Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 26 maggio 2012

Coppa del Re: censurati i fischi, tappeto rosso per i fascisti

Marco Santopadre. fonte http://www.contropiano.org

Ieri sera sono andate in onda due partite: la versione manipolata trasmessa dalla tv spagnola della finale tra Barça e Bilbao, e quella che decine di migliaia di baschi e catalani hanno potuto vedere con i propri occhi dalle gradinate del Vicente Calderòn.
Alle dieci in punto lo stadio ha letteralmente subissato di fischi le prime note dell’inno nazionale spagnolo. I tifosi del Barça e dell’Athletic Bilbao si sono dovuti impegnare, perché molti dei fischietti che si erano portati sono stati sequestrati ai tornelli dello stadio. E anche perché i previdenti organizzatori dell’evento hanno sparato la Marcia Reale ad un volume incredibile, per tentare di contrastare il boato critico della folla. Ma non c’è stato niente da fare, perché anche questa volta i fischi sono stati assai più rumorosi dell’amplificazione del Vincente Calderòn.
Poi tutto è andato avanti tranquillo, mentre i tifosi delle due squadre avversarie sedevano l’uno accanto all’altro ammantati delle loro bandiere e cantando le proprie canzoni. Finché l’arbitro non ha fischiato la fine del match e i giocatori del Barcellona hanno omaggiato i propri avversari portando in trionfo non solo la loro bandiera, quella gialla e rossa della Catalogna, ma anche l’Ikurrina basca. Per la cronaca, l’incontro è finito con uno schiacciante 3 a 0 della squadra di Guardiola su quella di Bielsa. Un risultato annunciato. Ma in realtà la vera sfida non era quella durata per i 90 minuti dello scontro in campo, bensì quella ingaggiata dagli spalti durante i 27 secondi in cui l’attenzione dei media, degli analisti, dei politologi era tutta concentrata sulla reazione dello stadio all’inno nazionale. E il risultato è stato chiaro: popoli in lotta 1, Regno di Spagna 0.
Ma la televisione spagnola ha deciso di censurare quello che accadeva in campo, inquadrando più volte il Principe Felipe di Borbone in tribuna d’onore. E appena le prime note dell’inno nazionale sono cominciate a risuonare la regia ha abbassato al minimo i fischi e i rumori provenienti dalle gradinate ed ha alzato al massimo la Marcia Reale. Un trucchetto vile, e annunciato. Ma che ha avuto il suo effetto, tanto che oggi molte delle cronache della partita di ieri sera che i lettori spagnoli possono leggere sui loro quotidiani parlano di ‘pochi fischi’ e di ‘flop della contestazione’.
Una censura e una manipolazione che non sono andate giù a baschi e catalani. Che ieri hanno anche dovuto subire l’affronto di una marcia fascista autorizzata dalle autorità spagnole in pieno centro cittadino, a Madrid. Centinaia di estremisti di destra hanno sfilato con saluti romani, bandiere franchiste e striscioni che reclamavano la liberazione dal carcere del nazista Josué Estébanez. Il militare dell’esercito spagnolo che l’11 novembre del 2007 accoltellò a morte, all’interno di un vagone della metropolitana di Madrid, il sedicenne Carlos Palomino, reo di essere uno skin head antifascista e di essere in viaggio per raggiungere una manifestazione convocata contro un’organizzazione dell’estrema destra. In molti avevano chiesto che la marcia convocata dalla Falange e da altri gruppuscoli nazionalisti spagnoli fosse proibita o almeno posticipata a lunedì, ma alla fine chi di dovere ha deciso di stendere un tappeto rosso ai fascisti con le bandiere spagnole adornate con l’aquila imperiale che hanno cominciato a sfilare dopo le 18 da Piazza Alonso Martínez. Protetti da un numero quasi pari di poliziotti, i 'coraggiosi' fascisti hanno scaricato la loro rabbia con insulti e minacce nei confronti dei tifosi del Barça e dell'Athletic, protetti dai cordoni di Polizia. Gli slogan quelli truci di sempre: “Euskal presoal (Prigionieri baschi), camera a gas”, “Non ci ingannate, le province basche sono Spagna”. In testa al mortifero corteo uno striscione che recitava: «Contro il separatismo, una bandiera». E poi un'altra, poco dietro che tuonava: "L'unità della Spagna non si vota e non si negozia"...

