Delle tante amenità sentite e viste la
settimana scorsa, due in particolare hanno brillato per miseria e tristezza. Lo squallido
teatrino andato in scena su La7 fra Santoro, Travaglio e Berlusconi e l’ennesima
stolta uscita di Grillo sull’allegra combutta fra il M5S e i
fascisti del terzo millennio di CasaPound.
Della prima faccenda mi viene la nausea solo a ipotizzare di scrivere
due righe, dell’altra tristissima vicenda, essendo questo un blog antifascista,
non posso esimermi dal dire due o tre
cose. Assistiamo ancora una volta alla sollevazione di partiti, movimenti e
anche degli stessi militanti del movimento 5 stelle, che puntuale si infiamma quando si tira
dentro CasaPound. Anche a Grillo è stato ferocemente contestato che l’antifascismo
è un valore fondante della nostra repubblica e dunque è disdicevole il solo
apprezzare chi si proclama fascista del terzo millennio. A queste anime belle
che contestano il comico genovese vorrei ricordare che ci sono leggi le quali consentono
e anzi obbligano a scogliere ogni movimento
o aggregazione che si ispiri al fascismo, basta applicarle, e chiudere,
i covi dei fasciste del terzo millennio. Ma
a ricordare queste cose si viene tacciati di essere antidemocratici, si
tira in ballo Voltaire. Quando qualcuno
di questi reietti aggredisce e uccide, vedi la strage degli extra comunitari a
Firenze , per una po’ va avanti la solita litania sui valori dell’antifascismo
che vanno difesi dall’aggressione dei
fascisti di CasaPound, poi, passato un po’ di tempo, questi tornano ad essere delle immacolate giovani
mammolette, solo un po’ esuberanti, a cui è antidemocratico togliere agibilità politica.
Lo squallore della posizione di Grillo, in relazione al suo atteggiamento nei
riguardi di CasaPound, non risiede nel suo derubricare l’antifascismo a
semplice orpello ideologico desueto e fuori dal tempo. Del resto questa è una tipica manifestazione di chi si vuol far notare facendo il bastian contrario ovunque e
comunque . Se i fascisti sono messi al bando dalla storia e l’antifascismo è , a parole, l’elemento
fondante della nostra Repubblica, Grillo manda affanculo la Repubblica,
antifascismo compreso schierandosi al fianco dei fascisti che hanno un
programma simile al quello dei 5 stelle. Lo squallore di Grillo risiede nella
sua completa e assoluta ignoranza politica e sociale. Lo sa o no Grillo che
CasaPound è a libro paga di quell’Alemanno sindaco di Roma che fa parte dei morti viventi della vecchia politica che lui
tanto osteggia? Lo sa o no Grillo che i
signori fascisti del terzo millennio sono stati al fianco di Berlusconi e hanno
contribuito ad eleggere alla Pisana quella
Polverini icona sputtanata di un sistema di ruberie ampiamente consolidato in
regione e condannato con forza dallo stesso l M5S? Era patetico il filmato in cui il comico
genovese faceva a gara con i puzzone di CasaPound Di Stefano, su chi aveva collezionato più
denunce, ed era struggente tutta la
bella storia dei fascisti che rubano le case ai ricchi per darle ai poveri di razza
ariana s’intende. E’ vero CasaPound gli alloggi li occupa come quello di pregio
di proprietà del Comune di Roma sito in
Via Napoleone III a, ma non per darli ai poveri bensì per usarli come sede, tanto poi il sindaco
Alemanno avrebbe chiuso un occhio, glielo avrebbe anche regalato l’immobile se non ci fosse stata una sollevazione
popolare e se l’imminenza delle elezioni non avesse suggerito diversamente. Per rimanere in tema di fascismo, molto mi
accusano di tradire la memoria della lotta partigiana, non andando a votare. Infatti ciò significa
disprezzare l’acquisizione di un diritto ottenuto proprio grazie alla lotta di
liberazione. E’ falso, innanzi tutto le elezioni c’erano già prima di Mussolini
il quale, è stato eletto dal popolo, mi pare, poi sono convinto che se fosse ancora in vita un partigiano vero prenderebbe
la mia stessa decisione. Fra fascisti veri o presunti, partiti che stravolgono
la costituzione inserendo la stabilità di bilancio e, con l’esaltazione del candidato premier, non rispettano il dettato costituzionale sulla partecipazione
attiva dei cittadini alla vita politica del Paese, un Partigiano vero avrebbe
la tentazione di tornare ad oliare il fucile altro che andare al seggio. Questo di Grillo è un episodio che insieme con la farsa delle
presentazione dei simboli delle liste, tende a sputtanare tutta la contesa
elettorale, ecco perché ancora una volta dico che io a queste pagliacciate non ci sto e alle
prossime elezioni non andrò a votare.
Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
lunedì 14 gennaio 2013
Prospero Gallinari, quando la Brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Estratto da Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate rosse, Bompiani 2006, pp. 221-225
Si è spenta la luce
[...] il 24 settembre abbiamo appuntamento con una parte del nucleo a pranzo, in una tratoria, per discutere le ultime cose. Informo i compagni che la sera prima Mario mi ha chiamato da un porto italiano e sta risalendo l’Adriatico verso Venezia. Dovremo poi organizzarci per andare a recuperare le armi che ha portato. Ma intanto pensiamo al lavoro che dobbiamo fare domani.[...]
Cambiare le targhe è un lavoro banale, basta trovare un buco dove non ti vedono. Ma la zona non è buona. C’è un bar nelle vicinanze del luogo in cui abbiamo parcheggiato le macchine e c’è della gente fuori. Ci spostiamo di duecento metri e dopo Porta Metronia troviamo uno spazio nel quale riusciamo a infilarci. io dovrei fare la copertura da una certa distanza agli altri incaricati della sistemazione delle targhe, ma subentrano complicazioni con le viti che non vogliono staccarsi… Decido di mettermi a svitarle io.
Quando sento la sirena, la macchina della polizia ce l’ho già addosso. In quelle occasioni la reazione è spontanea, correre in sè non servirebbe a niente. Cercando di restare coperto dall’automobile sulla cui targa stavo lavorando, estraggo la pistola e comincio a sparare. Intanto mi guardo attorno e cerco di ragionare. La volante della polizia ce l’ho di fronte e mi ostruisce l’accesso a una strada secondaria che vorrei guadagnare per la fuga, perché mi sembra stretta e contorta.
Sparo così contro la macchina per costringerla a spostarsi lasciarmi il via libera. Termino un caricatore e cerco di estrarre il secondo dalla cintura dei pantaloni. E lì si spegne la luce.
