Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 11 ottobre 2015

ERDOGAN E IL GOVERNO DI GUERRA SONO I RESPONSABILI DEL MASSACRO DI ANKARA!

Partito del Lavoro (EMEP), Turchia


Almeno 95 persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite in un attacco terrorista compiuto con le bombe che ha colpito la Manifestazione per la Pace convocata da organizzazioni dei lavoratori ad Ankara.  
Sedici militanti del nostro partito, tra cui un compagno del Comitato centrale, sono caduti e decine di nostri compagni sono feriti.
Indipendentemente dalla bandiera dietro la quale questo attacco è stato compiuto, il potere che sta dietro questo  terrore e le provocazioni fasciste è quello del presidente Erdogan e dell’AKP, che stanno trascinando il paese nel caos e nella guerra nel tentativo di continuare con il loro dominio.
Sono il Palazzo del governo della guerra e il MIT – i servizi segreti - che hanno avuto sotto la loro sorveglianza chi ha compiuto le atrocità a Diyarbakir il 5 giugno e a Soruc il 20 luglio, ma hanno scelto di non fare nulla.
Lo scopo di questi massacri e provocazioni è quello di realizzare una politica di paura tra la classe operaia e i popoli del paese e di continuare nel loro dominio. È chiaro che la lotta odierna contro questo massacro, l’assalto al Palazzo/governo di guerra che sta dietro ad esso è diventata anche una lotta per il futuro del paese.
Il terrore e le provocazioni fasciste hanno come obiettivo tutti i popoli e le forze del lavoro!
Il Palazzo (il Presidente Tayyp Erdogan) e il governo di guerra hanno a lungo persistito nella loro politica di intervento in Siria, attraverso l’appoggio a gruppi barbari come l’IS e Al-NUSRA.
Mentre chiudevano il processo dei negoziati sulla questione Curda, mentre compivano una escalation nel conflitto mediante il coprifuoco e le aree di sicurezza speciale, essi trascinavano il Paese indietro, in un clima di guerra. I Curdi che rivendicano una unità basata su eguali diritti, le forze del lavoro e democratiche del paese, i sindacati, i media, gli operai che lottano con lo sciopero per i loro diritti e tutte le forze pubbliche sono state l’obiettivo di questa ondata di attacchi. Inoltre, questi attacchi non sono portati avanti solamente dalle forze del governo; sono anche utilizzate bande che hanno inviato carichi di armi per conto del governo nella battaglia in Siria. Questa politica sta trasformando il paese in un cerchio di fuoco e in un’altra Siria.
Oggi è il momento in cui ogni luogo si sta trasformando in un campo di battaglia contro questa ondata di attacchi!
Il paese è a un crocevia: o ci arrendiamo alla politica del Palazzo/governo di guerra che non si fermerà nel portare il paese alla rovina al fine di continuare il proprio potere; oppure solleviamo la lotta per un futuro democratico nel quale, come lavoratori e popoli di qualsiasi nazione, vivremo insieme in pace e fratellanza.
Pertanto, oggi è il giorno in cui solleviamo la lotta in tutti gli angoli del paese per dire “stop” a quelli che vogliono continuare il loro governo nemico del popolo attraverso il terrore e le provocazioni fasciste. Oggi è il momento in cui i lavoratori e il popolo trasformano ogni fabbrica, ogni posto di lavoro, ogni quartiere in un campo di lotta per la democrazia contro questa ondata di attacchi.
Uniamo le nostre forze per far pagare il conto ai colpevoli del massacro, per fermare il terrore e le provocazioni fasciste; solleviamo la lotta per la democrazia e la pace chiamando allo sciopero generale e alla resistenza generale!

Fermare l'eccidio

Rete Romana di Solidarietà


In questi giorni, in queste ore, assistiamo ancora una volta impotenti e nel silenzio del mondo all’innesco in tutta la Palestina - nella Cisgiordania Occupata come a Gaza assediata – di una spirale di violenza che sta portando all’ennesimo massacro dei Palestinesi. 
Quanto sta accadendo non è casuale. E’ l’inevitabile frutto di 100 anni di espropri e quasi 70 di un’occupazione che ha cacciato dalle loro case centinaia di migliaia di palestinesi, molti dei quali assassinati o imprigionati, della distruzione di abitazioni e luoghi di culto, musulmani e cristiani, della pluridecennale e sistematica pulizia etnica, dei ripetuti eccidi a Gaza, delle scorribande di coloni fanatici che da poco hanno portato allo sterminio di una intera famiglia, i cuoi componenti, tra cui un bambino di pochi mesi, sono stati bruciati vivi, senza che gli autori, benché noti, siano chiamati a rispondere del crimine.