venerdì 25 maggio 2012

Continuiamo a camminare insieme

Laura Scappaticci ( membro dimissionario del circolo Carlo Giuliani di Frosinone ma inscritta tutt'ora al Prc)


Tu discuti, analizzi nell'intellettuale collettivo, decidi una linea e poi una si sveglia la mattina e decide di cambiare la linea. Il circolo lo viene a sapere dai giornali. Quel circolo con maggioranza piena esce dalla maggioranza, chi sta in maggioranza a nome del PRC, dice "chi se ne frega" e resta nel partito tranquillo. (avesse fatto politiche comuniste, almeno...). Poi, secondo me lo scandalo è locale, per cui nel prc -altrove- ci resto ma lì come combatti se dieci dicono una cosa, una ne dice un' altra senza passare negli ambiti corretti, nemmeno informa, si preoccupa di avere un minimo di protezione e COMANDA la linea decisa a casa di una? Che strumenti politici hai? discussioni? aggregazioni? novecento tessere da qui a due anni? tanto decidono in uno- massimo tre.
(non solo è contrario al centralismo democratico, ma in rifondazione non è previsto manco quello e manco quello burocratico... ma evidentemente i "minimi-vertici" perchè parliamo del vertice minimo mica di chissà che potere, comandano sulle decisioni di un circolo...militonti li chiamava qualcuno...col ca** rispondeva qualcun altro.)
Carlo Magno: "dio me l'ha data e nessuno me la tocca" e se contraddite io manco un cpf faccio QUI COMANDO IO. 

E questa è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perchè ci sarebbe da scriverci un libro (qualche pezzo è stato anche di molto comico.) su sgambetti e porcate varie che ci si è beccati solo perchè non si era d'accordo e si vinceva con i numeri. Ma alla fine uno per il bene del partito abbozza e fa battaglia leale "nei modi e nelle sedi opportune e secondo regolamento" dopo un anno ti rendi conto che perdi più tempo a star dietro a loro che a costruire, tanto la battaglia la spostano sul "decido io punto" zzo fai?
Ti commissariano di fatto senza nemmeno avere il coraggio di farlo come prevede il regolamento (non si poteva, non c'erano appigli...) Mi commissari perchè faccio la politica che puntualmente mi ripete Ferrero e nei modi giusti e nei luoghi deputati? perchè non concepisco una coalizione con ANTIABORTISTI FINIANI E UDC? Beh, difficile. Allora visto che uno non ha ragione, se la piglia. Perchè dovevano sprecare tempo con una riunione?

Frosinone ha il comitato no debito, nato in questo lasso di tempo per iniziativa soprattutto del circolo... (come il prc nazionale sta nel no debito nazionale, il locale costruisce il locale... per cui niente di fantascentifico) non dico il supporto del provinciale, che pure è fatica, ma guarda caso nemmeno la presenza dei "minivertici".QUI PRODEST? E perchè? A chi dava fastidio un comitato anti Monti?  boh.

C'è un limite al pelo sullo stomaco. Per fortuna, esistono altre realtà dove puoi fare politica e dove la parola "compagni" e "comunismo" ha un senso. Ma soprattutto che non ti tolgono i metodi democratici per farla la battaglia politica. Qui non c'era più nemmeno l'agibilità politica. Realtà che siano altri circoli prc se sei apolide come me e che quindi puoi spostare il fare politica altrove restando comunque sul punto lì, o che siano altri luoghi per i compagni (e amici e fratelli ) che sono usciti.

Questo era un ottimo gruppo, posso anche dire un ottimo circolo, visto che gli altri non si sono più visti da quando è passata (a maggioranza) la linea del circolo che dava fastidio a qualcuno, resta un ottimo collettivo di compagni che lavorerà insieme, a prescindere dalle collocazioni (movimento, partito o senza tessere) uniti come sempre, battibeccando sulle virgole, ma con l'orizzonte chiaro e sapendo di avere davanti persone di onestà specchiata. Di questo io sono sicura, certe strade si continua a farle comunque insieme come si fa con tutti voi, sempre.




