Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 4 marzo 2017

Gli arrabbiati se ne vanno gli dei restano

Luciano Granieri




“Gli arrabbiati se ne vanno gli dei restano”. In realtà questa è un’inversione del titolo dell’ultimo disco degli Area  in cui cantò Demetrio Stratos. Il titolo dell’LP, registrato nel 1978,  a dieci anni dalla mitica stagione sessantottina,  è  gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano. “Mo', questo ci vuole ammorbare con le suo solite elucubrazioni di critica musicale”, potrebbe  osservare chi si accinge a leggere questo intervento. Niente di più sbagliato. 

Infatti, gli arrabbiati se ne vanno gli dei restano, potrebbe essere il titolo delle vicende che hanno contraddistinto le lotte di un gruppo di arrabbiati politicamente attivo nella città di Frosinone. Ve lo posso assicurare costoro erano molto arrabbiati. Hanno sempre denunciato lo scempio perpetrato sulla nostra città da vent’anni di giunte di centro destra e centro sinistra. Le politiche di asservimento al potere speculativo-fondiario, vero dominus del Capoluogo, sono state sempre  fortemente contrastate dagli arrabbiati. Le dinamiche d’impoverimento della popolazione frusinate, espropriata puntualmente e costantemente di servizi  sociali, luoghi di aggregazione, diritto alla salute e all’istruzione,  sono state inesorabilmente denunciate , imputando alle varie consiluature l’asservimento ai padroni muratori. 

Non è mancato il coraggio agli arrabbiati nell’ indicare con nomi e cognomi gli amministratori responsabili di tale sfascio: Domenico Marzi, Michele Marini  e alleanze varie  (centro sinistra) Nicola Ottaviani (centro destra). Come non è mancato il coraggio agli arrabbiati di denunciare la sciagurata gestione finanziaria della città gestita dal centrosinistra che, per regalare gli oneri concessori ai palazzinari, ha prodotto un debito tale da consegnare la cittadinanza al giogo del piano di riequilibrio economico e finanziario. Un piano lacrime e sangue  che ha consentito ad Ottaviani, sotto il ricatto della denuncia alla Corte dei Conti degli artefici del debito, di silenziare l’opposizione. Gli arrabbiati  sono riusciti ad aggregare un minimo di consenso proprio perché si sono mostrati senza peli sulla lingua, individuando i burattinai che dietro le quinte gestivano gli affari della città e del territorio  sulla pelle dei cittadini e anche in questo caso sono stati fatti nomi e cognomi: Abruzzese (centro destra), De Angelis, Buschini, Scalia(Pd) , Schietroma  (Psi). 

Le lotte degli arrabbiati, ovviamente, hanno avuto un risvolto elettorale e sempre compatti si sono battuti, sia contro il centro destra che con il centro sinistra, con esiti elettoralmente scarsi, ma con l’orgoglio di approfittare del clamore di una campagna elettorale per denunciare ancora più efficacemente il marcio . 

Cinque anni fa però all’alba del ballottaggio, cui erano giunti il sindaco uscente Michele  Marini e Nicola Ottaviani, era il 6 maggio del 2012,  gli arrabbiati diventarono dei. Non tutti evidentemente.  Alcuni di loro, dopo aver sbandierato  in campagna elettorale l'astensione al ballottaggio, perché l’uno e l’altro pari erano, dopo aver  detto peste e corna di Michele Marini accusato di essersi alleato con movimenti teodem, ed aver lasciato un debito mostruoso, gli dei  si convertirono , folgorati sulla via di Damasco,  alla  realpolitik,  e  spinsero per l’endorsement al candidato del Pd con l’obbiettivo di ottenere almeno un posto in consiglio comunale , per fare cosa  non è dato sapere.  Dopo una notte di contrasti, gli  dei cacciarono gli arrabbiati, ma la mossa non fu sufficiente a decretare la vittoria di Marini. 

Finito il regolamento di conti post elettorale, gli dei tornarono ad essere arrabbiati e a riaggregarsi con colori i quali incazzati lo erano stati da sempre. Gli ultimi cinque anni hanno visto riemergere un nuovo e rinvigorito attivismo degli arrabbiati contro le politiche dispotiche di Nicola Ottaviani e contro l’ignavia della minoranza guidata dal Pd, mai in grado di portare avanti una reale opposizione. Anzi  Si disse che la vera opposizione era svolta dagli stessi  arrabbiati nelle piazze. 

Una gestione creativa della finanza cittadina da parte dell’amminstrazione Ottaviani -divisa fra la privatizzazione dei servizi, l’aumento delle tariffe per accontentare i giudici contabili, e il finanziamento di sbicchierate elettoralistiche - non ha visto, a parte poche grida, alcuna azione oppositiva degna di nota. La rabberciata armata Brancaleone a trazione Piddina, si è guardata bene perfino dal  chiedere le dimissioni del sindaco, a seguito della vicenda giudiziaria sulla questione dei rifiuti che coinvolse   il suo vice  Fulvio De Santis.  Gli arrabbiati, una parte dei quali perse il lavoro, a seguito del sacrificio sull’altare del piano di rientro della società Multiservizi, hanno continuato la loro lotta contro maggioranza e opposizione convinti che fino a quando a governare Frosinone sarebbero stati i soliti noti, dell’una e dell’altra fazione, nulla sarebbe cambiato. 

