riuscito a cacciarlo dal “Giornale del Sud”  -  grazie a una redazione composta da giovani giornalisti, molti inesperti  ma attivi e intraprendenti , fra cui il figlio il giornalista e politico Claudio Fava,  gli affari che il clan Santapaola tesseva con i grandi imprenditori catanesi, oltre che con il faccendiere Michele Sindona, divennero oggetto di pubblica denuncia.  

In un’intervista rilasciata ad Enzo Biagi pochi giorni prima della sua morte,  il 28 dicembre del 1983 Fava ebbe a dichiarare: “ Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…”  Pippo Fava era uno che dava fastidio, come Peppino Impastato,  e come Peppino è stato ucciso. Nel degrado etico o politico che contraddistingue lo scenario attuale, con mafia e camorra che continuano a fare affari, contaminando i rapporti economici e sociali del nostro Paese, la memoria di persone come Pippo Fava deve rimanere sempre ben presente nella società civile.  E’ dall’attività di queste persone sempre pronte a gridare  con coraggio che “La Mafia è una montagna di merda” che può rinascere una consapevolezza oggi debole o del tutto mancante.  La consapevolezza che   con l’illegalità, la corruzione, la prevaricazione degli altri, la nostra società rimarrà sempre vittima del degrado etico e politico,  risultato dell’azione delle mafie con il concorso della spregiudicatezza   della speculazione finanziaria.   Per questo motivo riteniamo   giusto e doveroso ricordare Pippo Fava a trent’anni dalla sua morte.

La memoria dei martiri toscani, in difesa della Costituzione

Comitato in difesa della Costituzione Frosinone


Il comitato in difesa della Costituzione di Frosinone invita tutti i cittadini, movimenti e associazioni alla commemorazione  dell’eccidio di tre giovani toscani ,  Pier Luigi Bianchi, di Fiesole, Luciano Lavacchini di B.go San Lorenzo e Giorgio Grassi di Firenze,   fucilati il 6 gennaio del 1944  dai fascisti nella nostra città  . Il comitato sarà presente alla commemorazione che avrà inizio alle ore 10,00 di lunedì 6 gennaio presso  il piazzale dei Martiri Toscani. Il ricordo dei tre ragazzi,  a settant’anni dalla loro fucilazione per mano fascista,  è anche un’occasione irrinunciabile per riaffermare i valori dell’antifascismo e della solidarietà sociale  iscritti nella Costituzione.  Il riproporsi di rigurgiti nazifascisti, attraverso  il protagonismo di organizzazioni  neo fasciste, come CasaPound e Forza Nuova,    nel  cavalcare la protesta della piccole e media borghesia, unito al tentativo da parte dell’attuale parlamento di stravolgere la   Costituzione in senso  autoritario,  impongono alle forze sinceramente democratiche di reagire. L’attuale crisi economica e sociale non si risolve   resuscitando i peggiori istinti fascisti né stravolgendo la Costituzione.  Anzi  è proprio il  rigoroso rispetto della Carta costituzionale  che potrà garantire quella solidarietà e condivisione necessaria alla collettività per uscire insieme  dalla  palude.  E’ su queste basi che Il comitato in difesa della Costituzione di Frosinone,   ritiene doverosa la sua partecipazione alla commemorazione del 6 gennaio.