La pillola rossa e la pillola blu

Convegno a Frosinone, salone di rappresentanza
dell'amm.ne prov.le - 26 maggio 2012 ore 9

La natura dell’euro:
la pillola rossa o la pillola blu

Il sito ecodellarete.net ha organizzato un convegno dedicato ai temi dell’Euro e dell’Unione europea, che si svolgerà a Frosinone, sabato 26 maggio, nel Palazzo della Provincia, Piazza Gramsci 1. Il convegno inizierà alle ore 9. Dopo la sospensione per il pranzo, riprenderà alle ore 15.
Il titolo –  "La natura dell'euro: la pillola rossa o la pillola blu" – strizza l'occhio al film Matrix, citando una delle scene più famose, quella nella quale Morpheus, il capo della resistenza, offre a Neo la possibilità di scegliere tra due opzioni: conoscere la verità, con tutto il carico di dolore e sofferenza che ciò comporta, oppure continuare a "vivere dentro Matrix".
Saranno relatori Alberto BagnaiStefano D’AndreaSergio Di Cori ModiglianiGioele MagaldiMoreno Pasquinelli, Piero Valerio.  

Presenterà il convegno Fiorenzo Fraioli di Eco della rete. ModereràMassimo De Santi.

La situazione nell'eurozona sta virando verso il peggio. E' ormai chiaro a tutti che il progetto deve essere ripensato in profondità, sia sul piano economico che su quello politico. Sul piano economico (trattato di Maastricht) l'aver rinunciato ai meccanismi di aggiustamento macro-economico assicurati dal cambio flessibile tra le monete nazionali, imponendo come vincolo esterno l'adesione a una moneta unica, non ha prodotto la mitica convergenza dell'inflazione promessa dagli economisti liberisti-monetaristi. La situazione è aggravata dal fatto che la BCE, nell'architettura europea, è un'entità indipendente dal potere politico, cioè dal voto dei cittadini. Sul piano politico il trattato di Lisbona ha preso il posto della promessa costituzione europea, ripetutamente respinta in numerosi referendum. L'escamotage di rinunciare alla stesura di una Costituzione, ripiegando su un semplice trattato, ha consentito la sua approvazione attraverso votazioni solo nei parlamenti nazionali. Il trattato di Lisbona sottrae sovranità agli Stati europei, per devolverla a istituzioni talmente poco democratiche che qualcuno ha potuto affermare che, se un paese con una costituzione come quella delineata in quel trattato chiedesse di entrare, la sua richiesta dovrebbe essere respinta.


28 maggio 1962 un momento da ricordare

Angelino Loffredi


Il piazzale antistante il saponificio alle ore 19,45 del 28 maggio 1962 è stato sgomberato. La parte 

inferiore della città è sovrastata da una nuvola di fumo, tanti sono i colpiti, gran parte medicati nell’ambulatorio di Nazzarena e Francesco Panfili. Le forze dell’ordine dovrebbero registrare che non esistono pericoli di un “ assalto “ al saponificio, pertanto, dovrebbero rientrare nei ranghi, invece senza alcun motivo incominciano a sparare.
A 50 anni di distanza può apparire incredibile quello che stiamo scrivendo ma è andata proprio cosi e faremo del tutto per ricostruire gli avvenimenti mettendo in evidenza i momenti drammatici e più significativi.
Pur colpiti selvaggiamente, i tantissimi cittadini non si disperdono ma rimangono raggruppati in tre aree: in Piazza Berardi; in località Borgata e via San Francesco.
Se ingiustificate sono state le cariche che si sono ripetute su tanti inermi cittadini, ancora di più  si dimostra criminale l’ordine di sparare. Si spara in tutte le direzioni. Non siamo in grado di documentare l’ora esatta e l’ ordine cronologico dei ferimenti  ma solo quelle dei luoghi.


