Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 27 dicembre 2014

Un referendum contro il jobs act

Luciano Granieri


Passato il battage mediatico e la passerella del Presidente del Consiglio per magnificare la rivoluzione copernicana sul lavoro, passata la festività natalizia e tornata la mente fredda, cosa rimane di rivoluzionario nel jobs act? Notevolmente  rivoluzionario è il fatto che il Governo, diventi parte attiva nella lotta di classe e si schieri nettamente, non in favore dei lavoratori, ma smaccatamente  dalla parte dei padroni. 

Nel contratto a  tempo indeterminato a tutele crescenti si abolisce l’articolo 18 contro i licenziamenti senza giusta causa.  Come se ciò non fosse abbastanza grave, al danno si aggiunge la beffa, o meglio la presa in giro. Infatti nella trionfale conferenza stampa della vigilia di Natale, Matteo Renzi, lisciava il pelo alla minoranza interna del suo partito, ringraziandola dell’impegno profuso nell’inserire la reintegra in caso di licenziamento per scarso rendimento. Non è vero che le tutele dell’articolo 18 sono del tutto scomparse, secondo il Presidente del Consiglio, rimane l’obbligo di reintegrare i lavoratori licenziati per scarso rendimento, ove il limitato impegno dell’addetto non sia dimostrato. 

Scommettiamo che dall’entrata in vigore della legge in poi i licenziamenti per scarso rendimento saranno pari a zero? Infatti il datore di lavoro licenzierà esclusivamente per motivi economici. Motivazioni che, anche se palesemente infondate, prevedono esclusivamente un misero indennizzo pecuniario pari a due mensilità per ogni anno lavorato. Basta farsi due conti. Nella legge di stabilità è previsto che le azienda disposte ad assumere   con la nuova tipologia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti,potranno  godere di benefici fiscali fino a 8mila euro l’anno per tre anni, vale a dire 24mila euro tondi tondi. D’altra parte le stesse aziende hanno la possibilità di licenziare quando e come vogliono, per motivi economici, i lavoratori assunti con la nuova tipologia contrattuale rischiando,  nel caso di licenziamento immotivato,   un indennizzo esiguo: si tratta di una somma pari  a 5 o 6 mila euro.  

Che questa sia una norma decisamente favorevole ai padroni e lesiva dei diritti dei lavoratori è palese. Senza contare che partendo da questi presupposti il lavoratore  dovrà subire ogni tipo di ricatto ed accettare qualsiasi salario, per non rischiare il licenziamento.  Ma nel jobs act c’è di più.  Il dispositivo della legge delega si estende anche ai licenziamenti collettivi, quelli cioè che coinvolgono più di cinque lavoratori.

 Il ricorso al licenziamento collettivo, è regolato dalla legge 223 del 1991. Una norma che prevede procedure precise nella gestione delle crisi aziendali , con  il coinvolgimento dei sindacati, l’impegno a trovare possibili accordi  e ridurre al minimo gli esuberi utilizzando gli ammortizzatori sociali e l’obbligo di  adottare criteri di tutela per le categorie più deboli. Tutto ciò salta. Un’azienda in grado di licenziare un numero imprecisato di addetti senza il rischio di doverli reintegrare, se ne fregherà di trattare con i sindacati, si farà beffe della legge  223 del 1991. Se il jobs act fosse stato in vigore all’epoca della crisi Indesit tutti i 1.400 lavoratori in esubero sarebbero stati licenziati in tronco  e  senza appello.  Le  trattative che hanno portato ai contratti di solidarietà e sostanzialmente ad una risoluzione della vertenza non sarebbero mai iniziate. Quand’anche l’azienda dovesse incorrere in errori procedurali nei criteri di selezione del personale da licenziare, il diritto alla reintegra sarebbe  comunque negato. Non è facile prevedere errori commessi a bella posta dalle imprese  per licenziare lavoratori indesiderati, magari iscritti ad un sindacato poco gradito. 