Video Luciano Granieri

Commemorazione dell'eccidio dei martiri toscani

Comitato ANPI provincia di Frosinone il presidente Giovanni Morsillo



L’ANPI sostiene e promuove la manifestazione di commemorazione dell’eccidio dei tre Martiri toscani che si terrà in occasione del 70° anniversario del massacro perpetrato dagli occupanti nazisti e dai collaborazionisti fascisti a Frosinone il 6 Gennaio 1944.
I tre giovani trucidati presso il curvone di via Mazzini, dove oggi sorge il monumento alla loro memoria, erano rei di aver tentato la fuga dal lavoro coatto al servizio delle truppe tedesche presso il fronte di Cassino. Catturati insieme ad altri loro compagni, i fascisti italiani insistettero per fucilarli tutti, ma il comando tedesco si oppose, e acconsentì ad estrarne a sorte tre e fucilare solo questi, destinando gli altri alla prigionia dimostrando, pur nella sua crudeltà, di possedere meno disumanità dei suoi complici italiani.
A 70 anni dalla strage, l’ANPI si rivolge ai cittadini della nostra provincia perché accolgano l’invito a partecipare alle celebrazioni, che si terranno lunedì 6 Gennaio alle ore 10.00 presso il monumento in Largo dei Tre Martiri. Alla manifestazione parteciperanno cittadini, associazioni, forze politiche e sindacali, comitati di cittadini di varia ispirazione, uniti dalla condivisione del valore della pace e dell’impegno democratico come condizioni irrinunciabili per il progresso e la stessa vita civile del nostro popolo e del nostro Paese.
L’ANPI coglie, come sempre in passato, questa triste occasione di memoria civile per riflettere assieme a tutti coloro che interverranno, sulla necessità di custodire nei fatti e concretamente l’insegnamento della guerra, delle sofferenze patite dai popoli europei solo pochi decenni fa, per rafforzare attraverso la conoscenza e la memoria l’impegno totale per la pace, la democrazia, il progresso civile.
Proprio perché consapevoli e memori dei dolori provati in passato, siamo oggi impegnati attivamente per bloccare i tentativi in atto di manomissione di quelle garanzie democratiche allora negate, e conquistate a prezzo di immani sacrifici dai combattenti antifascisti. Sull’antifascismo come condizione della democrazia, sulla preziosa eredità costituzionale ricevuta dalle mani di coloro che sconfissero quel modo di intendere la società fondato sull’oppressione e sulla cancellazione fisica dell’avversario, conduciamo la nostra lotta per nuove e più ampie conquiste, a cominciare da un’Europa dei popoli, che promuova le capacità dei suoi cittadini e trasmetta al mondo intero i valori di libertà e di dignità figli della sconfitta dei disegni di potenza criminali di allora.
Ci auguriamo che l’anno che inizia si apra sotto questi auspici, e che sia sempre maggiore la partecipazione dei cittadini alla difesa della memoria e all’esercizio convinto della democrazia.
                       
Comitato ANPI - Provincia di Frosinone
Il Presidente
(Giovanni Morsillo)


