"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
La
modifica dell’art.8 della manovra economica di Berlusconi ci ha portato ad una stagione di
declino, attraverso un atto berlusconiano alle sue fasi terminali con il
maldestro tentativo di ultima supplica verso i poteri forti per evitare la sua
cacciata. Si è provato a barattare, perché di questo si è trattato, la
possibilità di derogare la contrattazione nazionale in cambio di una maggiore
clemenza nei tempi del redde rationem all’interno del capitalismo nostrano. Ma
oltre a non essere servito ad evitare l’arrivo di Monti, il fatto gravissimo
che tutto ciò ha invece prodotto è stato di aver portato il metodo Marchionne
da eccezione a regola, e dunque la possibilità che uno strappo violento alla
logica della contrattazione tra le parti sociali a livello aziendale abbia
maggiore valore di un accordo nazionale. Un vero e proprio atto di
prevaricazione della parte più forte su quella più debole: dobbiamo ristabilire
il principio che i diritti devono essere certi per tutte e tutti ed inseriti in
un’unica cornice non derogabile da nessuno.
Nell’assalto all’art.18dello statuto dei lavoratori (legge 300/70) c’è stato invece una
definitiva presa di coscienza da parte di quelli stessi poteri che, incassato
il successo dell’operazione Monti, hanno deciso di varcare e ampliare la
breccia che si era prodotta. E dunque su questo tema sono intervenute tutte le
armi di distrazione di massa conosciute; si passa quindi da “è un atto per
l’occupazione perché a maggiore facilità di uscita corrisponde maggiore
possibilità d’entrata” (smentito puntualmente ad ogni rilevazione effettuata
sul mercato del lavoro), al sempre valido “ce lo chiede l’Europa (ulteriore
falsità, considerate le tutele previste nei principali Paesi della Ue)”. La
verità è che in assenza della piena funzionalità dell’art.18 si pone in essere
l’ennesimo ricatto, quello dell’imporre la scelta inaccettabile tra lavorare o
avere diritti, producendo nei fatti una sterzata in senso autoritario in ogni
luogo di lavoro.
La raccolta firme in difesa
del mondo del lavoro quindi rappresenta una straordinaria occasione non soltanto per
difendere il principio che non si può accettare la compressione dei diritti, ma
anche per identificare e rilanciare il mondo del lavoro come soggetto vitale
della e per la democrazia. Ed in ultima analisi è questo anche il migliore
antidoto a quel senso diffuso di scollamento e rifiuto verso la politica che
troppo frettolosamente viene spesso identificato nella generica
formulazione dell’antipolitica. Abbiamo il compito di rompere l’assedio e dare
voce e rappresentanza a chi oggi in fabbrica non può scioperare per paura di
perdere il posto di lavoro, al giovane che non ha speranza di trovare un suo
futuro, al pensionato che vede sfuggire le conquiste di tante rivendicazioni,
alle donne che in molti luoghi sono ancora vittime di discriminazione sia di
genere sia salariale.
Ghe pensa
lu’. E infatti i primi effetti della ridiscesa in campo di Berlusconi si sono
manifestati chiaramente. No, non è l’aumento dello spread o i tonfi della
borsa. Quelli sono fisiologici quando i
mercati sentono odor di elezioni. I primi effetti si sono visti nell’aula di un
tribunale. E’ sparito un teste della difesa. Infatti nel processo in cui
Berlusconi è indagato per concussione e prostituzione minorile, non si trova più Ruby
rubacuori, la principale teste della difesa . La “nipote” di Mubarak ha preso
un aereo per il Messico giusto due giorni dopo
che l’avvocato Ghedini gli ha
fattore recapitare la convocazione a testimoniare in tribunale. La parte lesa
Ruby rubacuori, pur obbligata a presentarsi in aula, ha fatto sapere che non
rientrerà prima della metà di gennaio. E’ chiaro l’intento di prolungare il
dibattimento che vede Berlusconi alla sbarra in modo da ritardare la sentenza a dopo le elezioni. I denari sborsati per mandare Ruby rubacuori a svernare
in Messico sono il primo investimento di una campagna elettorale che si preannuncia
all’arma bianca. Sinceramente non se ne può più di questi figuri. E’ possibile che dopo tutto i casini, (non Pierferdinando) che
hanno combinato Berlusconi e i suoi
scagnozzi, ancora ce li ritroviamo
fra i piedi? Noi vorremmo
parlare di politica, di come risollevare condizione miserrima dello stato
sociale, di come ridare dignità al mondo del lavoro, di come assicurare una
sanità e una scuola pubblica decenti. Siamo
stanchi di leggere pagine e pagine di giornali piene di resoconti
sul fetido mignottaio che deborda da
Arcore. Vorremmo confidare nel senso
civico degli italiani e credere che nessuno avrà più la malsana idea di votarli. Ma se i cittadini
italiani avessero mostrato senso civico da tempo Berlusconi risiederebbe nella
patrie galere. Dunque non saremmo
sorpresi di ritrovarci la vecchia ciabatta di Arcore ancora a capo della
nazione. Infatti come sostiene Mario Insenga, nella clip che segue,
all’italiano di medio o basso livello culturale , O’ Maste piace da
morire. Li fa stare allegri gli dice che tutto va bene e se non arrivano a
fine mese è colpa dei comunisti che li hanno tartassati con insopportabili
tasse e tributi . Isse è O’ Maste e tutti
votano per lui. Tu si o’ maste e nuie vutammo pe’ te.
