Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 5 gennaio 2017

Discussione elettorale fra me.....e me.

Luciano Granieri




Avvertenza:
Per facilitare la fruizione del testo, individuiamo come: Me1 e Me2 i protagonisti del confronto dialettico  interiore. 

Me1
Domenica si vota per il rinnovo del Consiglio Provinciale di Frosinone. Si presentano tre liste “Insieme si vince”, “A difesa del territorio”, “Frosinone popolare”. Ignoro quali siano le differenze programmatiche dei tre schieramenti, ma che importanza ha?  Dopo un po’ di teatro, fatto di  finte contrapposizioni, e battaglie elettorali, finirà tutto in un gran mischione. A conclusione  delle immancabili  trattative  segrete sulla distribuzione  delle poltrone, saranno tutti in maggioranza e nessuno farà opposizione, neanche per finta.  Tutto ciò alle spalle del popolo, che infatti non vota, ma subirà   inerme   le decisioni dell’ente Provincia. Alle urne andranno, non i cittadini , ma  sindaci e consiglieri comunali. Elezioni di secondo livello le chiamano.

Me2
Di che ti lamenti! Nella riforma costituzionale era inserita l’abolizione  delle Provincie. Tu e i tuoi amici professoroni   avete votato No. E mo’  tenetevi la Provincia non elettiva.

Me1
Suvvia! Abbiamo votato No perché, per una Provincia non elettiva che usciva, entrava un Senato, non  votato   dal popolo, ma dai sindaci e dai consiglieri regionali. Un assise  che aveva l’aria di diventare la stessa accolita di "inciucisti"  che si trova nei Consigli Provinciali. Non è colpa mia se si toglie una gamba ad un tavolino, sicuri che questo verrà gettato via dal referendum popolare e poi il popolo non lo butta. Il  tavolino adesso rimane, pure  zoppo  . Così come è stato presuntuoso e maldestro approvare una legge elettorale solo per la Camera,  certi  che la vittoria referendaria del Si avrebbe sancito l’abolizione dell’elezione popolare per i Senatori. Così non è stato e adesso ci troviamo nei casini. Con una legge elettorale (in odore di essere bocciata dalla Consulta), per la Camera ed un'altra, molto diversa,  per il Senato.

Me2
Ma tu che parli tanto del diritto di voto, ti faccio una domanda, e rispondi sinceramente. Nessuno ti conosce meglio di me e quindi non mentire, ti scoprirei immediatamente. Se si votasse domani, tu per chi voteresti?

Me1
E va bene lo ammetto, andrei al seggio e  rifiuterei la scheda.  Ma farei mettere a verbale il mio rifiuto  dal presidente di seggio. Fra, fascisti, democristi e fanculisti, non saprei chi scegliere.  Nessuno mi rappresenta, anzi, tutti sono lontani anni luce dalla mia concezione di partecipazione politica.

Me2
Ah lo sapevo! E allora di che vai blaterando?  Parli di diritto al  voto per la Provincia, per il Senato e poi    manco voti? E’ una palese contraddizione.

Me1
Un momento! Non farla  così facile…….

Me2
Io non la faccio facile, sei tu che la fai sempre difficile. Se non voti  che ti frega del Senato elettivo?

Me1
Ti spiego cercando di farla semplice. Il diritto di eleggere qualsiasi assemblea che abbia potere di regolare la vita delle persone, sia a livello locale che  nazionale,  è  sacrosanto. Ma  deve essere assicurata anche la possibilità di scegliere fra   molteplici soluzioni. A  me piace il rosso. Come faccio  a votare se mi si propone solo il bianco, il nero, e il giallo? Se il rosso non è rappresentato, il cittadino che lo preferisce, o si tura il naso e  si accontenta di votare  un colore non suo ,  o rinuncia ad esprimersi. E’ chiaro? 

Me2 
Eh  si…. il rosso, il rosa, il fucsia, così facciamo l’arcobaleno e nessuno governa.

Me1
Ma insomma, se la sovranità appartiene al popolo e ad una parte di esso piace il rosso, perché non può votarlo? Parlando seriamente la democrazia è partecipazione, come diceva il "cantore", va oltre l’atto del voto. Intanto è necessaria una legge elettorale proporzionale per cui anche chi preferisce il rosso può eleggere uno con le stesse affinità cromatiche . Poi sarebbe auspicabile che i vari schieramenti ottengano il consenso dei cittadini sulla base dei programmi. Oggi chi più soldi  ha, più può strillare nelle televisioni, sui giornali e soffoca la proposta di chi finanze  ne ha meno. Ritorniamo al finanziamento pubblico dei partiti  con un controllo stringente sul  loro corretto utilizzo.  Imponiamo ai partiti  di finanziarsi con il  tesseramento dei militanti e di rendere pubblico il loro bilancio. Poniamo un tetto, molto basso, ai finanziamenti privati, in modo da evitare che fondazioni farlocche,  grosse aziende e potentati finanziari foraggino comitati elettorali, i quali, poi, dovranno  obbligatoriamente sdebitarsi. Assegniamo gli stessi spazi di divulgazione elettorale a tutti, in modo che tutti abbiano la possibilità di dire cosa intendano fare per i cittadini, senza privilegiare  quelli che controllano l’informazione pubblica e privata. Facciamo che il consenso si ottenga con la proposta politica e non con il marketing…….

Me2
Uffa che noia! Sei il solito comunista!


Me1
Hai ragione, sono il solito comunista, vedi che alla fine ci ritroviamo!

In piedi, esseri umani, la povertà è un furto

RICCARDO PETRELLA   

 Manifesto per la dignità universale. Primo: demolire da cima a fondo tutto il sistema finanziario, che depreda la vita fin nelle sue basi elementari, geni e cellule». 

il manifesto, 5 gennaio 2017 (c.m.c.)




La povertà non è un fatto di natura ma il prodotto di società ingiuste perché inegualitarie e predatrici . In piedi, umanità contro il furto della vita.

