Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
sabato 30 marzo 2013
Frosinone Multiservizi: umiliazione e disprezzo
Oltre l'occidente
«La giunta comunale ha approvato, nella giornata odierna, una proroga per 15 giorni dei servizi affidati alla società pubblica, per verificare la permanenza dell’interesse della Regione Lazio all’investimento finanziario nell’azienda in house».
Licenziamo i poliziotti assassini di Federico Aldrovandi
Activism Petizione Online
Il 21 giugno 2012 la Cassazione si è espressa in modo definitivo sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso durante un controllo di Polizia all’alba del 25 settembre del 2005 a Ferrara. La Corte ha confermato la condanna dei quattro poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo riprendendo così le sentenze di primo e secondo grado.
Alla luce della sentenza, chiediamo:
che i quattro poliziotti, condannati ora in via definitiva, vengano estromessi dalla Polizia di Stato, poiché evidentemente non in possesso dell’equilibrio e della particolare perizia necessari per fare parte di questo corpo; che venga stabilito in maniera inequivocabile che le persone condannate in via definitiva, anche per pene inferiori ai 4 anni, siano allontanate dalle Forze dell’Ordine, modificando ove necessario le leggi e i regolamenti attualmente in vigore; che siano stabilite, per legge, modalità di riconoscimento certe degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, con un numero identificativo sulla divisa e sui caschi o con qualsivoglia altra modalità adeguata allo scopo; che venga riconosciuto anche in Italia il reato di tortura – così come definita universalmente e identificata dalle Nazioni Unite in termini di diritto internazionale – applicando la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall’Italia nel 1988.
venerdì 29 marzo 2013
L’avvenire è un buco nero in fondo al tram
Luciano Granieri
Ciao Enzo, grazie per l’immensa
quantità di brani e di trovate che hai messo a disposizione di un blogger scapestrato per costruire le sue clip.
Grazie per l’ironia, per l’amaro disincanto e spesso anche la crudezza con cui
hai trattato gli eventi della vita degli umani. Grazie per aver mirabilmente descritto la condizione operaia di
Vincenzina davanti alla fabbrica, per aver raccontato il popolo, quello vero. Quello della Milano del
quartiere “Ortica” e non della Milano
da bere e dei beceri illusionisti berlusconiani. Grazie per aver
irriso i potenti, dileggiato i fascisti, e contrastato con la sola arma dell’ironia
la prepotenza del potere. Grazie per la musica che ci hai lasciato con il tuo
tocco pianistico importante da jazzista vero. Grazie per tutto Enzo ci
mancherai
Il testo del brano
che segue “Io e te” è stato scritto da Enzo Jannacci in collaborazione con un
altro campione di ironia, Il giornalista e scrittore Beppe Viola scomparso solo pochi mesi fa.
Nella clip che segue , una delle tante occasioni in cui ho scelto brani di Jannacci per commentare i miei video. In questo caso i pezzi "Il primo furto non si scorda mai" e"Il palo della Banda dell'Ortica" mi venivano cecio per commentare l'approvazione del processo breve .
28 marzo 1980 Genova brigatisti uccisi dai Carabinieri. Dinamica poco chiara
A cura di Luciano Granieri
All’alba del 28 Marzo 1980 i
carabinieri del nucleo Antiterrorismo, guidati dal generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa, fanno irruzione in un appartamento in via Fracchia 12, a Genova.
All’interno si trovano 4 militanti delle Brigate Rosse, Lorenzo Betassa, Piero
Panciarelli, Riccardo Dura e Annamaria Ludmann.
Il blitz era iniziato alle 2,30, la polizia aveva circondato la casa. Secondo
l’Arma un militare avrebbe bussato alla porta e una voce da dentro aveva
risposto che stavano per aprire. I carabinieri avrebbero poi sentito un rumore,
come se da dentro avessero chiuso con una mandata la porta, e allora avevano
fatto irruzione.