Ma inesorabilmente arriva il mese vicino all’aprile (cioè maggio)  tempo in cui si tengono  le elezioni. E puntualmente tornano gli dei. Fortunatamente, questa volta, gli dei si sono palesati prima che iniziasse la campagna elettorale. La  realpolitik ha colpito ancora, per cui il Pd tanto bistrattato - quello degli Scalia, dei De Angelis, dei Buschini, gente contro cui si è appena conclusa una vittoriosa battaglia referendaria e accusata di essere la rovina del territorio - è diventato partner ideale per sconfiggere Ottaviani. E’ bastato che alla guida della coalizione comprendente i Dem ciociari  si candidasse, Fabrizio Cristofari. Il cardiologo, presidente dell’ordine dei medici di Frosinone, per conquistare gli dei si presenta con una sua lista civica, schifando il Pd, che pure è nella sua coalizione e di   cui è stato dirigente in passato. Nel frattempo  stringe accordi con la nomenklatura  socialista. Tradotto: De Angelis, Scalia, Schietorma, avranno molta voce in capitolo sulle dinamiche gestionali di Frosinone qualora dovesse vincere Cristofari, checché ne dica il candidato presidente dell’ordine dei medici. 

Agli dei questo non preoccupa, convinti  di poter imporre le loro istanze nel programma della cosiddetta forza progressista. Fortunatamente tutto ciò si è consumato prima dell’inizio della campagna elettorale, e ha consentito agli arrabbiati di andarsene  e rimanere coerentemente arrabbiati.  Gli arrabbiati se ne vanno gli dei restano.

 Noi arrabbiati, non ce l’abbiamo con gli dei, anzi auguriamo loro che l’obbiettivo, unico e debole, di mandare a casa Ottaviani e di contare all’interno del consiglio senza essere stritolati dai pezzi da novanta, si realizzi. Però non ce la facciamo ad allearci con coloro che abbiamo sempre considerato complici dello sfascio cittadino, anche se guidati da una faccia nuova (si fa per dire). 

Certo è che ogni cinque anni, quando  incombe il mese vicino all’aprile, gli arrabbiati soffrono il protagonismo degli dei. “Guardati dal mese vicino all’aprile”, dicono i contadini del meridione d’Italia che hanno imparato a temere i rovesci improvvisi del mese di marzo. Noi arrabbiati invece, facendo nostra una frase riportata proprio sul disco degli Area gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano, diciamo “Guardati, compagno, del mese di maggio, noi non siamo più gli eredi di nessuno, bisogna ricominciare tutto da capo!

Good vibrations!



PROCESSO SUGLI INCENERITORI DI COLLEFERRO: ESCLUSE ASSOCIAZIONI ED ENTI TERRITORIALI

Comitato Residenti Colleferro, Associazione Mamme Colleferro, Associazione Raggio Verde, Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Associazione Unione Giovani Indipendenti 


Il processo sugli inceneritori di Colleferro è stato agli onori della cronaca per molto tempo per l'estrema scientificità delle condotte criminose contestate. Risulta dal capo di imputazione che gli imputati hanno bruciato nell'inceneritore rifiuti non consentiti, arrivando, per non far emergere le loro responsabilità, a far falsificare i certificati relativi e a penetrare nel sistema informatico di monitoraggio in continuo, onde non far risultare lo sforamento delle soglie per inquinanti emessi in atmosfera. Ad oggi, la popolazione colleferrina non sa che cosa sia stato bruciato prima del 2008 nell'inceneritore, ma i dati per asma pediatrico e patologie alle vie respiratorie parlano -purtroppo- da soli.
Fatti di tale gravità hanno suscitato lo sdegno della popolazione e delle associazioni che a suo tempo venivano ammesse parti civili nel processo dinanzi al Tribunale di Velletri.
Il Tribunale di Velletri, dopo quattro anni di processo, dichiarava la propria incompetenza funzionale: il processo veniva trasmesso al Tribunale di Roma e, dopo quasi due anni, il GUP Fattori, dopo alcune udienze, ha deciso di escludere tutte le parti civili: enti territoriali ed associazioni.
E' questa dunque l'ultima evoluzione di un processo evidentemente nato male: la maggior parte dei capi di imputazione è già caduta o cadrà in prescrizione e forse una condanna civile sarebbe stato l'unico effetto pregiudizievole derivante agli imputati condannati per la loro condotta, ma neanche questo deve accadere, se si è deciso di escludere anche i Comuni che sono per legge deputati a tutelare il territorio e la salute dei loro cittadini!
Il messaggio dunque che passa, a vedere il decorso di questo processo, è che in Italia chi inquina, non paga. 

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA X CONGRESSO - CIRCOLO DI SORA

CIRCOLO “A.GRAMSCI” SORA 


Il giorno 5 marzo a Sora, presso la sede “U.I.” in via Lungoliri Della Monica 16,  si terrà il congresso del circolo di Sora e paesi limitrofi a partire dalle ore 10:00. Il congresso provinciale invece è stato convocato per il giorno 12 di marzo a partire dalle ore 10 presso l’Auditorium New Orleans a Isola del Liri.
La fase congressuale è la massima attività interna del Partito in quanto da essa scaturisce non solo la linea politica ai diversi livelli, territoriale e nazionale, ma anche l’aggiornamento delle pratiche politiche e il modo di essere dell’insieme della comunità degli iscritti e del come questa si connette con il moto della società.
L’intellettuale collettivo, ovvero il partito, che si interroga su se stesso con lo sguardo rivolto al futuro chiama a raccolta non solo i militanti, ma anche i simpatizzanti e comunque chiunque fosse interessato a partecipare ai momenti di confronto. E’ questo il senso più ampio del congresso. La forma dell’assemblea che prevede la presenza fisica e la vicinanza fra i compagni va oltre la separazione che di fatto oggi sancisce l’uso della rete e della “relazione” telematica che, per quanto efficace e veloce, però hanno un limite: impedire alle persone di realizzare una comunicazione globale. 
Comunicazione globale fatta non solo di parole scritte, ma di parole pronunciate e da volti che si guardano negli occhi. E’ questo, per noi comunisti, un valore aggiunto a cui non possiamo rinunciare.
Ospiti del congresso, Giovanni Russo Spena, già capogruppo Prc  alla Camera del Senato e Bruno La Pietra di Sinistra Unita Sora.
Invitiamo la cittadinanza pertanto a partecipare alla assise di circolo  e provinciale per poter contribuire in maniera diretta alla costruzione di questi momenti di ampia riflessione collettiva.

venerdì 3 marzo 2017

Storie di jazz, storie di espropri creativi.

