Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 4 marzo 2011

Spegnere il fuoco con la benzina

di Luciano Granieri


Come è ormai evidente a tutti dopo svariate analisi, considerazioni, valutazioni dei misuratori economici, la crisi non è affatto conclusa. Anzi la smania capitalista di voler risolvere il crack  usando le armi che l’hanno provocato, acuisce ancora di più gli effetti nefasti che si riversano  su lavoratori, disoccupati, insegnanti, ricercatori.  Risolvere con artifizi finanziari e speculativi i  problemi che proprio la finanza e la speculazione hanno creato è da mentecatti, oppure è da furbi. Infatti, proprio in nome della crisi che diminuirebbe la nostra competitività sui mercati, si è approfittato per ridurre ulteriormente  salari, diritti, accesso ai servizi pubblici  fondamentali come scuola e sanità. Sono passate bestialità come il piano Marchionne e lo statuto dei lavori  del Ministro Sacconi. Insomma si è continuato ancora di più a rubare ai poveri per dare ai ricchi. Il risultato è che chi aveva la yacht da 40 metri ora può acquistarne uno da 50, chi aveva a malapena il reddito necessario per  sopravvivere, oggi non ha nemmeno quello. Tutto ciò in nome di una competitività che per le persone normali, significa competere  contro  il tempo per arrivare a fine mese con un misero stipendio. Ciò detto  troviamo utile ogni contributo e discussione  che si attivi su tali questioni, per cui con molto piacere abbiamo partecipato all’assemblea pubblica  organizzata dal coordinamento  provinciale dell’Unione Sindacati di Base (Usb) che ha voluto riunire, sindacati, associazioni, cittadini e amministratori locali, per un’analisi del problema e una sua eventuale proposta di soluzione.  L’11 marzo scorso,  ci siamo ritrovati,  presso il salone di rappresentanza della Provincia di Frosinone a dibatterne  con  Paolo Sabatini dell’Esecutivo Confederale Nazionale USB, Severo Lutrario del coordinamento Acqua Pubblica della provincia di Frosinone, nonché membro dell’esecutivo provinciale USB, Francesco Notarcola, presidente della consulta delle associazioni di Frosinone e due amministratori locali Francesco Trina  Assessore Provinciale per le attività produttive, e il sindaco di Frosinone Michele Marini. In particolare Trina aveva il compito di  illustrare le conseguenze  della crisi sul tessuto produttivo provinciale e le eventuali misure che la Provincia ha messo o metterà in atto per ridurne gli effetti, mentre il Sindaco Marini doveva    spiegare le conseguenze dei  tagli effettuati dal governo sulle  risorse destinate ai comuni. Le analisi sono state totalmente concordi. Si è certificata una devastante crisi che attanaglia in modo selvaggio la nostra provincia. Si è altresì certificato che le conseguenze ricadono esclusivamente sul lavoro dipendente e, ancora, si è accertato   che Province e Comuni , privati progressivamente dei fondi statali , costretti inoltre ad anticipare somme dovute dalla Regione,   poco possono fare. Tutti d’accordo dunque? Sull’analisi si,  è il rimedio che non ci convince , soprattutto ascoltando le ricette proposte dell’Assessore Trina.  Nell’esposizione del programma provinciale per limitare gli effetti della crisi,  Francesco Trina ha posto soluzioni  trite e ritrite, sintomo che la questione non è ancora chiara o non vuole essere percepita.  Abbiamo sentito discettare  di masterplan, di microcredito, di finanziamenti agevolati il tutto per consentire a chi è  senza lavoro o è in cassa integrazione di aprire un’attività propria, con l’aiuto di consulenti messi a disposizione della Provincia.  Ve lo immaginate un dipendente della Multiservizi che non percepisce gli stipendi arretrati perché fagocitati dai  voraci manager pagare anche la rata di un ulteriore finanziamento , o un cassaintegrato della Videocon  che,  oltre alle bollette e la multa per occupazione dell’autostrada, deve farsi carico di un altro esborso per   l’apertura di un’attività dal futuro incerto?  Non sarà il caso di rivedere il sistema  e mettere qualche soldo in più nelle tasche dei lavoratori ? Attraverso le maggiori entrate di una “PATRIMONIALE” ,ad esempio. Oppure, rimanendo a livello locale, cosa impedisce di effettuare degli incroci fra le utenze, le proprietà e la denuncia dei redditi di un cittadino per scoprire se esiste evasione fiscale?  La crisi si è determinata per colpa di quegli stessi istituti che dovrebbero erogare  il microcredito e il finanziamento per consentire l’apertura delle nuove imprese di cui parla Trina. E’ chiaro o no che non si può spegnere l’incendio con taniche di benzina?  Affinché chi deve intendere intenda, per ribadire ancora una volta che la crisi la devono pagare i veri colpevoli e non le vittime diventa necessario e fondamentale scioperare e scendere in piazza  l’11 marzo prossimo affianco  dell’USB. Cominciamo a prendere in mano il nostro futuro !!!!!
Di seguito alcuni interventi :