L’impoverimento 

La povertà è il risultato dei processi di esclusione umana, sociale, economica e politica fra gli esseri umani (e tra le comunità umane) tipici delle società ingiuste fondate sull’ineguaglianza e l’appropriazione predatrice della vita. 

Prima di essere economica, politica o sociale, la povertà è «culturale», cioè è parte dei processi che operano nell’immaginario collettivo concreto, evolutivo delle persone, dei gruppi sociali e dei popoli. È parte della maniera di «vedere l’altro». Gli impoveriti crescono nelle nostre teste. 

L’impoverimento non casca dal cielo. Non si nasce poveri, come si nasce donna o uomo, alti o bassi, bianchi o neri, ma si diventa impoveriti. 

L’immaginario, la visione non sono sufficienti per fabbricare l’esclusione. Su questa incidono le scelte, i valori, le istituzioni e le pratiche collettive che fanno di una comunità umana un possibile luogo e spazio sociale generatore o no, chi più e chi meno, di esclusione.

Un furto, di che cosa? 

Il furto della vita. Quando in passato la legge stabiliva che solo le persone aventi un reddito superiore a una certa somma potevano votare ed essere eletti a «governare il paese» o, come in Svizzera fino al 1972, le donne erano escluse dal diritto di voto, la legge legalizzava la privazione per tante persone del potere di essere cittadino attivo, di partecipare alla vita politica. Erano impoverite sul piano civile e politico. Il furto aveva luogo ancor prima della loro nascita. 

La forma più avanzata di furto della vita, alla nostra epoca, è stata legalizzata nel 1980 allorché la Corte suprema degli Stati Uniti ha autorizzato la brevettabilità del vivente a scopo di lucro, seguita nel 1998 dall’Unione europea. La brevettabilità del vivente significa che è possibile per una persona o un’impresa diventare proprietario esclusivo di un microbo, di una molecola, di una specie vegetale, animale e persino di un gene umano per un periodo da 18 a 25 anni (rinnovabile) e farne l’uso che vuole in nome della conoscenza e della potenza tecnologica. La brevettabilità si traduce in una mercificazione del vivente secondo processi di appropriazione fondati sulla rivalità e l’esclusione. 

Così, per esempio, nel campo dei semi, un gruppo sempre più ristretto d’imprese private mondiali si è impadronito del potere di decisione, controllo e uso del capitale biotico del pianeta privando la stragrande maggioranza dei suoi abitanti della garanzia universale pubblica del diritto alla vita (all’alimentazione, alla salute e alla conoscenza….). 

Peraltro milioni di contadini sono stati espropriati ed espulsi dalle loro terre in Asia, in Africa ed in America latina e costituiscono il grosso del «popolo mondiale degli impoveriti» e degli affamati. I brevetti sui semi obbligano a pagare un prezzo di mercato per avere accesso a quei beni e servizi essenziali per la vita , quindi, strumentali al diritto alla vita. E ciò costituisce un furto. 

A non altro si pensa quando si parla di furto legalizzato nel caso della mercificazione dell’acqua potabile e della privatizzazione dei servizi idrici, compreso il trattamento delle acque reflue. 

E che dire delle legislazioni introdotte negli ultimi anni anche nei paesi ricchi detti «sviluppati» in materia del lavoro che hanno stravolto, il mondo del lavoro e la condizione umana e sociale dei lavoratori? Tutti abbiamo sempre riconosciuto il legame fondamentale tra lavoro, reddito,benessere, dignità, da un lato, e diritti sociali, civili e politici, dall’altro. E sappiamo che, nel contesto attuale, il licenziamento è l’anticamera dell’entrata nei processi di impoverimento e di esclusione sociale. 

Perché allora, come è successo in queste ultime settimane la Corte europea di giustizia e la Corte di cassazione italiana hanno sentenziato che il licenziamento per soli motivi di redditività (per fare più profitti) è legittimo? Con le loro sentenze, contrarie alla lotta centenaria per la difesa della dignità umana, le due Corti si sono iscritte tra i soggetti produttori d’impoverimento e, quindi, partecipanti al furto della vita.

Che fare? 

Analisi dettagliate specifiche e rigorose consentono di identificare nei vari campi i soggetti, i processi ed i meccanismi dell’impoverimento in quanto furto della vita. Lo stesso dicasi delle tendenze emerse in favore della concezione ed entrata in funzione di nuove forme di investigazione, valutazione e condanna del furto come atto criminale rispetto alle regole scritte o vissute del diritto internazionale. 

Caso particolarmente rilevante e prezioso l’operato di Tribunali internazionali sui crimini dell’umanità o in materia ambientale. Il che significa che il furto può essere combattuto e condannato ed anche eliminato. In Europa, nel campo dell’acqua, sono oggi i tribunali locali – la magistratura di base, autonoma, libera – che dichiarando illegittima la cessazione dell’erogazione dell’acqua o dell’elettricità per insolvenza o morosità, consentono di arrestare il furto, indipendentemente dall’azione dei cittadini stessi. 

La giurisprudenza, però, per quanto importante, non è sufficiente. Il furto della vita, rappresentato dall’ineguaglianze e l’esclusione fatte sistema, è l’atto più grave che gli esseri umani abbiano operato e possono fare all’umanità. 

Altrettanto forte e sistematica deve essere la lotta contro di esso. Cinque secoli fa, l’uguaglianza rispetto al diritto alla vita fu all’origine di Utopia, l’opera di Tommaso Moro cui, in Occidente, si continua a fare riferimento per valorizzare la costruzione di un altro mondo. Personalmente preferisco ricordare che l’uguaglianza fu alla base della rivoluzione francese e della dichiarazione universale dei diritti umani più di duecento anni fa e della rivoluzione bolscevica contro lo zarismo proprio cent’anni fa. 