Luciano Granieri


Spesso quando si discetta sulla genesi della musica jazz, si identifica  la nascita di questa straordinaria espressione come il frutto di una contaminazione fra la tradizione musicale africana, con qualche venatura di armonie arabe, e il composito patrimonio armonico occidentale, melodramma,tradizione bandistica e altro ancora. E’ però un fatto  che l’influsso non europeo, il blues,  la scala pentantonica e la metrica in 12 battute, siano  state predominanti nell’evoluzione del linguaggio jazz, e non solo, almeno fino allo spegnersi del secolo breve. Molti addirittura tendono a trasformare la creativa e atossica contaminazione, in un conflitto fra le due tradizioni, quella africano-araba e quella europea.  Ciò è vero se allarghiamo la visione oltre il progetto creativo e consideriamo le condizioni economiche e sociali in cui è cresciuta e si è evoluta la musica jazz. E’ innegabile come , in ogni fase della storia del jazz, ci sia stato il tentativo, spesso riuscito, di esproprio da parte dei bianchi,  a capo dell’industria musicale, di ciò che veniva creato dai musicisti neri. Tale appropriazione indebita, non si è esplicata solo in senso affaristico, ma anche nell’annacquamento delle forme  rivendicative  della musica afroamericana , così  da depotenziare il messaggio di rivolta sociale che questa esprimeva. Da un lato  hanno agito  le mire di profitto  delle case discografiche sulla musica dei neri, dall’altro il tentativo di ridurre la proposta musicale afroamericana  in semplice momento asettico di evasione e spettacolo.   Ripercorriamo in un rapido excursus le varie tappe di tale appropriazione indebita,  culturale,  economica e sociale.  

Race Record
Il blues fu la prima  e più longeva  fonte di tali colonizzazioni.  Lo sfruttamento del linguaggio in 12 battute si  è sviluppato ed evoluto nel corso di tutto il’900 per cui l’intuizione creativa dei neri, provenienti dall’africa, ha contribuito alla nascita del rock e all’arricchimento smisurato di personaggi bianchi  come Elvis Presley o gruppi come i Beatles e i Rolling  Stones. Tutto iniziò quando al sorgere degli anni ’20  alcune case discografiche,  cercando nuovi sbocchi commerciali scoprirono la redditività del canale nero. Nacquero così collane discografiche  chiamate “race record” (dischi di razza), riservate al solo mercato dei neri. Sui solchi di  questi dischi, fu fissato il ricchissimo patrimonio musicale del blues  vocale,ed orchestrale in particolare . Le Roi Jones nel suo libro  “Il popolo del blues” scrisse:”…. se osserviamo il fenomeno dei race record da un punto di vista più pratico,  come dovettero certamente fare i proprietari della Okeh, i dischi di Mamie Smith rivelarono l’esistenza di un mercato ancora non sfruttato. Di Crazy Blues se ne vendettero per mesi  circa 8000 copie alla settimana, del primo disco di Vittoria Spivey (Blake Snake blues), registrato sei anni più tardi, se ne vendettero in una anno 150.000 copie: ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, che la decisione delle case discografiche di estendere e potenziare il repertorio dei race record non era dettata da motivi altruistici  o artistici. Ma semplicemente dalla convinzione  che si trattasse di un ottimo affare”. Bessie Smith , ingaggiata dalla “Columbia” grazie al fiuto del discografico Frank Walker, contribuì a far realizzare alla casa discografica tali utili di vendita da risollevare il suo conto economico prossimo al fallimento. 




Swing Era

 Se il fenomeno dei race record fu solo  sfruttamento economico della creatività nera, limitando la sua azione  al profitto senza intaccare il patrimonio musicale del blues , completamente differente fu la devastante influenza dell’era dello swing . La chiusura delle case di piacere di Storyville,  la  militarizzazione del porto di New Orleans, in concomitanza con gli eventi della prima guerra mondiale,  costrinsero  i musicisti neri, che sulla città del Delta avevano costruito il linguaggio della nuova musica, a trasferirsi in cerca di un ingaggio nelle grandi metropoli ed essere inglobati nelle grandi orchestre bianche. Le sofferenze subite dopo le peripezie del ’29 orientarono la borghesia americana del New Deal, verso un ideale di vita basato sull’evasione. Il jazz, come al solito, non potè che essere espressione di quel sentimento. Le  orchestre furono le indiscusse protagoniste della scena musicale, ma la spinta propensione verso le sdolcinatezze proposte da alcune formazioni bianche non era  del tutto appropriate al musical business, che pretendeva anche quel pizzico di esoticità presente nelle formazioni  neworleaniste.  Ma New Orleans significava nero e tutto le critiche implicazioni sociali che dietro questa parola si nascondevano. L’ideale sarebbe stata un’orchestra bianca, o comunque con esecutori ben pettinati in frak e papillon, che nel suo dna avesse quel pizzico di esotismo nero tanto gradito.  Nel quartiere nero di Harlem a New York, sorsero un buon numero di locali, gestiti da bianchi, in cui lo strumentista afroamericano, proveniente da New Orleans, da Kansas City o anche dalla Chicago infestata da gangster, non era altro che l’attrazione esotica di un’orchestra formata da musicisti bianchi.  Nacque l’era dello swing, che al di la dell’esaltazione della pura evasione, vide l’affermazione di orchestre anche di buon livello. Il re della swing craze fu senza dubbio Benny Goodman. La chiave del successo di  Goodman fu , riproporre, lui che era bianco,  musica nera. Il fatto che un bianco suonasse  una musica che leader neri avevano creato prima di lui  dava ad essa una patina di rispettabilità mitigando certe  ruvidezze africane. I musicisti neri nella swing era furono costretti, per sopravvivere, a entrare come attrazione nelle orchestre bianche. Teddy Wilson al piano e Lionel Hampton la vibrafono furono le prime stelle di Goodman. Artie Shaw seguì l’esempio ingaggiando la straordinaria Billie Holiday.  Un’altra stella assoluta fu quel Roy “Little” Eldridge che Gene Krupa convinse ad esibirsi con lui offrendogli  150 dollari a sera rispetto ai 50 che Eldridge già guadagnava in un'altra orchestra. 