giovedì 3 marzo 2011

Briganti

di Giovanni Morsillo


Caro Luciano,
a proposito del post  da voi pubblicato (giustamente e doverosamente) a firma dell'Ass. "20 Ottobre" riguardante la conferenza sul brigantaggio che si svolgerà ad Arce, vorrei esprimere qualche considerazione personale, pur non essendo esperto di storia né avendo altro titolo che quello di cittadino meridionale figlio di emigrati al nord.
Le tesi sviluppate nel documentario che verrà presentato, e che ho avuto la fortuna di vedere in una precedente iniziativa, tesi legittime e legittimamente discutibili, sebbene offerte al pubblico in modo frammentario hanno un filo conduttore che le rende organiche. Tali tesi, infatti, tendono a sostenere che il brigantaggio fu una guerra civile (tesi ripetuta con troppa sicurezza anche nel post della "20 Ottobre") di resistenza all'occupazione piemontese del Regno di Napoli.
Ora, siamo tutti consapevoli che il Risorgimento assunse caratteri rivoluzionari solo in parte e quasi solo al Nord, sebbene l'accoglienza popolare ai garibaldini sia stata tutt'altro che ostile, basta dare uno sguardo alle cronache sui fatti di Palermo e via via risalendo lo Stivale. Certamente una guerra di ocupazione, di liquidazione del vecchio regime borbonico, non fu organizzata dalle masse contadine del mezzogiorno; altrettanto sicuramente le politiche di spoliazione e di segregazione del Sud da parte del Regno d'Italia sono documentate sia dalle analisi di meridionalisti seri come Guido D'Orso o Giustino fortunato, o ancora dalle inchieste governative e non dell'epoca successiva, e del resto non si sono arrestate nemmeno con la fine del Regno e la caduta del fascismo.
Tuttavia, questo non basta a definire il brigantaggio come forza rivoluzionaria o anche solo resistente nel senso di una coscientizzazione meridionalista dei contadini del Sud. Ad esempio, se nel filmato si enunciano (anche con qualche esagerazione di alcuni intellettuali intervistati) le grandezze borboniche, peraltro con una lettura parziale (ad esempio: è verissimo che la prima ferrovia italiana, se così si può dire, è la Napoli-Portici, ma come tutti sanno non fu ideata e costruita per la mobilità dei sudditi e nemmeno delle merci, ma semplicemente per il divertimento del re), ma si tralascia in buona parte il fatto che i cosiddetti combattenti del brigantaggio furono non solo ben visti, ma potentemente foraggiati oltre che dalla Casa Reale come ovvio, da potenze straniere interessate per diverse ragioni al mantenimento dello statu quo, prima fra tutte lo Stato Pontificio. E sembra anche non siano esistiti il sanfedismo e la cruenta repressione dei giacobini a Napoli; Luisa Sanfelice è forse una leggenda? Lo Stato borbonico era davvero così benevolo con i suoi sudditi? Le ricchezze enormi di cui dispooneva e di cui ancora oggi vediamo le fastose vestigia, erano a disposizione del popolo?
Parlare quindi del processo unitario come guerra di annessione nell'interesse della borghesia emergente del Nord è scontato e non aggiunge nulla a quanto i libri di testo dicono ampiamente, per tacere degli storici. Accreditare il brigantaggio come lotta rivoluzionaria o resistente dei contadini del Sud è quanto meno impreciso. 
Non so se le tesi che verranno espresse nel convegno saranno dello stesso tenore, ma la presentazione che ne fa la "20 Ottobre" non fa credere diversamente.
In ogni caso, il brigantaggio fu subìto dai contadini poveri, non certo sostenuto volontariamente. Le bande che scorrazzavano per le nostre montagne e campagne erano interessate a ben altro che la liberazione del Sud, agivano per fini propri e terrorizzavano le popolazioni. Il contorno di superstizione religiosa, di venerazione del re e di attaccamento alla terra non ne modificano la sostanza di ladroni senza scrupoli, il che ovviamente non assolve i piemontesi di alcuna delle loro malefatte ( a cominciare da quelle contro gli stessi garibaldini e contro Garibaldi in prima persona).
Leggere in questo modo la storia, però, presta il fianco inopportunamente alle tesi antiunitarie non solo del leghismo ignorante, ma anche di un certo clericalismo militante (CL) che da decenni va sostenendo che il Risorgimento e l'Unità d'Italia siano stati in realtà una criminale guerra coloniale e basta. Sul "e basta" direi che si deve riflettere molto.
Mi scuso per l'eccesiva schematicità della nota, ma la materia ha richiesto sforzi e pubblicazioni di ben altro livello, e non pretendo certo io di chiarire le cose. Sento però il bisogno di invitare tutti, per la serietà di ognuno degli illustri e qualificati partecipanti alla manifestazione, a non concedere nulla al romanticismo se si vuole fare un lavoro utile a chi voglia comprendere e non solo eccitarsi.
Saluti meridionali.
Giovanni.