E’ il frutto dell’impudente e erroneo convincimento di Israele di poter impunemente esercitare soprusi e violenza sul Popolo Palestinese, sino a distruggerlo, senza che esso reagisca e di avere il diritto di soffocare con la forza qualsiasi accenno di reazione. Ma l’odio genera odio, la violenza genera violenza e l’ira degli oppressi prima o poi esplode. 
E’ quanto ha scritto di recente Gideon Levy, noto giornalista israeliano: “Israele ha pensato che quasi ogni settimana un bambino o un adolescente potessero essere uccisi dai suoi soldati, tanto i palestinesi non avrebbero reagito. Ha pensato che i dirigenti militari e politici potessero coprire dei crimini senza che nessuno fosse incriminato. Ha pensato che le casepotessero essere demolite, i pastori cacciati e che i palestinesi lo avrebbero umilmente accettato. Ha pensato che dei coloni delinquenti potessero danneggiare, bruciare e agire come se le proprietà dei palestinesi fossero le loro, tanto questi ultimi avrebbero chinato il capo.

Ha pensato che i soldati israeliani potessero fare irruzione nelle case dei palestinesi ogni notte, terrorizzando, umiliando e arrestando delle persone. Che centinaia di persone potessero essere arrestate senza processo. Che lo Shin Bet, i servizi segreti, potessero ricominciare a torturare con dei metodi ereditati da Satana. Ha pensato che le persone che facevano lo sciopero della fame e i prigionieri rilasciati potessero essere nuovamente arrestati, spesso senza motivo. Che ogni due o tre anni Israele potesse distruggere Gaza, tanto questa si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla……… che, tanto, i palestinesi, avrebbero perdonato tutto.
Nessuna reazione in occidente, se non colpevolizzare le vittime, i Palestinesi, dando in questo modo, ad Israele, l’autorizzazione ad andare avanti, perché tanto nessuno lo ferma. 
Continua Levy: “Quando si osservano dei giovani che uccidono dei coloni, lanciano bombe incendiarie verso i soldati o scagliano pietre contro gli israeliani, bisogna ricordare che questo è il contesto. Per ignorarlo, occorrono grandi dosi di ottusità, ignoranza, nazionalismo o arroganza, o di una somma di tutte queste cose”.
La spirale in atto va fermata.

Facciamo appello al Parlamento ed al Governo italiani ed all’Unione Europea perché inseriscano la tragedia palestinese tra le priorità dell’agenda politica e si adoperino perché l’Onu intervenga non con la 88ma risoluzione di condanna di Israele, che rimarrebbe inascoltata ed inefficace come le precedenti 87, ma intervenga interponendosi tra i contendenti e costringa Israele ad un negoziato serio che porti ad un superamento del conflitto e nel rispetto del diritto internazione restituisca al Polo Palestinese Libertà e Dignità.

Ci rivolgiamo ai ed alle parlamentari del Parlamento Italiano e di quello Europeo perché sentano il peso della propria responsabilità e non restino inerti rispetto a quel che sta accadendo in Palestina. 

Difendiamo il diritto di sciopero e di rappresentanza sindacale!