Ennio Serra, velocissimo atleta della Società Atletica Ceccano, di ritorno dall’allenamento dal campo sportivo, ricorda le foglie dei platani cadere colpite dai proiettili, il fastidio proveniente dal lancio dei candelotti lacrimogeni e la necessità di ripararsi nei locali del Cral in Via S. Francesco. In particolar modo ha presente, ancora vivo nella memoria, il drammatico  momento in cui, con altri, soccorre Luigi Mastrogiacomo colpito sotto un platano, lontanissimo dai cancelli, per trasportarlo all’ambulatorio del dottor Panfili  e poi  di averlo caricato ormai senza dare segni di vita, sulla seicento del dottore per trasportarlo nell’ Ospedale di Ceccano che allora si trovava nella parte alta del paese.
Il quotidiano “ Paese sera “ qualche giorno dopo, il 30 maggio, ricordava l’operaio ucciso con questi termini:
“era stato militare durante la guerra in Grecia ma si vantava di non aver ammazzato nessuno. Pendolare, edile a Roma mentre la moglie restava tutto il giorno curva sulla terra a sradicare la gramigna dai solchi. Quando ritornava da Roma, se ancora era giorno, andava direttamente a zappare accanto alla moglie. Stavano risparmiando il centesimo per fare la casa e l’ultimo mattone lo avevano murato due anni prima: una casetta ad un piano con quattro stanzette pulite, con grandi finestre spalancate sulla campagna nella zona Pescara. Avevano raggiunto il sogno di due sposi. Da un anno lavorava da Annunziata, ritenendo questa una condizione migliore di quella precedente per il maggior tempo che aveva a disposizione. Quel giorno, o meglio quella sera, come tutte le altre, dopo il lavoro nei campi era sceso fra i suoi compagni, aveva i vestiti da contadino. Per tutta la giornata infatti era stato con le viti e con la macchina del verderame. Quando l’ammazzarono aveva indosso una camicia a scacchi colorata e un paio di calzoni neri “.
Luigi Mastrogiacomo, 44 anni, lascia la moglie Francesca Savone e due figlie: Fabrizia e Felicia  Con molta probabilità nella sparatoria è il primo ad essere colpito.
Questo era Luigi      
Vincenzo Cipriani, 24 anni, operaio della BPD di Bosco Faito, ritorna dalla fabbrica, arriva in pullman e scende alla fermata della Stazione Ferroviaria. Si incammina verso la Borgata perché in quella zona dovrebbe incontrare la fidanzata ma trova invece le forze dell’ordine che gli sparano addosso spappolandogli il fegato. Nella stessa incursione le forze dell’ordine mitragliano l’ambulatorio del dott  Filippo Apruzzese situato sul ponte della ferrovia colpendo la serranda semichiusa e feriscono all’inguine il diciottenne Vincenzo Bovieri, apprendista elettrauto, che casualmente si trovava in quel luogo. Il dottore alzando una fodera bianca va dal Colonnello Mambor, situato sul piazzale avanti i cancelli del saponificio informandolo che deve passare con un ferito per portarlo in Ospedale.
Per capire meglio la drammaticità degli avvenimenti riportiamo quanto rilasciato dal dottore “ Mentre mi allontanavo sentivo Mambor gridare ai suoi “ Basta, pazzi, basta. Fatela finita, non sparate più” Ma neanche lo sentivano. Ora sparavano in alto ma appena ebbi superato la barricata che gli operai avevano alzato ripresero a sparare a mezza aria “.

 Vengono feriti con arma da fuoco tre dipendenti del saponificio che si trovavano al di la del ponte sul Sacco in prossimità della Farmacia, allora di proprietà Ferrara: Angelo Cicciarelli, 35 anni, colpito da una pallottola al petto, Vincenzo Malizia, 42 anni, colpito alla spalla sinistra e Remo Mizzoni, 42 anni, ferito alla caviglia sinistra. Tutti e tre vengono ricoverati presso l’Ospedale di Ceccano.
Le pallottole arrivano addirittura a colpire l’officina di Riccardo Vasetti, lontanissima dal teatro di guerra.

 E’ curioso e incredibile riportare il racconto riguardante il ferimento di Francesco Celenza, 44 anni. Costui è un coltivatore diretto, animatore della Bonomiana. Ritorna con il suo automezzo carico di fieno verso casa, situata  in via Farneta. Entra nell’area della sparatoria, imprecando contro gli operai e inneggiando a Gerardo Gaibisso e alla DC, la supera e quando sta arrivando a casa si accorge di avere del sangue sulla camicia. Solo allora ricorda di aver sentito un pizzico sul petto ma di aver sottovalutato il fatto. Da cultore dell’ordine costituito, da timorato dello Stato, non va in Ospedale perché passando avanti il saponificio, teme di essere arrestato, insomma ha paura di apparire un agitatore e di essere ritenuto un colpevole. La mattina seguente febbricitante, senza forze, convinto dalla moglie, alle nove si ricovera  nell’Ospedale di Ceccano.