Il San Giovanni
Quando si riaccende vedo un’infermiera e dietro di lei diversi carabinieri. E’ chiaro che mi trovo in ospedale e sono stato arrestato.
Mi sento intontito e soprattutto ho un fortissimo dolore alla testa. Rivolgo la parola all’infermiera chiedendole se può chiamare un medico perché il dolore è lancinante.
La vedo meravigliata della domanda, ma molto cortesemente dice che tornerà subito. Il medico stesso arriva abbastanza confuso
Inizia a farmi domande: cosa sento, come mi chiamo, cosa ricordo di me e di quello che è successo.
L’unica cosa che non riesco a valutare è il tempo trascorso in ospedale prima del risveglio; per il resto, pur con uno stato di confusione abbastanza marcato, rispondo con una certa logicità alle sue domande.
Dopo alcuni minuti di questo dialogo abbastanza bizzarro il medico mi rivolge una domanda secca: “lei è mancino?”
Gli rispondo di sì. Benchè infatti sia stato educato fin dall’infanzia a usare la mano destra per scrivere o tenere le posate, per tutto il resto sono mancino e la sinistra è anche la parte dei miei arti più forte e reattiva.
“Adesso capisco”, mi risponde.
“Lei è stato colpito alla testa e ha subito un focolaio lacerocontusivo ed emorragico di grossa portata, abbiamo dovuto estrarle parecchia materia… davamo per scontato che la quantità fosse tale da ritenere lesionata senza possibilità di recupero tutta la qualità cognitiva e del ragionamento… essendo mancino lei ha le parti del cervello invertite…”
Non so come rispondere… ma prendo atto che è pure sempre andata meglio del previsto.
Intanto il programma immediato è cercare di capire se il dolore si può attutire. E’ così intenso alla testa, che solo in un secondo momento mi rendo conto di avere una gamba appesa in trazione a un baldacchino montato sul letto.
E’ stata anch’essa raggiunta dalla raffica che mi ha colpito, e (verrò a saperlo in seguito) un proiettile è entrato nella caviglia rompendola, per uscire poi dal tallone.
Sono in una stanza isolata dal resto delle corsie e non riesco neanche a capire in quale ospedale mi trovo. Intorno a me, il movimento di agenti è molto intenso, si sente che ce ne sono diversi anche fuori, ma questo comunque non impedisce al personale medico di prestarmi le cure e le pulizie del caso.
Da quello che sento dire, capisco che sono rimasto in coma due giorni, e nel fondo del mio pensiero c’è una frase che viaggia che viaggia come se l’avessi colta in quei momenti: “ha mangiato bene”.
Probabilmente è stato quando mi hanno fatto la lavanda gastrica; devo aver avuto un attimo dipresenza mentre qualcuno l’ha pronunciata. Tra l’altro collima… a pranzo avevo mangiato un risotto al nero di seppie, un risotto anche buono.
Stanno mettendo a posto il letto e mi hanno portato delle gocce di Valium per il dolore. Un’infermiera mi allunga il bicchiere e mi stringe forte la mano. La guardo in faccia, mi fa capire con gli occhi di guardare più in giù.
Osservo il collo, ha una camicetta aperta sul davanti e porta una bella collana. Uno dei gioielli di Laura.
Una collana che gli aveva costruito e regalato Bruno, quando fra le sue varie attività si era dedicato anche a quella di apprendista gioielliere. Ho difficoltà a capire se sono impazzito o se è l’effetto di qualche allucinogeno.
Uno dei poliziotti si fa vicino, ma lei gli fa intendere che deve sistemare il letto e lo fa allontanare di un metro.
Tra le labbra mi dice: “fatti tenere qui qualche giorno”.
Il cervello, anche spappolato, viaggia a velocità supersonica. So che c’è una grossa presenza di compagni negli ospedali, ma tutto mi aspettavo meno di trovarmi l’organizzazione al risveglio.
Che idee avranno? Sono impazziti?
Nelle condizioni in cui mi trovo sarei solo un peso!
Ma dai compagni che conosco posso aspettarmi questo ed altro”
Chiudo gli occhi e mi metto a piangere.
Passano due giorni, il dolore persiste, e sembra di capire che dovrò abituarmici per parecchio tempo, ma quanto al resto la mia condizione sembra stabilizzata. La visita medica è passata, e quella sera monta un dottore per un turno di notte.
Lo guardo in faccia e lo riconosco. L’avevo incontrato con Bruno mesi prima per dargli indicazioni su dove piazzarsi in occasione di un’azione. Avrebbe fatto da copertura medica, una pratica che usiamo dove c’è la disponibilità di compagni medici o infermieri, in grado di offrire supporto nel caso in cui ci siano feriti non gravi da soccorrere sul posto.
Mi ripete che devo cercare di rimanere. Ha visto Bruno e i compagni credono davvero di poter intervenire. Ma io gli faccio capire che probabilmente mi trasferiranno molto presto in carcere. Poi ci ragiono: sarebbe assurdo portare fuori un catorcio che, oltre alla gamba rotta, non si sa neanche quanto cervello abbia ancora a disposizione.
Il giorno dopo mi trovo in isolamento a Regina Coeli.
Ciao Prospero
Oreste Scalzone
Ieri notte (14 gennaio 2013) è morto Prospero Gallinari.
Ieri notte (14 gennaio 2013) è morto Prospero Gallinari.
Una vita dedicata alla lotta di classe rivoluzionaria.
Un compagno, un amico, un fratello per me e per quelle compagne e quei compagni
che con lui hanno lottato, condividendo un percorso scabroso e difficile,
mettendo in gioco la propria esistenza, per raccogliere e rilanciare la spinta
rivoluzionaria che proveniva dal cuore stesso della classe operaia: le grandi
fabbriche e le periferie metropolitane.
Ciao Prospero! Oggi non trovo altre parole per
ricordare i tanti giorni, mesi, anni, passati insieme calpestando gli stessi
metri del pavimento di una cella o le spianate di cemento dei cortili
ingabbiati delle carceri speciali.
In quegli spazi angusti, in quelle gabbie, si
camminava insieme, si ricordava insieme, si ragionava insieme, si
criticava e ci criticavamo; e si continuava a progettare percorsi
rivoluzionari. Oggi altre braccia raccoglieranno quelle idee e su altre giovani
gambe continueranno il cammino per farla finita con questo abominio di
sfruttamento, oppressione e devastazione, per costruire una società che
chiamavamo e continuiamo a chiamare: COMUNISMO!