No Austerity


Intervista a Fabiana Stefanoni
sulla campagna di No Austerity

Fabiana, tu sei membro del coordinamento nazionale di No Austerity, un coordinamento di varie realtà sindacali e di lotta che ha promosso recentemente una nuova campagna contro l'accordo della vergogna, per difendere il diritto di sciopero e di rappresentanza sindacale. Che obiettivi vi ponete con questa campagna?
Per prima cosa, invito tutti a leggere sul sito di No Austerity il testo della campagna 
http://www.coordinamentonoausterity.org/noaccordorappresentanza/ . Come recita il titolo dell'appello, si tratta di una campagna che ha lo scopo di costruire un ampio e unitario fronte di lotta per difendere il diritto di sciopero e l'esistenza stessa del sindacalismo conflittuale. E' in atto un attacco feroce del governo, per conto del padronato, finalizzato a cancellare tutte le conquiste sociali e democratiche della classe lavoratrice. L'obiettivo che si pongono le realtà che hanno promosso questo appello è quello di respingere anzitutto l'accordo vergogna sulla rappresentanza, al fine, in ultima istanza, di respingere gli attacchi padronali.
Non tutti sanno che cosa è questo accordo... solo gli attivisti sindacali, probabilmente, ne comprendono le implicazioni.
Paradossalmente, quando si parla, nei luoghi di lavoro, dell'accordo vergogna sulla rappresentanza ("Testo unico sulla rappresentanza") in pochi capiscono a cosa ci si sta riferendo. Eppure, è il più pesante attacco ai diritti sindacali e democratici dai tempi del fascismo. E' un accordo che vincola i sindacati che lo hanno firmato a rinunciare al diritto di sciopero - e di azione sindacale conflittuale in generale - contro accordi che sono stati approvati dal 50% + 1 delle rsu/rsa presenti in azienda o dai sindacati maggioritari di categoria. Non solo: i sindacati che firmano questo accordo devono perfino rinunciare a organizzare scioperi e proteste durante le trattative! Di fatto, i sindacati che firmano rinunciano... a svolgere il ruolo di sindacati. Accettano di diventare meri esecutori dei diktat dei padroni, come già avvenuto con Fim e Uilm nel gruppo Fiat. Anzi, volendo essere precisi, questo modello imposto a tutte le aziende del privato è persino peggiore del modello Marchionne, perché impedisce ai sindacati firmatari qualsiasi azione contro accordi approvati a maggioranza.
Di fatto la cancellazione del sindacalismo conflittuale nel settore privato... Ma che interesse hanno i sindacati a firmare?
Le burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil da subito hanno deciso di sottoscriverlo, insieme con Confindustria, al fine di garantirsi il monopolio della rappresentanza sindacale. L'accordo prevede, infatti, che solo i sindacati firmatari possono eleggere delegati in fabbrica (rsu e rsa) e partecipare alla contrattazione collettiva o aziendale (se raggiungono il 5% della rappresentanza). Non solo: solo i sindacati firmatari dell'accordo e "rappresentativi" hanno diritto alle trattenute in busta paga. E' chiaro quindi quali sono gli interessi materiali delle burocrazie sindacali: per mantenere i loro privilegi economici e garantire i bilanci milionari non hanno esitato a immolare lo strumento dello sciopero e la democrazia sindacale. Il ricatto padronale ha funzionato anche nei luoghi di lavoro. Il padronato, nel recente passato, sulla spinta delle lotte operaie, è stato costretto a concedere una serie di diritti di rappresentanza sindacale (delegati in fabbrica, distacchi, ecc.) che si sono ora tramutati in un'arma di ricatto: se tu attivista sindacale vuoi continuare a fare il delegato come hai sempre fatto nel tuo luogo di lavoro devi accettare di chinare la testa...
Non è la prima campagna che il coordinamento No Austerity promuove contro questo accordo. Un anno fa avete lanciato un appello ai sindacati conflittuali a non firmare l'accordo... oggi rilanciate una nuova campagna. Come mai?
Il motivo è presto detto. Purtroppo, nonostante il successo della precedente campagna - che ha contribuito notevolmente a mettere il bastone tra le ruote a governo e Confindustria - alcuni sindacati conflittuali hanno firmato l'accordo. Prima è stata la volta della Fiom, che, dopo aver tuonato contro l'accordo nel congresso Cgil, ha infine capitolato, presentando candidati alle rsu sulla base dell'accordo. Successivamente, hanno capitolato anche alcuni sindacati autonomi: prima i Cobas Lavoro Privato, lo Snater e l'Orsa, infine anche Usb. Per questo il coordinamento No Austerity, insieme a tante altre sigle sindacali locali e nazionali, ha deciso di rilanciare la campagna, chiedendo anzitutto ai sindacati tradizionalmente conflittuali di ritirare la firma dall'accordo infame. Questi sindacati hanno ceduto al ricatto padronale pensando di garantirsi così uno spazio per le trattative... invece i fatti di questi ultimi giorni dimostrano che i padroni hanno intenzione di chiudere tutti gli spazi! Squinzi ha dichiarato che "sui contratti il capitolo è chiuso" e che i padroni si sono resi conto "dell'impossibilità di portare avanti qualsiasi trattativa con il sindacato". Riassumendo: i padroni, grazie all'arrendevolezza delle direzioni sindacali, tentano di fare l'en plein: prima hanno obbligato i sindacati a rinunciare al diritto di sciopero in cambio della possibilità di partecipare alle trattative per i contratti, poi... hanno dichiarato chiuse per sempre le trattative!
Una sconfitta storica per la classe operaia?
Una sconfitta, indubbiamente. Ma anche un'occasione per rilanciare il conflitto su basi più chiare. La recente campagna contro l'accordo della vergogna sta unificando dal basso la parte migliore del sindacalismo conflittuale in Italia. Sarebbe lungo leggere tutto l'elenco dei firmatari: vi invito a leggerlo sul sito www.coordinamentonoausterity.org .
Spesso non solo le direzioni dei sindacati burocratici ma anche quelle dei sindacati "di base" hanno mancato, per autoreferenzialità o settarismo, nella costruzione di un ampio fronte di lotta unitario, basato su una reale discussione democratica (e su un effettivo coinvolgimento della base). Oggi, con le contraddizioni che si stanno dando in molti sindacati, si può aprire un'importante occasione per costruire un nuovo e ampio fronte di resistenza agli attacchi del governo e dei padroni. Per riprendere la metafora, l'en plein ai padroni non è riuscito... e siamo orgogliosi, come attivisti di No Austerity, di avervi contribuito! 
Quali le prossime scadenze? 
Il coordinamento sta organizzando incontri con le realtà che hanno firmato l'appello per verificare se ci sono le condizioni per costruire una serie di scadenze di lotta nazionali. E' in gioco la difesa dello stesso diritto di sciopero, visto i continui attacchi che stanno subendo i lavoratori, in particolari quelli dei settori dei cosiddetti "servizi essenziali", che sono sottoposti a restrizioni rigidissime. Le recenti misure che hanno colpito i lavoratori dei trasporti di Roma e Milano, i lavoratori dei Beni culturali e, poco più in là nel tempo, i lavoratori della Granarolo, parlano da sole. Ma anche le lotte che abbiamo portato avanti contro la "Buona scuola" di Renzi si sono scontrate con queste restrizioni: nel pubblico impiego in Italia c'è una legge che impedisce lo sciopero prolungato, di fatto è possibile scioperare solo un solo giorno ogni due settimane ed è necessario persino un largo preavviso... una manna per il governo, che riesce così a imporre con facilità tagli miliardari. Ma, nella scuola come nelle fabbriche, siamo pronti a organizzare la resistenza.
Molto dipenderà dalla capacità di mobilitazione della classe che riusciremo a mettere in campo. Auspichiamo che l'autunno possa essere un autunno caldo di lotte... sicuramente noi ci impegneremo in questa direzione!

