Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 25 luglio 2016

OPINIONI COSTITUZIONALI: Una domanda alle sindache e ai sindaci della Romagna. E non solo. A nome di chi parlate?

Maria Paola Patuelli
Portavoce Comitati per il NO della provincia di Ravenna

Ho letto con stupore la lettera (vedi QUI ndr) promossa da Daniele Manca, sindaco di Imola, presidente dell’ANCI dell’Emilia Romagna, la nostra Regione.
Titolo della lettera: “I sindaci in prima linea per un’Italia più moderna”. Se non ho letto male, ci sono tutti i sindaci capoluogo, tranne Parma e - se non sbagliamo – tutte/i i sindaci della Romagna.
Chi ha consuetudine con la dimensione storica del mondo – le/i sindaci, nessuno escluso, dovrebbero averla -  sa che l’espressione “moderno” accompagna il presente che, come spesso accade, non è di per sé espressione di “progressivo” o “migliorativo”.
Per moltissime/i italiani, cittadine/i comuni, costituzionalisti, politologi, opinionisti, la cosiddetta “riforma” costituzionale sulla quale ci esprimeremo in autunno, non è affatto progressiva. Anzi, è pericolosa.
Nodo sul quale la discussione è in corso.
Quindi, vi chiedo.
Care/i sindaci, a nome di chi parlate? Dite che vi collocate in prima linea. A parte il linguaggio, che evoca “battaglie”, vorrei capire il vostro pensiero.
Parlate a titolo personale? In tal caso, questo presentarvi quasi come “categoria” - i sindaci dell’Emilia Romagna – è perlomeno improprio.
Parlate in quanto rappresentanti delle cittadine e dei cittadini dei vostri territori? Ma nei vostri territori, come in tutti, esiste una ampia pluralità di opinioni, come anche le recenti elezioni amministrative hanno dimostrato. Per non parlare di chi ha abbandonato le urne. Abbandono che dovrebbe essere in cima alle vostre preoccupazioni.
Oppure, vi sentite rappresentanti, nei vostri territori, del governo, che ha impropriamente “scritto” questa “riforma”, facendo del Parlamento poco più che una cassa di risonanza?
Se è così, va ancora meno bene. Soprattutto non va bene che vi rivolgiate a noi – forse avete pensato che non siete, ancora, di nomina governativa – dicendo che così rinsalderete  il rapporto con noi, quando, finalmente - dite - sarete alleggeriti dalla burocrazia che l’attuale Costituzione vi impone.
Con questa “riforma” l’Italia sarà più bella, più forte, più moderna? E’ un’altra – stupefacente per me – vostra asserzione. E’ la Costituzione che ha reso l’Italia meno bella, o il non rispetto dell’art.9, a proposito di paesaggio, ambiente, beni storici e  artistici, spesso imbruttiti  o trascurati dalle “vostre” scelte amministrative?
Più forte? A cosa vi riferite? All’economia? Quali sarebbero i nessi fra mondializzazione, finanza “criminale”, clientele, corruzione, evasione fiscale - per tenere connessi mondo e Italia - e Costituzione?
Se non per il NON AVERLA APPLICATA O RISPETTATA?
Più moderna? L’Italia che abbiamo è in realtà moderna, di una modernità che non ci piace. Ma non è chiaro quale sarebbe la modernità che vi piace.
Diteci - ancora - quali sono  i lacci burocratici che, anche nella nostra Regione, hanno creato disaffezione al voto o sostegno a liste molto lontane da quelle che a suo tempo vi hanno consentito di diventare nostri rappresentanti. Lo sapete che la “riforma” vi toglie - ai sindaci, alle Regioni - ruolo e poteri?
Questa - dite - è una riforma ARCHITRAVE. Qui vi capisco di più.
Infatti, se questa “riforma” sarà confermata dal referendum, avremo sicuramente l’ARCHITRAVE di una Repubblica dove i principi di uguaglianza, rappresentanza, decentramento, equilibrio fra poteri - che alle madri e padri Costituenti di settanta anni fa sembravano fondamenta irrinunciabili - risulteranno deboli e tali da sorreggere con fatica l’architrave. E la Repubblica sarà un edificio democratico fragile.
Di questi probabili effetti negativi i nostri Comitati, che da mesi stanno lavorando per informare una opinione pubblica che - mi pare - non molto capirà dalla vostra lettera, hanno forte convinzione.
Ma guardiamo con rispetto anche alla opinione che con la lettera avete espresso, e la prendiamo sul serio.
Vi proponiamo quindi – ci rivolgiamo alle sindache e ai sindaci della Romagna - di partecipare ad incontri pubblici con noi, per potere confrontare e approfondire le nostre diverse ragioni.
Aspettiamo di ricevere la vostra disponibilità - la nostra disponibilità c’è - al seguente indirizzo info@salviamolacostituzione.ra.it