LA FRANA CHE VIENE DA LONTANO

Giuseppina Bonaviri



All’inizio di un nuovo anno e in un momento di grande travaglio pe la nostra amministrazione comunale e per il nostro territorio, da anni mortificato da cementificazione selvaggia e da aggressione dei gestori pubblici all’ambiente, la Rete Indipendente La Fenice, assieme a tecnici ed esperti come il geologo e fisico Prof. Mario Catullo, ritiene doverose alcune precisazioni  nel rispetto dell’informazione, riguardo la gravità attuale delle condizioni franose della zona del Viadotto Biondi di Frosinone.
Già nel mese di maggio 2013 nella sede del nostro  Movimento furono organizzati incontri e conferenze di chiarificazione illustranti le condizioni dell’ecosistema frusinate che, non rispettato negli ultimi trenta anni, ha apportato gravi danni alla parte alta del capoluogo e non solo. In quei momenti di dibattito, aperti e rivolti alla cittadinanza, alla presenza di ex amministratori, venivano precisati tutti quei riferimenti tecnici e scientifici -desunti dalle leggi della fisica e della chimica- che vanno ben oltre semplici schematismi ed appiattimenti propinatici dalla mala politica e da quelle poche ed incoerenti nozioni che, nonostante tutto, siamo costretti ad ascoltare.
La condizione  ambientale della zona attigua al Viadotto Biondi è stata molto bene acclarata dagli studi dell’Italtekna  che negli anni ‘80 aveva condotto, sotto l’egida del Ministero dei Lavori Pubblici e con il benestare della legge nazionale n. 730 del 28-10-86 (recepita al Protocollo del Comune di Frosinone il 16-12-89 con n. 30962) uno studio specifico riguardante il dissesto idrogeologico di Torrice, Frosinone ed Arnara. In base a questa normativa nazionale sono stati condotti direttamente dallo Stato, tramite il Ministero dei Lavori Pubblici, lavori complessi e altamente scientifici riguardanti la geologia delle suddette città, la sismica e l’idraulica del territorio come anche la meccanica dei pendii.
All’interno di questo documento-elaborato, composto di vari volumi ognuno riguardante una zona specifica della città capoluogo, contenente prescrizioni e obblighi (fu consegnato nel 1989 nelle mani della stessa Amministrazione Comunale perché ne fossero rispettati i criteri oltre che al Ministero dei Lavori Pubblici e alla Università La Sapienza, vedi allegato ) erano contenuti i dati che lasciavano presuppore le drammatiche conseguenze qualora non si fossero rispettati i criteri suggeriti. Questi stessi documenti, che per trasparenza amministrativa dovrebbero essere a disposizione del facente richiesta, non sono invece mai stati consegnati a chi, come Catullo, li avesse richiesti ufficialmente ( forse perché dispersi?). Due erano i capisaldi prescritti dalla Italtekna per evitare la catastrofe: continuare il monitoraggio sul territorio e-o dare luogo al risanamento. Ma, come si sa, non ci fu seguito alcuno. Si sarebbe, invece, dovuto operare preventivamente evitando la messa in atto di opere o surrogati.
I tecnici dell’Università La Sapienza che lavorarono al documento, nel 2000 pubblicarono un volume specifico intitolato “Le frane della Regione Lazio” che affrontava la questione frusinate come emblematica del dissesto geologico a seguito del disordine urbanistico causato dall’incuria e la impreparazione di una classe politica, incapace e mediocre. Sarebbero stati sufficienti controlli inclinometrici e piezometrici ( oggi molto di moda), per giunta previsti per obbligo di legge e loro eventuale sostituzione o integrazione nel caso di rottura. Ciò, invece, non fu mai fatto (vedi l’inclinometro a contorno del Piazzale Vittorio Veneto e quelli che furono collocati, solo inizialmente, al di sotto del pendio Biondi e che arrivavano al viadotto).
 Inoltre, la mancanza dello spazio utile per gradonature e gabbionate, la mancanza di capacità portante della collina già gravata dai numerosi carichi antropici ed urbanistici, la presenza del fiume Cosa che alla base erode le sponde e degrada la collina, suggerivano interventi meno invasivi per carichi meccanici e, certamente molto meno costosi per le nostre tasche. Emerge con chiarezza una domanda: perché non sono state messe in atto queste misure protettive? Quali le vere motivazioni? Quali i guadagni e diretti a chi?
La proposta, che già ad aprile del 2013 il nostro Movimento aveva reso pubblica, considerava la situazione stratigrafica del pendio e la mancanza di uno strato di base utile per palificate prevedendo, in sintesi, di aumentare i legami elettrochimici ed elettro osmotici con l’utilizzo di semplici coppie galvaniche o pannelli solari, intervento che si presenta ad oggi risolutivo ed estremamente economico per la nostra già tanto sofferente amministrazione. Si suggeriva, anche, di creare una task force di tecnici esterni, non manipolabili e a costo zero per supervisioni e confronti partecipati dalla base che potessero essere a garanzia di una governance diffusa.
Torneremo a dibattere e a riproporre questo progetto il 9 gennaio alle ore 17, a Frosinone in Vicolo Moccia, in un incontro aperto alla popolazione e a tutti i nostri amministratori e politici che, benpensanti , intendessero il confronto frontale la base di una buona politica per il rilancio del bene comune. Si effettuerà, a partire dai prossimi giorni, nelle piazze e nelle strade del capoluogo, un volantinaggio informativo e formativo che non lascerà spazio a dubbi e cattivi propositi amministrativi. 

Video di Luciano Granieri

venerdì 3 gennaio 2014

Fiat: l'abilità di fare soldi anzichè macchine

Luciano Granieri


Sergio Marchionne è bravo a fare i soldi e non le macchine. Questo è assodato, per buttarla in lotta di classe possiamo dire che l’Ad Fiat è bravo ad ingrassare gli azionisti e a fottere gli operai.  Tale   solita morale   sta alla base anche    della conquista di Chrysler .

Con magno gaudio dei media di regime  e dei sindacati, egualmente di regime, il Lingotto conquista definitivamente l’America . Quando Marchionne ha a che fare con sindacati recalcitranti sfodera il meglio di se. Ed è stato così anche con il Uaw, United Auto Workers, la potente organizzazione sindacale che attraverso il fondo sanitario Veba deteneva il 41,5% delle azioni di Chrysler.  Quelle quote ora sono di Fiat e consente al gruppo di possedere al 100% Chrysler. 