sabato 10 ottobre 2015

Annibaldo de Ceccano, ma pure de Carpineto e de Arnara. I docenti del Liceo scientifico e linguistico di Ceccano protestano per la decisione del Comune di intitolare la scuola al nobile del 1.200

Docenti del Liceo
Scientifico e Linguistico di Ceccano



Nel pomeriggio di ieri (9 ottobre 2015), presso il Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano, si è riunita una folta rappresentanza di docenti in assemblea straordinaria per discutere sulla deliberazione della Giunta Comunale del 1 settembre scorso, relativa al procedimento di intitolazione dell’istituto fabraterno. Dal dibattito è emerso che l’amministrazione comunale, a dispetto di ogni norma e regola inerente la procedura – che è stata puntualmente rispettata e messa in atto dagli organi competenti della scuola – non si è limitata ad esprimere un parere sul nome proposto dal liceo (Maria Gaetana Agnesi, matematica e poliglotta settecentesca), ma ha proposto di fatto l’intitolazione della scuola alla trecentesca “gloria” locale cardinale Annibaldo de Ceccano, oltrepassando la propria sfera di competenza, e delineando così una sorta di inverosimile anomalia rispetto al corretto iter. I docenti, in modo unanime, hanno espresso forti riserve sull’accaduto, ribadendo in prima istanza l’autonomia della scuola, che non può tollerare di essere “scavalcata” in nome di una totale noncuranza (o ignoranza?) delle più elementari regole democratiche. Aggiungendo poi, in seconda istanza, che le iniziative culturali e didattiche che la scuola riserva da anni al contesto storico di riferimento del personaggio ceccanese, ivi compreso il viaggio di istruzione ad Avignone, hanno una valenza puramente formativa, e non sono mai state volte ad altre finalità collegate alla prospettiva di un’intitolazione o ad altro (ad esempio, il sostegno al programma culturale dell’assessorato alla cultura di turno). Il corpo docente ha concluso l’incontro auspicando una maggiore “indipendenza” da parte di ciascuna delle due istituzioni e un più sentito rispetto reciproco, soprattutto in relazione ad ogni forma di possibile  “strumentalizzazione” di progettualità e realtà appartenenti ad un ambito – non solo “locale”, bensì aperto ad un ampio circondario e ormai al mondo intero grazie alle nuove tecnologie - squisitamente educativo, culturale e didattico. 