Tahrir ruggisce contro il nuovo Faraone
di Ronald León Núñez, dal sito della Lit-Quarta Internazionale, traduzione dall'originale spagnolo di
Giovanni "Ivan" Alberotanza
Sconfiggere la costituzione di Morsi e dei militari!
La rivoluzione è viva e sta avanzando
Nelle ultime settimane abbiamo visto le immagini di centinaia
di migliaia di egiziani che occupavano nuovamente l'emblematica piazza Tahrir al
Cairo, realizzando imponenti manifestazioni in quasi tutto il Paese,
scontrandosi a colpi di pietre con la polizia e affrontando per le strade della
capitale un impressionante accerchiamento militare composto da filo spinato,
carri armati e soldati d'élite – appartenenti alla Guardia repubblicana –
arrivando perfino alle porte dello stesso palazzo presidenziale e a
circondarlo.
Vedendo queste scene si potrebbe pensare che sono le stesse di quella impresa rivoluzionaria durata 17 giorni e costata 800 martiri che rovesciò il dittatore Mubarak l'11 febbraio 2011. Anche la parola d'ordine più urlata in Tahrir è la stessa di quasi due anni fa: “Il popolo vuole la caduta del regime!”.
La differenza è che ora la classe lavoratrice e il popolo egiziani non urlano contro Mubarak, il dittatore odiato svenduto all'imperialismo che hanno sconfitto con la loro lotta rivoluzionaria, ma contro il presidente Mohamed Morsi e l'attuale governo dei Fratelli musulmani.
Vedendo queste scene si potrebbe pensare che sono le stesse di quella impresa rivoluzionaria durata 17 giorni e costata 800 martiri che rovesciò il dittatore Mubarak l'11 febbraio 2011. Anche la parola d'ordine più urlata in Tahrir è la stessa di quasi due anni fa: “Il popolo vuole la caduta del regime!”.
La differenza è che ora la classe lavoratrice e il popolo egiziani non urlano contro Mubarak, il dittatore odiato svenduto all'imperialismo che hanno sconfitto con la loro lotta rivoluzionaria, ma contro il presidente Mohamed Morsi e l'attuale governo dei Fratelli musulmani.
Il patto tra i
Fratelli musulmani e i militari
Questo perché le masse egiziane affrontano
un regime politico bonapartista e repressivo che, anche senza Mubarak, si è
mantenuto nelle sue forme essenziali.
Ciò a causa del fatto che i Fratelli musulmani hanno concordato con la cupola militare il loro arrivo alla presidenza e in cambio non ne hanno messo in discussione l'immenso potere economico e politico.
In questo quadro, questa nuova esplosione popolare è iniziata quando Morsi, rafforzato dal suo rilevante ruolo nei negoziati per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ha emesso un decreto di “modifica costituzionale” che determinava una quasi totale concentrazione di poteri, stabilendo che nessuna decisione presidenziale avrebbe potuto essere impugnata in alcuna istanza di giudizio. Bisogna tener presente che Morsi già concentra nella sua persona il potere esecutivo e legislativo, dopo che la precedente Giunta militare ha sciolto il parlamento lo scorso giugno.
Ma Morsi ha fatto di più. Poco dopo questo “decreto” ha annunciato che il progetto di costituzione, elaborato dall'Assemblea Costituente, – composta da una netta maggioranza di membri islamisti – era ultimato e ha indetto un referendum confermativo per il 15 e il 22 dicembre, con l'obiettivo di approvarlo.
Il progetto di costituzione che Morsi e i Fratelli Musulmani difendono – con l'appoggio di settori islamisti più fondamentalisti, conosciuti come salafiti – ha un carattere chiaramente bonapartista e repressivo, anti-operaio e anti-sciopero. Attenta anche ai diritti delle donne e delle minoranze religiose, poiché si basa sulla sharia o legge islamica (1). L'elemento centrale di questo progetto costituzionale è che è fatto per compiacere la cupola militare, poiché mantiene intatti gli enormi poteri e privilegi delle forze armate nell'economia e nella politica egiziane.
Senza dubbi, questo progetto di costituzione è uno strumento perfezionato per sconfiggere la rivoluzione e mantenere il regime bonapartista, sulla base dell'accordo tra i Fratelli musulmani e i militari con l'appoggio dell'imperialismo nordamericano. Qui è necessario sottolineare che l'attuale aggressione bonapartista del governo e del regime egiziani conta sull'assenso di Washington, che utilizza deliberatamente Morsi come elemento di stabilizzazione della regione, come è parso evidente durante l'ultima aggressione sionista a Gaza.
Per tutto ciò, non è un caso che l'alta gerarchia delle forze armate non si sia pronunciata contro il decreto e questo progetto costituzionale. Il punto è che Morsi ha sempre scrupolosamente rispettato gli interessi vitali della gerarchia. Nei suoi cinque mesi di governo, il presidente islamico ha fatto tutto il possibile per mantenere buone relazioni con la cupola militare.
Il presidente islamista garantisce i generali su tre questioni che per essi sono fondamentali: a) il mantenimento della loro piena autonomia e discrezionalità; b) l'immunità della Giunta militare per i crimini e gli abusi commessi durante la dittatura fino all'assunzione dell'incarico da parte di Morsi; c) la salvaguardia delle loro numerose imprese e proprietà (si stima che i vertici militari controllino non meno del 30% dell'economia del Paese) e il mantenimento dell'alleanza con gli Stati Uniti, che finanziano direttamente le forze armate con oltre 1.300 milioni di dollari all'anno, situazione che rende quello egiziano l'esercito che riceve più sovvenzioni dall'imperialismo dopo quello israeliano.
Finora tutto questo è stato rispettato e protetto. Infatti, il progetto di costituzione prevede che il ministro della Difesa sia sempre un militare e assegna ad un organo militare, non al parlamento, il potere di elaborare il bilancio del ministero della Difesa, così come era al tempo di Mubarak. Inoltre si mantengono i terrificanti tribunali militari per giudicare i civili (attivisti sociali e oppositori in generale) e non si vieta in alcun modo la tortura. In questi giorni, lo stesso Morsi ha autorizzato l'esercito ad arrestare qualsiasi manifestante che lo contestava nelle piazze.
Ciò a causa del fatto che i Fratelli musulmani hanno concordato con la cupola militare il loro arrivo alla presidenza e in cambio non ne hanno messo in discussione l'immenso potere economico e politico.