L’uguaglianza ha ispirato le lotte per il diritto alla vita negli ultimi cinquant’anni in America latina e in Africa e, recentemente, la «primavera araba». Non bisogna mai arrendersi, per la memoria e nel rispetto dei milioni di vittime che sono morte nel passato per difendere la dignità umana , la liberta per tutti, la giustizia e la fraternità. 

Oggi, proprio quando il mondo sembra ulteriormente sprofondato nelle barbarie in nome del denaro, non è ammissibile la dispersione degli sforzi. Il fattore più critico alla base di quel che sta succedendo strutturalmente è il sistema finanziario creatosi nel corso degli ultimi quarant’anni. 

L’obiettivo principale, integrante tutto il resto, deve essere la demolizione di detto sistema. Tutto vi si rapporta: il tempo, lo spazio, la conoscenza, la tecnologia, i desideri, le cupidigie, la violenza, il potere, la negazione dei diritti, lo sgretolamento delle comunità umane, l’asservimento dell’umanità. 

Anche se sembra irrealizzabile, è essenziale promuovere una coscienza ed una volontà coordinate di azioni contro i derivati, la finanza algoritmica al millesimo di secondo, la speculazione e i paradisi fiscali, il segreto bancario, l’incompetenza e la furfanteria delle banche, le grandi concentrazioni bancarie e la banca totale, l’esistenza e il potere delle agenzia di rating, gli inciuci tra soggetti finanziari e organismi dediti al governo delle attività e servizi pubblici quali gli ospedali, l’educazione, l’università, la ricerca scientifica, contro la finanziarizzazione criminale dell’economia, per la ricostruzione delle casse di risparmio pubbliche locali e la separazione tra attività di risparmio e attività di reddito e la loro regolazione funzionale, contro l’indipendenza politica della Bce e delle altre banche centrali, per una nuova generazione di finanza cooperativa e mutualistica, per le monete locali e la demonetizzazione dei beni e servizi pubblici essenziali per la vita, per il primato del potere politico eletto e partecipato sul dominio oligarchico di soggetti finanziari privati mondiali. 

Le politiche cosiddette di riduzione e di eliminazione della povertà condotte da quasi mezzo secolo dai gruppi dominanti a livello nazionale e internazionale sono fallite e restano una beffa malvagia nei confronti degli impoveriti. 

Una beffa ancor più malvagia se si pensa che l’arricchimento sempre più scandalosamente elevato dei supermiliardari rispetto ai 3,6 miliardi di persone appartenenti alla metà della popolazione mondiale la più povera, legittimato dalle politiche dei dominanti, induce quest’ultimi ad esaltare i miliardari filantropi come i benefattori dell’umanità(Warren Buffet, Bill Gates, i fratelli WalMart…)! 

Nessuna delle misure sopra menzionate a proposito della messa fuorilegge del sistema finanziario attuale figura nelle proclamazioni dell’Onu sulla povertà (vedi l’agenda post-2015 sui Sustainable Development Goals -SDG) o nei programmi «antipovertà» dell’Unione europea. Esse/i sono la prova, se necessario, dell’allineamento e sottomissione totale degli Stati agli interessi e priorità dei gruppi oligarchici mondiali. 

In piedi, esseri umani. La povertà è un furto, a opera di un sistema mondiale ingiusto. 

In piedi, umanità, insieme. Questo è l’augurio, «Un manifesto 2017 per la dignità universale».

mercoledì 4 gennaio 2017

"Gli inganni della finanza". Una recensione del libro di Paolo Maddalena

Luigi Fasce 


GLI INGANNI DELLA FINANZA"
 di Paolo MADDALENA - Donzelli Editore 2016

SCHEDA LIBRO
«Il dominio incontrastato del pensiero neoliberista e mercantilista, la diffusissima idea che tutto si riduca a denaro, il declino inarrestabile del livello culturale dei cittadini, l’indifferenza della gente, gli effetti devastanti della disoccupazione, della distruzione delle risorse naturali, della recessione e della sempre peggiore qualità della vita, mi hanno indotto a ritenere necessaria una ricostruzione, il più possibile aderente alla realtà, del sistema economico-finanziario nel quale viviamo, cercando di capire le sue origini, le cause del suo dispiegarsi in maniera tanto generalizzata, le ragioni per le quali si è radicato nell’immaginario collettivo come un dato ineluttabile e immutabile, e i suoi effetti, tanto favorevoli per pochi e tanto dannosi per molti».
Paolo Maddalena. 



Decostruire gli assunti fondamentali del neoliberismo divenuto ormai, nelle nostre società occidentali, pensiero unico dominante e restituire spazio e dignità al concetto di cittadinanza attiva e partecipata: sono questi i principali intenti del denso, appassionato volume di Paolo Maddalena, giurista impegnato da anni nella difesa del principio fondamentale della proprietà collettiva dei beni comuni. In queste pagine la difesa degli assunti costituzionali e delle prerogative dei cittadini prende la forma di una critica aspra al modello di società espresso dall’odierno capitalismo finanziario globale, che ha sradicato l’economia dalle sue basi materiali e si è fatto sovrano anche rispetto ai governi. Maddalena individua la causa fondamentale dell’attuale, profonda e persistente crisi dell’economia globale nella sostituzione dell’economia dello scambio con l’economia della concorrenza. Secondo questa visione divenuta imperante, vince il più forte, con buona pace dei concetti giuridici di giustizia ed equità; il pubblico deve cedere il posto al privato; lo Stato deve deregolamentare, spacchettare, liberalizzare; tutto confluisce nel mercato globale e tutto viene mercificato  – anche ciò che, per sua natura, non può avere un valore di scambio e non può essere oggetto di commercio, poiché è di appartenenza collettiva (pensiamo ad esempio all’idea che ai beni paesaggistici e culturali di proprietà dello Stato si possa anche solo assegnare un «prezzo»). In virtù di questi presupposti, lo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro dell’uomo è arrivato a forme assolutamente insostenibili. In questo quadro, la menzogna del neocapitalismo, la crescita infinita, si rivela in tutta la sua illusorietà. La ricchezza non si è ridistribuita ma concentrata, generando squilibri drammatici. Come ormai molti riconoscono, anche tra gli economisti, occorre una «decrescita» che indirizzi le attività produttive verso la soddisfazione innanzitutto dei bisogni primari, tralasciando la soddisfazione dei desideri indotti; occorre che la ricchezza prodotta sia effettivamente ridistribuita attraverso opportune politiche; occorre infine riequilibrare la potenza economica dei privati con quella degli Stati, facendo in modo che la quantità della ricchezza privata non superi la quantità della ricchezza collettiva.