Una particolarità sulla musica
che accompagna la clip . Il brano Tu si o maste è stato eseguito nel corso del concerto dei Blue Stuff tenutosi
a Frosinone in largo Turriziani nel giugno 2011. La band era composta da:Mario Insenga:
batteria e voce, Sandro “o biondo”
Vernacchia: chitarra e dobro, Lino Muoio – chitarra, Francesco Miele -contrabbasso.
Dice
che era nsacco de tempo che nfaceva così freddo all’Olimpico.
Dice che era nsacco de tempo che nfaceva così caldo
all’Olimpico.
Dipende.
Diciamo na cifra freddo prima e na cifra caldo dopo.
Der tipo che nfaceva cosí caldo dai tempi de Spalletti, dice.
Che poi mo Spalletti sta ar freddo vero, quindi manco è facile mettese a fa
paragoni e manco c'ha troppo senso utilizzà Luciano come unità de misura.
Comunque all’inizio faceva freddo e basta. Ma è nattimo a
scallasse, certe volte. E’ sette minuti a scallasse, certe volte. E’ sette
minuti a stupisse, certe volte.
De sto gò va subito detta na cosa, pe inquadrallo ner campo dell’umanamente
concepibile. Er cross è Dercapitano. Perchè se sta palla non viene contagiata
dar debito ar punto de fallì immediatamente ar contatto cor teritorio greco, è
perchè quando ce ariva è ancora carica dela ricchezza capitana. Perchè quando
Ercapitano tocca palla, automaticamente je imprime un Pil sui livelli delo
stato de Montecarlo, roba che l’editorialisti der Sole 24 Ore nsoo spiegano e
chiamano i colleghi de l’Economist e quelli je rispondono “We don’t explain it
ourselves too”, e quelli der Sole pensano “Ammazza che inglese rudimentale
questi dell’Economist”.
E così sto pallone carico de credito giunge sula capoccia dela
Cosa Greca, che, sordo ai richiami dela Bce, insensibile ai diktat del Fmi,
strafottendosene degli ultimatum della Ue che je impongono rigore e de evità
colpi de testa, dentro l’area de rigore co un colpo de testa schiaccia e genera
na traiettoria maligna e ingannevole e imprendibile se purtroppo c’hai quer
brutto problema che c’ha Viviano.
“Perchè che problema c’ha Viviano?”
Eh boh, ma quarcosa ce lo deve avè, che lì non è che la
battezza, ma proprio la cresima, la sposa e estremunzia fori quanno gne costava
gnente mettece mbraccio, col risultato che O Goleador Improvisado de Dios se
ritrova spalancata la porta e se rende autore de uno dei gesti più controversi
dela storia der calcio: er gò fregato.
Dato il giocatore A come generatore di un vettore proiettato
verso la porta avversaria, dicesi gò fregato quella interferenza da parte di un
giocatore B, compagno di A, sulla traiettoria del vettore. Per ricadere nella
casistica del gò fregato, l’interferenza deve essere unanimemente
considerata di dubbià utilità, bassa moralità e sopratutto deve
verificarsi a non più di 10 cm di distanza dalla linea di porta.
Dall’alba dei tempi, sul tema del gò fregato, il mondo si divide
in innocentisti e colpevolisti.
I primi che parteggiano per chi se frega er gò al grido di
“L’importante è che sia entrata!” , sostengono che sia un gesto dettato dalla
concitazione del momento e mosso unicamente dall’istinto di voler assicurare
una segnatura alla propria squadra in una situazione nella quale la stessa è
ancora in dubbio.
I secondi, che sposano la causa dei defraudati al grido di
“Vabbè ma entrava lo stesso”, permangono granitici nella convinzione che il
sordido intervento altro non sia che un furto ai danni del compagno, del
calcio, del Fair Play, dello Spirito Olimpico, der Fantacarcio e delo Spirito
Santo.
Noi, che ben sappiamo che er Castagna co lo Spirito Santo ce sta
così (per la corretta rappresentazione scenica della frase il lettore è
caldamente invitato a chiudere entrambi i pugni con l’eccezione degli indici,
di tendere gli stessi in avanti, di percuotere gli stessi tra di loro e di
ripetere il gesto in un lasso di tempo inferiore a 1 secondo) sappiamo bene che
gne farebbe mai no sgaro, e quindi propendiamo pe la prima ipotesi.
La Cosa fa finta de gnente o nse rende conto e core impazzito a
festeggià e a mostrà na maja preparata chissà da quanto co scritto: Μου
σκόραρε! Μην ακούτε τα ψέματα του κατηχητή! Castan είναι ένας γνωστός ψεύτης
που προσβάλλει τον Θεό και τους άνδρες!
A noi, ovviamente, de chi ha segnato figurate che cazzo ce
frega. Stamo sopra!