Dalla frustrazione di questi artisti, costretti a esibire la loro maestria tecnica come se fossero fenomeni da baraccone, e a subire umiliazioni come quella di entrare dalla porta secondaria dei locali dove suonavano, nacque il vento che portò ad una vera e propria rivincita nera. Il bebop, uno stile che espresse un concetto musicale  completamente opposto a quanto narrato dalla swing craze, a cominciare dall'idea  che quella non era più musica da ballo o d’evasione.  Intorno al 1940 solo pochi erano ottimisti sul futuro del jazz che pareva aver concluso il suo ciclo trasformandosi, nel giro di un trentina d’anni, o poco più, da musica folklorica legata a un certo ambiente e a certe condizioni storiche e sociali, a musica di svago destinata alle masse . La rivoluzione bebop fu la salvezza del jazz. Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Kenny Clarke e tutti gli altri grandi strumentisti della bop era furono dei veri e propri rivoluzionari. Quei musicisti neri, o non bianchi, intesero, creando la loro musica, rompere con i valori consolidati, con la ferrea routine imposta nelle orchestre da ballo, che in nome del musical business, chiedevano al  jim crow di turno, sia che  suonassero  uno strumento, o  cantassero , o ballassero , solo di divertire il pubblico. Smaccato  era  Il rifiuto di ogni concessione spettacolare,  marcato era il disprezzo  per    l’applauso,  molte esecuzioni erano irridenti verso la borghesia ricca. Un tale atteggiamento,creativo, venne spazzato via dalle regole del profitto musicale. Nonostante le straordinarie novità del linguaggio boppistico , che posero la basi su cui poggerà tutto  il jazz  futuro, il be bop fu ben presto cancellato dal panorama musicale americano e molti musicisti, andarono a cercare fortuna in Europa. 




West Coast

In piena era bebop, dove il jazz stava mostrando una verve rivoluzionaria, autenticamente nera, ma osteggiata dal pubblico e dal mercato discografico, l’orchestra di Woody Herman parve una sorta di restaurazione  conservatrice di valori artistici, ma anche sociali e politici. L’operazione musicale di Herman consistette nel recuperare il dixieland, esaltandone lo spirito blues. La sua orchestra suonava un blues vestito di bianco. Dunque si ripropose l’ennesima appropriazione di caratteri afroamericani  assimilati e trasformati ad uso e consumo del musical business.  In questa fase tornò preponderante la forma dell’orchestra la scrittura in luogo dell’improvvisazione . Gli stilemi boppistici divennero parte del linguaggio Hermaniano, ma furono levigati e addolciti. Un  dato emergeva incontrovertibile, la nuova musica doveva contrapporsi alla rabbia dei boppers e soprattutto al loro disprezzo e rifiuto del pubblico. Anzi  doveva presentarsi accettabile,  accattivante e magari un tantino ammiccante. In quel periodo la California fu l’elemento naturale in cui crebbe il nuovo jazz. Questa era il simbolo di un mondo privilegiato, Santa Monica, Long Beach, Hollywood vedevano circolare masse di denaro ingentissime e locali come l’Hangover, il Down Beat, il Tiffany, lo Zardis, offrivano sovente ospitalità ai musicisti di jazz, i quali avevano l’obbligo oggettivo di offrire al ricco pubblico musica non aggressiva, comprendente  solo esecuzioni gradevoli, accettabili, niente orchestrazioni dure o hot, urlate, ma sonorità aeree, climi eterei con il rifiuto aprioristico di ogni violenza sonora e comportamentale. L’elemento blues si sciolse negli arrangiamenti classici. I tempi erano ormai maturi perché al pubblico americano si offrisse una musica più “accettabile”, e soprattutto che fosse bianca, . Stan Kenton,  con la sua orchestra, composta da soli elementi  bianchi,   può essere assunto, senza forzature, a simbolo del conservatorismo più smaccato tra i musicisti di jazz di ogni tempo. Nelle sue formazioni ebbero fondamentale importanza “le sezioni” piuttosto che i singoli solisti, comandava il leader, le improvvisazioni erano bandite.  Esplicita  fu l’invettiva  razzista che Kenton mosse contro il bebop nero, considerato frenetico e alieno alla vera musica che, ovviamente, era quella della sua orchestra. Non è da sottovalutare comunque che molti esponenti bianchi delle orchestre di Herman di Kenton, ma anche di Claude Thornill, e di altre formazioni,  furono jazzisti di assoluto valore. Stan Getz, Gerry Mulligan, Paul Desmond, Dave Brubeck , Chet Baker,  Lee Konitz, Art Pepper, Kay Winding,   per citarne solo alcuni, non eliminarono o ridussero ai minimi termini la lezione bebop, ma l’integrarono e arricchirono attraverso un utilizzo delle pause e dei fraseggi, più meditati, meno istintivi. Nacque un nuovo stile,  il cool jazz dove  cool  sta per "calmo" e non, contrariamente a quanto si pensi “freddo”. In realtà caposcuola della nuova forma jazzistica fu un nero, Miles Davis. Il trombettista proveniente da East Sanit Louis  agli anni passati affianco di Charlie Parker sovrappose il tempo passato  alla Juillard School of Music di New York. Ai fiammeggianti fraseggi di Parker la poetica di Davis, mescolava le dinamiche armoniche della musica classica. Il cool non era un processo di edulcoramento del linguaggio nero, ma consisteva in una sorta di  nobilitazione formale del bebop. Il risultato fu assolutamente straordinario e divenne  patrimonio di musicisti sia bianchi che neri. Non è da trascurare il fatto che il nuovo stile si rese appetibile anche al musical-business, il quale vendeva questo tipo di musica non come elemento esclusivamente evasivo, ma come forma alta, da eseguirsi nelle sale da concerto. 