Il sarto Attilio Del Brocco, ventenne, è colpito da un colpo sparato a poca distanza in un vicolo di Borgo Berardi, costeggiante l’edificio della scuola elementare. Ferito alla gamba destra e soccorso da Umberto Moscato, viene caricato sulla giardinetta di quest’ultimo e trasportato all’Ospedale di Frosinone. Si ritrova per tutta la nottata nella corsia con poliziotti e carabinieri, leggermente contusi  per qualche sassata ricevuta.  Nella giornata successiva parenti e amici che vanno  a visitarlo dispensano tante contumelie e insulti ai militi ricoverati tanto da temere l’insorgere di una rissa, pertanto Del Brocco venne spostato in un’altra camera.
Con molta probabilità Del Brocco potrebbe essere stato l’ultimo ad essere ferito perché è ipotizzabile che la strada verso l’ospedale di Ceccano fosse ostruita sia da una barricata sul ponte della ferrovia e poi dalla barricata, ben più robusta, eretta alla fine del ponte sul Sacco, a fianco del cantiere Evangelisti.
Carabinieri e poliziotti hanno compiuto, armi alla mano, tante incursioni lontani dalla fabbrica. A supportarlo è la  superiora del  Manicomio, Suor Olga Visconti, che qualche giorno dopo mostra alla stampa un foro a fianco di un Crocifisso affisso all’interno della struttura.

Ci siamo limitati a riportare i dati più salienti e non ci siamo dilungati su altri  aspetti: feriti, manganellati, i trascinati a forza dentro il saponificio, selvaggiamente picchiati e poi abbandonati sull’asfalto fuori dai cancelli della fabbrica.
A rappresentare l’opera di distruzione rimane la parete anteriore della scuola Berardi interamente crivellata di colpi.