domenica 24 luglio 2016

Terrore e ipocrisia

Robert Fisk 

Le ore spaventose e sanguinose di venerdì sera e sabato mattina a Monaco e a Kabul – nonostante le 3.000 miglia che separano le due città – hanno offerto una lezione istruttiva sulla semantica dell’orrore e dell’ipocrisia. Io dispero di quel vecchio termine d’odio, “terrore”. Ormai da molto tempo è il segno d’interpunzione e la sigla musicale di ogni superficiale politico, poliziotto, giornalista e guru superficiale boccalone del mondo.
Terrore, terrore, terrore, terrore. Oppure, terrorista, terrorista, terrorista, terrorista.
Ma di tanto in tanto inciampiamo in questo cliché sugli assassini, proprio come abbiamo fatto questa fine settimana. Ecco com’è andata. Quando abbiamo sentito inizialmente che tre uomini armati si erano dati a “un’orgia assassina” a Monaco, i poliziotti tedeschi e i ragazzi e le ragazze di BBC, CNN e Fox New hanno innestato la marcia del “terrore”. La polizia di Monaco, siamo stati informati, temeva che si trattasse di un “atto terroristico”. La polizia locale, ci ha raccontato la BBC, era impegnata in una “caccia all’uomo antiterrorismo”.
E sapevamo che cosa significava: i tre uomini erano ritenuti mussulmani e pertanto “terroristi” e dunque sospettati di essere membri dell’ISIS (o almeno ispirati da esso).
Poi è emerso che i tre uomini erano in realtà un uomo solo: un uomo ossessionato dalle stragi. Era nato in Germania (anche se in parte di origini iraniane). Tutto a un tratto su ogni canale mediatico britannico e sulla CNN la “caccia all’uomo antiterrorismo” è divenuta una caccia a uno “sparatore” solitario.
Un giornale britannico ha usato il termine “sparatore” quattordici volte in pochi paragrafi. In qualche modo “sparatore” non suona così pericoloso come “terrorista”, anche se l’effetto delle sue azioni è stato indubbiamente lo stesso. “Sparatore” è un termine in codice. Significava: questo particolare assassino di massa non è un mussulmano.
Ora a Kabul, dove l’ISIS – il reale orrendo ISIS mussulmano sunnita leggendariamente spaventoso – ha mandato attentatori suicidi contro migliaia di mussulmani sciiti che stavano protestando sabato mattina contro quello che risulta essere stato un atto di discriminazione sostanzialmente di routine.
Il governo afgano aveva rifiutato di far passare una nuova linea elettrica attraverso il distretto della minoranza hazara (sciita) del paese – un collegamento con un cavo minore non aveva soddisfatto la folla – e aveva ammonito gli sciiti di cancellare la loro protesta. Le folle, in gran parte composte da uomini e donne della classe media della capitale, hanno ignorato questo avvertimento minaccioso e si sono presentate nelle vicinanze del palazzo presidenziale per montare tende su cui avevano scritto in Dari “giustizia e luce” e “morte alla discriminazione”.
Ma invece la morte è arrivata su di loro, sotto forma di due uomini dell’ISIS – uno dei quali apparentemente spingeva un carretto di gelati – i cui esplosivi hanno fatto letteralmente a pezzi 80 dei mussulmani sciiti e ferito altri 260.
In una città in cui elementi del governo afgano sono a volte definiti ‘governo talebano’ e in cui una versione afgana dello Stato Islamico mussulmano sunnita è popolarmente ritenuta insediata come un bacillo in quelle stesse fazioni, non c’è voluto molto perché gli attivisti che avevano organizzato la dimostrazione cominciassero a sospettare che dietro il massacro c’erano le stesse autorità. Naturalmente noi in occidente non abbiamo sentito questa versione degli eventi. Le notizie da Kabul erano invece concentrate su chi negava o rivendicava l’atrocità. Gli orridi talebani islamisti la negavano. L’orrido ISIS islamista ha detto di averla compiuta. E così tutte le notizie si sono concentrate sulla rivendicazione della responsabilità da parte dell’ISIS.
Ma, un momento. Nemmeno un singolo articolo, nessuna trasmissione, ha fatto riferimento al macello di Kabul come a un atto di “terrore”. Il governo afgano sì. Ma noi no. Noi abbiamo parlato di “attentatori suicidi” e di “aggressori” in larga parte allo stesso modo in cui abbiamo parlato dello “sparatore” di Monaco.
Ora, questo è molto strano. Com’è che un mussulmano può essere un terrorista in Europa ma un semplice “aggressore” nell’Asia sud-occidentale? Perché a Kabul gli assassini non attaccavano occidentali? O perché attaccavano i loro correligionari mussulmani, anche se della varietà sciita?
Sospetto che siano giuste entrambe le risposte. Non riesco a trovare altro motivo per questo strano gioco semantico. Poiché proprio come l’identità terroristica è svanita a Monaco nel momento in cui Ali Sonboly è risultato aver più interesse all’omicida di massa norvegese Anders Breivik che al califfo Abu Bakr al-Baghdadi di Mosul, così gli effettivi assassini dell’ISIS a Kabul hanno evitato lo stigma di essere definiti terroristi in qualsiasi senso o forma.
Questa terminologia priva di senso sarà ulteriormente distorta – statene certi – mentre un numero sempre maggiore di vittime europee degli attacchi in nazioni della UE risulta essere costituito dagli stessi mussulmani. Il gran numero di mussulmani uccisi dall’ISIS a Nizza è stato notato, ma scarsamente evidenziato. I quattro giovani turchi abbattuti da Ali Sonboly sono entrati nel racconto come quasi una parte di routine di quella è oggi è, ahimè, la routine delle uccisioni di massa in Europa così come in Medio Oriente e in Aghanistan.
L’identità dei mussulmani in Europa è perciò mascherata se sono vittime ma di vitale importanza se sono assassini. Ma a Kabul, dove sia le vittime sia gli assassini sono stati mussulmani, la reciproca crisi di identità religiosa non è di alcun interesse per l’occidente; il bagno di sangue è descritto in termini anemici. I due aggressori hanno “attaccato” e gli “attaccati” sono rimasti con 80 morti; più il risultato di una partita di calcio che una guerra terroristica.
Alla fine tutto si riduce alla stessa cosa. Se mussulmani attaccano noi, sono terroristi. Se non mussulmani ci attaccano, sono sparatori. Se mussulmani attaccano altri mussulmani, sono aggressori.
Ritagliate questo paragrafo e tenetevelo vicino la prossima volta che si scateneranno assassini, e sarete in grado di stabilire chi sono i cattivi prima che ve lo dicano i poliziotti.
Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