Qualcuno se vorebbe aggrappà ar vecchio adagio dell'avemo
segnato troppo presto, ma anche la sola intenzione che je lampa nell'occhi
viene incenerita da chi, mbriaco de tre vittorie consecutive, s'è scordato chi
è, da dove viene e dove sta a andà. Mo sappiamo gestì la situazione! Mo stiamo
in quella categoria de squadre che pe descrivele nce devi mette l'articolo!
Siamo squadra matura. Siamo squadra esperta. Siamo squadra
cinica.
Siamo squadra uno a uno, cazzo.
Da una de quelle punizioni sula treqquarti che se nfai cazzate
non esce niente de pericoloso, famo na mezza cazzata e esce qualcosa de
pericoloso. Pe la precisione esce nargentino che svernicia tutta la difesa
nostra che sale sale e non farebbe manco male a fallo, se nfosse che Rodriguez
sto schema se l'è studiato dar Tramonto all'alba, e facendose strada a colpi de
Machete se infila eccitato nela nostra Sin City co la consapevolezza de chi sa
che ormai er più è fatto e basta buttasse in mezzo pe mettela dentro.
Fracoechea, Desperado, se ritrova solo davanti a tre de loro e po solo inibì
Aquilani e lasciacce cor dubbio dela sua esultanza (e in ognuno dei due casi il
commento nostro sarebbe stato "stammerda"), ma non impedì a Roncaglia
de sfogasse pe mesi de Caressa che lo chiama Roncaghlia e segnà.
L'esultanza non è delle più serene.
"Che devo fa la mitraghlia? Me spoghlio e me levo la
maghlia? Ditemoo voi! Dimmoo te Carè!"
Ma se je rode a lui, figurate a noi.
"Ammazza che doccia fredda", commenta qualcuno.
"Ammazza che similitudine der cazzo" rispondono altri
rincarcandose nela sciarpa.
Quando Er Tiramolla de Dios, l'umano passato per Roma in
assoluto più simile al fu Pietro Vierchowod, anticipa de testa un collega
anziano (che rispetto a lui so tutti anziani), er Malincosniaco fiuta l'attimo
d'insiemistica propizio a convince chi der monnonfame è Capitano, che due
destini che si uniscono se ponno strigne in un istante solo, quello di un
passaggio smarcante per segnare un percorso profondissimo dentro di loro.
"Va, mio Ercapitano, ti ricordi i giorni chiari dell'estate quando
parlavamo fra le passeggiate sui gradoni? Segna con questa palla che ti dono e
poi stammi più vicino ora che ho paura. Tu che tutto puoi dillo ar Santone tuo
ner dopo gara e dillo pure in mix zone e ale radio e ale tv e nelle riedizioni
dei libri de Natale. In questa fretta tutto si consuma e quando sei no stranger
la gente so strani, o diceva pure Jim Morison, pertanto fingimi gratitudine e
dimmi che "mai non ti vorrei veder cambiare mai".
Ercapitano stoppa morbido, se gira incredulo e de luce propria
riflette tra sé e sé e ricorda de quando pe avè nsoriso da AberBarbo o Cappiola
doveva fa tre tunnel quattro cucchiai e rimboccà tutte le lenzola dela
foresteria de Trigoria. "A Miralem, secondo te è normale che io che so io,
mo, pe sto passaggetto, dovrei dì ar monnonfame na cosa der genere? Pe te? No
dico, o sai io de palle a chilomba come questa quante ne metto a partita? E a
settimana? E da quando ce sta er governo Monti? E da quanno Omnitel è diventata
Vodaphone? E da quanno er maresciallo Tito ve teneva ancora tutti insieme? O
sai che se tutti quelli che me devono dì grazie e dedicà ex voto pe ngò fatto
c'avessero le pretese che c'hai te pe sta palletta, er Divino Amore o mannerebbero
fallito?".
Ner mentre er piede, più veloce der pensiero, s'è già vendicato
de tanta superbia premiando Destro, che in imbarazzo s’enciampa e stoppa male,
non tira e pe mette na pezza che sia mejo dela buca, restituisce er maltolto
Arcapitano. "Ma che devo fa tutto io?" chiede Ercapitano ar
monnonfame che tosto risponde "Sì!", pure se non so passati manco 20
minuti. Quello ristoppa na palla che je sempenna ferma mentre tutto davanti se
move. Na contraerea de corpi viola se frappone inutirmente in attesa der
battezzo dell'angolo, dell'anghingò e der gò.
Ercapitano se magna l'alluce dela mano, Dexter lo abbraccia
felice, Miralem lo abbraccia piangendo. Duanuno pe noi. Oggi ce se scalla così.
Subito, ormai, quando segna Ercapitano, ce sta chi esurta
sparando numeri fori da ogni tombola. "So 220! è er numero 220!". Ce
pensi, non te ricordi più chi cazzo dovete ripiglià, tu e Ercapitano, ma fa
così freddo che la prima cosa che te pare chiara è che co sto gò Ercapitano ha
superato Gustav Thöni , Pierino Gros, Ingemar Stenmark e Zurbriggen. Tagli er
traguardo in discesa libera mentale, te senti gigante, in slalom tra le
avversità, fino ar prossimo gò.