L’avvocato Sancte De Sanctis, membro della Giunta Provinciale Amministrativa, residente nella parte superiore della città, assiste dalla sua abitazione alla sparatoria. Telefona al Prefetto, il quale sentendo la descrizione degli avvenimenti e non riuscendo ad  entrare in contatto con il Questore che in quel momento si trova nel saponificio, sollecita l’avvocato a mettersi in contatto con quest’ultimo per fermare la sparatoria.. L’avvocato insieme con l’assessore comunale Peppino Masi con un pezzo di stoffa bianca alzata attraversano tutto il ponte, arrivano ai cancelli del saponificio e riportano l’ordine del Prefetto.
Non siamo in grado di documentare i termini dell’incontro. Ciò che possiamo riportare è che De Sanctis e Masi dopo l’incontro con il Questore si dirigono prima verso il gruppo che si trova su via San Francesco e poi verso il gruppo della Borgata ove c’è una presenza di giovani che ancora scaraventa sassi verso le forze dell’ordine. Sono i due che convincono a desistere  rimandando  a casa alcuni ed accompagnando  altri passando davanti ai cancelli della fabbrica riuscendo a  fermare cosi ogni contrasto.
Un ora dopo da Roma arriva l’Ispettore del Ministero, Di Lorenzo. Raccoglie notizie solo dal Questore poi e se ne ritorna a Roma.
 All’una del ventinove maggio, Annunziata e la sua famiglia vengono convinti a lasciare Ceccano. Alle ore 3 dal saponificio vengono allontanati i crumiri e portati in un residence di  Fiuggi.
Chi è che ha dato l’ordine di sparare e quali furono le necessità di arrivare ad un atto cosi estremo ?. E’ impossibile dare una risposta esauriente. A tale proposito ci limitiamo a riportare quello che scrisse Luigi Tonelli su “ L’Unità “ del 30 maggio:
“ Ci tornano in mente le parole del Tenente Colonnello Mambor colui che ha dato l’ordine di aprire il fuoco “ Ci hanno aggredito- aveva detto con un cinismo gelido che spaventava- e abbiamo sparato. Non ho potuto evitarlo: quando ho gridato di cessare il fuoco, nessuno ha rispettato il mio ordine “ Mambor è il comandante del battaglione dell’VIII Mobile che dal 16 maggio stazionava nel saponificio.
Il Ministro Taviani in parlamento dirà, in modo pappagallesco e macchiettistico, che furono gli operai ad assalire le forze dell’ordine e queste costrette a difendersi, sparando.
Presso l’Archivio di Stato di Frosinone non esistono ne la relazione del Questore che documenta i fatti ne il verbale del Magistrato che chiude l’istruttoria di tale assassinio.
Nella mattinata del 29 la salma di Mastrogiacomo si trova nella camera mortuaria dell’ospedale di Ceccano. I familiari per vegliarlo dovranno aspettare pazientemente fuori, sotto un sole cocente l’arrivo a tarda mattinata del Magistrato. Solo dopo la salma verrà messa a disposizione della famiglia e portata nella sua abitazione.
Ma non è finita. I poteri forti, lo Stato, attraverso il Prefetto  cerca di piegare il Sindaco Bovieri provando a  coinvolgerlo a tenere una cerimonia funebre privata ad evitare cioè che il funerale abbia una caratteristica pubblica. Il motivo è il solito, quello pretestuoso: l’ordine pubblico, il popolo potrebbe avere una reazione inconsulta. Bovieri resiste, non cede, telefonicamente, anzi chiede al Prefetto che nessun poliziotto, nessun carabiniere sia nelle strade di Ceccano. Saranno gli operai con le loro divise di lavoro, con un bracciale nero al braccio ad assicurare il servizio d’ordine. Parole dette cosi come si dice, a brutto muso.
Terminata la conversazione telefonica, Bovieri, al tramonto, dal comune scende al saponificio, e indossata avanti ai  cancelli indossa, entra, consegna ai guardiani l’ordinanza di requisizione del complesso industriale.
Un atto di giustizia, lo Stato finalmente dopo mesi di servilismo si riscatta, attraverso la propria cellula fondamentale e il coraggio di un sindaco dimostra di non essere vile e remissivo verso i forti.
Alle ore 10 del 30 maggio un lungo, sterminato corteo accompagna la salma di Mastrogiacomo dalla casa, situata nella zona Pescara, accompagna alla chiesa di San Giovanni e poi al cimitero. Finita la cerimonia religiosa, in Piazza 25 luglio parlano l’Avv. De Sanctis, a nome dell’amministrazione comunale e il sindacalista Macario, segretario regionale della CISL. Quest’ultimo, fra le altre cose, chiederà che la polizia non deve essere armata durante i conflitti di lavoro.
Nelle stesse ore con modalità e tempi diversi in tutta Italia le organizzazioni del lavoro unite indicono uno sciopero generale.
Ma Annunziata non cede, La fabbrica è ferma ma lui non fa marcia indietro. Il 2 giugno Amintore Fanfani, Presidente del Consiglio dei Ministri, trovandosi a Frosinone per inaugurare un tronco dell’autostrada del sole incontra una delegazione di ceccanesi. Con toni molto sicuri e decisi afferma che seguirà personalmente la situazione e la vertenza  verrà chiusa al più presto.
Il 5 giugno  la dolorosa e lunga vicenda finalmente si chiude , l’accordo viene sottoscritto. Gli operai otterranno 45 lire al giorno in più. Questa volta l’arrogante padrone delle ferriere non ha trovato sulla sua strada la protezione necessaria.
Senza avere documenti alla mano ma leggendo i giornali dell’epoca, possiamo ipotizzare che tale sbocco è legato al clima politico esistente. L’uccisione di Mastrogiacomo diventa un caso nazionale e la sua morte viene sempre accompagnata alla richiesta di disarmo della polizia nei conflitti di lavoro. Fanfani e Nenni impegnati a formare un governo di centro sinistra non possono mantenere  un clima cosi acceso attorno ad una vicenda su cui anche nelle organizzazioni cattoliche si chiede una positiva e rapida chiusura.
 Si, si chiude. Annunziata non più protetto cede ma  è pronto a riprendere il bastone di comando. In giorni di dolore e di soddisfazione  nessuno è in grado di prevedere gli sviluppi futuri. Le lotte sociali, tutte e in qualsiasi parte del mondo dimostrano  che  le conquiste e  i successi ottenuti non sono mai definitivi.
Forse  presto avremo tempo  per ricordarlo.   

Operai Ferrari in sciopero contro il nuovo contratto Fiat

Fabiana Stefanoni


Da gennaio, cioè da quando il nuovo contratto Fiat (il cosiddetto “modello Pomigliano”) è stato applicato a tutte le fabbriche del gruppo, gli operai della Ferrari di Maranello – che fa parte del gruppo - stanno rispondendo con lo sciopero prolungato dello straordinario comandato. Il nuovo contratto Fiat prevede, infatti, 120 ore di straordinario che l’azienda sta imponendo senza sconti ai dipendenti, obbligandoli a lavorare di sabato (o alla mattina presto, con un’ora di anticipo rispetto all’inizio del turno), in cambio di pochi euro di aumento in busta paga.
 