sabato 23 luglio 2016

Le nuove armi del terrorismo jihadista

Ignacio Ramonet

Dopo Nizza. Questa nuova forma di terrore totale si manifesta come castigo o rappresaglia contro un «comportamento generale», senza altri dettagli, dei paesi occidentali

Aveva preparato tutto nei dettagli. Chiuso il conto in banca. Venduto l’automobile. Evitato qualunque contatto con l’organizzazione. Niente riunioni sospette. Niente preghiere. Si era procurato l’arma fatale senza che nessuno potesse sospettare l’uso che intendeva farne. L’aveva messa in un luogo sicuro. Aveva aspettato e aspettato.
Giunta la data stabilita, ha fatto una prova. È passato e ripassato lungo il futuro itinerario di sangue. Ha studiato gli ostacoli. Ha immaginato il modo di superarli. Arrivato il momento, ha messo in moto il camion della morte.

L’inaudita bestialità dell’attentato di Nizza del 14 luglio si aggiunge ad altri recenti massacri jihadisti, in particolare a Orlando (49morti) e Istanbul (43 morti), e obbliga a interrogarsi ancora una volta su questa forma di violenza politica chiamata terrorismo. In questo caso, per la verità, si dovrebbe parlare di «iper-terrorismo», per indicare il fatto che non è come prima. È stata valicata una soglia impensabile, inconcepibile. L’aggressione è di una dimensione tale da non assomigliare a niente di già noto. Al punto che non si sa come chiamarla. Attentato? Attacco? Atto di guerra? È come se i confini della violenza fossero stati cancellati. E non si potrà tornare indietro. Tutti sanno che questi crimini inaugurali si riprodurranno.
Certo in altri luoghi, e in circostante diverse, ma si ripeteranno. La storia dei conflitti insegna che, quando fa la sua comparsa una nuova arma, questa sarà usata, per quanto mostruosi siano i suoi effetti. Qualcun altro, di nuovo, da qualche parte, lancerà a folle velocità un camion di 19 tonnellate contro una massa di persone innocenti.
Soprattutto perché questo muovo terrorismo ha, fra i propri obiettivi, quello di colpire le menti, di sconvolgere le coscienze. È un terrorismo brutale e globale. Globale nell’organizzazione, ma anche nel percorso e negli obiettivi. Non rivendica nulla di preciso. Né l’indipendenza di un territorio, né concrete concessioni politiche, né l’instaurazione di un tipo particolare di regime. Questa nuova forma di terrore totale si manifesta come una sorta di castigo o rappresaglia contro un «comportamento generale», senza altri dettagli, dei paesi occidentali.
Anche il termine «terrorismo» è impreciso. Per due secoli è stato utilizzato per indicare, distintamente, le persone che facevano ricorso, con o senza ragione, alla violenza per cercare di cambiare l’ordine politico. L’esperienza storica mostra che, in certi casi, questa violenza è stata necessaria. «Sic semper tirannis», gridò Bruto mentre pugnalava Giulio Cesare che aveva abbattuto la Repubblica. «Ogni azione è legittima nella lotta contro i tiranni», affermò nel 1792 il rivoluzionario francese Gracchus Babeuf.