Non pago, forte e tenace er Malincosniaco se rimbocca la testa e
lotta e battaja e incrocia Oliveira, uno de quei giocatori de cui conosci er
destino de mercato solo er giorno che te lo ritrovi davanti a fa lo stronzo,
colui che un dì, de salentino vestito, scalcettando er capitano, ne provocò
reazione, espursione e assenza ar derby. Ora, essendo er Malincosniaco l'autore
titolare dela pagina Wikipedia bosniaca dedicata Arcapitano, ad egli onere e
onore di gestire e spuntare con disinvortura e professionalità la blacklist
capitana.
Da Colonnese a Poulsen, da Vanigli a Tudor, Miralem saprebbe
come farsi capitanamente benvolere, ma non è colpa sua se i nemici se so quasi
tutti mestamente smaterializzati dai campi e Ercapitano è più forte de prima.
Rubà palla ar contemporaneo Oliveira diventa così dovere civico e morale, e
però quello è preda tanto ghiotta quanto recidiva, e colto da raptus de invidia
e gelosia, decide de riavvitasse i tacchetti sur porpaccio der poro Miralem,
che come elettrico zerbino bestemmiando s'arotola su se stesso. A quell'onta in
mondovisione l'Olimpico ruggisce goffo nei movimenti consapevole der fatto che
giocà in superiorità numerica tutta na partita sarà comunque un problema.
"Ercorcabballero! E' stato lui! L'ha fatto pure l'anno
scorso cor Villareà", afferma dala fila de dietro namico youtubbicamente
nozionista. "No guarda, è stato Oliveira, è stronzo uguale!"
rispondemo sicuri dela nostra ipermetropia. "No no è Porcabballero! Too
dico io! L'ha fatto cor Villareà te sto a dì!", incarza quello confidando
nella ripetitività del repertorio altrui. E però, quasi a placà i timori de no
ssadio mai pronto a sentisse matematicamente superiore, la ciancicata passa
inosservata ai 18 arbitri de linea che decidono che sì, uno senza capelli ha
effettivamente acciaccato navversario, ma co sto freddo ognuno se scalla come
può, soprattutto se carvo, e quindi tocca esse elastici. Tipo Miralem, che così
caldo non è stato mai.
Ma oggi, oggi che pure Poropiris è arivato preparato dopo na
settimana finarmente passata a studià le diagonali, l'obiettivo de sta squadra
operaia è mandà la sua classe in paradiso, tanto che er Lucido se cala nela
parte der carvo de talento, scrosta palla dar piede altrui e con superbia
yankee fa ripartì l'azione co tanto de tunnel a un viola inutilmente opposto
all'esportazione dela palla dala difesa ar centrocampo. Conscio dela sculata,
l'americano scarica su Destro, che ner dubbio s'engobbisce e la dà a Lui, Egli,
Isso, Ipse. Ercapitano la pìa, fa vede carosello a mpar de viola che non fanno
in tempo a invocà er Moment che già se devono dedicà agli sgraziati passi der
Cigno sghembo. Caricato de responsabilità, colui cui è toccato er bonus de poté
beneficià pe nanno intero der paragone co Josè Angel da Twitter (ragazzo che
praticamente s’è fatto un anno de Erasmus a Roma senza fa un cazzo se non
divertisse, proprio come prevede l'Erasmus), in omaggio ar più ordinario degli
adagio da campo de periferia ("se maa dai taa ridò"), restituisce
palla Arcapitano, che incredulo ridomanda: "ma che davero devo fa tutto
io?". "T'amo detto de sì ncacarcà!" rispondemo in millemila
senza rendese conto dell'eccessiva confidenza fideisticamente presa.
Ercapitano sbuffa, recita no spot, scrive un libro, inaugura
nasilo, carica er tiro e da trecentoventi metri tira na suatta dala varvola
rotante tanto bella quanto finalizzata a fa venì le stimmate sule mano de nportiere
che non essendo Padre Pio, nula po pià. Er tracciante illumina la notte de
Viviano che furminato s'adegua ar passaggio de sta stella cometa in anticipio.
Come re magio ce fa er dono e la lascià entrà. Esplode o ssadio ar duplice
fischio. Treauno pe noi.
"So 221! è er numero 221!", urlamo mentre coremo a fa
la fila pe piscià. Faccia ar muro, cor fumo che paglierino ce opacizza er
vespasiano, realizzamo che co sto gò Ercapitano ha superato in un corpo solo
Edwin Moses e Moses Malone, Rod Laver e Rod Stewart, Marvin Gaye e Marvin
Hagler. Record su record che crollano, Mike Bongiorno, Josefa Idem e Alcide De
Gasperi ormai a un passo, ma soprattutto, stamo sopra de du gò all'intervallo.
La situazione pe noi più pericolosa.
Però dai. Siamo squadra concreta. Siamo squadra tonica. Siamo
squadra spettacolo.
Siamo squadra treadddue. O, er primo che rifà sta cazzata de
parlà così guarda che fine che fa eh, guarda eh!
Niente, manco er tempo de godesse na calma apparente, e subito
la calma se ne va a donnacce sula Togliatti. El A'nduja, calabro-marocchino
formatose sui porverosi campi de Cosenza, punta de razza e de stazza co la fame
pe er gò e pe il piccante, dimenticato da Dio e quindi dai nostri uomini che in
quanto catechisti nse metterebbero mai contro er principale, la prima palla che
tocca la mette dentro.