Il fallimento di Fabbrica Italia
Il fallimento di Fabbrica Italia – il piano industriale del Lingotto - è un dato di fatto. Quando è stato lanciato nel 2010 il presidente del gruppo, John Elkann, e l’amministratore delegato Sergio Marchionne lo hanno definito nientemeno che “il più straordinario piano industriale che il Paese abbia mai avuto” e “una grande opportunità per posti di lavoro in Italia”. Queste le parole. I fatti sono diversi: chiusura di Termini Imerese, della Fiat Cnh di Imola, della Irisbus di Avellino, dell’Alfa di Arese, di Chivasso e di altri stabilimenti del gruppo Fiat o dell’indotto.
Non solo. Più del 50% degli operai del gruppo Fiat è stabilmente in cassa integrazione. Da ultimo, il Lingotto ha annunciato che anche i 5400 dipendenti di Mirafiori tra giugno e luglio andranno per la prima volta in cassa. Tutto questo mentre le assunzioni nella “nuova” Fiat di Pomigliano procedono col contagocce (con una selezione del personale, concordata tra azienda e sindacati filopadronali, che esclude gli attivisti sindacali ritenuti scomodi). E’ evidente che la strada intrapresa dal Lingotto è quella della definitiva chiusura in Italia per trasferire la produzione all’estero (Serbia, Polonia, Brasile, Usa): questo dopo aver ricevuto enormi finanziamenti dallo Stato!
 
M&M (Monti e Marchionne)
Con la “riforma” del lavoro di Monti e Fornero e lo smantellamento dell’articolo 18 gli operai in cassa integrazione si trasformeranno molto presto in licenziati “per motivi economici”. Mentre scriviamo, ci arriva la notizia che proprio in Ferrari un operaio licenziato, Fausto Buttitta, è stato reintegrato dal giudice: è uno scenario che, se la “riforma” passerà, potrebbe non ripetersi mai più. Ciò che è scandaloso è che, di fronte alla prospettiva dello smantellamento di un diritto elementare, la Camusso e la burocrazia del più grande sindacato italiano, la Cgil, abbiano rinunciato allo sciopero generale sostituendolo con una ridicola e innocua passeggiata il 2 giugno.
Si sta per aprire una stagione di licenziamenti di massa (come se non bastassero quelli già in corso) e Camusso, Bonanni e Angeletti propongono una parata... in occasione della festa della Repubblica! Gli scioperi territoriali di Fiom e Cgil dimostrano che i lavoratori sono disposti a scioperare e a scendere in piazza: ma la burocrazia, esattamente come Monti, teme lo sciopero generale perché ha paura che gli sfugga di mano. Le immagini delle masse oceaniche dello sciopero generale in Spagna del 29 marzo hanno fatto il giro del mondo. Bonanni, Angeletti e Camusso sanno che una forza d’urto di tal fatta non sarebbe funzionale al loro progetto: restare seduti al tavolo della concertazione per cercare di strappare qualche briciola al governo al fine di conservare i privilegi delle loro burocrazie. Quella degli scioperi territoriali separati per categoria e delle innocue parate è una strada fallimentare, che trascina verso la sconfitta tutta la classe lavoratrice: oggi i capitalisti si tengono strette persino le briciole e l’unica cosa che sono disposti a concedere sono tagli dei salari, licenziamenti, peggioramento delle condizioni di lavoro.
 
