Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 27 marzo 2013

PERCHE'IL MOVIMENTO OPERAIO IRROMPA NELLA CRISI POLITICA E IMPONGA LA PROPRIA SOLUZIONE DELLA CRISI

Marco Ferrando


La crisi politico/istituzionale della Seconda Repubblica si avvita senza trovare uno sbocco. Il populismo reazionario di Grillo è al centro della scena. Mentre il movimento operaio osserva in silenzio, con le mani legate dalle proprie direzioni politiche e sindacali, a fronte di una crisi sociale che va precipitando. Questa è la sostanza dell'attuale momento politico. 


LA CRISI POLITICA DELLA BORGHESIA 

La borghesia ha perso il controllo della crisi politica. Prima del voto puntava a un compromesso tra centrosinistra e Monti. Ma il voto ha spazzato via questa possibilità. Ed oggi i vecchi partiti dominanti sono alle prese con la propria crisi. 

Bersani cerca di salvare il suo gruppo dirigente del PD candidandosi a risolutore della crisi. Ma non è in grado di formare un governo. E prepara così, in prospettiva, il tappeto rosso per Matteo Renzi, col rischio serio di conflagrazione del PD. 

Berlusconi cerca di salvarsi dalle sentenze annunciate della magistratura, e per questo punta a un negoziato politico istituzionale col PD che gli possa garantire un salvacondotto. Ma cozza con le difficoltà insolute del PD a un compromesso pubblico col Cavaliere. E per questo accarezza in subordine l'idea di nuove elezioni con l'obiettivo di vincerle e dunque di procurarsi per questa via il salvacondotto istituzionale. 

La Lega, uscita malconcia e divisa dalle urne, vorrebbe evitare il voto ad ogni costo, e per questo ha lanciato segnali di disponibilità al PD. Ma è troppo debole per giocare una partita in proprio senza il benestare di Berlusconi. 

Il Centro di Lista Civica è a sua volta diviso dalle ambizioni frustrate di Mario Monti, col rischio di una clamorosa disgregazione parlamentare: indebolendo ancor più le fortune già precarie di Bersani. 

In sostanza: un ginepraio irrisolto e forse, nell'immediato, insolubile. 

Napolitano proverà forse a istruire ancora una volta “un governo del Presidente”, facendo leva sull'emergenza finanziaria e istituzionale. E certo non manca un programma comune di governo tra PD, PDL, Monti: una pioggia di 50 miliardi di “debiti” della pubblica amministrazione alle imprese ( prevalentemente alla industria farmaceutica e ai grandi costruttori); l'abolizione progressiva dell'Irap a vantaggio dei padroni ( 34 miliardi che oggi finanziano la sanità); l'ulteriore appesantimento delle norme Fornero sul mercato del lavoro. E' il programma ufficiale di Confindustria, sotto la guida dell'”illuminato” Squinzi. Cui tutti i partiti padronali si sono inchinati riverenti. 
Ma questo programma comune saranno in grado di gestirlo in un comune governo, fosse pure sotto l'egida presidenziale? Perchè questa è l'unica possibilità consentita dai numeri parlamentari. E questa è la drammatica difficoltà del PD. 


IL POPULISMO REAZIONARIO DI GRILLO CASALEGGIO 

Grillo e Casaleggio cercano di tenersi fuori da tutto. Per una ragione semplice: puntano in prospettiva al potere politico in proprio. 

Non si tratta anche in questo caso di differenze di programmi da un punto di vista di classe. Sul mantra del “taglio ai costi della politica” tutti pagano pegno al grillismo, col sostegno unanime della grande stampa borghese. E' il classico specchietto per le allodole: come si possono chiedere nuovi pesanti sacrifici sociali agli sfruttati senza dare una spuntatina d'immagine agli stipendi istituzionali? Quanto ai programmi sociali, nulla questio. Il M5S rivendica come Berlusconi ( e il PD) l'abolizione dell'Irap. E in fatto di mercato del lavoro, scavalca a destra, per alcuni aspetti, i vecchi partiti padronali: rivendicando un reddito di cittadinanza di 600 euro come indennizzo di licenziamento per lavoratori “esuberanti” delle fabbriche in crisi ( “da chiudere” come nel Sulcis) e del settore pubblico (.. per risparmiare i soldi con cui tagliare l'Irap ai padroni). “ Col nostro programma nei prossimi 5 anni saremmo più poveri, ma più felici” ha dichiarato il milionario Grillo a una TV turca. Del resto un soggetto politico che a Parma, dove governa, attacca frontalmente le prestazioni sociali per pagare il debito ai banchieri, non ha certo ostilità di principio verso i programmi padronali. 