mercoledì 2 marzo 2011

Concorrenza Sleale

da il Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia



Lo Stato di Israele spende ogni anno milioni di euro per promuovere la propria immagine nel mondo e, nel contempo, diffamare gli avversari e, in generale, chi dissente dalle sue politiche. L’aspetto propagandistico è molto importante per un Paese che si trova a dover fronteggiare l’ostilità di gran parte dell’opinione pubblica internazionale, nonostante le ingenti risorse di cui dispone e la collaborazione di molti opinion makers legati alle lobbies israeliane.
Dopo l’aggressione alla Striscia di Gaza ed il massacro dei nove attivisti della Freedom Flotilla, l’immagine dello Stato di Israele nel mondo si è ulteriormente deteriorata, rafforzando le campagne di boicottaggio già in atto da alcuni anni. Consapevoli di questa realtà, le autorità israeliane hanno aumentato gli investimenti sul terreno della propaganda e della disinformazione, con una particolare attenzione verso le nuove tecnologie comunicative, come internet ed i social network. Gli elementi di fondo della grancassa israeliana sono rimasti sostanzialmente quelli di sempre: rappresentazione di Israele come baluardo della democrazia occidentale in un mondo arabo in preda al fondamentalismo, giustificazione del genocidio palestinese in nome della lotta al terrorismo e diffamazione di critici ed avversari, sistematicamente presentati come antisemiti, senza riguardo nemmeno per i numerosi Ebrei contrari all’occupazione ed alla repressione dei Palestinesi.
Israele, dunque, impegna risorse notevoli, sia finanziarie che umane, per contrastare gli avversari delle proprie politiche, ricorrendo senza scrupoli ad ogni forma possibile di mistificazione e diffamazione. Per esempio, non potendo negare l’assassinio dei nove attivisti della Freedom Flotilla, la propaganda israeliana ha cercato di farli passare per terroristi o fiancheggiatori del terrorismo: ricordiamo qui la vicenda della parlamentare italiana Fiamma Nirenstein, che per mesi ha detto e scritto che l’associazione turca IHH, cui appartenevano gli attivisti assassinati, era un’organizzazione terroristica riconosciuta, messa al bando dalla Germania e inserita nella black list del Dipartimento di Stato U.S.A. Smascherata in una conferenza stampa dagli attivisti della Freedom Flotilla Italia, che hanno dimostrato come l’organizzazione fuorilegge in Germania e negli U.S.A. fosse in realtà una formazione tedesca, che con l’associazione umanitaria turca IHH aveva in comune solo l’acronimo, la (poco) onorevole Nirenstein si è ben guardata dallo scusarsi per le sciocchezze che aveva diffuso a piene mani, ma, almeno, ha cambiato argomenti.
A parte gli alti e bassi dal punto di vista dell’efficacia, l’impegno israeliano contro i critici è obiettivamente ragguardevole. Non si capisce, quindi, perché ci sia gente che tenta di rubare il lavoro a chi già lo svolge con tanta dedizione e competenza.
Doversi misurare con la propaganda israeliana è un fattore che ogni attivista solidale con la Palestina ha sempre messo in conto. Diversamente, da quando è iniziata la preparazione della partecipazione italiana alla nuova Freedom Flotilla, che il prossimo maggio punterà nuovamente verso Gaza assediata, è iniziato “anche dentro ambiti di movimento” un lavoro – fantasioso ma certosino – di diffamazione dell’iniziativa, che aiuta e aiuterà parecchio la black propaganda israeliana, proprio perché animata  da soggetti diversi, tutti interni – o ritenuti tali – al movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Nell’ordine, la neonata Freedom Flotilla Italia è stata velatamente o apertamente accusata di:
§  collaborazionismo con il governo turco nella repressione dei Curdi, a causa della presenza nella coalizione internazionale della Freedom Flotilla 2 dell’associazione turca IHH;
 §  agire nel solo interesse di Hamas e del fondamentalismo islamico;
§  essere infiltrata dai fascisti;
§  essere finanziata da non si sa chi;
§  essere finanziata dai fascisti, attraverso un’associazione di estrema destra guidata da personaggi coinvolti nell’arruolamento di mercenari per guerre e regimi di diversi Paesi. 
Per la verità, qualcuno (sempre da “sinistra”) ha adombrato anche un interessamento verso la Freedom Flotilla da parte di Al Qaeda, ma questa versione non è andata oltre il sussurro da corridoio, mentre tutto il resto è stato veicolato con migliaia di e-mail, comunicazioni più o meno “confidenziali”, interventi in riunioni, ecc.
A promuovere e condurre questa capziosa campagna diffamatoria sono forze e soggetti diversi, ma tutti, ufficialmente, solidali con il popolo palestinese: si tratta principalmente di esponenti di ONG finanziate sia da governi di sinistra che di destra (a seconda di chi governa, ovviamente), ma non mancano i settori “antagonisti” un po’ troppo islamofobi o semplici scriteriati appassionati del gossip.
Questo intenso lavorio ovviamente non ha né fermato e nemmeno rallentato la crescita della coalizione italiana per la Freedom Flotilla 2, ma ha provocato un comprensibile malessere ed una certa confusione in alcune aree di movimento.
Ora, a noi piace essere chiari: i nostri obiettivi e finalità sono indicati nel Manifesto della Freedom Flotilla 2, nel quale, fra l’altro, si può leggere che “Ci riconosciamo nei valori fondamentali dell’antifascismo, della solidarietà e del diritto all’autodeterminazione dei popoli”. La Freedom Flotilla è un’iniziativa della società civile internazionale in solidarietà con la società civile palestinese, dunque senza sponsorizzazioni politiche e/o governative, né in Italia, né altrove. I fondi per la realizzazione dell’iniziativa provengono (in Italia come in Francia, in Canada, in Spagna e in tutti i Paesi che parteciperanno) da donazioni, cene sociali, concerti e sottoscrizioni effettuate in diverse occasioni, naturalmente anche da parte di decine di migliaia di cittadini di religione musulmana e persino di pelle scura, i quali – a nostro modesto avviso –  hanno gli stessi diritti di quelli di pelle bianca che professano altre religioni o non professano alcuna religione.
Detto questo, ci sentiamo in dovere di lanciare un appello ai nostri denigratori “di movimento”, coerentemente con le nostre convinzioni sociali ed umanitarie. Per favore, smettetela di alimentare un meccanismo che semplifica il lavoro agli apparati ideologici e propagandistici israeliani! A fare questo lavoro ci pensano già Fiamma Nirenstein, Pierluigi Battista, Magdi Allam, che non sanno più cosa inventarsi. E allora,  perché vi inventate tutto voi?
Per quanto ci riguarda, questo è un passo e chiudo.