Comunicato del Partito del Lavoro di Turchia (EMEP) sulla strage di Ankara

Oggi una Manifestazione per la Pace organizzata ad Ankara dai quattro maggiori sindacati è stata il bersaglio di due attacchi con bombe.  Due bombe sono esplose fra le masse che convergevano nella piazza della manifestazione alle 10 di questa mattina, nei pressi della stazione ferroviaria di Ankara.
Secondo i dati diffusi dal governo il bilancio delle vittime è di 86 morti e 186 feriti.
Nove compagni del nostro Partito, tra cui un membro del Comitato Centrale sono morti, e trenta nostri compagni sono stati feriti.
Nelle elezioni dello scorso 7 giugno il partito al governo AKP ha perso parte dei suoi voti e non ha ottenuto abbastanza deputati per formare un governo di maggioranza.  AKP ha rifiutato di entrare in una coalizione con gli altri partiti, ha impedito i tentativi di formare un governo ed ha fissato un'altra elezione, che si terrà il 1° di novembre.
Inoltre, ponendo fine ai negoziati quinquennali con le forze politiche curde, AKP ha iniziato a terrorizzare le regioni curde con le sue forze militari e di polizia.
A causa della politica del terrore dell'AKP più di 1000 soldati, poliziotti, guerriglieri e civili (tra cui donne, anziani e bambini) sono stati uccisi negli ultimi tre mesi.
Attraverso la sua campagna di terrore nelle regioni curde, AKP sta cercando di portare il blocco HDP (che ha preso il 13% dei voti e 80 deputati nelle ultime elezioni) sotto la soglia del 10% per tornare ad essere il partito di maggioranza di governo in Turchia.
Di recente, le forze che sono contro la politica del terrore di AKP e rivendicano una soluzione pacifica alla questione curda hanno cercato di far sentire la propria voce attraverso attività e manifestazioni.
La manifestazione di oggi è stata organizzata da DISK (Confederazione dei sindacati dei Lavoratori Rivoluzionari), KESK (Confederazione dei sindacati dei Lavoratori pubblici), TMMOB (Camera di Turchia degli architetti e dei sindacati degli ingegneri) e TTB (Camera dei medici di Turchia). Oltre ai membri di questi quattro sindacati, la manifestazione è stata anche caratterizzata dalla partecipazione di HDP e dall'EMEP, così come da un certo numero di partiti, organizzazioni politiche e gruppi.
Condanniamo con forza l'attacco e ribadiamo il fatto che questi attacchi non ci possono fermare.

Partito del Lavoro (EMEP) di Turchia


Quando Italo Calvino scrisse di Italia — Inghilterra ma fuori dallo stadio

Pasquale Coccia

Sport. Lo scrittore quando era redattore dell'Unità a Torino fu incaricato di seguire il primo incontro della nazionale dopo la Liberazione.