Il "Macheccojoni" che era rimasto a Siena dala
settimana scorsa torna a casa e se precipita a coprì l'Olimpico co tutta la
carica del caffè, l’energia der cioccolato e l’efficacia dele madonne.
La partita a quer punto se fa vibrante, millemila dildo se
mettono in moto e i capovorgimenti de fronte so de tal varietà e qualità da fa
prende forma a na specie de kamasutra del calcio live, dove er piacere non
sembra mai troppo e er dolore quasi te piace, sperando de non dové piagne ala
fine.
Ed è ar dolore der 3-2 che Sturmentruppen reagisce, assalta ala
baionetta, se fa la barba, se rasa le tempie, se stira le recchie, salta nel
cerchio de foco e incorna d'elmetto sulo scudo dei piedi de Viviano che respinge
lo sparo.
E però i nostri eroi son giovani, forti e non so morti, e tutti
insieme realizzano pe nattimo che sì vabbè er quattrotrettré, sì vabbè er gioco
corale e le sovrapposizioni, ma de fatto stamo a giocà a na punta, e quella
punta è Dexter, l'eroe dela quintana, a ognuno er lavoro suo, famolo segnà.
Ma na notte d'inverno così fredda e glaciale genera ner maschio
adulto un noto e irrisolto problema. E se a na certa età nce fai più caso, se
sei pischello che trabocca testosterone e brami prestazioni utili a sparge la
fama e il seme tuo da na bandierina all'artra der monnonfame, sai che non po
esse questa la serata propizia. Perché co na temperatura vicina alo 0, ogni
alabarda se ritira, ogni biscia s'accuccia, ogni mazzo se fa mezzo, ogni flauto
se fa ottavino, ogni salame se fa appetizer, ogni uccello rientra ner nido.
"Dexter ce l'ha piccolo!" avrebbe urlato la bandierina tua, quella
dell'Olimpico, la più importante de tutte. Mejo evità. A porta vòta Dexter
spara sull'unico piede viola rimasto sul prato. Dopo un minuto crossa invece de
tirà. Dopo nantro minuto fa finta de non arivà in tempo su na palla precox.
L'Olimpico mugugna come un utente de Youporn davanti al buffering.
In una partita così, ogni inezia è determinante, ogni singolo
prezioso, ogni battito de denti c'hai paura che possa scatenà er contropiede
avverso. L'eccitazione de no spettacolo de rara bellezza e spreco è pari solo
ala strizza dela beffa finale, dell'ingiustizia in agguato, della sfortuna con
occhi de lince, dell'inculata suprema, dela controepifania che tutta la festa
se porta via prima de stappà pure solo no spumantino. Per tutte queste ragioni,
quando l'equilibrio dela partita più squilibrata dell'anno è rotto dala sagoma
der 16 che se scalla non più come farebbe no spettatore molto prossimo al
tereno di gioco, ma proprio come uno che sta pe entrà ner tereno in questione
ar posto de Taccidis, o ssadio pe nistante se fa muto e trattiene er fiato
(fumando dale recchie de conseguenza).
Chi odia De Rossi nu lo vole vedé e se sente sollevato dar fatto
che se mai sta partita dovesse finì male, sarà comunque corpa sua.
Chi ama De Rossi o vole vedé in campo ma c'ha er terore che se
sta partita dovesse finì male, sarà comunque corpa sua.
Passaggi e movimenti de Capitan Panca vengono studiati ar
microscopio, come cavie da laboratorio. Vivemo tutti co nansia da prestazione
rara, come se ogni suo contrasto perso o vinto possa determinà pe sempre er
futuro suo e nostro. A pathos s'aggiunge pathos (che non è na punta greca fori
forma usa a accoppiasse co la fia der padrone).
Dexter, ner mentre, se sente osservato. Lo guardamo tutti come
colui pe corpa der quale stamo ancora a strigne er culo, ma il suo dardo è più
rintanato che mai. E però, un po' perché vabbè fa finta de sbajà ma così ala
fine te sgamano pure le bandierine, mpo perché se er cross è Capitano sbajà
diventa difficile, Destro monta sur destriero e incorna forte sula traversa che
respinge forte sur Tiramolla. Quello, che non se po permette i distinguo der
collega sciupone, come verginello assetato intruppa e segna, ma un guardaligne
in andropausa sur più bello lo sveja, sbaja e annulla.
Mo immaginateve voi a 18 anni. Pensate a voi 18 anni che ve
fanno giocà co la Roma. Fate nurtimo sforzo de immaginazione e pensate a voi a
18 anni che giocate co la Roma e fate er primo gò in Serie A, e ve lo annullano
e voi sapete che è bono. Se sarebbero sprecati i vaffanculo, no? Marcos, sempre
più Vierchos, invece registra il tutto co na freddezza da Zar, abbassa la testa
e core pe tornà ar posto suo, a difenne er fortino. A noi sta cosa ce fa
fomentà più der gò, a noi che ancora se ricordamo le crisi ormonali de Mexes,
tanto pe dinne uno, vedè un pischello così preciso ce fa bene ar core.