In solidarietà,

il Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia

I briganti, patrioti o delinquenti?

di Oreste Della Posta



Nell’ambito dei festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia le Associazioni “20 ottobre” e “Progresso e Solidarietà” organizzano presso la sala consiliare del  comune di Arce, l’evento-dibattito: “I briganti, patrioti o delinquenti?”. La manifestazione, che si terrà il 5 marzo prossimo alle ore  17,00, sarà coordinata da Luisa Carducci — associazione «Progresso e Solidarietà» e sarà introdotta dal sindaco di Arce Roberto Simonelli. Sono previsti gli interventi di Brigida Fraioli — assessore alla cultura del comune di Arce, Oreste Della Posta — associazione «20 ottobre», Pierluigi Moschitti e Vincenzo Di Brango — studiosi di storia e Romeo Fraioli — centro studi «B. Nardone».
È prevista la proiezione del documentario, a cura di Vincenzo Di Brango, “Terra è Libertà” che ricostruisce, con un taglio storiografico non coerente all’epopea risorgimentale ufficiale, gli eventi storici che vanno sotto il nome di “unità d’Italia”, prima fra tutte la sanguinosa guerra del brigantaggio che sconvolse il paese per oltre un quinquennio. Il documentario, presentato in anteprima all’università “La Sapienza” di Roma il 6 dicembre 2010, è stato poi riproposto in diverse sedi tra cui quella dei “Quaderni Calabresi” di Vibo Valentia e del circolo “Amici miei” di Londra. Sarà un occasione per discutere anche della nostra terra che fu coinvolta direttamente nella guerra civile di quegli anni e alimentò il brigantaggio post-unitario con personaggi ancora nella memoria di molti, da Luigi Alonzi (Chiavone) di Scifelli a Domenico Coja (Centrillo) di Cardito, da Domenico Rossini di Roccasecca a Bernardo Colamattei di Colle San Magno, dalla corposa compagine di Sant’Apollinare (Valente, Costantino, Caronte e gliu Zelluso) alle interessanti figure femminili di Rosa Cedrone da San Donato Valcomino e Maria Capitanio di San Vittore del Lazio.
Il titolo "Terra è Libertà” scaturisce dalle osservazioni che l’avv. Nicola Lombardo (impersonato da Ivo Garrani nel commovente film di Florestano Vancini “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”) presidente del municipio di Bronte, fervido democratico, rappresenta ad una ingenua camicia rossa garibaldina poche ore prima di essere fucilato nel “nome di Garibaldi” da parte delle truppe al comando del genocida Nino Bixio.
“Per i contadini del sud, della Sicilia, la terra è il pane, la terra è libertà!” dice Lombardo e fu proprio in nome della libertà rappresentata dalla promessa di terra che molti patrioti del meridione sacrificarono la loro vita combattendo coloro che invece giunsero al sud per una guerra sporca, fuori dal diritto internazionale, per consolidare il potere liberale che avrebbe fatto del Piemonte un posticcio Stato italiano. Si tratta di un documentario di 56 minuti che, utilizzando molta della filmografia esistente, di registrazioni di trasmissioni televisive (passate spesso in silenzio o nelle ore meno abbordabili per gli utenti tv), ricostruisce il doppio binario su cui si sono snodate le vicende risorgimentali relative all’Unità d’Italia; ossia quel Risorgimento che già dai moti del 1848 ha registrato il popolo come elemento essenziale della lotta sociale senza che le sue esigenze di eguaglianza e libertà trovassero consacrazione nell’esito della lotta e quel Risorgimento avocato dalla massoneria liberale tramite il braccio armato di Cavour e dei Savoia. Per questo la guerra civile degli anni successivi ai finti plebisciti, per questo la rivolta dei contadini (che gli scrittori salariati infamarono con il nome di briganti per citare Gramsci), rappresenta una tappa fondamentale nel patrimonio culturale di questo paese che viene ancora tenuta nascosta, rimossa e taciuta.
È previsto anche un intermezzo musicale con canzoni legate alla tradizione brigantesca e contadina. 