Il punto è un altro. Grillo e Casaleggio rifiutano alleanze di coalizione coi vecchi partiti borghesi perchè mirano alla Repubblica di.. Grillo e Casaleggio. Fuori e contro la vecchia democrazia borghese e la sua tradizione costituzionale. Sulla base di un progetto ideologico reazionario, che punta all'abolizione del sindacato in quanto tale (“roba da 800”), alla soppressione di “tutti i partiti”, al dominio totalizzante della “Rete” come moderno modello plebiscitario. In attesa... dell'”ordine nuovo” universale di Gaia del 2054, secondo le farneticazioni di Casaleggio. 


LA CRISI DRAMMATICA DEL MOVIMENTO OPERAIO 
LA PARALISI SUBALTERNA DELLE SINISTRE 

Il movimento operaio è il grande assente dello scenario politico, per responsabilità delle sue direzioni. E' clamoroso. Di fronte alla crisi dei vecchi partiti padronali e dell'intero edificio della seconda Repubblica, non esiste sul campo una proposta alternativa della classe lavoratrice. 

Le burocrazie sindacali difendono i propri interessi di burocrazie. CISL e UIL chiedono un governo di unità nazionale che dia continuità lineare alle politiche di Monti e al proprio asservimento alla Fiat. La burocrazia CGIL, orfana di un governo di centrosinistra su cui aveva puntato le proprie carte, cerca di salvaguardare il canale di dialogo con Confindustria. Mentre tace sul programma sociale del grillismo per coprire il gioco(vano) di Bersani verso i 5 stelle. Così all'incontro col presidente incaricato, Camusso, Bonanni, Angeletti, si sono presentati con..la piattaforma di Confindustria: “tagli ai costi della politica” ( per dare più soldi ai padroni), “taglio delle tasse” ( in primo luogo l'Irap per i padroni), pagamento degli “arretrati alle imprese”. Nulla che riguardi il mondo del lavoro, se non i penosi auspici per “ sviluppo e occupazione”. E questo nel momento della massima precipitazione dei salari, del blocco annunciato dei contratti del pubblico impiego, della carneficina dei posti di lavoro. Sullo sfondo della recessione italiana ed europea. 

Parallelamente ciò che rimane delle sinistre politiche balbetta una recita subalterna. 

SEL resta attaccata alla gonna del PD e di un suo improbabile governo ( borghese). Vendola chiede a Bersani l'accordo (irrealistico) con il M5S di cui beatifica le immaginarie virtù. Per il resto copertura totale dell'afasia della CGIL, e nessuna proposta d'azione per il movimento operaio. Il peggio del peggio. Col rischio oltretutto di trovarsi, a breve, di fronte al vicolo cieco un centrosinistra elettorale targato Renzi e alleato di Monti. In realtà la crisi del bersanismo trascina con sé la crisi del vendolismo e ne documenta la totale inconsistenza. 

Il PRC è nel vortice di una crisi drammatica dopo la disfatta di Ingroia. E mentre la sua ala “grassiana” cerca la ricomposizione..con SEL, il segretario Ferrero chiede a Bersani e al PD di “avere più coraggio”(?) e a Grillo/Casaleggio di “far valere i voti ottenuti per imporre una svolta”..al PD nella critica al “fiscal compact”. In altri termini chiede al populismo reazionario di premere sul polo liberal borghese per una svolta progressista ( il famigerato New Deal di Roosvelt). Il tutto, per la cronaca, nel nome della rifondazione..”comunista”. E' la misura di una crisi senza ritorno di una sinistra “radicale” sempre più allo sbando. 


PER UNA ALTERNATIVA OPERAIA ALLA CRISI POLITICA E SOCIALE 

C'è una sola svolta possibile dentro la crisi politica. E' quella che passa per una aperta irruzione sulla scena del movimento operaio e dei movimenti di lotta, in un grande fronte unitario contrapposto a tutti i loro avversari: liberali (Pd /Monti), reazionari (Berlusconi), populisti ( Grillo/ Casaleggio). 