La trattativa è stata da manuale. Veba pretendeva  5 miliardi,  Marchionne sdegnato per la insolente ed esosa offerta ne offriva al massimo due.  Si è arrivato alla fine ad un accordo per il quale Marchionne è stato incensato come grande manager da giornalisti, politici e sindacati.  A dire il vero l’affare in soldi è sembrato più soddisfacente per i sindacati che hanno spuntato una cifra di poco inferiore alla loro richiesta, 4 miliardi e 300mila dollari, ma il colpo da maestro sta nelle modalità con cui  Fiat pagherà questo importo. 

Dalle casse del lingotto usciranno solo 1,75 miliardi,  gli eredi Agnelli non cacceranno un dollaro di più. Di aumento di capitale neanche a parlarne. Il resto  della cifra verrà corrisposto come segue:  Altri 1,9 miliardi, necessari per comprare Chrysler,  li pagherà Chrysler  e il fondo Veba  cioè coloro che hanno venduto. Potenza della finanza!  In pratica gli azionisti di Chrysler, Veba e Fiat  anziché spartirsi un generoso dividendo di un miliardo e nove lo destineranno all’acquisto  da parte di Fiat dell’intero pacchetto azionario.  Il resto della spesa, 700 milioni verrà pagato al sindacato in quattro tranche per quattro anni, trasformato in premio di produzione.  Cioè se gli operai   saranno bravi avranno saldate le loro spettanze sulle quote che hanno ceduto a Fiat, altrimenti nisba. Bel colpo!  

Ma da questo gioco delle tre carte, agli operai di Cassino, Pomigliano, Melfi, Mirafiori e all’Italia tutta , che ne verrà in saccoccia? Questo è una domanda blasfema che come al solito pongono i soliti comunisti disfattisti. La fusione, sostengono  le truppe cammellate, consentirebbe a Fiat di assaltare il tesoretto di Chrysler, accumulato con i successi commerciali  ottenuti nel  mercato americano e quello brasiliano,  e destinarlo a faraonici investimenti sugli stabilimenti italiani per trasformare le asfittiche catene di montaggio nazionali in mirabili fabbriche sforna suv. Ma sarà vero? 

Perché le  agenzie di rating non benedicono questa operazione?   La struttura finanziaria del gruppo  in verità ha ancora qualche debituccio, la sua  situazione  economica , tutt’altro  che solida,   è superiore solo al gruppo Peugeot.  Un poco di dollari per pagare i buffi saranno forse necessari. Poi,  a quanto si conosce, gli investimenti previsti riguarderebbero il rilancio dei marchi Alfa Romeo e Maserati.  A Cassino verranno prodotte, sotto il segno del biscione,  un’ammiraglia  e un Suv, oltre che l’erede della Giulietta.  E’  possibile che    la catena del Suv  vada  Mirafiori.  A Grugliasco,    ai modelli Maserati   Quattroporte e Ghibli già in produzione, si affiancherebbe un altro Suv di maggiore potenza e prestigio.  A Melfi sono   invece previsti  la   nuova Punto, sempre annunciata  e mai  realizzata  e  due mini Suv  500X e Jeep. Solo per i tre nuovi modelli di Cassino gli investimenti dovrebbero aggirarsi attorno ai 3 miliardi di euro.  

Con tutta la buona volontà è difficile capire quale successo potrà avere la scelta di produrre Suv e ammiraglie,  vetture che si pongono in segmenti dove Volkswagen, Audi e Bmw la fanno da padroni e dove il numero di auto vendute è limitato.  Di investimenti su auto elettriche o a bassa emissione neanche a parlarne.  Inoltre  molti dubbi arrivano dai mercati di riferimento. In Italia Fiat continua a perdere anche se il business dell’auto è in ripresa, in Brasile le cose non sembrano rimanere così rosee come in passato. E negli Stati Uniti, finta la cura da  cavallo  di Obama che ha risollevato l’economia   a botte di politiche keynesiane e iniezioni di denaro fresco dalla Federal Reserve,  il successo commerciale fini ad ora ottenuto verrà riconfermato?  Di conquistare  nuovi mercati emergenti, in  Russia, in Cina, in Asia in generale, non si fa menzione.  