martedì 1 marzo 2011

Terrorismi

di Giovanni Morsillo

Israele, poliziotti brutali: bimbo strappato alla madre



Guardatevi questo filmato. Non è certamente uno dei più cruenti fra quelli che provengono dai Territori. Però ispira pensieri ugualmente sofferti. Forse perché la vittima è un bambino. Ma magari i poliziotti, che ne sanno più di noi, lo conosceranno come capo riconosciuto di qualche fazione di dinamitardi arabi, oppure si sarà macchiato di qualche colpa gravissima, tale da richiedere mezzi di correzione così energici. Sapranno, i poliziotti israeliani, che lui rappresenta un serio pericolo per la stabilità del Medio Oriente, o magari anche solo per lo Stato di Israele assediato dai fanatici, o forse solo per i poveri coloni insediatisi in quelle terre aride che non si chiamano più nemmeno con i loro nomi, ma semplicemente "Territori Occupati".
Eppure, sebbene la legge, pur dura sia la legge, non ci sembra accettabile un trattamento del genere, e non solo per il fatto in sé. Perché se si arriva a questo in modo così sfacciato, vuol dire che l'ambiente ha maturato condizioni di vita disumane, la segragazione e lo scontro sono abituali, e quella gente, che per l'età che dimostra è nata e crasciuta senza conoscere un giorno di pace (o di tregua vera), è abituata a cose che l'uomo non dovrebbe neanche immaginare.
E poi, la realpolitik di un Paese che passa per essere pragmatico, dovrebbe prevedere che se quel bambino avrà la ventura di sopravvivere alle angherie che affronterà crescendo, sarà assai difficile sperare che possa votarsi alla lotta per la democrazia, al confronto civile, alla costruzione di rapporti di convivenza pacifica. A naso, diremmo oggi che le probabilità che si vesta di tritolo e si faccia esplodere in un supermaket siano molto, molto preponderanti.
Nell'attesa la madre, la sorella, gli amici ed i parenti respinti dai poliziotti cosa penseranno? dove cercheranno conforto alla loro disperazione?

III Assemblea Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori autoconvocati contro la crisi

da Coordinamenti e dei comitati dei lavoratori e lavoratrici autoconvocati contro la crisi.



III Assemblea Nazionale dei Coord e de comitati, delle delegate e delegati, delle lavoratrici e dei lavoratori autoconvocati contro la crisi

Nel 3 incontro Nazionale, riuniti a Roma nel nuovo teatro Colosseo, abbiamo assistito ad un evidente salto di qualità e di partecipazione, rilanciando la necessità di un rinnovato e radicale  protagonismo di classe, emerso negli oltre 30 interventi di lavoratori e lavoratrici.
All’assemblea hanno preso parte più di trecento delegati e lavoratori che hanno voluto in tal modo sollecitare la massima unità e la massima incisività nella lotta contro il modello Marchionne che, dopo Mirafiori e Pomigliano, sta estendendosi  oltre la stessa Fiat. Quel modello, con il pretesto della crisi e della concorrenza globale, punta allo smantellamento dei diritti e delle tutele sindacali e vuole riportare la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori indietro di un secolo.
La denuncia del piano Marchionne come unico modello di gestione della crisi, ha visto la necessità del rilancio della piattaforma di lotta sulla quale chiedere una mobilitazione vasta e unitaria contro queste politiche antipopolari:
  •      .Blocco dei licenziamenti, delle chiusure delle fabbriche, delle esternalizzazioni, dei tagli all’istruzione, alla ricerca e alla spesa sociale;
  • ·        lotta all’aumento dei ritmi e alla produttività;
  • ·        contro le speculazioni edilizie e finanziarie, principali cause di chiusure e delocalizzazioni;
  • ·        per la distribuzione del lavoro: “lavorare meno lavorare tutti” a parità di salario; per l’accesso e la continuità del reddito;
  • ·        per la stabilizzazione di tutti i precari|e e gli atipici, cancellazione delle leggi sulla precarietà
  • ·        per dire No all’eliminazione del CCNL e alla ristrutturazione dei diritti di tutto il mondo del lavoro;
  • ·       Per una effettiva reale e diretta rappresentanza sindacale dei lavoratori in ogni luogo di lavoro, tutti eleggibili tutti elettori;
  • ·        Contro la Bossi-Fini, per l’estensione dei diritti ai lavoratori migranti
  • ·        Ritiro del collegato al lavoro e della Riforma Gelmini.
  • ·       Contro lo statuto dei lavori, per la difesa dello statuto dei Lavoratori