De Rossi intanto core, imposta e contrasta nela norma de na partita
fuori norma, fino ar momento in cui alza la testa e mette er Lucido in porta,
da solo. Ma er capitalista non capitalizza, la struscia de cute, sbaglia er
tempo e soprattutto er momento pe magnasse ngò che non sarebbe stato suo. I
derossiani maledicono er Lucido riesumando slogan da guera molto più fredda de
quella de sta sera.
Manco er tempo de rimette le cose a posto che El Anduja se bulla
der momento delicato der biondo co la barba, e funambolico lo sarta facile,
dando la stura a un oooooo collettivo de strizza, premonizione e quintali de
inchiostro pronti a rimette Capitan Mostro in prima pagina. Quando er viola
nemico tira chiudemo l’occhi. Quando li riaprimo la palla è in angolo. Mentre
eravamo ar buio, ce dicono, Francoechea ha fatto er miracolo. Lui, proprio lui,
er portiere bravo coi piedi, para co na mano, plastico, in tuffo, determinante,
sarvando noi, e già che ce sta pure De Rossi.
Manco er tempo de riconsiderà l'ipotesi che quello der derby sia
stato solo ninfortunio che po capità puro ai grandi campioni, che la palla
spiove in area e lui je core appresso a bocca aperta e occhi ar cielo,
guardandola proprio come fanno i regazzini ai giardinetti. La sicurezza infusa
ner prossimo è tale che er Lucido torna tale e pe fasse perdonà se posiziona
sula ligna dela porta sguanita a scaraventà ortreoceano quell'ipotesi de gò
dell'ex che stava pe mannà Aquilani a riceve le chiavi dela città dar sindaco
rottamatore. E invece no.
Intanto comunque ha imboccato pure er Cipolla, e quando ner giro
de 10 minuti entrano Osvaldo e De Rossi (e Perotta, che comunque è campione der
monnofname e se c’è da fa 20 minuti a difende è ancora più utile de Messi, e
che comunque all’urtima HA SEGNATO) bè, lì se sentimo mpo stocazzo, ce viene
mpo de Realmadritudine, mpo de Barcellonismo. Pe quanti anni al momento dei
cambi de sta gente coi sordi che je escono dale recchie se semo guardati e se
semo detti "No vabbè c'hanno pure questo/carcola che me l'ero scordato a
questo/hai capito come se fanno i cambi/o vedi che vordì la panchina lunga/e
grandi squadre fanno così/noi non ce l’avemo manco tra i titolari quelli che
fanno panca da loro/etc etc”. Ecco, mo pe nattimo se cullamo ner pensiero der
tifoso viola che sta a perde e se vede imboccà sti tre e rosica e se spaventa e
pensa che tutto è finito. E’ mber pensiero. Ma non c’è tempo per cullarsi, che
qua a forza de cullasse e de magnasse i frutti del carcio spettacolo, come ar
solito, se stamo a cacà sotto e Zio Perotta ha già sparato a Piazzale Clodio la
prima palla che jè passata per i piedi. E allora annamio a chiude.
Ma dopo na partita così non puoi chiude a caso. Devi chiude de
prepotenza e de bellezza, de precisione e de velocità, de singolo e de coro, de
singoli tarmente forti che se fanno coro e orchestra e ala fine non riconosci
più le singole voci e i singoli suoni degli strumenti: senti solo la musica.
Dopo na partita così, devi chiude co la musica.
Capitan Tornato recupera palla nela metà nostra, aspetta quer
tanto che basta all’ensemble pe la coretta disposizione, e quando è il momento
dà il La. Er primo a accordasse è Bosnia Capoccia, che, barcanico er giusto, co
un tocco dissonante ala Bregovic supera navversario e appoggia pe Osvardo, co
la raccomandazione de non fa Bordello e annà dritti a fa goGol. Er Cipolla vira
deciso sule tonalità a lui più care, imbraccia la chitara, infila er jack,
mette in fila mpar de Overdrive e un Wah, gira la rotella der volume dell’ampli
a 10 e lascia mber fischio da feedback ala Hendrix nele mani de Zio Perotta.
Quello è omo de mondo, e o sa che der feedback nse butta via gnente, e quando
tutti s’aspettano naccenno de Calabrisella, Zio se fa Uncle e spiazza tutti
ricordando “Ao io so nato Ininghi Rtera, famolo cantà a sto Wembley! Pensace te
Capità” e lascia tutto nele mano der direttore d’orchestra. Pe dirige bene non
servono gesti eclatanti, spesso basta na minuzia, ngesto che pare ninezia, ma
che invece è nuniverso dastuzia. Er Direttore congela er tempo e la difesa
viola in una pausa brevissima ed eterna, ma Osvardo sta già in modalità Jimi,
ha già bruciato lo spartito sur palco de Woodstock, e pe lui er tempo nse
ferma, lui core e core e guarda er Direttore, e lo sa che je basterà arivà
preciso sula prossima battuta pe infilà l’assolo che ce deve fa sbroccà
definitivamente a tutti. Er Direttore aspetta, aspetta, aspetta, e quando è il
momento, quando tutto è pronto e compiuto e definitivo, co ntocco de bacchetta
deflora er diverso da sé e lascia tutto nele mani der Chitara che ariva, se
strappa er plettro dala catenina che porta ar collo, pizzica la prima corda, e
fa partì er suono più rock e più dorce alo stesso tempo: quello de noi che
strillamo.