Basterà il tesoretto Chrysler a  pagare i debiti e  a rilanciare la produzione in Italia? Ma soprattutto - considerata la spoliazione operata da Marchionne degli stabilimenti italiani, con l’aiuto dei sindacati , attraverso  la chiusura di Termini Imerese e della Irisbus,  usando dosi massicce di cassa integrazione e erodendo i diritti dei lavoratori -siamo sicuri che ci sia la volontà di investire in Italia? Di certo da questa operazione di fusione c’è solo che un’altra parte del gruppo migrerà in paradisi fiscali come già e accaduto per la Fiat Industrial  - sottraendo    ulteriori entrate fiscali all’erario  - che la nuova società verrà quotata alla borsa di New York anziché a Milano e che gli azionisti Fiat già da ieri hanno visto le proprie azione apprezzarsi del 16%. Forse varrebbe la pena che il governo vigilasse un po’ meglio sulle attività di questo genio capace di fare soldi ma non di fare macchine, cioè per dirla in termini di lotta di classe, capace di ingrassare gli azionisti e fottere gli operai.

giovedì 2 gennaio 2014

Valutazioni sui rilievi statistici concernenti le primarie del Pd.

Luciano Granieri


Cliccando sul link: Candidate & Leader Selection è possibile accedere ad una ricerca statistica che analizza  i profili  di chi  ha votato alle primarie per la segreteria del Pd.  Ignazio Mazzoli  redattore del   sito http://www.unoetre.it/ mi ha chiesto di commentare questi dati. Di seguito le mie valutazioni pubblicate anche su  unoetre.




Premetto che non ho votato alle primarie. Dalla lettura dei dati Civati  risulta il candidato ideale per un rinnovamento del partito, che rispetti un minimo le tradizioni ideologiche   (il famoso veniamo da lontano).  Leggendo il rapporto Civati ha una  maggiore incidenza del voto femminile,  e dei giovani (se aggreghiamo le tre fasce più giovani da 16 a 44 anni Civati batte nettamente gli altri contendenti). Anche fra gli studenti Pippo risulta il più votato. 

In relazione al titolo di studio Civati  raccoglie  preferenze  dai laureati, più di  Renzi e Cuperlo. In termini ideologici  Pippo  aggrega  maggiori consensi,  rispetto agli altri contendenti, dall’area della sinistra.  Se fossi del Pd mi preoccuperei della notevole adesione che Renzi ha avuto dalla destra (l’aggregato centro-centro e destra riporta il 22% il dato più elevato di gran lunga rispetto agli altri due candidati  ). Il profilo socio politico rivela che Civati ha un elettorato più qualificato.  E’ il candidato che ha ottenuto maggiori consensi dai non iscritti, i quali vengono tutti dall’area di sinistra,  molti avevano votato Sel alle precedenti elezioni. Inoltre raccoglie una  percentuale maggiore di veterani delle primarie dopo Cuperlo che notoriamente era il candidato della nomenclatura. 

Un altro aspetto importante indica come Civati rispetti meglio i valori di chi l’ha votato a differenza degli elettori di Renzi che condividono il suo futuro di  Pd, ma si sentono meno rappresentati nei loro  valori. Qui si potrebbe aprire una discussione  su quali valori debba rappresentare il futuro Pd. Un altro dato importante è che Civati risulta il più stimato da coloro che gli hanno preferito Renzi  o Cuperlo.  Se si sommano i voti di stima che gli elettori hanno dato ai candidati  a cui non hanno concesso  la preferenza  risulta che  Civati totalizza 125, Cuperlo 95, Renzi 83. 

In conclusione,  un segretario che ha i maggiori consensi fra donne, giovani, studenti e laureati, in più intercetta voti  dai non iscritti alla sinistra del Pd, rappresenta  meglio i valori di chi lo sceglie  ed è anche molto stimato da coloro che non lo hanno votato,  dovrebbe essere il  segretario ideale per un partito che aspiri a mantenere un minimo di substrato riformista, e a rinnovare il profilo  anagrafico sociale e politico dei propri iscritti. 

Ma gli elettori delle primarie, evidentemente, votando Renzi, hanno espresso altre priorità.  L’ultima domanda su chi si ritiene possa essere il miglior candidato  per battere il centro destra segna un plebiscito per il sindaco di Firenze.  Evidentemente chi è andato a votare ha pensato   a scegliere il prossimo candidato premier più che il segretario di partito. E il prossimo candidato premier designato è quello che più di tutti pesca consensi a destra. Inviterei gli amici del Pd a riflettere su questo.