AUTORE
Paolo Maddalena

Poche parole sull'Autore: docente universitario fino al 1971, successivamente magistrato alla Corte dei conti e poi nel 2002 eletto alla Corte costituzionale fino al 2011.
Studi sul diritto ambientale.
Scrive libri: Il territorio bene comune degli italiani … Prefazione di Salvatore Settis (2014).
Impegnato attivamente nel Coordinamento Democrazia Costituzionale – contro il referendum sulla legge di revisione costituzionale  Renzi Boschi.

martedì 3 gennaio 2017

Banchieri in miseria, è questa la vera piaga sociale.

Luciano Granieri


Contrasto alla povertà, maggiore attenzione alle tematiche sociali,  una più equa distribuzione del reddito  per ridurre le diseguaglianze fonte dei cosiddetti populismi. Questi, per il governo  Gentiloni,  sono i primi obbiettivi da conseguire , oltre che una maggiore attenzione alla questione meridionale.  Il Presidente del Consiglio la ha dichiarato nel discorso di presentazione del suo Renzi-bis, tenuto alle Camere nel  dicembre  scorso dopo il disastro referendario. 

Ma   dagli atti immediatamente  seguenti  all’insediamento dell’ esecutivo , sembra di capire che i poveracci  non siano  quelli   più duramente colpiti  dalla disuguaglianza sociale, ma  i banchieri.  Infatti il fondo   di 20 miliardi, necessario  al salvataggio delle banche, contenente i  6,5 miliardi  destinati al Monte Paschi di Siena, è stato approvato  in 24 ore.  Alla faccia della lentezza del bicameralismo perfetto! 

  Del piano di salvaguardia sociale, consistente nello stanziamento di 4 miliardi , necessari all’edificazione di asili    per la prima infanzia, alla diffusione di scuole a tempo pieno, soprattutto al sud,  e alla strutturazione di servizi per persone disabili, ancora non vi è traccia. Né è stato predisposto il preventivato  piano nazionale contro la povertà. Il  “Rei”  (reddito d’inclusione per chi si trova in povertà assoluta), uno degli elementi del  suddetto piano, (valore un 1milardo e 300mila euro) è oggetto di una legge delega approvata  alla Camera in  luglio e  in attesa di essere votata al Senato. Purtroppo a Palazzo Madama il passaggio del testo  non è ancora stato calendarizzato, campa cavallo! 

Se poi i requisiti per accedere al futuro Rei, saranno così stringenti come per il Sia (Sostegno d’Inclusione attiva),  misura di emanazione comunale , hai voglia a morire di fame!!! Infatti  per usufruire di questa tutela, oltre a dover denunciare  un reddito al di sotto della  soglia di povertà assoluta, è necessario che nel nucleo familiare ci sia un minore o una donna incinta. Come se un povero  nella cui famiglia non vivano minori o donne incinte  si ritrovi improvvisamente ricco.

 La  banche in difficoltà,  invece,   possono accedere ai 20 miliardi, frutto del sangue dei contribuenti,  senza  particolari requisiti. Anzi. Il fatto che istituti così malconci  e disastrati,  come  Monte Paschi, Veneto Banca, Banca  popolare di Vicenza, abbiano denunciato buona parte dei propri guadagni in Stati e Staterelli  dove si pagano imposte esigue, o non si pagano proprio tasse , è un ottimo viatico per l'utilizzo di denaro pubblico.  In realtà il vizietto dell’offshore è comune a moltissime  banche, quasi tutte. Unicredit, ad esempio, l’anno scorso,   ha allocato  il 15% dei propri utili pre-tasse in Irlanda e in Lussemburgo.

 Per tornare al Monte Paschi di Siena, giova ricordare che la banca “too  big to fail”  possiede  società  in Lussemburgo, in Irlanda e nel Delaware, rifugio statunitense tax-free.  Gli utili pre-tasse registrati in paradisi fiscali  lo scorso anno sono stati 107 milioni di euro. Ma a sorprendere ancora di più è sapere che la Mps Preferred Capital I Llc, compagnia  del gruppo con base fiscale nel Delaware, nel 2015 ha realizzato  44,9 milioni di euro di utili, non avendo a busta paga alcun dipendente. Strano vero?  Ma no, è un vero miracolo economico!  

Dunque è del tutto normale che, per salvare i poveri banchieri si stanzino in un battibaleno 20 miliardi di denaro pubblico, e si rinunci, senza colpo ferire, alle entrate fiscali che questi poveracci preferiscono evadere , ricorrendo ai rassicuranti lidi dei paradisi fiscali. Allo stesso modo  è del tutto normale che, se  hai un reddito inferiore alla soglia di povertà e chiedi di accedere al sostegno d’inclusione attiva,  senza dimostrare la presenza nel tuo nucleo familiare di una donna incinta o un minore,  sei un  vero parassita della società. Del resto per  Gentiloni, per il  Presidente Mattarella e per tutti burocrati al soldo de capitale finanziario  i poveracci veri sono i banchieri! Siamo noi proletari che ancora non l'abbiamo capito e forse mai lo capiremo.

lunedì 2 gennaio 2017

LA SOVRANITA' APPARTIENE AL POPOLO

I ricorsi  antiitalicum sollevano una serie di problemi di attuazione della Costituzione che è giusto conoscere. L'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre non è una garanzia, che la costituzione non possa correre altri pericoli, per questo ci devono essere dei punti fermi per ogni Parlamento, che metta mano ad una legge elettorale e a una revisione costituzionale. Di seguito alcuni  estratti da una delle memorie presentate e per la precisione quella degli avvocati Felice Besostri e Angelo Iannaccone del Foro di Milano intervenuti ad adjuvandum nel procedimento aperto dal Tribunale di Torino.