L’anomalia degli anni ’50 fra hard bop e R&B
Non fu un caso che preminenti esponenti del cool jazz ospitarono nei propri gruppi, o furono essi stessi, gli animatori di un ritorno alle spericolate evoluzioni bop.  Fu la rivincita della New York nera sulla Los Angeles bianca, o marrone, volendo usare una forzatura. I primi  protagonisti del nuovo bop,  come il trombonista Jay Jay Johnson, il sassofonista Sonny Rollins, i batteristi Philly Joe Jones e soprattutto Max Roach, provenivano tutti dal cool jazz. Alcuni di loro avevano partecipato all’incisione manifesto del ’49 “Birth of the cool” o avevano militato, fra il ’54 e il ’59 nelle piccole formazioni di Miles Davis. Si replicò in certa parte della comunità jazzistica nera, la stessa frustrazione che colse 10 anni prima i congiurati del Minton’s. Quella frustrazione  nata dalla consuetudine di  adagiarsi nella consunta routine imposta dallo strapotere del” business world”, in un paese lacerato da mille e pressanti problemi, la cui soluzione  si sarebbe potuta realizzare, o almeno così si riteneva,  solo con rabbiosa decisione e con una rinnovata determinazione nelle lotte civili. Il linguaggio musicale che ne scaturì  era saldamente legato al passato, non solo a quello più recente di Parker e Monk, ma anche a quello più remoto delle radici della musica afroamericana, il blues .  Vennero riproposti gli stilemi parkeriani  inaspriti   da una decisa determinazione esecutiva , talmente rocciosa, da far definire il bop che veniva suonato “duro”, hard.  L’obbiettivo era scaldare, eccitare, aggredire chi ascoltava, insomma farlo partecipe di un mondo  che di dolce e lieve – non solo ad Harlem – aveva ben poco.  Il trombettista Clifford Brown fu il faro attorno al quale si radunarono  i musicisti neri newyorkesi  che per anni avevano  dovuto subire lo strapotere bianco ed un emarginazione forzata. Proprio con Max Roach,  Brown  costituì un quintetto considerato la   vera anima dell’hard bop. Disgraziatamente la prematura scomparsa del trombettista di Wellington, a soli 26 anni, pose fine alla vita di quell’esperimento, ma ormai il solco era tracciato. E  in quel solco si inserirono molti altri jazzisti che pure provenivano dalle formazioni dell’inventore del cool Miles Davis, e che di li a poco avrebbero stravolto ogni convezione musicale con il free jazz.  Ci riferiamo,  fra gli altri, a John Cotrane, allo stesso Max Roach, a Freddie Hubbard. L’orgoglio nero si ripropose con forza non solo nell’hard bop, ma anche in un ritorno preponderante del blues. Una forma però diversa, più urlata rispetto a quella nata nel  sud. Per le  strade di Harlem risuonava una nuovo  blues:  il rhythm and blues, una    straripante  forza comunicativa di rabbia per le condizioni  di vita drammatiche  quali erano  costretti i neri dei ghetti.  Si trattava di  una derivazione più elementare ed epidermica del blues classico. Nella nuova espressione  alla filosofia della rinuncia, propria dello stile d’origine, si sostituì  un ben diverso approccio alla realtà.   Chi ascoltava o suonava R&B voleva superare la lamentosa accettazione di una situazione ritenuta immutabile . La voce urlante dei cantanti neri, necessaria a superare in decibel il frastuono delle chitarre elettriche, era assimilabile all’urlo di chi voleva ribellarsi ad una vita di stenti e sottomissione. Non fu un caso che in quegli anni sorsero e si svilupparono case discografiche di proprietà dei neri, le quali si incaricarono di far incidere e diffondere la nuova musica. Il nuovo blues suonato e cantato  da Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Mahalia Jackson, Etta James, e Chuck  Berry, Ray Charles, Aretha  Franklin  dilagò ad Harlem e in tutti gli altri ghetti, da Detroit, a Chicago, a Filadelfia, a Baltimora  grazie anche alla storica etichetta discografica Tama Motown. E’ doveroso  sottolineare come gli stessi combattenti neri del Black Panther Party e di altre simili organizzazioni si riconoscevano  proprio nella forza espressiva del R&B. La semplicità esecutiva, la  fragorosa forza ritmica, erano caratteristiche che decretarono immediatamente il successo economico  della nuova musica . Una fonte di guadagno che, dopo un primo momento di smarrimento, venne fagocitata  dall’industria dello spettacolo per confluire  nel mare sterminato del rock’n roll . E fu proprio un bianco borghese a riempirsi le tasche di dollari, sfruttando la  vena creativa africana, Il mito  di Memphis, Elvis Presley. Quella stessa vena creativa che in Europa arricchì i Rolling Stones, i Beatles e tutti gli esponenti del rock’n roll espressione di pura evasione e fonte di guadagni milionari. Si potè assistere, ancora una volta, all’ennesima appropriazione da parte del musical business di un’espressione tipicamente nera. 