In questo quadro, questa nuova esplosione popolare è iniziata quando Morsi, rafforzato dal suo rilevante ruolo nei negoziati per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ha emesso un decreto di “modifica costituzionale” che determinava una quasi totale concentrazione di poteri, stabilendo che nessuna decisione presidenziale avrebbe potuto essere impugnata in alcuna istanza di giudizio. Bisogna tener presente che Morsi già concentra nella sua persona il potere esecutivo e legislativo, dopo che la precedente Giunta militare ha sciolto il parlamento lo scorso giugno.
Ma Morsi ha fatto di più. Poco dopo questo “decreto” ha annunciato che il progetto di costituzione, elaborato dall'Assemblea Costituente, – composta da una netta maggioranza di membri islamisti – era ultimato e ha indetto un referendum confermativo per il 15 e il 22 dicembre, con l'obiettivo di approvarlo.
Il progetto di costituzione che Morsi e i Fratelli Musulmani difendono – con l'appoggio di settori islamisti più fondamentalisti, conosciuti come salafiti – ha un carattere chiaramente bonapartista e repressivo, anti-operaio e anti-sciopero. Attenta anche ai diritti delle donne e delle minoranze religiose, poiché si basa sulla sharia o legge islamica (1). L'elemento centrale di questo progetto costituzionale è che è fatto per compiacere la cupola militare, poiché mantiene intatti gli enormi poteri e privilegi delle forze armate nell'economia e nella politica egiziane.
Senza dubbi, questo progetto di costituzione è uno strumento perfezionato per sconfiggere la rivoluzione e mantenere il regime bonapartista, sulla base dell'accordo tra i Fratelli musulmani e i militari con l'appoggio dell'imperialismo nordamericano. Qui è necessario sottolineare che l'attuale aggressione bonapartista del governo e del regime egiziani conta sull'assenso di Washington, che utilizza deliberatamente Morsi come elemento di stabilizzazione della regione, come è parso evidente durante l'ultima aggressione sionista a Gaza.
Per tutto ciò, non è un caso che l'alta gerarchia delle forze armate non si sia pronunciata contro il decreto e questo progetto costituzionale. Il punto è che Morsi ha sempre scrupolosamente rispettato gli interessi vitali della gerarchia. Nei suoi cinque mesi di governo, il presidente islamico ha fatto tutto il possibile per mantenere buone relazioni con la cupola militare.
Il presidente islamista garantisce i generali su tre questioni che per essi sono fondamentali: a) il mantenimento della loro piena autonomia e discrezionalità; b) l'immunità della Giunta militare per i crimini e gli abusi commessi durante la dittatura fino all'assunzione dell'incarico da parte di Morsi; c) la salvaguardia delle loro numerose imprese e proprietà (si stima che i vertici militari controllino non meno del 30% dell'economia del Paese) e il mantenimento dell'alleanza con gli Stati Uniti, che finanziano direttamente le forze armate con oltre 1.300 milioni di dollari all'anno, situazione che rende quello egiziano l'esercito che riceve più sovvenzioni dall'imperialismo dopo quello israeliano.
Finora tutto questo è stato rispettato e protetto. Infatti, il progetto di costituzione prevede che il ministro della Difesa sia sempre un militare e assegna ad un organo militare, non al parlamento, il potere di elaborare il bilancio del ministero della Difesa, così come era al tempo di Mubarak. Inoltre si mantengono i terrificanti tribunali militari per giudicare i civili (attivisti sociali e oppositori in generale) e non si vieta in alcun modo la tortura. In questi giorni, lo stesso Morsi ha autorizzato l'esercito ad arrestare qualsiasi manifestante che lo contestava nelle piazze.
Gli attacchi
alla libertà di organizzazione e di sciopero
La Federazione egiziana dei sindacati
Indipendenti (Efitu) ha emesso un comunicato in cui denuncia il decreto di Morsi
e il suo progetto costituzionale. Sul primo, questa Federazione chiede: “Come
può il presidente promulgare leggi, e lavorare per la loro applicazione, senza
che nessuno di noi abbia il diritto di rivolgersi ai tribunali per impugnarle? E
se viene emesso un decreto che proibisce tutti i sindacati che sono sorti a
partire dalla rivoluzione? Nessuno potrà opporsi a ciò?”.
Riferendosi al progetto di costituzione, nello specifico per quanto ha a che fare con i diritti della classe operaia e la sua libertà di organizzazione, denuncia: “(...) tutti i progetti che sono stati prodotti dall'Assemblea Costituente sono stati completamente svuotati dei diritti dei lavoratori, dei contadini, dei pescatori, dei lavoratori in posti di lavoro informali. Gli articoli che menzionano i lavoratori e la giustizia sociale non stabiliscono alcun obbligo, che ne permetta l'applicazione vera e propria, né per il governo o né per i padroni. Allo stesso tempo, i progetti proteggono gli interessi dei proprietari delle fabbriche e dei direttori delle imprese: nella realtà di oggi ci troviamo di fronte a padroni che si rifiutano di pagare gli stipendi dei lavoratori e li licenziano, o danno ordine di chiudere la fabbrica e buttare su una strada i lavoratori, anche quando hanno goduto di privilegi ed esenzioni fiscali o hanno ottenuto prestiti bancari e non li hanno mai restituiti (...)”.
In un'altra parte della dichiarazione, questo settore dei sindacati egiziani si oppone anche al discorso che ha pronunciato Morsi il 23 novembre, nel quale ha minacciato che “avrebbe usato la legge contro l'interruzione della produzione o il blocco delle strade, o che avrebbe proibito per legge gli scioperi e i presidi”, oltre ad annunciare l'entrata in vigore di una legge (2) che autorizza il presidente a intervenire nei sindacati, fino a rimpiazzarne i dirigenti attuali.
Questi attacchi di Morsi, come parte di un offensiva bonapartista d'insieme, sono una chiara risposta ad una crescente capacità d'azione e protagonismo della classe operaia nello scenario politico egiziano che è iniziata da prima della caduta di Mubarak. Settori della classe operaia, come i lavoratori della fabbrica di Mahalla, la più grande del settore tessile, sono stati parte dell'avanguardia che ha rovesciato l'ex dittatore. Da quando è caduto, hanno realizzato una serie di lotte e di scioperi. In questi giorni, come continuazione di questa lotta, sono stati protagonisti di una grande corteo contro le misure reazionarie di Morsi.
Ciò si verifica nel contesto di un ricco processo di riorganizzazione in corso nel movimento operaio in Egitto, con la fondazione di nuovi sindacati o federazioni. Il governo dei Fratelli musulmani, alleato ai militari, tenta di liquidare questo processo limitando tutte le libertà e gli spazi democratici che sono stati conquistati con la caduta di Mubarak.