L’esatta dinamica degli avvenimenti non è mai stata ricostruita, il verbale dei
carabinieri, consegnato alla magistratura solo 8 giorni dopo il blitz, il 5
Aprile, parla genericamente di un conflitto a fuoco, durante il quale fu ferito
ad un occhio un maresciallo dei carabinieri. I brigatisti da dentro avrebbero
aperto il fuoco contro i militari, che a quel punto avevano risposto, uccidendo
tutti e 4 i brigatisti. La sparatoria durò pochi minuti, l’orologio al polso
della Ludmann si bloccò alle 2,42.
Solo 11 giorni dopo l’accaduto vennero fatti entrare nell’appartamento i
magistrati e i giornalisti, questi ultimi solo per 3 minuti ciascuno, ma molti
di essi rilevarono che non tutto combaciava con quanto riportato dal verbale.
Le foto scattate all’interno dell’appartamento, che mostrano i corpi dei
brigatisti riversi lungo il corridoio dell’abitazione, sono state pubblicate
solo VENTIQUATTRO ANNI DOPO dal quotidiano genovese Corriere Mercantile.
Il giornalista Giuliano Zincone, intervistato nel 2004 dal Corriere Mercantile,
ha affermato che già all'epoca dei fatti aveva manifestato, insieme ad altri
giornalisti entrati nell'appartamento, perplessità sulla dinamica degli eventi
e aveva ritenuto probabile che i carabinieri avessero voluto imporre una prova
di forza militare escludendo tecniche operative idonee a permettere una cattura
incruenta dei brigatisti
Rimangono tuttora dubbi sulla dinamica del blitz. Molti, tra cui Prospero
Gallinari, dichiararono che i 4 erano stati sorpresi nel sonno e non c’era
stata alcuna sparatoria, altri, invece, che i brigatisti, presi in trappola, si
erano arresi (lo stesso Peci dichiarò che quella era la procedura da seguire in
casi simili, mostrandosi sorpreso delle morti). Ugo Pecchioli, ministro ombra
dell’Interno del PCI, parlò di "eccidio di via Fracchia a Genova, dove i
carabinieri uccisero, in un conflitto a fuoco, tutti i brigatisti che trovarono
in quel covo, mentre forse avrebbero potuto catturarli vivi"
Cento piazze per cambiare rotta
Giulio Marcon. Fonte : http://sbilanciamoci.info
La politica italiana sta cambiando pelle, e non è un bello spettacolo. Le consultazioni Bersani-Cinque Stelle trasmesse in diretta con contorno di insulti; il blog di Beppe Grillo passato al setaccio come facevano i “cremlinologi” ai tempi di Breznev per indovinare le prossime mosse del “capo”; le eterne lotte intestine nel Pd; perfino – una settimana fa – la piazza di Silvio Berlusconi con i figuranti a pagamento. E ora il Presidente Giorgio Napolitano che consulta i partiti in prima persona, per un governo fatto su misura non della volontà degli elettori, ma del suo personale progetto di impossibili (e insensate) “larghe intese”.
Dal voto a oggi, lo spazio della politica è stato occupato da una rappresentazione del “cambiamento”, del “mandiamoli a casa”, che lascia tutto come prima, mostra un paese paralizzato, ridà spazio a Berlusconi. Non è questo quanto ci si aspettava dal – pur incerto – risultato elettorale. In questo mese trascorso dopo il voto per una parte significativa del mondo della rappresentanza politica la crisi è dimenticata e passata in secondo piano, la disoccupazione nascosta sotto il tappeto, i conti in rosso di imprese e banche ridotti a un dettaglio, l’emergenza ambientale trasformata in cronaca.