Su questo irriducibile fenomeno politico, che provoca al tempo stesso spavento e collera, incomprensione e repulsione, emozione e attrazione, sono stati scritti migliaia di testi. E anche almeno due opere magistrali: il romanzo I demoni (1872) di Fëdor Dostoevskij e l’opera teatrale I giusti (1949) di Albert Camus.
Tuttavia, adesso che l’islamismo jihadista sta globalizzando il terrore a livelli mai visti prima, il progetto di «uccidere per un’idea o una causa» appare sempre più aberrante. E si impone quel rifiuto definitivo espresso magistralmente da Juan Goytisolo con la frase: «Uccidere un innocente non è difendere una causa, è uccidere un innocente».
Naturalmente, sappiamo che molti di quelli che, a un certo punto della loro vita, difesero il terrorismo come «legittima arma degli oppressi», sono poi diventati rispettati uomini e donne di Stato. Per esempio i dirigenti nati dalla Resistenza francese (De Gaulle, Chaban-Delmas), che le autorità tedesche di occupazione definivano «terroristi»; Menachem Begin, ex capo dell’Irgun, diventato primo ministro di Israele; Abdelaziz Bouteflika, già responsabile del Fln algerino, in seguito presidente dell’Algeria; Nelson Mandela, capo dell’African National Congress (Anc), presidente del Sudafrica e premio Nobel per la pace; Dilma Rousseff, presidente del Brasile; Salvador Sánchez Cerén, attuale presidente del Salvador ecc.

Come principio di azione e metodo di lotta, il terrorismo è stato rivendicato, a seconda delle circostanze, da quasi tutte le famiglie politiche, Il primo teorico che propose, nel 1848, una «dottrina del terrorismo» non fu un islamista alienato ma il repubblicano tedesco Karl Heinzen con il saggio Der Mord (L’omicidio), nel quale sosteneva che tutte le azioni sono buone, compreso l’attentato suicida, per affrettare l’avvento della democrazia. Antimonarchico radicale, Heinzen scrisse: «Se devi far saltare la metà di un continente e provocare un bagno di sangue per distruggere il partito dei barbari, non farti scrupoli. Chi non sacrifica gioiosamente la propria vita per provare la soddisfazione di sterminare un milione di barbari non è un vero repubblicano».
L’attuale «offensiva jihadista» e la propaganda antiterrorista che la accompagna possono far credere che il terrorismo sia un’esclusiva islamista: con tutta evidenza, è sbagliato. Fino a tempi recenti, altri terroristi erano in azione in molte aree del mondo non musulmano: l’Ira e gli unionisti nell’Irlanda del Nord; l’Eta in Spagna; le Farc e i paramilitari in Colombia; le Tigri tamil nello Sri Lanka; il Fronte Moro nelle Filippine ecc.
Quello che è certo, è che l’allucinante brutalità dell’attuale terrorismo islamista (tanto quello di Al Qaeda quanto quello di Daesh, il sedicente Stato islamico) sembra aver indotto quasi tutte le altre organizzazioni armate del mondo – a eccezione del Pkk kurdo – a firmare in fretta accordi di cessate il fuoco e deposizione delle armi. Come se, davanti all’intensità della commozione popolare, non volessero vedersi in alcun modo accostate alle atrocità jihadiste.
Ricordiamo poi che, fino a pochissimo tempo fa, una potenza democratica come gli Stati uniti non riteneva per forza immorale l’appoggio a certi gruppi terroristi. Attraverso la Central Intelligence Agency (Cia), Washington preparava attentati in luoghi pubblici, sequestri di oppositori, dirottamento di aerei, sabotaggi, omicidi.
Contro Cuba, Washington lo ha fatto per oltre 50 anni. Ricordiamo ad esempio la testimonianza di Philip Agee, ex agente della Cia: «Nel marzo 1960 ero in addestramento in una base segreta della Virginia, quando Eisenhower approvò il progetto che avrebbe dovuto portare all’invasione di Cuba da Playa Girón. Stavamo imparando i trucchi del mestiere di spia, comprese le intercettazioni telefoniche, i microfoni nascosti, le arti marziali, l’uso di armi ed esplosivi, i sabotaggi. In quello stesso mese la Cia, cercando di privare Cuba degli armamenti in previsione nell’imminente invasione da parte dei cubani in esilio, fece saltare in aria la nave francese «La Coubre», mentre stava scaricando nel porto dell’Avana un carico di armi dal Belgio.
Nell’esplosione morirono oltre cento persone. Nell’aprile dell’anno successivo, un’altra operazione di sabotaggio a opera della Cia con bombe incendiarie distrusse i magazzini El Encanto, i più grandi della capitale, facendo decine di vittime. Nel 1976, la Cia pianificò, con l’aiuto dell’agente Luis Posada Carriles, un altro attentato contro un aereo della Cubana de Aviación: morirono le 73 persone che erano a bordo. Dal 1959, il terrorismo degli Stati uniti contro Cuba è costato 3.500 vite e ha reso invalide altre 2.000 persone. Chi non conosce questa storia può percorrerla nella classica cronologia di Jane Franklin, The Cuban Revolution and the United States».
In Nicaragua, negli anni 1980, Washington agì con analoga brutalità contro i sandinisti. E in Afghanistan contro i sovietici. Là, con l’appoggio di due Stati molto poco democratici, Arabia saudita e Pakistan, gli Stati uniti promossero, nel decennio 1980, la creazione di brigate islamiste reclutate nel mondo arabo-musulmano e formate da quelli che i media dominanti chiamavano all’epoca freedom fighters, combattenti per la libertà. In quel contesto, come sappiamo, la Cia incontrò e formò un certo Osama bin Laden, che avrebbe poi fondato Al Qaeda.
Gli errori disastrosi e i crimini perpetrati dalle potenze che invasero l’Iraq nel 2003 sono le cause principali del terrorismo jihadista attuale. Aggiungiamo le conseguenze degli assurdi interventi in Libia (2011) e in Siria (2014).
Alcune capitali occidentali continuano a pensare che una massiccia potenza militare sia sufficiente a sconfiggere il terrorismo. Ma nella storia militare abbondano gli esempi di grandi potenze incapaci di battere avversari più deboli. Basti ricordare le disfatte statunitensi in Vietnam nel 1975, o in Somalia nel 1994. In effetti, in un conflitto asimmetrico, chi può di più non necessariamente vince: «Per circa 30 anni, il potere britannico si è rivelato incapace di avere la meglio su un esercito piccolo come quello dell’Ira», ricorda lo storico Eric Hobsbawn; «Certo quest’ultimo non vinse, ma nemmeno fu sconfitto».