E' necessario avanzare una piattaforma di lotta indipendente della classe operaia, contrapposta a tutte le soluzioni borghesi della crisi sociale: una piattaforma che parta dal blocco dei licenziamenti, dall'esproprio di tutte le aziende che licenziano, dalla ripartizione fra tutti del lavoro esistente, da un grande piano del lavoro finanziato con l'abolizione del debito pubblico verso le banche, con la tassazione progressiva dei grandi redditi, con una patrimoniale ordinaria e straordinaria. E su questa piattaforma indipendente va organizzato un piano di mobilitazione straordinaria e continuativa che unisca in un unico fronte l'insieme del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati. Solo questa mobilitazione straordinaria può incidere sulle contraddizioni (enormi) del blocco sociale populista, capovolgere i rapporti di forza, aprire dal basso la prospettiva dell'unica possibile soluzione progressiva della crisi politica e sociale: quella di un governo dei lavoratori, basato sulla forza e l'organizzazione degli sfruttati. 
E viceversa, senza questa svolta unitaria e di lotta, la profondità della crisi politico istituzionale della seconda Repubblica, sommata con la drammatica crisi sociale, rischiano di creare, in prospettiva , le condizioni di svolte autoritarie. Quali che possano essere la loro dinamica e i loro canali di sviluppo. 

Di certo il PCL si batte e si batterà in ogni luogo di lavoro, in ogni movimento, in ogni organizzazione sindacale e di massa, per l'indipendenza del movimento operaio su un programma anticapitalista. Unico fattore possibile di una vera alternativa. 

lunedì 25 marzo 2013

Lavoratori e cittadini non devono pagare il vostro fallimento!


Ecco i risultati del vergognoso appoggio del PD, insieme a PDL e UDC, al governo Monti. Come conseguenza dell’approvazione del fiscal compact (45 miliardi di euro di tagli all’anno per 20 anni) e dell’introduzione in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio, i cittadini di tutt’Italia dovranno subire tagli ai servizi, aumenti delle tariffe e licenziamenti. I comuni saranno inoltre obbligati a privatizzare i servizi e a svendere il proprio patrimonio pubblico. il tutto per pagare coi soldi dei cittadini un debito che i cittadini non hanno prodotto.

Anche Frosinone sta finendo nel vortice: si inizia con la proposta ai lavoratori Multiservizi di passare alle dipendenze di cooperative sociali per 5 mesi, con uno stipendio di 4-500 euro, rinunciando definitivamente alla possibilità di essere stabilizzati nell’ambito del Comune. Inoltre la maggioranza consiliare sta per approvare lo stato di pre-dissesto, che significa altre privatizzazioni, altri posti di lavoro che se ne vanno e aumenti indiscriminati delle tariffe, al fine di tagliare la spesa del 30%, scatenando una vera e propria macelleria sociale nei confronti dei cittadini e in particolare dei più deboli. Tutto ciò è frutto di una fallimentare gestione del patrimonio pubblico da parte del centrosinistra, alla quale il centrodestra, ora al governo della città, risponde tagliando servizi e posti di lavoro.

Solo una forte opposizione da parte dei lavoratori e dei cittadini potrà fermare questo circolo vizioso di malgoverno di centrodestra e di centrosinistra, le cui conseguenze altrimenti porteranno ad un drastico peggioramento delle condizioni di vita. I lavoratori della Multiservizi loro malgrado, essendo i primi ad essere colpiti dalla mannaia, sono già in lotta per difendere un diritto elementare come quello del lavoro. Spetta ora a tutti i cittadini appoggiare la loro lotta per difendere oltre che il loro posto di lavoro anche il proprio diritto a ricevere servizi pubblici degni di una società civile. Come abbiamo detto all’assemblea dei lavoratori di mercoledì chiediamo:

1. Che gli esponenti dei partiti che in campagna elettorale hanno fatto a gara nel criticare Monti, si oppongano ai tagli imposti dal suo Governo e chiedano i fondi necessari a garantire servizi pubblici e posti di lavoro. Se ci sono 4 miliardi per salvare il Monte dei Paschi, devono saltare i soldi per salvare la città e i suoi servizi.

2. Che il Comune renda pubblici i libri mastri di Multiservizi e che si costituisca una commissione formata da rappresentanti del consiglio comunale e rappresentanti eletti dei lavoratori e degli utenti dei servizi, per verificare come sono stati spesi i soldi pubblici in questi anni ed elaborare proposte alternative per affrontare la crisi.  