L’invendibile free
L’evoluzione jazzistica che si sviluppò  attraversò parte degli anni ’60 e i successivi ’70,   non corse mai il pericolo di essere edulcorata, o  diventare oggetto di attenzione da parte del musical business. Ci riferiamo al free jazz. Qui la rivoluzione nera  si espresse, non con l’adozione di ritmi martellanti e voci urlanti, ma con la destrutturazione sistematica degli elementi musicali: melodia, armonia, tonalità. Un’operazione  di abbattimento degli steccati sonori,  possibile solo attraverso   lo studio approfondito della musica, che riverberandosi nella società, acquisiva il significato di abbattimento della segregazione, dell’ingiustizia sociale, dell’arroganza imperialista, veri e propri steccati al dispiegamento di una  vita dignitosa e libera. Free appunto. Lo straordinario disco del sassofonista  Ornette Coleman, icona del nuovo linguaggio, si intitolava semplicemente “free jazz” e sulla copertina era ben descritto cosa si sarebbe ascoltato “A collective impovvisation by the Ornette Coleman double quartet” Un’improvvisazione collettiva dunque, senza leader e  tracce guida. Cosa fu e cosa volle essere il free jazz è  Archie Shepp, uno  dei maggiori esponenti della New Thing, a  descriverlo” E’ finita per i figli dei bianchi: non balleranno più con la musica  del pagliaccio nero. E’ finita con i battelli del Mississippi  e le sale da ballo di Chicago o di Manhattan, con lo sfruttamento, con l’alcool, con la fame, con la morte. E’ durato cinquant’anni il viaggio del nero verso il Nord. I figli del battelliere  e dell’emigrante hanno valicato i confini folkloristici dl jazz”  E’ utile ricordare comunque che notevoli esponenti del free furono anche musicisti bianchi, i quali attraverso la completa libertà esecutiva ed improvvisativa esprimevano il rifiuto della società borghese e  dell’imperialismo americano. Nonostante  il  free rappresenti nella storia del jazz uno dei capitoli più carichi di significato, in virtù degli avvenimenti che, nel periodo in cui si sviluppò,  segnarono la storia, non solo degli Stati Uniti, ma di tutto il mondo, questo movimento subì un notevole riflusso, soprattutto nella terra dove era nato.Qui il rifiuto del pubblico fu eclatante, per cui molti musicisti , furono costretti o a cercare fortuna in Europa o, addirittura, ad abbandonare l’attività musicale per dedicarsi ad altre professioni. Una musica così smaccatamente “contro” negli Stati Uniti  naturalmente venne  cancellata  dai circuiti musicali, costringendo i suoi interpreti a trasferirsi in Europa. Qui a differenza degli Stati Uniti il movimento giovanile studentesco del ’68, in particolare in Francia, si riconosceva pienamente negli stilemi anticonformisti e dissacratori del free. Non solo in Francia il nuovo jazz trovò diritto di cittadinanza. In Danimarca il Jazhus Montmatre di Copenaghen sarebbe diventato un punto nevralgico per la diffusione della musica d’avanguardia. Stesso successo si ebbe in Germania dove l’etichetta discografica ECM, si incaricò di  dare spazio in sala d’incisione, a tanti  freeman. Anche in Italia la nuova musica trovò molti adepti ed eccellenti esecutori. Gli anni ’70, con l’avvento del jazz-rock, l’ennesima  trovata  di Miles Davis, portarono verso il dissolvimento di un confine ben definito fra stili  invisi  al mercato e musica commerciale. E’ indubbio che il jazz-rock fu musica commerciale, ma è sufficiente ascoltare Bitches Brew di Miles Davis per capire come la qualità rimanesse sempre molto elevata. Oggi il jazz basato sul blues è un linguaggio entrato nella storia della musica. L’evoluzione post moderna identifica un espressione improvvisata colta che spazia in altre aree oltre il blues. Sperimenta forme  tonali ancora più rivoluzionarie  senza però addentrarsi in messaggi politici. Rimane comunque un espressione di nicchia. Ciò che resta, è comunque preda del mercato, del profitto, anche se fenomeni come il progressive rock  hanno regalato  pagine di grande musica. Possiamo dunque affermare che questa storia degli espropri musicali finisce con il finire degli anni ’70. Da qui  in poi sarà sempre il mercato a decidere, anche sulle sorti di nuove espressione nere come l’hip hop o il rap.





giovedì 2 marzo 2017

8 marzo Appoggiamo lo sciopero delle e con le donne di tutto il mondo!

Dichiarazione della Segreteria Internazionale delle Donne
Lega internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale
 