Come la maggioranza delle forze armate, quelle delle grandi potenze occidentali sono state concepite per lottare contro altri Stati e non per affrontare un «nemico invisibile e imprevedibile». Ma nel secolo XXI, le guerre fra Stati stanno diventando anacronistiche. La travolgente vittoria degli Stati uniti in Iraq agli inizi del 2000 non è un buon riferimento. Anzi, l’esempio può rivelarsi ingannevole. «La nostra offensiva fu vittoriosa», spiega l’ex generale statunitense dei marines Anthony Zinni, «perché avemmo la fortuna di incontrare l’unico cattivone al mondo abbastanza stupido da accettare di confrontarsi con gli Stati uniti in una guerra asimmetrica».
I conflitti di nuovo genere, nei quali il forte si scontra con il debole o con il folle, sono più facili da iniziare che da concludere. E il massiccio ricorso a mezzi militari pesanti non necessariamente consente di raggiungere gli obiettivi che si perseguono.
La guerra contro il terrorismo autorizza anche, in materia di governance e politica interna, l’impiego di ogni mezzo autoritario e di ogni eccesso, compresa una versione moderna dell’«autoritarismo democratico», il cui bersaglio non sarebbero solo le organizzazioni terroristiche in quanto tali, ma tutti quelli che si oppongono alle politiche globalizzatrici e neoliberiste.

Per questo, oggi, c’è da temere che la «caccia ai terroristi» provochi – come si può osservare in Turchia dopo lo strano golpe di Stato fallito dello scorso 16 luglio -, derive pericolose, attentati ai diritti umani e alle libertà fondamentali. La storia ci insegna che con il pretesto della lotta al terrorismo molti governi, compresi quelli democratici, non esitano a restringere il perimetro della democrazia. Stiamo attenti a quello che accadrà.
Potremmo essere entrati in un nuovo periodo della storia contemporanea, nel quale tornerebbero a essere possibili soluzioni autoritarie ai problemi politici.

fonte "il manifesto" del 23 luglio 2016

venerdì 22 luglio 2016

Referendum Costituzionale lettera ai Prefetti

Comitato per il NO - Brescia

Dettagli


PRESIDIO - PREFETTURA DI BRESCIA
in concomitanza con l'incontro richiesto al Prefetto

SABATO 23 LUGLIO 2016
DALLE 10.30 ALLE 13.00

per sollecitare il Governo a fissare prontamente la data del Referendum costituzionale.