I lavoratori della Multiservizi, portano la salma della città davanti all'ingresso del consiglio comunale
foto:Fausta Dumano

Sanità: le associazioni incontrano i rappresentanti delle istituzioni

Francesco Notarcola


L’incontro delle associazioni con i rappresentanti delle Istituzioni, svoltosi ieri mattina (sabato 23 ndr) , è stato molto proficuo.
A conclusione di un’impegnata e partecipata discussione sono state assunte le seguenti decisioni:
  1) Richiesta di un incontro da parte dei neo consiglieri regionali, anche a nome delle associazioni, al direttore generale dell’Azienda sanitaria (asl) per sapere quali decisioni ed iniziative intende assumere con urgenza per mettere fine alla vergognosa e drammatica realtà del pronto soccorso e per ripristinare la normalità nel reparto di ematologia dell’ospedale del capoluogo; inoltre, si chiederà allo staff dirigenziale della asl  di mettere a disposizione delle associazioni tutti i dati necessari per avere un quadro preciso dell’organizzazione sanitaria del capoluogo e della provincia, sia  per gli ospedali che per il territorio;
  2) costituzione  un gruppo di lavoro che dovrà, entro la metà di aprile, elaborare un documento ( bozza di progetto) quale base di discussione per i confronti che dovranno aversi successivamente con la giunta regionale,  con  la Commissione regionale della sanità e  con il comitato di rappresentanza della conferenza locale della sanità, presieduto dal sindaco del capoluogo;
  3) istituzione di un tavolo permanente di confronto e di verifica per monitorare periodicamente l’evolversi e il divenire della organizzazione sanitaria dell’ospedale del capoluogo e della provincia;
  4) un  incontro delle  associazioni con i consiglieri regionali per contribuire ad elaborare e  mettere a punto le proposte per una legge regionale sulla trasparenza e sulla partecipazione.
Erano presenti i consiglieri regionali Daniela Bianchi e Marino Fardelli. L’on. Pilozzi, impegnato nella manifestazione NOTAV era rappresentato da Marina Kovari.
Brillavano per la loro assenza il sindaco ed i capigruppo del consiglio comunale del capoluogo, i rappresentanti del movimento 5 stelle e dell’Amministrazione provinciale. A costoro della dignità e dei diritti dei cittadini, calpestati ogni giorno e della realtà incivile e barbara del pronto soccorso dell’ospedale del capoluogo non interessa.

I partecipanti all’incontro hanno tutti condiviso le proposte avanzate dalle associazioni, sintetizzate nei documenti noti, illustrati e integrati nel corso del dibattito.