Felice C. Besostri


LA SOVRANITA’ APPARTIENE AL POPOLO- estratti dalla memoria per la P.U. degli intervenienti nel procedimento n. 163/2016 Reg. Ord. in discussione il 24 gennaio 2016

Ciò a tutela del ruolo del Parlamento di concorrere a determinare la vita politica nazionale, nella forma di governo parlamentare razionalizzato delineata dal Costituente quando ha disposto:

-              che in Italia “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1, c. 2 Cost.);

-              che tutti i poteri dello Stato derivano dal popolo direttamente, come il Parlamento, o indirettamente quando sono eletti dal Parlamento (Capo dello Stato) o al Parlamento rispondono (Governo);

-              che persino il potere/ordine indipendente (potere giudiziario - Magistratura) emette le sue sentenze in nome del popolo italiano;

-              che l’espressione più alta della partecipazione è costituita dal procedimento elettorale;

-              che il Parlamento è il cuore del sistema democratico costituzionale;

-              che la governabilità non deve interferire in alcuna maniera sulle modalità di costituzione del Parlamento, né sulle Sue funzioni; bensì che essa possa ottenersi semplicemente inibendo l’uso incostituzionale della questione di fiducia, che consente al Governo di assommare in sé anche la funzione legislativa;

-              che la governabilità, stricto sensu, possa ottenersi in via piana - come sostenuto da Mortati in Costituente - dando una durata prefissata al Governo che abbia ricevuto la fiducia delle Camere (anche riunite, come proponeva Tosato) o con l’istituto della sfiducia costruttiva ovvero intervenendo sulla costituzione dei gruppi parlamentari vincolandoli a liste di candidati presentate nelle elezioni delle Camere e restringendo i mutamenti della loro composizione successivamente alla loro costituzione all’inizio della legislatura e prevedendo un trattamento differenziato per i parlamentari non iscritti come nel Parlamento Europeo. Soltanto a titolo esemplificativo si è voluto accennare a soluzioni, che assicurino la stabilità degli esecutivi senza dover necessariamente distorcere l’uguaglianza del voto e la rappresentanza ;

-              che l’effige della governabilità nasconde, negli ultimi decenni, la sostanza di un Governo che svolge la funzione esecutiva con atti di legge, cioè, alterando e cancellando la gerarchia delle fonti, ed usa il Parlamento come paravento per coprire politicamente con un tale Organo collettivo (rispetto alla occhiuta opinione pubblica), le proprie scelte - operate nei singoli gabinetti ministeriali, piuttosto che in Consiglio dei ministri - in merito al miglior reperimento, allocazione ed impiego delle risorse pubbliche, scelte sulle quali il Parlamento non ha alcuna voce in capitolo;

-              che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67 Cost.) e, pertanto, se vuole rappresentare la nazione, il mandato gli deve essere conferito attraverso un procedimento elettorale conforme a Costituzione: è importante sottolineare che la rappresentanza della Nazione spetta ad ogni membro del Parlamento e non all’organo parlamentare. Alla stessa stregua la Nazione è rappresentata dal corpo elettorale e da ogni membro dello stesso;

-              che l’esercizio della sovranità presuppone che la legge elettorale sia conforme alla Costituzione, altrimenti non sarebbe esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione;

-              che il corpo elettorale, al pari del Parlamento, del Governo e del Capo dello Stato debba essere qualificato come organo costituzionale ;

-              che la sovranità è indivisibile e pertanto quella in capo al popolo appartiene al singolo elettore come appartenente al Corpo elettorale, ed anche “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost.);

-analogamente, che ciascun membro del Parlamento, possa e debba agire per esso.


---------------------------- il contributo di Umberto Baldocchi

Gent. dott. Felice Besostri e altri

grazie di tutti i contributi  ed anche della memoria per il procedimento per l' Italicum di fronte al Tribunale di Torino.

Credo che ciò che sta avvenendo nel sentire civile degli Italiani sia qualcosa di straordinario, anche se pochi lo sottolineano. Mi dispiace che il presidente della Repubblica non abbia colto questo aspetto al di là del risultato del voto referendario.  Perché non si dice che il numero assoluto dei NO alla DEFORMA COSTITUZIONALE che era nel 2006 attorno ai dodici milioni  è, dieci anno dopo, passato a diciannove milioni e di voti, in larghissima proporzione  giovani? Perché queste persone sono andate a votare, mentre la "disaffezione politica" cresce? 

Mi permetterei di precisare due cose  prendendo spunto dalla memoria presentata.  E' essenziale ribadire che la rappresentatività è preliminare essenziale rispetto alla "governabilità" nella legge elettorale, ed è noto che la governabilità in una repubblica parlamentare si ottiene con le misure semplicissime da voi indicate che richiederebbero minime modifiche costituzionali ( es. sfiducia costruttiva ecc.).