Questo 8 marzo le donne nel mondo scriveranno un'altra pagina importante nella storia della lotta per i loro diritti; con un'azione senza precedenti, in più di 20 Paesi, in questa giornata internazionale della donna lavoratrice si sta convocando ad uno sciopero e per riconquistare le strade.
Nel corso degli ultimi anni abbiamo visto che giorno dopo giorno le donne si pongono alla testa della resistenza, le donne lavoratrici e povere ci insegnano come sconfiggere i piani dell’imperialismo, come resistere alle invasioni (Siria, Palestina, Kurdistan), come lottare per l’istruzione (Messico), come difendere ciò che si è conquistato (Polonia), come reclamare l’uguaglianza salariale (Islanda), come combattere per le nostre vite (India, Argentina), e così via.
Un anno e mezzo fa, il 3 giugno, con lo slogan #NiUnaMenos, un gruppo di giornaliste argentine ha convocato alla mobilitazione contro il femminicidio e la violenza verso le donne. In quel 3 giugno le strade di Buenos Aires si sono rivelate troppo strette per accogliere la mobilitazione più grande cui questo Paese avesse mai assistito fino ad allora in difesa dei diritti delle donne. La mobilitazione ha avuto un impatto mondiale e lo slogan ha cominciato a ricorrere in altri Paesi. Mentre affrontavano la repressione, le donne messicane hanno gridato la stessa cosa ed hanno aggiunto: Vogliamo vivere! E così ha cominciato ad espandersi nel mondo la lotta femminile, sostenuta da migliaia di lavoratori.
Nel 2016, molte donne hanno ripreso a manifestare; grandi mobilitazioni hanno attraversato molti Paesi, ma lo sciopero di donne che hanno fatto le donne polacche per il diritto all’aborto, così come lo sciopero di ottobre in Argentina, hanno segnato una nuova prospettiva. La grande spinta che mancava, l’hanno data le donne nordamericane che in centinaia di migliaia hanno manifestato per affrontare Donald Trump il primo giorno del suo mandato.
A differenza di quanto dice la gran parte dei gruppi femministi nel mondo, questo non ha nulla a che vedere con un empowerment individuale delle donne o con la difesa della nostra “femminilità”. Ciò è accaduto perché la crisi del capitalismo è ogni giorno più intensa, i piani di assestamento dell’imperialismo e dei governi che lo servono, sono ogni giorno più duri e colpiscono con maggior virulenza le donne lavoratrici e povere, che non hanno altra alternativa che cominciare ad opporvisi. Ciò è accaduto perché questa situazione si associa alla violenza maschilista, che ci toglie anche la vita, provocando un’ondata di disgusto e di indignazione in tutto il mondo.
Come Lit-Qi noi abbiamo partecipato con molto entusiasmo a ciascuna di queste azioni, abbiamo condiviso le strade con migliaia di lavoratrici e lavoratori, abbiamo partecipato a riunioni per organizzare le giornate del 25 novembre e ci ha rallegrato il fatto che figure di peso internazionale come Angela Davis e Nancy Fraser, ne abbiano sostenuto la convocazione. Ci rallegra che si prepari uno sciopero di ogni attività contro la violenza maschilista, che i confini siano travalicati, che l’8 marzo sia veramente una giornata internazionale di lotta, che in molti angoli del mondo si stia parlando delle nostre esigenze.
Allo stesso tempo, questo entusiasmo non ci incanta e crediamo che sebbene questo sia un primo passo, dobbiamo ancora parlarne a lungo per evitare che la lotta per la nostra emancipazione si interrompa a metà strada. Siamo convinte che da sole non andremo molto lontano. Il passo avanti che le donne hanno fatto nella lotta, deve essere supportato dalla lotta che tutti i lavoratori e i popoli oppressi devono fare contro l’imperialismo. Dietro ai discorsi maschilisti, omofobi, razzisti e contro gli immigrati di Trump, si nasconde un piano completo per continuare a scaricare la crisi economica mondiale sulle spalle dei lavoratori, dei giovani senza lavoro, e soprattutto dei settori maggiormente oppressi. Tutto ciò serve a dividere la classe in modo che i ricchi possano recuperare i loro favolosi profitti. Trump colpisce per primi i più vulnerabili, ma poi arriverà anche ai diritti dei lavoratori bianchi.
I piani di assestamento e di austerità sono a carico di tutta la classe proletaria, anche se colpiscono con maggior intensità le donne, gli immigrati, i neri e la comunità LGBT. Noi siamo le prime ad avvertire l’aumento del costo della vita perché non possiamo garantire il cibo ai nostri figli, non abbiamo medicine e viviamo in zone sprovviste di servizi pubblici. I tagli, la mancanza di acqua potabile in molti Paesi dell’Africa, ad Haiti e nelle zone più povere del mondo, portano sofferenze terribili. Molte donne in India soffrono di malattie o vengono violate nelle zone rurali perché non possono accedere a servizi igienici e i bagni pubblici sono scarsi. I presupposti per combattere la violenza maschilista, dove esistono, sono scarsi e tendono a scomparire. Siamo alla mercé di noi stesse perché i governi invece di aumentare le tasse ai ricchi e sottrarre i beni rubati dai corrotti, aumentano le tasse e l’IVA ai lavoratori e ai poveri.
 