E’ pos­si­bile scri­vere un arti­colo su una par­tita di cal­cio che il cro­ni­sta spor­tivo non ha visto? A farlo fu Italo Cal­vino. Il futuro scrit­tore, redat­tore de L’Unità, edi­zione pie­mon­tese, nel 1948 fu inca­ri­cato di seguire l’incontro di cal­cio Italia-Inghilterra, il primo vero match dopo la Lib­razione. Nel 1941, appena diciot­tenne, Italo Cal­vino pub­blicò un breve rac­conto,Il treno degli illusi, narra di una gio­vane ragazza bionda che per lavoro ogni giorno prende il treno con altri pendolari e si diverte a son­dare i viag­gia­tori dello scom­par­ti­mento su una futura pro­fes­sione cui aspi­re­reb­bero. Il pro­ta­go­ni­sta del rac­conto fini­sce per diven­tare un ragazzo di 18 anni, l’alter ego di Cal­vino, il quale con­fida alla bionda signo­rina che vor­rebbe diven­tare un cam­pione di cicli­smo o affer­marsi nella let­te­ra­tura. Cal­vino si cimentò in più occa­sioni nella cronaca spor­tiva, quando lavo­rava al gior­nale fon­dato da Anto­nio Gram­sci, dalle colonne de L’Unità pole­mizzò for­te­mente con il Vati­cano sul ten­ta­tivo di appro­priarsi delle imprese cicli­sti­che di Bar­tali, che non vi sia una netta sepa­ra­zione tra reli­gione e sport, vista la lunga tra­di­zione degli ora­tori, pos­siamo anche capirla, scri­veva Cal­vino, ma rimar­chiamo quella tra cicli­smo e Vati­cano. Il vento della guerra fredda e della con­trap­po­si­zione tra cat­to­lici e com­nisti sof­fiava forte anche tra i raggi delle bici dei cam­pioni. Per tor­nare a quella dome­nica pomriggio di marzo del ’48, Italo Cal­vino per quanto inviato dalla reda­zione a seguire Italia-Inghilterra, non varcò i can­celli dello sta­dio Comu­nale di Torino. Fu attratto da tutto quanto succe­deva intorno allo sta­dio, il bru­li­care dei tifosi, le ban­ca­relle, i baga­rini attivi fin da allora, una delle poche cose che resi­ste al cal­cio glo­ba­liz­zato: “Io la par­tita l’ho vista di fuori. Certo anch’io avrei potuto com­prare un biglietto all’ultimo momento, quando gli sfor­tu­nati baga­rini face­vano di tutto per dar via all’ultimo momento le loro rima­nenze, ma ho pre­fe­rito gustarmi l’atmosfera di festa per le strade, assa­po­rare que­sta dome­nica di festa tanto diversa dalle altre”. Una festa inso­lita per Torino, assor­bita dall’allegria dei tifosi, per l’occasione para­go­nati ai signori ben vestiti che escono dalla messa della dome­nica dalla chiesa di San Carlo. I tifosi pro­ve­nienti da tutta l’Italia, già dal sabato sera riversi tra i tavo­lini dei bar fino a notte fonda, quando gli stril­loni annun­cia­vano i titoli dei quo­ti­diani che man mano usci­vano, secondo Calvino ren­de­vano Torino una metro­poli, anche se per un giorno, pone­vano la città pie­mon­tese fuori dalla sua atmo­sfera set­te­cen­te­sca, quell’allegria allen­tava il gri­giore dei grandi viali e dei sel­ciati. Lo scrit­tore entra nel vivo della par­tita, quella che vede fuori dallo sta­dio: “Su tutte le vie cor­reva la voce di Caro­sio, anche quelli che face­vano gli indif­fe­renti fini­vano per fer­marsi ai croc­chi ad ogni bar. “E’ in rete! E’ entrata! Ha segnato!”. Mac­chè quell’arbitro, lo male­di­cemmo anche noi di fuori strin­gendo i pugni. Certo la sera fu tri­ste vedere par­tire le auto, i pullman, e sen­tire tutti quei com­menti, quelle recri­mi­na­zioni. Dopo un’ora dalla fine della partita, sapevo già tanto che ero anch’io in mezzo agli altri: “Ma Mazzola…ma Eliani”.
Nella pagina in cui Cal­vino pub­blicò il suo arti­colo inti­to­lato Una par­tita che non ho visto, lo storico Paolo Spriano faceva una disa­mina dei can­noni pun­tati con­tro gli ope­rai tra il 1898 e il 1948 da Bava Bec­ca­ris a Scelba. Quella par­tita finì 1 a 0 a favore degli inglesi, un altro cronista spor­tivo dell’Unità, che a dif­fe­renza di Cal­vino andò allo sta­dio, scrisse che durante la tele­cro­naca Nic­colò Caro­sio falsò non poco la cro­naca della par­tita. A spie­gare il per­ché della nostra scon­fitta un arti­colo in taglio basso dal titolo ine­qui­vo­ca­bile Abbasso il divi­smo, che attri­bui­sce i motivi della nostra débâ­cle alla man­canza di serietà dei cal­cia­tori ita­liani, accu­sati di lasciarsi andare alla bella vita not­turna in com­pa­gnia di ragazze, men­tre per lo stile di vita degli inglesi è tutto un elo­gio: “Serietà, serietà ci pareva di veder scritto sulle maglie dei calciatori inglesi, sulle giac­che dei loro tec­nici e dei loro diri­genti… la serietà è l’unico grande segreto della supe­rio­rità inglese, è il segreto di tutti i suc­cessi da quello dell’Inghilterra a quello della Dynamo ( la squa­dra di Mosca, ndr) a quello degli scia­tori nor­dici, a quello di Binda e Bar­tali. I gio­ca­tori inglesi alle sei del mat­tino se ne vanno al campo di alle­na­mento vi tor­nano il pome­rig­gio. Alla sera quando i nostri si fanno notare nelle sale da ballo e nei taba­rini per le sgar­gianti giac­che spor­tive, per i cal­zet­toni mul­ti­co­lori e per le don­nette ele­ganti che hanno in com­pa­gnia, se ne vanno a letto, non bevono e fumano poco”. Nes­suno si salva degli azzurri, qual­che parola di elo­gio per Valen­tino Maz­zola, l’unico in grado di col­pire di testa dall’alto in basso, secondo il cro­ni­sta dell’Unità, un’abilità che tutti i cal­cia­tori inglesi erano in grado di ese­guire insieme a quella di cal­ciare la palla in corsa senza guar­darla “come un buon dattilografo che scrive senza chi­nare la testa”. Non sap­piamo cosa scri­ve­rebbe oggi Italo Calvino sugli azzurri e se oggi pome­rig­gio, in occa­sione dell’incontro Italia-Azerbaigian val­vole per gli Euro­pei 2016, var­che­rebbe i can­celli dell’Olimpia sta­dio di Baku o si fer­me­rebbe incu­rio­sito a osser­vare i tifosi per le strade.

