Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 31 luglio 2015

I.C.M. Storia di un'azienda manifatturiera taylorista.

Luciano Granieri


Fra gli anni ’60 e gli anni ’70 nel profondo sud d’Italia  a Scalea, allora piccolo paese in provincia di Cosenza, esisteva l’I.C.M.  (Industria Camiceria Meridionale). Una fabbrica in cui il sistema taylorista veniva applicato alla manifattura. L’azienda era strutturata in reparti  connessi fra di loro. Dal magazzino in entrata , dove erano stipati  tessuti, fili, e ricambi per i macchinari, le stoffe passavano al reparto taglio, che sulla base dei disegni degli stilisti, anch’essi dipendenti, realizzava le parti necessarie alla confezione del capo d’abbigliamento. Gli elementi così realizzati, passavano alla sala macchine che provvedeva a cucire insieme le stoffe tagliate  e realizzare l’abbozzo dell’indumento. Lo stesso  veniva poi rifinito nel reparto apposito che provvedeva ad inserire gli accessori:  bottoni, la parte rigida del collo  e dei polsini nel caso delle  camice . Dopodichè il tutto passava alla stiratura e da lì al reparto confezioni che provvedeva confezionare  ed inscatolare  i capi d’abbigliamento. La manifattura completata  arrivava nel magazzino d’uscita, che in base agli ordini, predisponeva i carichi pronti per essere stivati sul camion, di proprietà dell’azienda,  ed avviare la  distribuzione. 

 Come da prassi taylorista, dal magazzino d’entrata, a quello d’uscita il flusso  produttivo era continuo, dai tempi serrati  e spesso i capi reparto cronometravano le operaie al lavoro per controllare che la velocità d’esecuzione  fosse quella richiesta. Le maestranze dell’I.C.M. erano composte per lo più da ragazze provenienti anche dai paesi limitrofi. La fabbrica era completamente autosufficiente. Esisteva un’officina interna per la riparazione dei macchinari, con tecnici appositamente  assunti, così come dipendenti diretti erano le cuoche che si occupavano della mensa, il personale addetto alle pulizie e i guardiani. Nella fabbrica era in funzione un’infermeria autosufficiente gestita da infermieri anch’essi dipendenti dell’I.C.M.  Un’unità produttiva, insomma,  completamente indipendente. Allora terziarizzare il lavoro era una prassi sconosciuta. 

All’inizio degli anni ’60 quando l’imprenditore già proprietario di un laboratorio tessile a Roma, decise di aprire lo stabilimento di Scalea, nel paesino calabrese, oggi diventata una metropoli che soffoca di cemento uno dei più suggestivi tratti di costa italiani, non c’era nulla. Il sindaco di allora fece ponti d’oro all’imprenditore affinchè questi portasse un po’ di lavoro in quella desolazione. I sindaci del comprensorio si accordarono per organizzare una linea di autobus che collegasse i centri limitrofi direttamente con Scalea. Insomma altri tempi. 

Nell’economia di tipo espansivo tipica degli anni ’60 lo stabilimento I.C.M. portò un po’ di benessere in quel profondo sud già in procinto di diventare terreno di conquista della n’drangheta . Una realtà in cui il turismo pur in presenza di una costa  dalla bellezza unica, era ancora ad una fase embrionale e i giovani del posto non avevano altra alternativa se non diventare pescatori o contadini. 

La storia dell’I.C.M. è una delle tante testimonianze per cui il processo di industrializzazione iniziato  durante l’era del boom economico per un certo periodo portò benessere anche in zone estremamente povere come quelle del sud’Italia. Certamente lo sfruttamento e l’alienazione tipica della fabbrica taylorista, furono deleteri per le maestranze, che alla certezza di un salario, seppur misero,  dovettero sacrificare salute fisica e mentale, il capitalismo borghese,  del resto,ha sempre imposto pesanti dazi al proletariato. A metà degli anni ’70  in realtà, iniziò un processo di sindacalizzazione con la creazione di una commissione interna, che riuscì ad ottenere dei tempi di lavoro più umani, orari di mensa diversificati ed altri diritti. 

La storia dell’I.C.M. ebbe termine quando  la snellezza di organizzazioni produttive basate sulla terziarizzazione dei processi, sullo smembramento dei reparti, resero la camiceria calabrese non più competitiva. Un’entità  che racchiudesse al suo interno tutti i processi necessari per realizzare completamente i prodotti, non era economicamente più gestibile a meno di non ricorrere a sistemi di finanziarizzazione della proprietà  , ovvero la quotazione in borsa. L’imprenditore di allora non ne ebbe la forza e l’I.C.M.  fu costretta a soccombere. 

Oggi la camiceria non esiste più, in compenso Scalea è diventata un’importante polo turistico. Un sito dove la speculazione edilizia e finanziaria,   ha ridotto il pese dell’I.C.M. in un non luogo dove tutto è al servizio del profitto e dell’accumulazione. Un  non luogo in cui fabbriche come l’I.C.M. , posti in cui era il lavoro ad assicurare il reddito, non hanno più diritto di cittadinanza. Di questa storia rimangono delle foto. Dei suggestivi scatti in bianco e nero che vorrei proporvi in sequenza organizzati nella fotoclip che segue. Il brano che accompagna le immagini è Song for my dad del James Taylor quartet. Buona visione.

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