Tutti allo sciopero e nelle strade!
Le riunioni di preparazione dell’8 marzo in Argentina  si sono pronunciate in modo unanime per esigere che i sindacati convichino lo sciopero in questa giornata, allo stesso modo che in altri Paesi, movimenti di donne o raggruppamenti sindacali – come in Italia Non una di meno e il Fronte di Lotta No Austerity – hanno chiesto ai sindacati di base e al resto dei raggruppamenti di dare copertura alle donne per l’8 marzo. In Brasile, il Movimento delle Donne in Lotta (MML), legato alla CSP-Conlutas, non solo ha aderito alla convocazione dello sciopero internazionale ma ha anche fatto un appello perché lo facciano anche altri settori, come parte della preparazione dello sciopero generale che la classe lavoratrice ha necessità di fare per abbattere il governo di Temer e i suoi progetti di controriforme sociali e lavorative. Il sindacato degli insegnanti dello Stato di San Paolo ha chiesto alla corporazione, in maggioranza femminile, di scioperare in questo giorno.
Prendiamo atto di questi primi esempi e andiamo più in là, facciamo in ogni luogo di lavoro e di studio riunioni, assemblee in cui si discuta e si decida di partecipare allo sciopero mondiale. Tendiamo la mano ai nostri compagni di classe perché scioperino e scendano nelle strade con noi, perché ascoltino le nostre richieste che sono anche le loro richieste, perché gridino al nostro fianco alle organizzazioni sindacali che lo convochino, perché si cominci a combattere il maschilismo nelle nostre fila, perché le nostre richieste si sommino a quelle specifiche di lotta di ogni sciopero.
Facciamo in questa giornata migliaia di proteste davanti alle fabbriche, nelle piazze pubbliche, facciamo appello a mobilitazioni unitarie.
Cominciamo noi, mettiamoci alla testa e battiamoci per i nostri diritti, ma chiediamo che ci accompagnino tutti i lavoratori perché la nostra lotta è quella di tutti gli sfruttati. Perciò questo 8 marzo scioperiamo e lottiamo tutti con e per le donne, così come noi lottiamo contro i licenziamenti, contro le leggi che tagliano le nostre pensioni, per l’istruzione pubblica dei nostri figli, i figli dei lavoratori. Uomini e donne, noi che possiamo fermare la produzione siamo la classe lavoratrice, e sicuramente dovremo affrontare una minoranza di donne che, come Betsy De Vos, ministro dell’Istruzione del governo Trump, è una  multimilionaria, padrona della multinazionale Amway, e nemica dell’istruzione pubblica e delle lavoratrici. La gioventù studentesca, può anche fermare o mobilitare le università e i college e unirsi alle azioni che si stanno organizzando in ogni Paese in quella che può essere una grande giornata. Una grande giornata per le donne, una grande giornata di lotta di tutti gli oppressi e sfruttati. Diciamo ai padroni del mondo che siamo sul piede di guerra.
Questo 8 marzo, noi donne lavoratrici ritroveremo la nostra tradizione di lotta, quella tradizione che ha avuto inizio quando questa data fu dichiarata giornata internazionale della donna agli inizi del secolo XX, e che ha avuto un impulso straordinario con il trionfo della rivoluzione operaia nella Russia del 1917. Perché sono state le operaie russe che nel febbraio di quell’anno, nella giornata della donna, hanno cominciato la rivoluzione sociale più toccante della storia. Le operaie e gli operai, i contadini poveri e i soldati semplici compresero che perché la lotta contro la fame, contro la violenza, contro lo sfruttamento spietato e contro l’oppressione non si fermasse a metà strada, era necessario prendere il destino di tutta la società nelle proprie mani e cominciare a costruire una società nuova, una società socialista. E noi vogliamo ripetere questa storia in tutto il mondo.

Legge 194/78 , cosa vogliono le donne

 Il Segretario Prc-Se  Paolo Ceccano


La decisione di assumere, da parte della Regione Lazio, all’ospedale San Camillo di Roma due medici con un concorso al quale si può aderire solo se non obiettori rispetto alla legge 194/78 la riteniamo una decisione giusta.

L’iniziativa è stata presa per contrastare l’enorme ricorso all’obiezione di coscienza che in molte regioni d'Italia rende sempre più difficile accedere all’aborto.
Di fronte alle contrarietà manifestate in questo caso dalle diverse parti, CEI in testa passando per il ministro della Salute, più interessate all’applicazione della legge solo nel senso dell’obiezione che non alla tutela dei diritti alla salute e all’autodeterminazione, ci sentiamo di affermare che l’unico parere al riguardo veramente importante è solo quello delle donne.

Come partito politico possiamo esprimere una nostra posizione che deriva da un ragionamento squisitamente istituzionale vale a dire che a noi corre l’obbligo di porre l’attenzione sulla responsabilità delle istituzioni affinché operino per la legittima applicazione della legge 194/78 nel tutelare, ribadiamo, i diritti all’autodeterminazione e alla salute della donna. Ma non solo in termini di principio quanto piuttosto nel rendere effettivi tali diritti, definiti dalla Costituzione: fondamentali, rimuovendo tutti gli ostacoli che ne rendono difficile o addirittura impossibile l’attuazione.


La decisione della Regione Lazio va in questa direzione e pertanto il PRC è in totale accordo con tale decisione. Tutto ciò dimostra che non c’è nessuna intenzione discriminatoria nei confronti dei medici obiettori che sono la stragrande maggioranza.

mercoledì 1 marzo 2017

IL DRAMMA LAVORO

Il segretario provinciale del PCI Frosinone

Oreste Della Posta


Gli ultimi dati sulla cassa integrazione riferiti alla nostra provincia evidenziano un aumento delle ore di CIG del 40%; dal 2015 al 2016 si passa da 11.799.932  a 16.758.916 di ore di cassa. Questi dati dimostrano, senza ombra di dubbio, che la ripresa economica rimane solo un triste miraggio mentre lè famiglie in stato di povertà sono in continuo aumento.
Noi Comunisti da sempre sosteniamo che per il rilancio economico della nostra provincia occorrono una serie di interventi pubblici nei settori strategici in quanto se consideriamo i dati relativi alle ore di cassa integrazione nella regione Lazio solo la provincia di Frosinone, rispetto alle altre provincie, non ha una riduzione complessiva delle ore di CIG. Siamo praticamente il fanalino di coda del Lazio.Rimane il problema fondamentale di come far ripartire il sistema produttivo.
È chiaro a tutti che il nostro sistema imprenditoriale è incapace di portare avanti progetti credibili, di fare innovazione tecnologica, di ricercare nuovi mercati con prodotti sempre più innovativi. Sostanzialmente non è in grado di rispondere alle nuove sfide che i tempi della globalizzazione impongono. Politiche non attuabili in breve tempo ma indispensabili per la nostra provincia.
Nel frattempo i lavoratori che rimarranno senza alcun ammortizzatore sociale come faranno a vivere? La risposta è una sola: reddito minimo di cittadinanza, che in fase transitoria potrebbe arginare la povertà che attanaglia le famiglie della nostra provincia.
È evidente che da questa grave crisi economica nessuno può sentirsi sicuro e protetto in quanto tutti potrebbero incappare nel disagio sociale.
Pertanto invitiamo i cittadini a valutare bene alle prossime scadenze elettorali chi in realtà propone un reddito minimo di cittadinanza e chi si batterà in futuro per ottenerlo, soprattutto per quanto riguarda la città di Frosinone. Noi Comunisti da sempre siamo da una parte sola: quella del Lavoro e dei Lavoratori.