Il nuovo contratto Fiat anche in Ferrari
L’unico obiettivo raggiunto da Fabbrica Italia è stato quello di peggiorare le regole contrattuali, aumentare lo sfruttamento e diminuire i diritti individuali e sindacali. Il nuovo contratto Fiat, che è in vigore da gennaio in tutti gli stabilimenti del gruppo, prevede una riduzione dei diritti e un aumento del carico di lavoro: dall’aumento delle ore di straordinario obbligatorio e dalla mancata retribuzione della malattia fino all’esclusione dalla rappresentanza in fabbrica di tutti i sindacati non firmatari. Il contratto è stato applicato in Ferrari (che fa parte del gruppo Fiat), nonostante qui sia stato bocciato persino nel referendum-farsa promosso dai sindacati complici dalle stesse rsu di Fim e Uilm. Cioè è avvenuto perché la Ferrari è stata, tra le fabbriche del gruppo, quella che ha dato vita, lo scorso autunno, all’opposizione più dura al nuovo contratto. Sono state decise in assemblea e proclamate dalla rsu interna 40 ore di sciopero, che hanno messo in grossa difficoltà l’azienda e i sindacati complici.
Oggi, mentre negli altri stabilimenti Fiat dilaga la cassa integrazione, l’azienda sta obbligando gli operai a svolgere, quasi tutte le settimane, ore di straordinario comandato: un lavoro straordinario pesante per questi operai che svolgono un lavoro massacrante su turni (il primo turno inizia alle 5 del mattino) ma allo stesso tempo leggero nelle buste paga. Gli operai Ferrari, infatti, producono auto di lusso costosissime ma percepiscono poco più di mille euro al mese.
E’ per non arrendersi al nuovo contratto Fiat che gli operai, dall’entrata in vigore dello stesso, hanno dato vita ad un’azione di sciopero ad oltranza dello straordinario comandato: per rispondere all’azienda che spreme le vite degli operai (mentre mette in cassa integrazione migliaia di lavoratori in altre fabbriche) la Confenderazione Unitaria di Base (Cub) sta proclamando a Maranello lo sciopero di tutte le ore di straordinario. E’ uno sciopero dall’importante valore simbolico, che rimanda alla necessità dell’unità di lotta tra gli operai di tutti gli stabilimenti Fiat e che speriamo possa estendersi a tutti gli stabilimenti del gruppo dove viene applicato lo straordinario obbligatorio.
Solo la lotta paga!
 

Ribelli

Luciano Granieri

 Il messaggero nell’articolo di ieri ci definisce ribelli. E’ una definizione corretta   se si considera la nostra azione di ribellione  alle ferree logiche  elettoralistiche che hanno vanificato ogni nostro sforzo di promuovere una proposta politica e programmatica, basata sul rispetto della dignità della persona umana, sia sul nostro territorio, nella recente campagna elettorale, che a livello nazionale. Avremmo preferito rivolgere il nostro conflitto verso i signori della finanza e della rendita fondiaria che nella nostra città trovano sempre rappresentanti politici disposti a servirli. E’ successo nelle ultime tre consiliature targate centro sinistra, accadrà ancora di più in questa nuova amministrazione di centro destra guidata da Nicola Ottaviani. Proprio gli steccati imposti dal nostro ex partito ci hanno impedito, così come avremmo voluto e così come sarebbe stato necessario, di produrre un’azione incisiva e rivoluzionaria contro il liberismo imperante padrone unico anche nella nostra città. E’ doloroso ribellarsi a chi in linea teorica dovrebbe pensarla  come te, è doloroso rivoltarsi contro coloro i quali dovrebbero essere la base di appoggio su cui costruire la propria alternativa politica. Ma è necessario se proprio i tuoi compagni costituiscono il primo e più difficile ostacolo al conflitto. Dunque siamo ribelli su tutti i fronti, sul fronte interno contro la forma partitocratrica propria anche di Rifondazione che lega le mani e toglie l’aria, ma soprattutto sul fronte esterno della lotta sociale contro la svolta ancora più autoritaria che le elezione a sindaco di Nicola Ottavini hanno imposto a Frosinone. In campagna elettorale abbiamo vissuto di stenti e di patimenti, stenti e patimenti imposti anche dall’esiguo supporto fornito dal nostro partito, stenti e patimenti che siamo disposti a sopportare anche in misura maggiore nel prosieguo della nostra attività politica che si dispiegherà più forte e aspra di prima  convinti di trovare nel nostro percorso nuovi compagni disposti a dividere con noi GLI  STESSI STENTI E  PATIMENTI.

giovedì 24 maggio 2012

Premio Roberto Cocco edizione 2011-2012

Claudio Martino


Per domani, venerdì 25 maggio 2012, con inizio alle ore 11, presso la Villa Comunale di Frosinone, è prevista la premiazione del concorso “Premio Roberto Cocco per la sicurezza e l’educazione stradale” (edizione 2011-2012).
Nella stessa mattinata, prima della premiazione (a partire dalle 9.30 circa), con la presenza dell’ispettore superiore della Polizia locale di Frosinone Pietro Giannitti come giudice di gara, si scontreranno, tra di loro, per il primo ed il secondo premio della sezione “Quiz” del Premio Cocco, le due classi che, all’interno del secondo circolo didattico di Frosinone e della scuola media “Frosinone tre” si sono meglio classificate.