DI SEGUITO IL TESTO DELLA LETTERA PRESENTATA AL PREFETTO:

Al Prefetto di Brescia

In qualità di rappresentanti del Comitato per il NO al referendum costituzionale della Provincia di Brescia, cui hanno aderito 39 tra associazioni e partiti, abbiamo chiesto questo incontro per sollecitare, tramite il Suo Ufficio, il Consiglio dei Ministri affinché, una volta emessa l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, prontamente fissi la data da proporre al Presidente della Repubblica per l’emanazione del decreto di indizione del referendum sulle modifiche della Costituzione recentemente approvate dal Parlamento così che gli elettori chiamati alle urne possano conoscere la data definitiva del voto.

Da giorni assistiamo infatti da parte del Governo a un balletto di date che paiono strumentalmente legate a contingenze politiche e elettorali: dapprima alla pronuncia della Corte costituzionale sulla legge elettorale, il cosiddetto Italicum, strettamente collegata, nel dispiegare i suoi effetti sulle istituzioni, alla riforma costituzionale, poi al calo di consensi al SÌ rilevato dai sondaggi e infine alla necessità di depotenziare i risultati delle elezioni amministrative allungando i tempi.

Il nostro Comitato, in questi due ultimi mesi, ha attivamente partecipato alla raccolta di firme per chiedere il referendum oppositivo alla riforma costituzionale, ha incontrato migliaia di cittadini che, come prevede la Costituzione, vedono nel referendum uno strumento di espressione della sovranità popolare e l’ultima risorsa di chi non ha potuto avere direttamente voce in Parlamento.

Per questo Le chiediamo di farsi interprete presso il Governo della necessità di definire in tempi rapidi la data della consultazione referendaria.

Brescia, 23 luglio 2016

Comitato per il NO - Brescia


Se qualche comitato volesse seguire il nostro esempio, invito ad organizzare l'iniziativa il prossimo 30 luglio: anche se siamo in piena canicola, secondo noi, dobbiamo battere forte la nostra grancassa!

Buona battaglia a tutt*,
Daniele

Il Forum Acqua consegna 230.000 firme alla Presidente Laura Boldrini


Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

Centinaia di migliaia di adesioni alla petizione popolare per l'acqua bene comune e contro i decreti Madia


Questa mattina una delegazione del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua ha incontrato la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, per consegnarle le circa 230.000 firme raccolte a sostegno della petizione popolare "Per legiferare in materia di diritto all'acqua e di gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico integrato".
Un petizione popolare che si pone l'obiettivo di denunciare come una serie di provvedimenti normativi stiano determinando il rilancio dei processi di privatizzazione della gestione dei servizi pubblici locali, compreso il servizio idrico integrato, di fatto cancellando l'esito dei referendum del 2011.
Pertanto, tramite la petizione popolare, 230.000 cittadine e cittadini chiedono: il ritiro dei decreti Madia su servizi pubblici e società partecipate, allo studio del Parlamento; l'approvazione della legge per la gestione pubblica del servizio idrico nella sua formulazione originaria così come depositata dall'intergruppo parlamentare nel marzo del 2014; l'inserimento del diritto all'acqua nella Costituzione.
L'incontro è stato anche l'occasione per approfondire le disposizioni contenute nel decreto attuativo sui servizi pubblici locali della cosiddetta legge Madia, con particolare riguardo al fatto che la nuova disciplina, operando una drastica riduzione delle ipotesi di affidamenti diretti e divieto di gestione pubblica, risulta contraddistinta dalla medesima ratio di quella abrogata con il referendum del 2011, al di là di quanto prescritto dalla normativa comunitaria, e conseguentemente si pone in esplicita contraddizione dell'esito referendario e con il principio stabilito dalla legge delega in cui si sanciva che tale esito dovesse essere rispettato. Inoltre il decreto prevede, quale criterio per la determinazione delle tariffe dei servizi, “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, così reintroducendo, addirittura con identica formulazione testuale, la clausola di legge che era stata abrogata con il secondo quesito. Anche in questo caso risulta palese la contraddizione dell’esito della consultazione popolare.
Nel corso dell'incontro è stato quindi posto l'accento sul vulnus democratico di tali processi.
La Presidente della Camera ha sottolineato l'alto valore democratico dell'esperienza referendaria, oltre a quella appena conclusa attraverso la raccolta firme, e la necessità che la partecipazione dei cittadini all’attività legislativa trovi forme adeguate di attenzione e di risposta da parte parlamentare.
La Presidente si è anche impegnata a trasmettere la petizione popolare alla Commissione Affari costituzionali della Camera presso la quale è all'esame suddetto decreto e su cui dovrà rendere il parere al Governo.
Da parte dei rappresentanti del movimento per l'acqua è stata evidenziata come la grande adesione a questa petizione dimostri ancora una volta la consapevolezza e sensibilità della cittadinanza rispetto al tema dell'acqua bene comune e della necessità di una sua gestione pubblica. E' stato anche ribadito che proseguirà la campagna di informazione diffusa sui territori volta denunciare il tentativo di cancellazione della volontà popolare .
Roma, 22 Luglio 2016.