Ma, prima di tutto, è necessario BANDIRE i sistemi ibridati ( non misti come il Mattarellum) che alterano ope legis un proporzionale coi marchingegni volta per volta necessari per far perdere una parte e consentono di "vincere" alla minoranza più forte che sarà sempre interessata ad avere la massima frammentazione possibile del resto del parlamento. Ed è necessario rendersi conto che un proporzionale coi dovuti accorgimenti - mai usati nella cosiddetta prima repubblica- può essere il sistema migliore per spingere i cittadini ad aggregarsi ed a cercare denominatori comuni e non elementi di distinzione e contrapposizione

In secondo luogo nella legge elettorale non basta tener conto del sistema elettorale ma bisogna tener conto anche delle condizioni di eleggibilità. La disciplina delle ineleggibilità e incompatibilità è essenziale per impedire le caste politiche. E' evidente che se un capocordata può presentarsi in dieci collegi per poi sceglierne uno, il vero formatore della classe politica diventa il salotto televisivo di Bruno Vespa che può selezionare i capilista che avranno possibilità di "guidare" il voto. E' anche evidente che è troppo facile riciclare nelle province i sindaci non rieletti o nei comuni i consiglieri provinciali e regionali.... E' in questo modo che si crea la casta e si esclude la società civile. 

Ricordo che nelle repubbliche medioevali studiate da Sismondi  esisteva l'istituto del divieto per cui chi aveva ricoperto una carica pubblica per un quinquennio doveva poi stare per un altro quinquennio in stand by fuori dalle cariche.

Grazie dell'attenzione e auguri.

Umberto Baldocchi

CDC Lucca  

domenica 1 gennaio 2017

Riccardo Tesi. Il respiro folk di un donatore di organetti.

Guido Festinese

Il filosofo Neri Pollastri ha  dedicato un testo al musicista pistoiese, “Una vita a bottoni”


Una via a bottoni. Dove i bottoni non sono quelli che uno si immagina, maliziosi tondini da stringere  tra pollice e indice  a coprire o scoprire ebrunee nudità, e neppure quelli di una quotidianità frettolosa  e distratta, una camicia da chiudere la volo. Sono i bottoni dell’organetto diatonico: inventato quasi due secoli orsono a Vienna, antenato della fisarmonica, dimenticato e ritrovato nell’Italia degli anni Sessanta  e Settanta, grazie a pionieri del folk revival. Oggi presidio di musica bella e vera, al di là di ogni etichetta che fa morire di asfissia la musica, tra le mani del massimo organettista italiano il pistoiese Riccardo Tesi. Una vita a bottoni è il libro (ed.Squilibri) che il critico musicale Neri Pollstri gli ha dedicato, in occasione dei sessant’anni, ricostruendo con pazienza, precisione e bella scrittura percorsi, tracce, incontri di una vicenda che parte da molto lontano, dallo scorcio ei Settanta, quando Tesi era un ragazzo innamorato del progressive rock di Jethro Tull, Genesis, King Crimson. Poi, per una di quelle cocciute capriole del destino, si ritrova tra le mani uno strumento a mantice bizzarro e desueto, se ne appassiona, e si ritrova per una vita con lo stesso tra le braccia, a inseguire sui palcoscenici di tutto il mondo musiche che ad alcuni sembrano folk, ad altri note d’autore, ad altri ancora riflessioni sul jazz, sulle note caratteristiche su tutto questo assieme. Musica  vera, dunque, tanto più viva e testarda tanto meno recintabile. 

“Sul momento all’idea del libro sono rimasto un po’ sorpreso e titubante, poi ho pensato che fosse una buona occasione per offrire uno spaccato del folk revival degli ultimi quarant’anni di cui non si è mai parlato, nonostante la grossa influenza cha ha avuto sulle musiche di oggi.  Accettata l’idea mi sono steso sul divano ed ho raccontato la mia vita a Neri, che pazientemente ha riordinato tutti i miei ricordi e li ha mescolati con le sue analisi critiche dei miei lavori. Il libro segue la cronologia dei dischi  ma qua e là ci sono capitoli tematici sulle collaborazioni, le produzioni originali, i tour più una lunga intervista finale.  Poi ci sono gli interventi di amici, colleghi, da Ivano Fossati a Stefano Bollani passando per Banda Osiris, Mauro Giovanardi, Gianluigi Trovesi, Pietro       Levratto, Gabriele Mirabassi. Al libro è allegato un cd antologico che offre uno spaccato completo  della mia discografia”.

Suoni l’organetto, uno degli struementi più fisici e “umani” che esistano, dovendo “respirare” per suonare e vivere. Ti capita di sincronizzare il tuo respiro su quello dell’organetto?

Non solo mi capita ma è necessario e fondamentale!  Il mantice dell’organetto  sostituisce i polmoni  dei fiatisti e deve necessariamente respirare insieme al musicista se vuoi che la musica  abbia un’anima. Tutta l’espressione e l’emozione viene da lì.

Il paese che ti ha più sorpreso e incuriosito, nelle tue peregrinazioni musicali?

Incuriosito molti, perché ogni paese è diverso, ma se devo fare un nome è l’Austria  che nei miei confronti  e di Banditaliana  ha dimostratori aver un amore speciale, inaspettato direi perché mi immaginavo un popolo freddo, nordico. Niente di più falso, il popolo austriaco è allegro, festaiolo e molto preparato. Però ho un affetto speciale per la Francia cha ni ha accolto a braccia aperte  e mi ha dato un sacco di opportunità per crescere. Mi sento a casa! Ho tanti amici  là e l’ho davvero attraversata in lungo e in largo durante la mia lunga collaborazione con Patrick Vaillant, oltre a registrare 5 dischi per la Silex. Respirare l’aria di Parigi è stato saltare  per uno cresciuto in provincia come me.

Quale il senso del tuo lavoro sulla memoria da Caterina Bueno a “Acqua foco e vento” e “Bella Ciao”?