Ma sono ancora lontani dal raggiungimento di questo obiettivo. La forza delle mobilitazioni e l'entrata sulla scena di un settore della classe operaia hanno ottenuto un primo trionfo: Morsi si è visto obbligato a ritirare il suo decreto.
Riferendosi al progetto di costituzione, nello specifico per quanto ha a che fare con i diritti della classe operaia e la sua libertà di organizzazione, denuncia: “(...) tutti i progetti che sono stati prodotti dall'Assemblea Costituente sono stati completamente svuotati dei diritti dei lavoratori, dei contadini, dei pescatori, dei lavoratori in posti di lavoro informali. Gli articoli che menzionano i lavoratori e la giustizia sociale non stabiliscono alcun obbligo, che ne permetta l'applicazione vera e propria, né per il governo o né per i padroni. Allo stesso tempo, i progetti proteggono gli interessi dei proprietari delle fabbriche e dei direttori delle imprese: nella realtà di oggi ci troviamo di fronte a padroni che si rifiutano di pagare gli stipendi dei lavoratori e li licenziano, o danno ordine di chiudere la fabbrica e buttare su una strada i lavoratori, anche quando hanno goduto di privilegi ed esenzioni fiscali o hanno ottenuto prestiti bancari e non li hanno mai restituiti (...)”.
In un'altra parte della dichiarazione, questo settore dei sindacati egiziani si oppone anche al discorso che ha pronunciato Morsi il 23 novembre, nel quale ha minacciato che “avrebbe usato la legge contro l'interruzione della produzione o il blocco delle strade, o che avrebbe proibito per legge gli scioperi e i presidi”, oltre ad annunciare l'entrata in vigore di una legge (2) che autorizza il presidente a intervenire nei sindacati, fino a rimpiazzarne i dirigenti attuali.
Questi attacchi di Morsi, come parte di un offensiva bonapartista d'insieme, sono una chiara risposta ad una crescente capacità d'azione e protagonismo della classe operaia nello scenario politico egiziano che è iniziata da prima della caduta di Mubarak. Settori della classe operaia, come i lavoratori della fabbrica di Mahalla, la più grande del settore tessile, sono stati parte dell'avanguardia che ha rovesciato l'ex dittatore. Da quando è caduto, hanno realizzato una serie di lotte e di scioperi. In questi giorni, come continuazione di questa lotta, sono stati protagonisti di una grande corteo contro le misure reazionarie di Morsi.
Ciò si verifica nel contesto di un ricco processo di riorganizzazione in corso nel movimento operaio in Egitto, con la fondazione di nuovi sindacati o federazioni. Il governo dei Fratelli musulmani, alleato ai militari, tenta di liquidare questo processo limitando tutte le libertà e gli spazi democratici che sono stati conquistati con la caduta di Mubarak.
Ma sono ancora lontani dal raggiungimento di questo obiettivo. La forza delle mobilitazioni e l'entrata sulla scena di un settore della classe operaia hanno ottenuto un primo trionfo: Morsi si è visto obbligato a ritirare il suo decreto.
Sconfiggere la costituzione di Morsi e dei militari!
Tuttavia, Morsi non ha rinunciato alla sua
proposta di costituzione né al referendum. È chiara la sua intenzione di deviare
la lotta sul terreno più favorevole ai Fratelli Musulmani per deviare il
processo rivoluzionario e “legittimare” il suo progetto politico bonapartista e
repressivo: il campo elettorale.
Di fronte a tutto questo processo, l'opposizione borghese ai Fratelli musulmani si è raggruppata in quello che si è cominciato a chiamare Fronte di Salvezza Nazionale. Questo è un fronte ampio che comprende una serie di partiti che si dicono “laici e liberali”, e perfino esponenti del precedente governo di Mubarak. È guidato da Mohamed El Baradei e dall'ex cancelliere di Mubarak ed ex segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa. Ma ci sono anche altri personaggi, come Hamdin Sabahi, un nazionalista borghese che si presenta come nasserista e ha un peso importante nel mondo sindacale e in alcuni raggruppamenti giovanili; non per caso è stato il terzo candidato più votato alle ultime elezioni. In questo ampio fronte d'opposizione sono entrate anche molte organizzazioni di giovani che sono state nelle piazze fin dall'inizio della rivoluzione, come il conosciuto Movimento 6 Aprile. Il fronte di opposizione ha deciso di fare appello a votare per il No al referendum costituzionale.
Di fronte a tutto questo processo, l'opposizione borghese ai Fratelli musulmani si è raggruppata in quello che si è cominciato a chiamare Fronte di Salvezza Nazionale. Questo è un fronte ampio che comprende una serie di partiti che si dicono “laici e liberali”, e perfino esponenti del precedente governo di Mubarak. È guidato da Mohamed El Baradei e dall'ex cancelliere di Mubarak ed ex segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa. Ma ci sono anche altri personaggi, come Hamdin Sabahi, un nazionalista borghese che si presenta come nasserista e ha un peso importante nel mondo sindacale e in alcuni raggruppamenti giovanili; non per caso è stato il terzo candidato più votato alle ultime elezioni. In questo ampio fronte d'opposizione sono entrate anche molte organizzazioni di giovani che sono state nelle piazze fin dall'inizio della rivoluzione, come il conosciuto Movimento 6 Aprile. Il fronte di opposizione ha deciso di fare appello a votare per il No al referendum costituzionale.
Siamo completamente contro questo progetto
costituzionale e crediamo che la lotta contro il governo dei Fratelli musulmani
e il regime bonapartista passi nell'immediato per la sconfitta di questo
progetto di costituzione che legalizza e legittima il potere dei militari e
riafferma tutti i vincoli del paese all'imperialismo.
La lotta contro l'offensiva bonapartista si dà ora nelle strade e anche sul terreno del referendum. Per questo, mantenendo la più assoluta indipendenza di classe, sosteniamo che è necessario che le organizzazioni sindacali e la sinistra applichino una politica di ampia unità d'azione con tutti i settori, anche borghesi, che sono disposti a affrontare il regime e la costituzione che lo consolida. All'interno di questo ampio fronte contro Morsi e i militari dobbiamo combattere le direzioni borghesi e condurre l'imprescindibile battaglia per costruire una direzione rivoluzionaria, poiché l'attuale direzione di El Baradei, Moussa, ecc., per le proprie insormontabili limitazioni di classe, è e sarà incapace di condurre la lotta fino alla fine, come dimostra la sua apertura a negoziare con il regime questa o quella questione sul testo costituzionale e perfino sul meccanismo specifico del referendum al fine di smobilitare tutto il processo.