E’ finita. Amo vinto. E se semo pure divertiti na cifra.
Sette milioni l'anno per
riformare le isole Pontine. Parte dalla fonte di Cassino, attraversa il mare e
torna indietro. A caro prezzo. Sprechi, bollette salate e pasticci burocratici.
E un vero business per le navi cisterna
LATINA - Sale, scende, scavalca
montagne, poi torna indietro. Sgorga da una fonte sopra Cassino, da Cassino
precipita a Napoli, da Napoli finalmente arriva a Ponza e a Ventotene. Prima la
regione Lazio la dà gratis alla regione Campania, dopo un lungo viaggio se la
ricompra e la fa pagare ai contribuenti laziali.È il giro dell'acqua. Più va lontano e più
costa. Andata e ritorno. La spostano non una ma due volte: per una quarantina
di chilometri in più via terra e per quasi cinquanta miglia in più via mare.
Scorre nelle condotte sotterranee fra le colline davanti agli Appennini, passa
dentro tubi sospesi nel vuoto, riempie le cisterne delle navi che prendono il
largo dal molo Beverello, la caricano su una banchina e la scaricano su
un'altra e - alla fine - ricompare praticamente vicino a dove era partita.
Chilometro dopo chilometro e miglio nautico dopo miglio nautico, quella del
Gari diventa salatissima. Sperperi e affari. Impegni mai rispettati,
investimenti mai fatti, delibere di giunta come carta straccia e un tortuoso
percorso per favorire società private e trasportatori. Sempre i soliti.
Per ricostruire questo giro dell'acqua siamo a venuti a Latina - davanti alle
isole pontine - dove si rintraccia la parte finale di un inghippo che ai
contribuenti laziali spreme inutilmente 7 milioni di euro l'anno e in più -
come vedremo - contempla qualche altra voce nella bolletta. In origine la
faccenda poteva sembrare solo uno di quei pasticci all'italiana soffocati dalla
burocrazia, in realtà si sta rivelando
un vero business. Trascinare l'acqua
di qua e di là a qualcuno conviene. Tutto è cominciato molto tempo fa. Quando
dalle sorgenti del Gari, ai piedi di Monteccasino e della Rocca Janula, ne
fuorisciva così tanta che la regione Lazio decise di regalarne un po' alla
Campania assetata. Era il 1983. "Per quella concessione abbiamo avuto un
ristoro", spiega oggi il sindaco di Cassino Giuseppe Golini Petrarcone. In
dono l'acqua e in cambio il finanziamento per costruire un depuratore. Da quel
momento tremila litri al secondo sono stati dirottati dal Lazio verso l'altra
regione, convogliati nell'acquedotto occidentale della Campania che la spinge
giù a Napoli per quasi settanta chilometri. Allora nessuno avrebbe mai
immaginato che nel 2012 in molti paesi della provincia di Frosinone, dove c'è
Cassino, ci sarebbe stato un razionamento idrico. Ma così è andata.
Torniamo però all'acqua del Gari. Passa da un serbatoio all'altro di Napoli e
disseta la città, poi finisce al molo Beverello dove l'Eni Acqua Campania la
consegna alla compagnia marittima Vetor che con le sue navi fa rotta su
Ventotene e Ponza. La Vetor presenta ogni anno il conto alla regione Lazio.
Sono quei 7 milioni di euro. La regione in pratica paga la sua acqua. E sempre
allo stesso armatore di Anzio. "L'appalto per il trasporto l'ha vinto
sempre lui", dice Daniele Coraggio, consigliere comunale di Ventotene
mentre fa i calcoli delle distanze per illustrare lo spreco: Napoli è lontana
40 miglia da Ventotene e 60 miglia da Ponza, il porto di Formia (il più vicino
fra le isole e la fonte, su a Cassino) invece è solo a 26 miglia da Ponza e a
36 miglia da Ventotene. Dice ancora il consigliere Coraggio: "Basterebbe
una condotta che parta da Cassino e, in neanche 30 chilometri, l'acqua
arriverebbe a Formia, meno della metà del tragitto attraverso la
Campania". Qualche mese fa qualcuno ha presentato un esposto alla procura
di Latina su questo commercio d'acqua, all'ultima gara per l'appalto del
trasporto alle Pontine incredibilmente non si è presentato nessuno. La Vetor,
comunque, continua a gestire il servizio "in regime di proroga". E la
regione Lazio paga sempre.