Ancora peggio avviene per i soggetti sociali. I lavoratori e il sindacato sono scomparsi – silenziosamente – insieme ai posti di lavoro. Movimenti e proteste sono ricacciati nel sottosuolo, perfino il grande corteo in Val Susa contro la Tav di sabato scorso non lascia traccia su gran parte della politica. La società civile è buona solo quando serve a legittimare i sussulti del palazzo. Del tutto cancellati anche i milioni di elettori del centro sinistra che l’ultima occasione per manifestarsi l’hanno avuta alle primarie del novembre scorso.
È un silenzio assordante, intollerabile. È incomprensibile che il centro sinistra lasci le piazze a Grillo e a Berlusconi. È stupefacente che il sindacato non si faccia sentire. È inaccettabile che la politica sia ridotta ad affare di palazzo o commento sul web, degenerazioni simmetriche che si alimentano l’un l’altra e azzerano la partecipazione. È il momento di ridare spazio e visibilità politica alla voglia di cambiamento che c’è nel paese, anche in molti che hanno dato il loro voto ai Cinque Stelle. È il momento di ridare forza ad una mobilitazione diffusa della politica con un richiamo, forte, alla partecipazione di tutti: un ritrovarsi insieme di centro sinistra, movimenti e sindacato, all’insegna di un “Cambio di rotta”.
Sul piano politico, si tratta di accogliere il messaggio di cambiamento venuto dalle elezioni, con un’iniziativa dell’alleanza sociale che può ricomporre un paese frammentato dalla crisi e diviso dal privilegio. Sul piano dei contenuti, l’iniziativa per il “Cambio di rotta” può individuare alcuni interventi immediati: rilancio dell’economia, produzioni sostenibili, tutela del lavoro e reddito minimo, taglio delle spese militari, cittadinanza agli immigrati.
“Cambio di rotta” è un’iniziativa che potrebbe nascere in cento città e coinvolgere le forze politiche del centro sinistra, la Fiom, la Cgil, campagne come Sbilanciamoci! e quella per l’acqua pubblica, movimenti e associazioni per l’ambiente, la pace, i diritti, la legalità, la giustizia. Potrebbe occupare – presto – una grande piazza di Roma, o molte piazze d’Italia. Può essere il contrappeso sociale del progetto di “larghe intese” che nasce al Quirinale e dell’atomizzazione del consenso organizzata dai Cinque Stelle. Vogliamo provarci?
giovedì 28 marzo 2013
Frusinati incaprettati
Luciano Granieri
Alla fine i frusinati sono rimasti incaprettati. E’ un triste destino quello che coinvolge noi abitanti di Frosinone. Risiediamo in un Paese, l’Italia, che ci ha già propinato la farsa delle elezioni politiche. Un esercizio di democrazia svuotato dei suoi contenuti perché qualsiasi governo nascerà dalle tristi beghe che mercanti e servi stanno cercando di risolvere per salvaguardare il proprio orticello particolare, dovrà fare i conti con il pareggio di bilancio inserito in Costituzione, opera omnia di due dei tre partiti che oggi vorrebbero candidarsi a governare . Inoltre chi guiderà le sorti del paese da oggi e per i prossimi vent’anni dovrà impegnarsi, secondo i trattati europei, a ridurre il rapporto debito pubblico/Pil al 60%. Si tratterebbe di passare in un ventennio dall’attuale 120% al 60% così come prevede il trattato Ue. Il prossimo governo, chiunque ne sia iL presidente, dovrà pagare 85 miliardi di euro solo per interessi sul debito (2000 miliardi) che lo Stato deve al capitalismo finanziario. La redazione di una manovra di almeno 45 miliardi di euro all’anno è l’unico punto programmatico certo che dovrà stare alla base dell’azione di un qualsiasi esecutivo che si prenderà la briga di guidare il paese, sia esso targato Grillo, piuttosto che Pd o Berlusconi. Un tale dissanguamento non è recuperabile neanche con la peggiore macelleria sociale possibile. Quindi è palese che il secondo punto obbligatorio del prossimo programma di governo sarà quello di ricorrere ai prestiti del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per avere restituiti con pagamento di interessi