PROMUOVERE I BENI COMUNI, FERMARE IL DECRETO MADIA

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA


Proposta per una assemblea nazionale l'11 settembre a Roma

In seguito all’inequivocabile sconfitta subita alle recenti elezioni amministrative, il governo Renzi sta pensando di utilizzare tutto il tempo tecnico a sua disposizione, posticipando a fine novembre l’approvazione definitiva del Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto legislativo attuativo dell’art. 19 della L. 124/2015 (Legge Madia).
Evidentemente in difficoltà, e con la prospettiva - completamente aperta - di un referendum costituzionale in cui ha deciso di mettere in gioco il proprio futuro politico, il governo Renzi cerca di dissimulare le carte, rallentando la marcia e suggerendo aperture.

Ma la direzione è comunque tracciata: il Testo unico è, e rimane, un vero e proprio manifesto liberista, la cui finalità è quella di promuovere “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”.
Si tratta di un provvedimento che, cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua e i beni comuni, vuole portare fino in fondo la sciagurata scelta compiuta ventidue anni fa, con la legge Galli, di risolvere i problemi del servizio idrico non con il risanamento e la riqualificazione delle gestioni pubbliche, ma imboccando la via opposta, ossia consegnando il servizio idrico a grandi holding finanziarie, secondo il credo neoliberista, e agli interessi di un ceto politico che aspira a farsi potentato economico.

Oltre vent'anni dopo i risultati di quella scelta sono gravemente passivi per i cittadini. I pesanti aumenti tariffari solo in piccola parte sono stati utilizzati per costruire depuratori e rinnovare la rete. La massima parte sono andati a risanare i conti delle multiutilities e a distribuire dividendi agli azionisti, quasi tutti istituti finanziari. 
Il referendum del 2011 chiedeva, anzi imponeva, di voltar pagina. Ma la volontà popolare, che indicava la via di un rinnovamento della politica attraverso la partecipazione dei cittadini (e dei cittadini-lavoratori delle aziende) è stata ignorata. L'esplosione delle tubature dell'acqua quasi contemporaneamente a Firenze (Publiacqua, con forte presenza di Acea tramite la controllata Acque Blu Fiorentine) e a Genova (Iren) riveste un significato quasi simbolico dell'esito delle scelte compiute dai governi della “Seconda Repubblica”.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni, privatizzando i servizi pubblici e attaccando i diritti del mondo del lavoro.
Con questo provvedimento, il governo Renzi prova a chiudere il cerchio aperto dalla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011, attaccando esplicitamente la stessa nozione di servizio pubblico locale e prefigurando l’intervento del pubblico come di supporto al mercato.

Dunque oggi si confrontano due linee: il vero cambiamento, a partire dai risultati del referendum, da una parte; il perseverare sulla via fallimentare dell'assoggettamento dei servizi pubblici locali agli interessi della finanza casinò, dall'altra.

A sostegno del necessario cambiamento di rotta in questi mesi si è progressivamente prodotta un’opposizione sociale alla legge Madia e a ciò che essa rappresenta: lo dimostrano le decine di iniziative territoriali e la raccolta di centinaia di migliaia di firme in calce alla petizione alle Camere, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua e sostenuta dalle compagini che hanno dato vita alla campagna dei Referendum Sociali.

Crediamo sia giunto il momento di fare un punto collettivo, proponendo a tutte e tutti quelli che, a diverso titolo e in tutti i territori, da anni si battono contro tutti i provvedimenti che vogliono consegnare i beni comuni ai grandi interessi finanziari, devastando i territori ed espropriando le comunità territoriali, un’assemblea nazionale di discussione collettiva sulle iniziative e le mobilitazioni da intraprendere nel prossimo autunno.

Fermare il decreto Madia vuol dire consentire alle comunità territoriali la riappropriazione sociale dei beni comuni, l’autogoverno partecipativo degli stessi, la messa in campo di una nuova economia sociale territoriale.

Fermare il decreto Madia vuol dire rispettare la volontà popolare espressa dal referendum sull’acqua, bloccare le politiche liberiste di privatizzazione, riappropriarsi della democrazia.

E' evidente come tutto ciò incroci la scadenza del referendum confermativo sulla controriforma costituzionale del prossimo autunno. E almeno due sono le ragioni di fondo: la prima è che il combinato tra controriforma costituzionale e legge elettorale nasce proprio con l’idea di restringere gli spazi di democrazia in termini funzionali ad affermare le scelte di carattere neoliberista e classista che contraddistinguono l’attuale governo. La seconda è che non è possibile disgiungere i contenuti delle scelte sul terreno economico e sociale da quelle relative alle forme e agli assetti istituzionali. Da questo punto di vista, è evidente che, se non si vuole produrre un discorso che rischia di essere astratto sulla difesa e sull’espansione della democrazia, esso va innervato di contenuti e fatto vivere in relazione alle scelte che intervengono sulle politiche economiche e sociali, su quelle scelte che riguardano la condizione di vita concreta delle persone.