Ma veniamo alla parte definita più rivoluzionaria, quella dei nuovi ammortizzatori sociali.  L’annuncio di Renzi in merito all’Aspi, il sussidio di disoccupazione per tutti con una durata massima di 24 mesi, è falso. Ad usufruirne infatti saranno quei pochi i lavoratori precari, se esistono,  che dal 2007 ad oggi hanno lavorato senza interruzioni retributive,  e comunque a patire dal 2017 la durata dell’indennità passerà da 24 mesi a 78 settimane, poco meno di un’anno e mezzo. Resta comunque il fatto che queste nuove tutele estese sono senza copertura finanziaria per cui per adesso rimangono  solo buone intenzioni. 

Va poi considerato che tutto il dispositivo mancherà completamente l’obbiettivo per il quale è stato pianificato, quello cioè di creare occupazione. Un tasso di disoccupazione al 12% non si affronta riducendo ulteriormente le tutele dei lavoratori, ma investendo su ricerca e innovazione in modo che le aziende possano produrre prodotti e servizi innovativi che abbiano mercato e creare lavoro. 

  Che Renzi e i suoi giannizzeri, marionette del padronato capitalistico finanziario post moderno, abbiano partorito un tale devastante piano non stupisce affatto. Emerge invece l’ignavia di quegli esponenti della minoranza Pd i quali hanno fatto fuoco e fiamme contro il jobs act e poi come agnellini impauriti si sono accodati al gregge. Eppure l’occasione di tradurre in fatti concreti i proclami copiosamente diffusi sui media contro la delega in bianco al Governo c’è stata. Quando il jobs act è tornato al Senato dopo il maquillage subito alla Camera i 27 senatori del Pd, dichiaratisi contrari alla legge,  hanno votato favorevolmente con una capriola degna dei migliori acrobati circensi. Il risultato della votazione è impietoso verso questi voltagabbana e li inchioda alle loro responsabilità. In quella seduta 166 furono i voti favorevoli, 112 contrari ed un astenuto.  Se i 27 paladini dei lavoratori ( a parole) avessero votato secondo coerenza i numeri sarebbero stati molto diversi: 139  contrari, 139 favorevoli, un astenuto, al Senato l’astensione vale come voto contrario e il pasticcio non sarebbe passato. Che la smettano allora quelli della ditta di abbaiare alla luna, ammettano che non possono permettersi di far cadere il Governo perché in caso di prossime elezioni non sarebbero più ricandidati dal vendicativo segretario.  Anche la CGIL con il suo sciopero generale  tardivo, a legge approvata, ha mostrato inadeguatezza e pressapochismo nel combattere una battaglia vitale per la dignità dei cittadini. 

E’ tutto perso ? No ma come al solito tocca difendersi da soli.  Oltre che continuare ed inasprire il conflitto nelle piazze, i  lavoratori potrebbero impugnare i licenziamenti e ricorrere in giudizio. Infatti  la sanzione di un semplice indennizzo, a fronte dell’immane torto subito per un licenziamento ingiustificato, è inadeguata rispetto a quanto stabilisce l’art. 2016 del codice civile sulla giusta proporzione fra sanzione ed infrazione. Poi resta la strada dl referendum abrogativo. Una via  abbastanza semplice come sostiene Pier Giovanni Alleva su “il manifesto” di ieri. Occorrerà del tempo prima che i contratti a tutele crescenti prendano piede. Esiste dunque uno spazio temprale adeguato per organizzare la consultazione. L’abrogazione della nuova norma,  fra l’altro, non creerebbe vuoto legislativo perché automaticamente verrebbe sostituita dal dispositivo tutt’ora in vigore  che prevede le tutele dell’art.18. Dunque sarà il giudizio dei lavoratori a inchiodare un dispositivo che va proprio contro i  lavoratori.  Sotto con la raccolta delle firme dunque.

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