quei 125 miliardi che il nostro stato ha messo a disposizione aggratis del fondo, meglio conosciuto col nome improprio di Fondo salva Stati. Come ben sanno i cittadini greci che già hanno usufruito di questo aiuto avvelenato, ricorrere al fondo salva Stati significa finire sotto la mannaia dei tagli alla spesa sociale, agli investimenti per la ricerca e l’innovazione, subire l’aumento illimitato di tasse e tributi, nonché l’alienazione del patrimonio paesaggistico e culturale pubblico a favore di privati miliardari signori degli edge fund. Cioè dalla macelleria sociale si passerebbe direttamente alla strage e all’olocausto sociale. Il tutto condizionerà non solo il governo prossimo venturo, ma anche tutti gli altri esecutivi che gli succederanno da qui a vent’anni con buona pace degli elettori che ancora crederanno di essere protagonisti della vita democratica andando a votare. In questo quadro si inserisce la posizione ancora peggiore che occupano da ieri i cittadini di Frosinone. A fronte di un debito dell’ente comune che ieri è stato stimato fra i 40 e i 50 milioni di euro, solo l’altro ieri era collocato fra i 30 e i 40, speriamo che le stime ultime siano finalmente le definitive, l’amministrazione guidata dal sindaco Ottaviani, accertata l’impossibilità di coprire una tale mancanza di denaro, ha approvato, in un consiglio comunale la cui più virulenta espressione dell’opposizione è stata quella di uscire dall’aula al momento del voto ( e sai che paura), l’adesione al fondo salva comuni. Resta da capire come in una città che staziona da decenni negli ultimi posti delle classifiche sulla qualità della vita, si sia determinato un debito così elevato, ma tant’è . Per accedere al fondo Salva Comuni dal quale ci sarà concesso un prestito di 11 milioni di euro, è necessario dichiarare lo stato di Pre-dissesto. Un piano di rientro non solo del prestito, ma di tutti i 40 o 50 milioni di debiti, della durata di dieci anni. Per soddisfare tale programma il sindaco può aumentare i tributi locali in deroga ai limiti stabiliti, può ridurre di oltre il 35% le spese per l’erogazione di beni e servizi per i cittadini, può e deve licenziare i dipendenti comunali. Dunque i cittadini del Capoluogo oltre a subire l’austerity imposta dalla politica nazionale di asservimento alla troika europea, dovranno ridursi ad una condizione prossima alla povertà cadendo sotto l’ulteriore mannaia che il proprio comune gli impone per il rientro di debiti contratti dalla speculazione edilizia e finanziaria, non certo dalla collettività. A occhio e croce l’amministrazione comunale dovrà estorcere ai propri amministrati la bellezza di quattro o cinque milioni l’anno, più le rate del prestito di 11 milioni di euro, per dieci anni. Ecco dunque che il percorso governativo del comune è già segnato. Ma il bello è che anche il prossimo sindaco, chiunque esso sia, dovrà proseguire l’opera devastatrice iniziata da Ottaviani perché il piano di rientro dura 10 anni, ossia questa e la prossima consiliatura. Che brutta fine abbiamo fatto miei cari concittadini. Privati del diritto ad una vita dignitosa sia dallo Stato che dal Comune e privati della titolarità del voto. Infatti chi abbiamo eletto alle elezioni politiche, indipendentemente dallo schieramento che governerà , e chi eleggeremo da qui fino ai prossimi vent’anni dovrà proseguire nella sanguinosa strada imposta dai trattati europei. Allo stesso modo chiunque eleggeremo a presiedere il consiglio comunale nei 5 anni successivi all’attuale giunta, dovrà continuare il processo di depauperamento del benessere sociale ed economico della città imposto dalla sciagurata scelta del sindaco Ottaviani di svendere i propri cittadini al potere del capitalismo finanziario. Insomma il nostro comune ha chiesto prestiti al Fondo salva Comune, il nostro Paese ha chiederà prestiti al Fondo Salva Stati. E i cittadini? A quale fondo SALVA CITTADINI potranno rivolgersi? CHI SALVERA’ NOI CITTADINI?