La mia discografia segue due filoni ben distinti ma in realtà collegati. Da una parte la mia musica, quella che compongo in prima persona e che ho sviluppato con Banditaliana  e altri progetti. Dall’altra invece ho realizzato lavori tematici, spesso su commissione, dove mi veniva chiesto di reinterpretare  alla mia maniera repertori  ben definiti. Il primo lavoro in questo senso è stato Un ballo liscio poi Acqua, foco e vento, Crinali e Sopra i tetti di Firenze dedicati alla musica tradizionale toscana e per finire Bella Ciao il riallestimento del primo spettacolo folk italiano del 1964. Quest’ultima era una grande responsabilità ma è andato oltre ogni aspettativa. Da un concerto che dovevamo fare siamo già a quaranta, e si sta aprendo sempre di più il mercato estero. Lavorare sulla memoria è importante per ritrovare le proprie radici, per avere un punto di partenza solido da cui partire. Quando avevo ventidue anni Caterina Bueno mi ha insegnato ad apprezzare la mia tradizione e a non vergognarmene, e allo stesso tempo partire da questa per andare avanti. Non l’ho mai dimenticato. I lavori tematici sono un gioco di equilibrio tra il rispetto della musica originale e la quantità di personalizzazione che decidi di apportare. Il mio punto di riferimento  in questo genere di operazioni è l’opera di Ry Cooder proprio per questa questione dell’equilibrio. Mahler diceva che la tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco.

Anni fa con Banditaliana  scrivevate di “Pianura invasa a sud”, parlando dei populisti xenofobi. Oggi siamo invasi come e peggio di prima, ma in più con una sinistra sbriciolata, rissosa e inconcludente, e un populismo generale  che sembra assorbire e far proprio ogni disagio. Come la vedi?

Concordo pienamente sono davvero preoccupato. Ho una figlia di vent’anni e il suo futuro mi sta naturalmente a cuore, spesso mi chiedo che prospettive possano avere le nuove  generazioni in questo mondo che sembra andare in direzione opposta a quelli che sono stati i miei valori. Però poi, da inguaribile ottimista, penso che esistano utopie che si realizzano e credo nella capacità individuale di disegnarsi un percorso originale in questo mondo di conformismo. In fondo il mio percorso musicale è stato un po’ così nel 1980 suonare l’organetto non era così trendy!

Internet ha cambiato il tuo modo di ascoltare la musica, di cercarla?

Devo dire che a livello di ascolto ho mantenuto le vecchie abitudini e continuo a preferire il cd e a leggermi tutti i credit. Talvolta se ho bisogno di ascoltare qualcosa di particolare per il mio lavoro faccio ricorso a Youtube ma non uso mai Spotify o Dezer contro cui sono abbastanza arrabbiato perché stanno distruggendo il mercato della musica. Internet è inevitabile se ti vuoi affacciare sul mercato mondiale ed ha sostituito i negozi che ormai stanno scomparendo, per cui tutti i dischi di cui posseggo i diritti sono reperibili sulle varie piattaforme digitali e si possono comprare on line. Io invece sono un pessimo consumatore di downloading. Cerco di prendere il buono delle nuove tecnologie ma mantengo una posizione critica, anche sui social media.

Tre brani e tre libri senza i quali Riccardo Tesi preferisce non vivere?

Mama Africa di Chico Cesar, La musica che gira intorno di Ivano Fossati, Bella Ciao. Per i libri: Cecità di Josè Saramago, Life di Keith Richard, Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.

fonte: alias del 31/12/2016

I regali di Natale del governo Gentiloni Le manovre borghesi dopo la vittoria del No al referendum costituzionale

Fabiana Stefanoni
 
La notizia della funivia sospesa nell’aria a Cervinia, di cui tanto si è parlato alla vigilia di Natale, pareva quasi una metafora. Mentre gli sciatori dondolavano sulla neve in balìa del vento gelido, anche il sistema economico e politico italiano mandava segnali di instabilità: il fallimento del piano di salvataggio di Mps, il governo Gentiloni travolto dalle polemiche subito dopo la nomina, i sindaci delle due più grandi metropoli italiane (Roma e Milano) screditati da scandali di corruzione e, ciliegina sulla torta, persino il capo dell’Arma dei carabinieri coinvolto in un’inchiesta sugli appalti. Un quadro disastrato del capitalismo italiano e dei suoi rappresentati nelle istituzioni, che, a differenza della funivia di Cervinia, non si riaggiusterà in breve tempo. Anzi, tutto lascia presagire che la fune alla fine si spezzerà, trascinando nel baratro tutto il sistema.
 
La grande borghesia non si dimette
Il 4 dicembre il governo Renzi è stato sconfitto: milioni di proletari hanno detto no alla riforma della Costituzione. Un no che ha rappresentato, anzitutto, il rifiuto da parte delle masse popolari delle politiche del governo. Se, per un certo periodo, le sparate del premier fanfarone avevano seminato illusioni, ad un certo punto i nodi sono venuti al pettine: i lavoratori e le lavoratrici che non hanno i soldi per tirare avanti dignitosamente, i milioni di operai licenziati o in cassa integrazione, i giovani che non trovano un lavoro hanno espresso con il No alla riforma la loro rabbia e delusione.
Renzi ha deciso di rassegnare le dimissioni. Ma non si sono dimessi ovviamente quelli che gli avevano dettato l’agenda di governo:i grandi industriali e i banchieri.
Con un’operazione di maquillage che ha lasciato perplessa persino la stampa borghese – che lo ha definito “governo fotocopia” – è stato nominato un esecutivo a guida Gentiloni: una rispolverata al vecchio cappotto prima del pranzo di Natale. I nomi ai ministeri chiave sono rimasti gli stessi e perfino la Boschi, di cui la riforma sonoramente bocciata portava il nome, ha conservato un ruolo di primo piano come sottosegretaria della presidenza del Consiglio. Un governo raffazzonato in pochi giorni e già sommerso dalle polemiche subito dopo il giuramento, come quella sulla ministra dell’Istruzione che ha dichiarato di possedere una laurea che non ha (se l'avesse fatto un insegnante sarebbe stato licenziato in tronco).
Ma la grande borghesia, con l’appoggio della Troika europea, aveva bisogno subito di un governo per approvare la legge di bilancio e, soprattutto, per rimpinzare la pancia dei banchieri in bancarotta. I titoli della ministra dell’Istruzione, (per tacere delle competenze effettive) sono un particolare di scarso interesse per chi si appresta a ricevere regali per diversi miliardi di euro. 
 