Mentre stavamo chiudendo questo articolo si è tenuto il primo turno del referendum e dati ufficiosi danno una vittoria parziale del Sì, con il 57% contro il 43% del No. Tuttavia, nel contesto di una giornata elettorale militarizzata con più di 120.000 soldati, la nota eccezionale è il trionfo del No in varie città con un importante presenza di lavoratori e operai, come la stessa capitale, dove il No al progetto di costituzione dei Fratelli musulmani ha vinto con il 57% dei voti. Nel secondo turno, che si terrà il 22 dicembre, voteranno le città dell'entroterra, dove gli islamisti hanno un peso molto maggiore. Ad ogni modo, anche nell'ipotesi che il progetto costituzionale del regime venga approvato nelle urne – il che è molto probabile –, si sarebbe ben lontani dal raggiungere la legittimità che pretendevano i Fratelli Musulmani e i militari, dato che nel primo turno si è registrato solo il 33% di affluenza alle urne e ci sono numerose denunce di irregolarità durante le votazioni.
La lotta contro l'offensiva bonapartista si dà ora nelle strade e anche sul terreno del referendum. Per questo, mantenendo la più assoluta indipendenza di classe, sosteniamo che è necessario che le organizzazioni sindacali e la sinistra applichino una politica di ampia unità d'azione con tutti i settori, anche borghesi, che sono disposti a affrontare il regime e la costituzione che lo consolida. All'interno di questo ampio fronte contro Morsi e i militari dobbiamo combattere le direzioni borghesi e condurre l'imprescindibile battaglia per costruire una direzione rivoluzionaria, poiché l'attuale direzione di El Baradei, Moussa, ecc., per le proprie insormontabili limitazioni di classe, è e sarà incapace di condurre la lotta fino alla fine, come dimostra la sua apertura a negoziare con il regime questa o quella questione sul testo costituzionale e perfino sul meccanismo specifico del referendum al fine di smobilitare tutto il processo.
Mentre stavamo chiudendo questo articolo si è tenuto il primo turno del referendum e dati ufficiosi danno una vittoria parziale del Sì, con il 57% contro il 43% del No. Tuttavia, nel contesto di una giornata elettorale militarizzata con più di 120.000 soldati, la nota eccezionale è il trionfo del No in varie città con un importante presenza di lavoratori e operai, come la stessa capitale, dove il No al progetto di costituzione dei Fratelli musulmani ha vinto con il 57% dei voti. Nel secondo turno, che si terrà il 22 dicembre, voteranno le città dell'entroterra, dove gli islamisti hanno un peso molto maggiore. Ad ogni modo, anche nell'ipotesi che il progetto costituzionale del regime venga approvato nelle urne – il che è molto probabile –, si sarebbe ben lontani dal raggiungere la legittimità che pretendevano i Fratelli Musulmani e i militari, dato che nel primo turno si è registrato solo il 33% di affluenza alle urne e ci sono numerose denunce di irregolarità durante le votazioni.
La rivoluzione è viva e sta avanzando
Queste imponenti mobilitazioni sono una
dimostrazione incontestabile che la rivoluzione egiziana non è finita ne tanto
meno sconfitta. Tutto il contrario, è ancora viva la fiamma della lotta delle
masse sfruttate e oppresse, che in questi quasi due anni dopo aver spodestato
Mubarak non hanno visto migliorare le loro condizioni di vita ne soddisfatte le
loro aspirazioni democratiche.
Il dato più positivo e incoraggiante è che questa nuova ondata di mobilitazioni rivoluzionarie si scontra direttamente contro il governo dei Fratelli musulmani, il partito borghese più forte e meglio organizzato del paese. Questa organizzazione politica vecchia di 84 anni ha sempre avuto una forte prestigio tra ampi settori delle masse, anche a dispetto dell'essere stata uno dei sostegni di Mubarak e del sostenere attualmente il proprio governo in un patto con la cupola militare assassina.
La crescita della delusione e dell'opposizione popolare ai Fratelli musulmani ha a che vedere con l'esperienza diretta che le masse stanno facendo con il governo di Morsi e dei Fratelli musulmani. Il logorio del consenso ai Fratelli musulmani è molto più veloce del previsto. Dopo aver assunto il potere sull'onda di un grande consenso popolare, passato meno di mezzo anno, ora vediamo settori di massa paragonare Morsi a Mubarak o a un faraone moderno scendendo in strada al grido di “Morsi, Morsi, dimettiti!”. Questo confronto tra Morsi e Mubarak fino a poco tempo era impensabile. Ora è un dato di fatto. In diversi punti del Paese, migliaia di persone hanno invaso e incendiato all'incirca 40 sedi dei Fratelli Musulmani.
Questo ha a che vedere col fatto che, oltre ad essere sempre più chiaro che i Fratelli musulmani sono sullo stesso treno autoritario dei militari, Morsi deve attuare piani economici che colpiscono con durezza il già malconcio tenore di vita del popolo egiziano. In mezzo a questa ripresa dell'ascesa di lotta operaia e popolare, Morsi ha dovuto fare marcia indietro – dopo averlo annunciato – rispetto ad un piano di aumento delle imposte fino al 50% sui prodotti di prima necessità, come parte di un pacchetto che il FMI pretende per effettuare un prestito di 4.800 milioni di dollari.
Il compito principale in questo momento è completare il processo che ha ottenuto come prima vittoria il rovesciamento di Mubarak e avanzare fino alla distruzione totale del regime dittatoriale controllato dalla cupola delle forze armate e sostenuto dall'imperialismo. Questo significa anche, naturalmente, la lotta più decisa contro il governo dei Fratelli musulmani, uno dei garanti di questo regime.
Distruggere il regime bonapartista egiziano – che ora governa con un volto islamico – e conquistare ampie libertà democratiche è un compito fondamentale perché la rivoluzione possa avanzare verso un governo operaio, contadino e popolare che cominci la costruzione del socialismo in Egitto e nella regione.
In questo senso, è urgente approfondire la mobilitazione popolare esigendo la convocazione di una nuova Assemblea Costituente libera e sovrana. Questa lotta sarà inevitabilmente contro il governo di Morsi e tutta la cupola militare che detiene le redini del potere politico e dell'economia.