Proponiamo di vederci tutte e tutti domenica 11 settembre a Roma.

giovedì 21 luglio 2016

SE VINCE IL SI MI ASSICURO PIU PARTECIPAZIONE ALLA VITA PUBBLICA?

Angelino Loffredi



Nel leggere il Manifesto del SI a sostegno del Referendum d’autunno mi ha colpito una motivazione: il disegno di legge di Riforma Costituzionale assicurerebbe una “ maggiore partecipazione dei cittadini “ alla vita pubblica. Si tratta di un argomento positivo e condivisibile, considerato il pericoloso distacco creato fra cittadini e Istituzioni motivato ancor più in questi ultimi giorni da alcuni dati offerti dall’Istituto di Statistica. In Italia, infatti, la povertà oramai tocca 4,6 milioni di persone. Il massimo dal 2005. C’è qualcosa di più inquietante: nel 2007 dieci famiglie possedevano la ricchezza di 3 milioni di Italiani ora invece le stesse 10 famiglie hanno la ricchezza non di 3 ma di 6 milioni di Italiani. Insomma alcuni hanno raddoppiato le loro ricchezze mentre raddoppiava il numero dei poveri. La disuguaglianza cresce e contemporaneamente aumentano varie paure e più in generale il disagio sociale. Se esaminiamo attentamente il Testo di Riforma Costituzionale pubblicato il 16 aprile 2016, quello sottoposto a Referendum di autunno, ci accorgiamo che i provvedimenti individuati non fanno partecipare i cittadini alla attività pubblica ma addirittura li allontanano dalla stessa. Infatti con l’articolo 11 del Testo di legge, il Parlamento ( eletto da una legge dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale) ha modificato il secondo comma dell’articolo 71 della vigente Costituzione. Ha aumentato ( triplicandolo ) il numero delle firme necessarie per proporre leggi di iniziativa popolare in quanto dalle 50.000, ora necessarie, si passa a 150.000. Inoltre, l’art.15, sempre del Testo di legge Costituzionale, prevede che non basta la raccolta di 500.000 firme per richiedere un Referendum abrogativo ma se ne pretendono addirittura 800.000. Basterebbero questi due rilievi per evidenziare che la maggioranza del Parlamento si è mossa in direzione contraria ma c’è qualcosa in più e di inquietante. Chi sta leggendo è a conoscenza che la Corte Costituzionale ha bocciato la legge elettorale ( denominata Porcellum ) che ha determinato l’attuale Parlamento di nominati, non per fare dispetto a quest’ultimi ma perché secondo il dettato costituzionale è necessario e doveroso che siano i cittadini italiani a scegliere i propri rappresentanti ( attraverso il voto di preferenza ), inoltre perché, sempre con la legge Porcata, il premio di maggioranza assegnato alla coalizione vincitrice era sproporzionato rispetto alla volontà espressa dagli elettori. Era necessario dunque apportare dei correttivi, accogliere le motivazioni della sentenza, insomma avvicinare concretamente la legge alla volontà popolare, invece cosa è stato fatto ? Nel Testo di legge Costituzionale è previsto che il Senato non sarà eletto più dai cittadini ma dai Consigli regionali ,ovviamente su indicazione dei partiti, i quali designeranno consiglieri ai quali verrà assicurata la l’immunità parlamentare. Per quanto riguarda l’elezione della Camera è in vigore la legge 52 del 6 maggio 2015 che prescrive l’elezione di 100 capilista (della lista vincitrice) nei rispettivi collegi plurinominali, designati dai partiti. Non è finita ! Una delle cause di illegittimità del Porcellum scrivevo era determinata dall’eccessivo premio di maggioranza assegnato alla coalizione vincente, perché lesivo del valore della rappresentanza. Quale è il correttivo apportato per riconoscere la rappresentanza? Sembra assurdo ma ora il premio di maggioranza non va alla coalizione ma alla lista che prende più voti, la quale, se vince al ballottaggio, pur avendo ottenuto al primo turno una percentuale del 25 %, eleggerà 340 deputati su circa 600. Potrebbe succedere che una forza politica minoranza nel paese potrebbe avere una tale maggioranza alla Camera da mettere in discussione gli equilibri istituzionali. I fautori del SI non solo con tanta sfrontatezza affermano che in questa maniera i cittadini parteciperanno alla vita pubblica ma non si stanno accorgendo che l’elastico della prepotenza, degli inganni e delle ingiustizie sociali è stato tanto allungato da rischiare di spezzarsi.