Fonte: Alias del 10 ottobre 2015
Una bella pagina che mostra chi scriveva e cosa era l'Unità prima che lo tsunami riformista la riducesse a megafono dell'ultraliberista cialtrone Matteo Renzi. Agli eredi della Bolognina,  all'ignoranza di Matteo Renzi e la sue truppe cammellata imputiamo anche questo scempio.
Luciano Granieri

venerdì 9 ottobre 2015

Le dimissioni di Marino erano un atto dovuto da tempo

Ross@ Roma

Non ci stupiscono né ci rattristano le dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma. Ross@, praticamente da sola, le aveva chieste già dal dicembre 2014 quando esplose la prima parte dell’indagine su Mafia Capitale. Successivamente altre forze sociali, politiche e sindacali sono arrivate alla stessa conclusione.
Ma perché Marino doveva dimettersi già da dicembre? Non certo perché coinvolto nel verminaio di Mafia Capitale. I fatti dimostrano che gran parte del patto politico-criminale e trasversale esisteva da prima della sua elezione a sindaco. Il problema è che quel patto aveva prodotto gran parte dell’apparato politico e dirigenziale che Marino aveva lasciato al suo posto.
Marino è stato prima il prodotto e poi la vittima dello scontro per bande all’interno del Pd romano, un partito di potere con componenti “pericolose”, come ha documentato l‘inchiesta sui circoli Pd realizzata da Barca. Ma l’essere vittima di questa guerra nel Pd non lo assolve dalle sue responsabilità politiche come sindaco.
A parte la comprovata e ripetuta inadeguatezza ed estraneità alle dinamiche reali della città che doveva governare (una prova di più è stata la nomina del “sabaudo” Esposito ad assessore di un settore strategico come i trasporti), ogni volta che Marino ha preso parola sui problemi sociali o su quelli dei lavoratori l’ha fatta fuori dal vaso: dai fatti di Tor Sapienza ai dipendenti comunali, dagli autisti dell’Atac alle maestre delle materne e degli asili nido, dai vigili urbani ai dipendenti delColosseo. Un sindaco espressione non tanto dei poteri forti ma coincidente in pieno – per mentalità e visione delle cose – con i poteri forti e gli interessi privati che vogliono spolpare ulteriormente la città di Roma, il suo territorio, i suoi abitanti, i suoi visitatori, i suoi servizi pubblici.
Le dimissioni di Marino sono dunque un atto tardivo e dovuto. Adesso occorre mettere in campo una seria alternativa di governo sulla città di Roma che non faccia della legalità solo una trappola, che dia priorità alle esigenze popolari, che rigetti i diktat del Patto di Stabilità, che tenga alla larga non solo i mafiosi e i fascisti del “Mondo di mezzo” ma anche gli appetiti del Mondo di Sopra, i quali già stanno facendo convergere i loro interessi su Marchini, l’uomo dei costruttori e delle banche.