Ricorda Giovanni Maria De Rossi, un archeologo che fu testimone dell'inaugurazione
della prima "captazione" delle acque del Gari destinate alla
Campania: "Il vecchio sindaco di Ventotene Beniamino Verde, quando l'acqua
fu portata sull'isola dalle navi cisterna dei privati e non più da quelle della
Marina militare, mi disse: "Vedrai che quest'acqua ci costerà come se
dovesse arrivare da New York". Beniamino aveva proprio ragione". Per
la prima volta lo scandalo è stato raccontato dal quotidiano "Latina
Oggi" ma il grande accusatore di tutti gli imbrogli sui predoni dell'acqua
di Latina è Roberto Lessio, un imprenditore agricolo di Borgo Sabotino, ex
presidente provinciale di Legambiente e autore di un appassionato e
informatissimo libro, "All'ombra dell'acqua", sui traffici idrici in
Italia. Lui, che ha studiato tutti i percorsi viziosi dei tubi, svela:
"Quell'acqua che parte da Cassino continua a fare i suoi tour perché a
Ponza e a Ventotene non si fanno i dissalatori che Acqua Latina, la società che
gestisce il servizio idrico integrato a cavallo fra le province di Latina e Frosinone,
ha fin dal 2004 nel suo piano di investimento". Dagli accordi presi con la
regione Lazio (c'era ancora Storace governatore) il dissalatore di Ventotene
sarebbe dovuto entrare in funzione nel giugno del 2006, quello di Ponza nel
dicembre successivo. Per misteriosissime ragioni - costo per entrambi i
dissalatori 9 milioni di euro - non si sono mai fatti. E vanno sempre avanti e
indietro le navi cisterna dell'armatore di Anzio. Con una gabella in più per
gli abitanti di Latina. Ancora Roberto Lessio: "Noi paghiamo non solo
l'acqua che la regione Lazio regala e poi si ricompra dalla regione Campania,
ma nelle bollette c'è anche la voce dell'investimento per i dissalatori che non
ci sono".
Questo giro dell'acqua ricorda tanto quella storia dei pomodorini che passano
in questa provincia, trasportati sui camion della camorra che entrano ed escono
dal mercato ortofrutticolo di Fondi. Prima vanno giù, in Sicilia. Poi vanno su,
a Milano. Poi tornano qui, in provincia di Latina. Più ammaccati e più cari.
Stavolta non ci dobbiamo cascare. Stavolta ci dobbiamo porre l’impegno morale di ignorare (e semmai combattere) chi di professione gridava alla difesa delle democrazia, poi dopo amorevolmente calpestata per far posto ai “tecnici” grazie all’unione contronatura tra Pd-Pdl-Udc.
No, no, e ancora no. Stavolta non ci dobbiamo cascare. Stavolta ci dobbiamo porre l’impegno morale di ignorare (e semmai combattere) chi di professione gridava alla difesa delle democrazia, poi dopo amorevolmente calpestata per far posto ai “tecnici” grazie all’unione contronatura tra Pd-Pdl-Udc. Tutto in nome del dio spread.
È una cosa psicologica, probabilmente. Le mignotte, i cucù, le bugie, i cortigiani, le corna, il sesso malato, Mediaset, conflitti di interessi, la cricca, Dell’Utri, la mafia, gli appalti, le barzellette, Feltri e Sechi che sfondano quotidianamente il muro del buonsenso, Cicchitto, le gaffe, i video delle gaffe, «il ruolo di kapò», Ghedini fuori dal tribunale di Milano. E poi, speculari: i post-it, le raccolte firme, le manifestazioni, i popoli viola, il Fatto Quotidiano comprato a mo’ di dichiarazione partigiana, post indignati, i libri su di lui, gli anatemi su di lui, la vergogna per lui, Valigia Blu, mille bolle blu, Se non ora quando? e le scrittrici radical-chic sul palco, Santoro e Bella Ciao.
No, no, e ancora no. Basta col giochino dei soldatini blu e dei soldatini rossi. C’è stato un anno, il 2012, che ci ha spiegato diverse cose. E ci ha detto che al di là di lui, che al di là della sua presenza ingombrante e della sua proverbiale ignoranza, c’è stato un governo sostenuto da centrosinistra e centrodestra che in un perfetto clima civile e sobrio ha fatto fuori l’articolo 18, ha varato l’ennesima riforma delle pensioni lasciando senza lavoro e senza pensione decine di migliaia di persone, ha tolto solo a chi ha sempre pagato, non ha fatto nulla per i giovani, non ha toccato i grandi patrimoni e i privilegi della Chiesa, ha tagliato il pubblico e non ha tagliato le spese militari. Un governo col bon ton, ma neo-liberista e classista, che ha inserito l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Tradotto, altri tagli indiscriminati. E dove, se non nel pubblico?
Intanto il debito pubblico nel 2012 è aumentato (magia), la disoccupazione è aumentata (magia), il pil si è inabissato (magia), l’inflazione è aumentata (magia), i salari sono scesi (magia). E a protestare chi è rimasto?
Allora no, no, e ancora no. La scelta non può essere ancora una volta tra quelliper e quelli contro il signor B. E il voto utile, oggi, non è più tra soldatini rossi e soldatini blu. La sfida è tra chi ha intenzione di non discostarsi dalle politiche del rigore a senso unico impartite da Bce e Fmi e chi invece crede che non può essere il neo-liberismo, lo stesso che ha causato la crisi, a rappresentare la soluzione.
Berlusconi? Chi se ne frega. Quel nome non riesco nemmeno più a pronunciarlo. Il tempo del facile sdegno, quando bastava essere minimamente educati per sembrare rivoluzionari, lasciamolo nel cassetto dei ricordi. Parliamo di politica. E di chi dovrà pagare cosa, nei prossimi cinque anni.