Per questo, le mobilitazioni per questioni democratiche ed economiche devono essere collocate nella prospettiva di abbattere il governo dei Fratelli musulmani e il regime militare e per l'immediata instaurazione di un governo operaio e popolare basato sulle organizzazioni sindacali e sociali. Solo un governo con queste caratteristiche potrà convocare una Assemblea costituente realmente libera e sovrana, che rifondi il Paese sulla base degli interessi operai e delle masse popolari, cominciando con la rottura completa di tutti i patti politici ed economici che assoggettano l'Egitto all'imperialismo yankee e allo Stato nazi-sionista di Israele. Solo un governo operaio e degli sfruttati potrà punire tutti i crimini di Mubarak e dei militari, oltre a confiscare tutte le loro proprietà e le enormi fortune per metterle al servizio delle masse popolari.
Il conseguimento di tali obiettivi (distruzione del regime bonapartista, rottura con l'imperialismo e avanzata verso l'espropriazione dei capitalisti) non è collocato in un futuro remoto ma nella realtà attuale. La rivoluzione che scuote il Nord Africa e il Medio Oriente, con la ripresa della lotta palestinese, l'accentuazione delle lotte operaie in Tunisia e l'inizio di lotte di massa in Giordania e il fatto che il regime di Al Assad è sempre più isolato in conseguenza della rivoluzione e della guerra civile in Siria, ci danno motivi per essere ottimisti sul trionfo definitivo della rivoluzione in Egitto e in tutta la regione.
Il dato più positivo e incoraggiante è che questa nuova ondata di mobilitazioni rivoluzionarie si scontra direttamente contro il governo dei Fratelli musulmani, il partito borghese più forte e meglio organizzato del paese. Questa organizzazione politica vecchia di 84 anni ha sempre avuto una forte prestigio tra ampi settori delle masse, anche a dispetto dell'essere stata uno dei sostegni di Mubarak e del sostenere attualmente il proprio governo in un patto con la cupola militare assassina.
La crescita della delusione e dell'opposizione popolare ai Fratelli musulmani ha a che vedere con l'esperienza diretta che le masse stanno facendo con il governo di Morsi e dei Fratelli musulmani. Il logorio del consenso ai Fratelli musulmani è molto più veloce del previsto. Dopo aver assunto il potere sull'onda di un grande consenso popolare, passato meno di mezzo anno, ora vediamo settori di massa paragonare Morsi a Mubarak o a un faraone moderno scendendo in strada al grido di “Morsi, Morsi, dimettiti!”. Questo confronto tra Morsi e Mubarak fino a poco tempo era impensabile. Ora è un dato di fatto. In diversi punti del Paese, migliaia di persone hanno invaso e incendiato all'incirca 40 sedi dei Fratelli Musulmani.
Questo ha a che vedere col fatto che, oltre ad essere sempre più chiaro che i Fratelli musulmani sono sullo stesso treno autoritario dei militari, Morsi deve attuare piani economici che colpiscono con durezza il già malconcio tenore di vita del popolo egiziano. In mezzo a questa ripresa dell'ascesa di lotta operaia e popolare, Morsi ha dovuto fare marcia indietro – dopo averlo annunciato – rispetto ad un piano di aumento delle imposte fino al 50% sui prodotti di prima necessità, come parte di un pacchetto che il FMI pretende per effettuare un prestito di 4.800 milioni di dollari.
Il compito principale in questo momento è completare il processo che ha ottenuto come prima vittoria il rovesciamento di Mubarak e avanzare fino alla distruzione totale del regime dittatoriale controllato dalla cupola delle forze armate e sostenuto dall'imperialismo. Questo significa anche, naturalmente, la lotta più decisa contro il governo dei Fratelli musulmani, uno dei garanti di questo regime.
Distruggere il regime bonapartista egiziano – che ora governa con un volto islamico – e conquistare ampie libertà democratiche è un compito fondamentale perché la rivoluzione possa avanzare verso un governo operaio, contadino e popolare che cominci la costruzione del socialismo in Egitto e nella regione.
In questo senso, è urgente approfondire la mobilitazione popolare esigendo la convocazione di una nuova Assemblea Costituente libera e sovrana. Questa lotta sarà inevitabilmente contro il governo di Morsi e tutta la cupola militare che detiene le redini del potere politico e dell'economia.
Per questo, le mobilitazioni per questioni democratiche ed economiche devono essere collocate nella prospettiva di abbattere il governo dei Fratelli musulmani e il regime militare e per l'immediata instaurazione di un governo operaio e popolare basato sulle organizzazioni sindacali e sociali. Solo un governo con queste caratteristiche potrà convocare una Assemblea costituente realmente libera e sovrana, che rifondi il Paese sulla base degli interessi operai e delle masse popolari, cominciando con la rottura completa di tutti i patti politici ed economici che assoggettano l'Egitto all'imperialismo yankee e allo Stato nazi-sionista di Israele. Solo un governo operaio e degli sfruttati potrà punire tutti i crimini di Mubarak e dei militari, oltre a confiscare tutte le loro proprietà e le enormi fortune per metterle al servizio delle masse popolari.
Il conseguimento di tali obiettivi (distruzione del regime bonapartista, rottura con l'imperialismo e avanzata verso l'espropriazione dei capitalisti) non è collocato in un futuro remoto ma nella realtà attuale. La rivoluzione che scuote il Nord Africa e il Medio Oriente, con la ripresa della lotta palestinese, l'accentuazione delle lotte operaie in Tunisia e l'inizio di lotte di massa in Giordania e il fatto che il regime di Al Assad è sempre più isolato in conseguenza della rivoluzione e della guerra civile in Siria, ci danno motivi per essere ottimisti sul trionfo definitivo della rivoluzione in Egitto e in tutta la regione.
Risposta alle notizie diffuse dall’Ufficio stampa della asl di Frosinone
Francesco Notarcola a nome della Consulta delle
associazioni, dell’AIPA e di Cittadinanzattiva.TDM
In risposta alle notizie diffuse dall’Ufficio stampa della
asl di Frosinone,
sulla drammatica realtà dell’U.O.C. di ematologia
dell’ospedale del Capoluogo
si precisa quanto
segue:
1°) L’operare serio,corretto
e tempestivo delle associazioni e dei
loro dirigenti
si evidenzia anche in questa occasione. Essi hanno raccolto
le denunce, le ansie e le preoccupazioni
degli operatori sanitari del reparto, dei ricoverati e dei loro familiari;
2°) La richiesta di aiuto del dirigente responsabile
dell’Unità Operativa Complessa di ematologia non è stata, fino al giorno della nostra
denuncia, tenuta nella degna considerazione e liquidata troppo in fretta, come si evince
dalla lettera, che si allega alla presente, del direttore generale ff. della asl;
3) Le due unità mediche inviate all’associazione “Donfrancesco”
sono due medici borsisti ed erano già in carico al reparto;
4°) Il medico che da lunedì 14 c.m. sarà trasferito al
reparto di ematologia proviene dal Centro trasfusionale ( In questo reparto ci sono medici
in soprannumero?) ed opera anche al Centro-TAO.