Che regalo ai banchieri!
Non si può dire che il governo Gentiloni non abbia fatto il suo dovere di fronte alle richieste dei capitalisti: in meno di due settimane ha varato una manovra finanziaria (“legge di bilancio”) che prevede 6,7 miliardi di tagli alla spesa pubblica e un decreto che stanzia 20 miliardi di euro di aiuti ai banchieri.
Il “decreto banche”, che ha avuto il sostegno dell’Unione Europea, serve per sostenere i profitti miliardari della borghesia finanziaria a scapito delle masse popolari. Il cospicuo regalo comporta, infatti, l’ulteriore aumento del debito dell’Italia che - vale la pena ricordarlo - è uno dei Paesi al mondo con il più alto debito pubblico, il secondo in Europa dopo la Grecia.
Bisogna guardare proprio alla Grecia per capire quali saranno, nel medio periodo, le conseguenze di questo decreto: si prospettano nuovi drastici tagli al welfare, con un’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici. Non solo: anche la semplice gestione delle emissioni a favore delle banche avrà un costo pari a 582 milioni che, come recita il decreto, saranno reperiti attraverso “accantonamenti” (leggi tagli) nella sanità (2 milioni nel 2017 e 4 milioni a partire dal 2018) e nelle infrastrutture (4 milioni all’anno a partire dal 2018).
Quello che più indigna è che questa misura, che si riverserà sulle spalle di lavoratori, operai e disoccupati, viene presentata da Gentiloni e dal ministro dell’economia Padoan come un tentativo di “tutelare i piccoli risparmiatori”. La realtà è molto diversa: i “piccoli risparmiatori” sono stati prima ingannati dalle banche e ora si vedranno anche costretti a pagare un risarcimento ai loro truffatori.
 
Il caso emblematico di Mps
E’ emblematica in tal senso la vicenda del Monte dei Paschi, il terzo istituto bancario italiano, da tempo sull’orlo del fallimento. Lo Stato ha deciso di intervenire nel salvataggio, diventando primo azionista e garantendo ai privati un finanziamento di diversi miliardi (alla faccia della "nazionalizzazione"!). Tutto questo avviene dopo che Mps - come del resto molti altri istituti bancari - ha per anni orchestrato una diabolica truffa ai danni dei piccoli correntisti. Come è costretto ad ammettere persino il Sole 24 ore, “in Italia ad aiutare gli istituti creditizi sono stati ignari risparmiatori”: in soli quattro anni dal 2008 al 2012 (“gli anni più bui della crisi”) le banche italiane hanno propinato obbligazioni rischiose alle famiglie “per 578 miliardi di euro” con un rendimento “troppo basso rispetto ai rischi che gli stessi risparmiatori correvano” (1). Una truffa che, nella vicenda Mps, si è tradotta anche in una penosa guerra tra poveri: dipendenti della banca, sotto minaccia di licenziamento, costretti ad abbindolare anziani o operai in cassa integrazione per convincerli a impegnare i risparmi di una vita in titoli destinati a diventare carta straccia…
Sembra una favola di Natale al contrario, in cui l’orco cattivo che ha imprigionato i bambini viene alla fine della storia ricompensato con le caramelle che erano rimaste nelle tasche degli sventurati. La beffa è che nessuno crede veramente in questo “piano di salvataggio”, tantomeno la stessa fondazione Mps che, infatti, si tiene per sé solo una piccolissima quota dello 0,1% (“Abbiamo scelto di tutelare il patrimonio, di ridurre al minimo il rischio”, ha dichiarato il presidente Marcello Clarich). E ovviamente sono in arrivo licenziamenti di massa nel gruppo, con la solita generosa collaborazione delle grandi burocrazie sindacali, che già hanno firmato un accordo che prevede centinaia di “esuberi volontari”.
 
Rilanciare la lotta di classe
Gli interessi di classe in gioco in queste vicende emergono con sempre maggiore chiarezza. Mentre persino i dati ufficiali dell’Istat parlano di un italiano su tre in condizioni di povertà (uno su due al sud); mentre i dati sull’occupazione sono tra i peggiori d’Europa (57% di occupati, a dimostrazione tra l’altro del fallimento del Jobs Act); mentre tra gli effetti della crisi spicca un aggravarsi delle politiche razziste e delle violenze maschiliste; i governi – eletti o nominati che siano – non si fanno scrupoli a distruggere quel poco di welfare state che ancora sopravvive: lo scopo è quello di rimpinguare le tasche di capitalisti miliardari che godono della licenza di truffare (con tanto di benedizione delle alte cariche dello Stato). Uno squallido quadro di un capitalismo in putrefazione, a cui contribuiscono anche quegli apparati sindacali burocratici che, anziché chiamare i lavoratori alla lotta, stanno sottoscrivendo rinnovi contrattuali peggiorativi (dai metalmeccanici al pubblico impiego ai trasporti), senza nemmeno proclamare uno sciopero.
Ma le lotte non si fermano, nonostante i numerosi pompieri. Sono tanti i lavoratori e le lavoratrici che sono in sciopero o in mobilitazione, spesso contro le indicazioni delle burocrazie sindacali: dai dipendenti Tim ai lavoratori di Almaviva, dai precari delle cooperative in appalto al Comune di Roma (in vertenza contro la giunta grillina) ai lavoratori dei trasporti, dalle donne scese in piazza contro il maschilismo fino agli operai immigrati della logistica. E’ da queste lotte e dalla necessità di una loro unificazione che occorre ripartire per trasformare la vittoria del No in opposizione di classe a questo ennesimo governo dei banchieri e dei padroni.
 


(1) Si veda l’articolo “Quei bond ad alto rischio e alto rendimento” di Morya Longo, Il Sole 24 ore, 24 dicembre 2016.