mercoledì 27 marzo 2013
Morte del Comune e della comunanza
Luciano Granieri
Il Comune è
dovrebbe essere un luogo dove gli abitanti di una città mettono in comune i loro sogni
e dei loro bisogni. E’ , o dovrebbe essere, un luogo dove i cittadini si
legano gli uni agli altri solidali nell’elaborare in modo autonomo le norme che
regolano la vita della città, così che
ognuno possa vivere in modo dignitoso la
propria realtà di cittadino, con spazi pubblici condivisi dove coltivare i
rapporti sociali. Il comune è, o dovrebbe essere, un luogo in cui l’interesse generale della
comunità costituisce l’anticorpo principale all’appropriazione indebita privata
dei luoghi di proprietà dei cittadini. Il comune è, o dovrebbe essere, un luogo dove nuove politiche economiche
basate sullo sviluppo dell’energie rinnovabili, sulla promozione delle risorse
naturali e culturali, su un nuovo modo di erogare i servizi, possono costituire fonte di prosperità per tutta la
cittadinanza, creando e non alienando posti di lavoro, sottraendo il tessuto
urbano alle scorribande speculative di pochi scaltri imprenditori messi in questo caso fuori gioco da un sistema che esclude il
cemento e l’urbanistica contrattata come
mezzi per accrescere la ricchezza di
pochi. Il “COMUNE” lo dice la parola stessa, è un luogo dove tutto viene messo
in comune. Una città con un
Comune che avesse cura del benessere dei cittadini, anziché porre
maniacale attenzione al mantenimento e all’accrescimento dei privilegi degli
amministratori che operano al suo interno, sarebbe uno spazio brulicante di
vita. Se invece in una città gli
amministratori svendono pezzi del territorio alla speculazione edilizia e finanziaria per
alimentare il proprio bacino elettorale, se il risultato dell’azione normativa
di questi burocrati produce la riduzione degli spazi vitali a
disposizione della comunità, l’alienazione e la devastazione dei diritti della
cittadinanza a vivere in un posto non inquinato, non congestionato dal
traffico, con edifici scolastici moderni e sicuri. Se in questa città si trasferisce il debito accumulato a causa delle agevolazioni
fiscali concesse agli speculatori di cui sopra sulle
spalle degli incolpevoli cittadini, la comunità e la città stessa sono
destinati a morire. E’ ciò che sta
accadendo a Frosinone dove un non
precisato debito, che aumenta di giorno in giorno,( oggi pare che si sia
attestato a 45 milioni di euro),
formatosi grazie alla non riscossione degli oneri concessori e di altri
tributi, al pagamento di laute consulenze esterne e al foraggiamento di avidi manager messi a
capo delle società partecipate, vedi
Multiservizi, Società Aeroporto di Frosinone, viene scaricato sulla
cittadinanza attraverso il taglio dei servizi,
l’aumento dei tributi e il licenziamento di coloro che si occupavano
della cura della città. Ecco dunque che
l’altro ieri i cittadini, al seguito dei lavoratori della Multiservzi, il cui
mancato rinnovo del contratto di servizio da parte del comune, ne decreta il
licenziamento o la precarizzazione ulteriore delle condizioni di lavoro, hanno
celebrato il funerale della città. Ma noi speriamo che con l’aiuto di tutta la
cittadinanza che possa sostituirsi ad una opposizione molle e in insistente
all’interno dell’aula consiliare, il Comune torni ad essere luogo di comunanza
e la città possa risorgere. Considerata la partecipazione dei cittadini al
corteo di protesta dell’altro ieri c’è poco da stare allegri.
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