Si aggiunge, inoltre:
a) che ematologia per carenza di
operatori ha sospeso, da circa un anno, le prime visite ematologiche con tutte le
conseguenze che si possono immaginare.
b) che la situazione fortemente precaria di questo reparto,
nota da tempo, è caratterizzata
prestazioni aggiuntive notturne prestate da medici, non tutti ematologi, di
altre unità operative dell’ospedale.
L’Ufficio stampa della ASL si è guardato bene dal rispondere
alle domande
circa la destinazione e la collocazione
di medici ed infermieri provenienti dalle strutture ospedaliere
soppresse e dalla mancanza di trasparenza e di informazione.
Su chi dice inesattezze e scrive sciocchezze lasciamo
giudicare gli operatori sanitari, i
cittadini, i pazienti ed i loro familiari che hanno molto buon senso ed equilibrio. Qualità, purtroppo,che
non sono di tutte le persone
Sottolineiamo che i volontari delle associazioni seguono
sempre con attenzione l’evolversi
delle situazioni critiche dell’organizzazione sanitaria. Chi è
lautamente retribuito dovrebbe fare, almeno, la stessa cosa.
Frosinone 12 gennaio
2013-01-12
venerdì 11 gennaio 2013
Situazione sanitaria della provincia , facciamo il punto
COMUNICATO
Come noto, l’organizzazione sanitaria della provincia è
caratterizzata dalla precarietà e dalla improvvisazione e non garantisce, ormai
da tempo, un’ assistenza adeguata per la difesa della salute dei cittadini.
La chiusura
degli Ospedali (Ceccano, Anagni, Pontecorvo,ecc.) la
minacciata chiusura della struttura ospedaliera di Alatri ed il
ridimensionamento delle strutture ospedaliere di Sora, Frosinone, Cassino,
evidenziano un quadro, grave e drammatico, che richiede un intervento urgente e
diretto delle Associazioni e dei cittadini per colmare i vuoti e le incapacità
delle istituzioni provinciali e regionali.
Per esaminare
tale situazione e decidere insieme le iniziative da mettere in cantiere è
convocato un incontro per, presso venerdi 18 gennaio c.a. alle ore 15,30,
presso la “Casa del volontariato” in via Pierluigi da Palestrina (adiacente al
cinema ARCI ) Frosinone Scalo.
Consulta
delle Associazioni della Città di Frosinone – Francesco Notarcola
Associazione
Italiana Pazienti Anticoagulati – Antonio Marino
Cittadinanzattiva-Tribunale
per la difesa dei diritti del malato – Renato Galluzzi
Dopo l’attesa bocciatura TAR del Piano Rifiuti Lazio, si fermi il decreto Clini
Rete per la tutela della Valle del Sacco
Il TAR accoglie le ragioni degli
ambientalisti, della Commissione Europea e della Corte di Giustizia Europea,
bocciando il Piano Rifiuti regionale a seguito del ricorso presentato da Verdi,
VAS e Forum Ambientalista e in adiuvandum dalla Rete per la Tutela della
Valle del Sacco (Retuvasa), rappresentata dagli avv. Daniela Terracciano e
Vittorina Teofilatto.
Va rimarcato che solo la
Provincia di Latina si è validamente costituita in giudizio, presentando
articolata memoria difensiva. Altre Province e Comuni, contrari al Piano
rifiuti, avrebbero potuto rappresentare le loro ragioni nelle sedi
opportune.
Retuvasa, con la collaborazione
dell’Unione Giovani Indipendenti (Ugi), si è fatta portavoce dell’interesse dei
cittadini della Valle del Sacco e ha esposto al Collegio Giudicante le pesanti
problematiche connesse al ciclo rifiuti nel ns. territorio, compresa la pratica
di conferimento dei rifiuti nella discarica di Colle Fagiolara senza alcun
previo trattamento. Retuvasa ha inoltre rilevato l’assoluta mancanza di
pianificazione da parte della Regione Lazio finalizzata a porre fine a tale
pratica illecita, che consentirebbe l’apertura di una nuova procedura di
infrazione da parte dell’Unione Europea. Inoltre è stata stigmatizzata
l’assoluta irrazionalità dell’estensione degli ATO, che avevano comportato
l’inclusione dei Comuni di Paliano ed Anagni all’ATO di Roma, senza coinvolgere
i Comuni interessati e senza considerare minimamente la densità abitativa, che
avrebbe dovuto imporre la scorporazione del territorio di Roma da quello dei
Comuni della Valle del Sacco.
La sentenza è stata dunque
accolta con grande soddisfazione e ci si augura che venga posta come linea guida
per un nuovo Piano Rifiuti della Regione Lazio, che, in ossequio alle normative
comunitarie, comporti il passaggio da una gestione dei rifiuti basata solo sul
loro smaltimento nelle discariche o nei termovalorizzatori ad una gestione dei
rifiuti che punti sulla prevenzione, sul riutilizzo, sul recupero in materia,
sul riciclaggio.
Logica vuole che le stesse
motivazioni che hanno guidato la Commissione europea e il TAR, dimostrando
l’assoluta inconsistenza del Piano Rifiuti varato dalla dimissionaria giunta
regionale, che si è molto impegnata nel perfezionamento del fallimento delle
precedenti giunte, illuminino il Ministro dell’Ambiente e il Governo
dimissionari, convincendoli al ritiro del decreto che pretende di risolvere
l’emergenza invocando una dubbia capacità residua di trattamento meccanico
biologico nelle province laziali. A riguardo, non va dimenticato che è caduta
una delle linee-guida del fallimentare Piano Rifiuti regionale, la
rideterminazione degli ATO provinciali, funzionale appunto allo scarico dei
rifiuti non trattati di Roma nelle province.
Solo spingendo al massimo
l’attuazione di un ciclo virtuoso dei rifiuti incentrato sulla raccolta
differenziata, impianti di riciclo e di compostaggio si potrà sperare di
superare l’emergenza, che sarebbe aggravata, non risolta, dal semplice
potenziamento di discariche e impianti di TMB. La Valle del Sacco attende la
definitiva chiusura della discarica di Colle Fagiolara, e non accetterà mai un
mega impianto di TMB a Castellaccio, funzionale al ciclo vizioso dei rifiuti
della città di Roma.
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