L’assemblea, inoltre, invita tutti i movimenti sindacali, sociali, ambientali che si oppongono all’offensiva padronale e governativa a individuare un percorso comune che costruisca tempestivamente, al di là delle ambiguità, delle timidezze e dei continui rinvii della Cgil, una giornata di lotta e di mobilitazione nazionale e una grande manifestazione a Roma.
Per questo proponiamo a tutti i soggetti interessati, un percorso dal basso e partecipato finalizzato alla costruzione di una assemblea nazionale che lanci la mobilitazione.
Infine, ribadiamo la necessità di costruire coordinamenti locali e\o rafforzare e sviluppare quelli già esistenti, per  costruire un coordinamento nazionale effettivamente rappresentativo di tutti i territori e che possa sviluppare il conflitto di classe  in tutto il paese per contribuire alla costruzione di un vero sciopero generale e generalizzato unitario e dal basso.

lunedì 28 febbraio 2011

Un giorno senza di noi

di Luc Girello



Appuntamento insieme, italiani ed immigrati, il 1 marzo a Piazza Navona a partire dalle 18.00.
A Roma, come in molte altre città d'Italia, il Comitato Primo Marzo ha organizzato un sit-in, per il 1° marzo 2011 dal respiro europeo, non solo in sintonia con la Francia, che con la Journée sans immigrés, 24h sans nous  ha ispirato  la manifestazione ma anche con la Spagna, la Grecia e gli altri Paesi che si stanno via via attivando.
Oggi, più che mai la nostra attenzione non può distogliersi dalle tragedie che intorno al nostro Paese si stanno consumando, di cui vittime sono primi fra tutti donne, bambini e uomini di altri paesi.
Una giornata per tenere alta l'attenzione su tematiche ancora irrisolte: il tema del lavoro, del permesso di soggiorno, del lavoro nero gestito dai caporali, la necessità che gli immigrati residenti abbiano  gli stessi diritti dei cittadini italiani, il diritto di voto, il riconoscimento del diritto di scegliere dove vivere e lavorare, una scuola multietnica e non discriminante e discriminatoria, la tutela ed una legge per l'accoglienza  dei rifugiati e dei richiedenti asilo
Scendere in piazza, e manifestare, indossando qualcosa di colore giallo (il colore della manifestazione), di mobilitarsi anche scegliendo di scioperare o astenendosi dal lavoro per un periodo di tempo più limitato, astenersi dagli acquisti, discutere nei luoghi di lavoro e di aggregazione sociale, far sentire la propria voce in qualsiasi maniera, questo l'invito che gli organizzatori rivolgono a tutti chiedendo di  essere protagonisti e di sostenere le mobilitazioni del primo marzo. 






Il brano è “Campagna” di Napoli Centrale, qui eseguito in modo mirabile da Daniele Sepe. La traccia  è tratta dal CD Fessbuk buonanotte al manicomio. Per i palati fini segnaliamo che all’interno del brano Sepe improvvisa sul pezzo di Herbie Hancock e Jaco Pastorius “Chameleon”