Frosinone 24 marzo 2013

domenica 24 marzo 2013

Arrivederci in piazza

Luciano Granieri


 I nostri  compagni  - di sempre nelle lotte, ma ex compagni in Rifondazione Comunista - Maddè Guglielmo e Giuseppe Antonelli, si sono dimessi dall’organo dirigente provinciale del partito. Le motivazioni sono ampiamente spiegate nella lettera di dimissioni che hanno inviato agli  organi direttivi  e che noi abbiamo pubblicato in un altro post. Sorprende scoprire che gran parte delle cause per le quali Giuseppe e Maddè hanno deciso di lasciare l’organo direttivo provinciale coincidono con quanto il sottoscritto e la maggioranza del circolo cittadino Carlo Giuliani, compreso il segretario Andrea Cristofaro, hanno sempre sostenuto prima di uscire dal partito determinando lo scioglimento del circolo di Frosinone. L’enorme distanza fra la passione e l’entusiasmo dei militanti attivi nelle lotte,  e la deprimente e castrante aspirazione dei dirigenti di rientrare in Parlamento,  la convinzione che la teoria rivoluzionaria non sia necessaria, la frenetica rincorsa a ciò che decideva il Pd, sono stati tutti argomenti che il sottoscritto, con altri compagni che allora fuoriuscirono, ha posto all’interno di confronti e discussioni. Ma fra coloro che ci accusavano  di voler portare il partito all’anonimato e al dissolvimento, di non riconoscere la necessità di  un realismo politico che, per consentire l’ingresso nelle assisi locali e nazionali, conduceva a spogliarsi dei buoni propositi  programmatici e di lotta ed  accettare alchimie elettoralistiche indigeribili, c’erano, dispiace dirlo, proprio Giuseppe e Maddè.  Sorprendono inoltre i tempi lunghi con cui i nostri due compagni e amici hanno  preso atto dell’inadeguatezza della dirigenza provinciale. Non era necessario l’ulteriore bagno di sangue delle ultime elezioni regionali e politiche per  certificare   questo fallimento. Segnali forti si erano avuti già nel corso della vicenda elettorale relativa alle comunali di Frosinone e Ceccano. E’  palese  che sotto la reggenza provinciale di Ornella Carnevale -non me ne voglia Ornella ma sto mettendo in fila degli eventi  così come si sono verificati - siano successi i seguenti incresciosi  fatti : Si è dissolto il circolo del Capoluogo Carlo Giuliani , al quale fu dato dal “Provinciale”   mandato, per le elezioni  comunali di Frosinone,  di perseguire la sua linea programmatica, precisamente pianificata,  consistente nel non appoggiare, in caso di ballottaggio,  né l’uno né l’altro dei sindaci contendenti. Linea  poi sconfessata quando si è trattato di prendere posizione alla vigilia del secondo turno, scegliendo di supportare il sindaco Marini in aperto contrasto con le decisioni assunte  assieme al circolo stesso. Senza discutere preventivamente con i suoi iscritti,  provocandone  così l’inevitabile fuoriuscita dal partito. Inoltre a Ceccano, per vincere,  si è accettata la pericolosissima alleanza con la socialista  Maliziola.  La cosa è riuscita ma l’affermazione è risultata immediatamente una vittoria di Pirro, in quanto l’ingresso riconoscente in giunta, concesso  dallo stesso sindaco Malziola, a un figuro proveniente dalle fila berlusconiane,  ha provocato inevitabilmente il passaggio di Rifondazione all’opposizione a fianco di quel Pd di cui si erano dette peste e corna in campagna elettorale. E’ riuscita l’improvvida impresa di trasformare una vittoria in una sconfitta.  Sono fatti secondo me già più che sufficienti a certificare il fallimento di una dirigenza. Per questo io ed altri compagni abbiamo restituito la tessera. Ma questo è il passato. Ora è necessario invece occuparsi del presente e del futuro. E la decisione dei compagni Maddè e Giuseppe forse può essere utile alla causa. Il grave stato di crisi sociale ed economica che sta coinvolgendo il Paese, e in particolare il nostro territorio, richiede il massimo  impegno nel conflitto, nella lotta. Uno sforzo che non può essere indebolito da beghe e inefficienze dirigenziali di partito. Pur nella drammaticità della situazione si registra un fatto nuovo e positivo, l’affermazione del Movimento 5 Stelle. E’ necessario riconoscere che i grillini , all’interno del sistema,  stanno riuscendo laddove Rifondazione, quando ne ebbe l’occasione, fallì. Ovvero stanno mettendo in atto, anche se in modo disorganico, un’azione di sabotaggio e di paralisi del sistema istituzionale assolutamente necessaria. Ma è altrettanto evidente che il M5S non può andare al di là di una azione distruttiva. La sua eterogeneità programmatica, la sua inadeguatezza organizzativa interna, gli impediscono di aggregare un blocco sociale, qualsiasi esso sia. In pratica la potenzialità in termine di rappresentanza di classe del Movimento 5 stelle è nulla. Per cui all’abilità di distruggere non si associa la capacità di costruire un alternativa. Ed allora ecco che l’alternativa anticapitalista può riempire il vuoto creato dal disfacimento provocato da Grillo, ecco che le forze anticapitaliste, imperialiste, comuniste,  hanno il dovere di riempire questi spazi. Ciò lo si può ottenere ritornando a dare rappresentanza a quella marea di gente che oggi ne è priva e che la cerca in aggregazioni improprie. Mi riferisco a lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati. Persone che sono in attesa di risposte da partiti e sindacati i quali hanno promesso di occuparsi di loro  ma, fino ad ora, o non  l’hanno  fatto, o  la loro azione è stata peggiorativa. Bisogna dunque ricominciare -ma per Maddè e Giuseppe è più appropriato dire continuare – a  tornare nelle fabbriche nelle scuole, nei luoghi di aggregazione. E necessario far sentire la propria vicinanza ai lavoratori, ai precari, ai disoccupati parlando la loro lingua in modo trasparente  , facendo emergere le vertenze e mettendole in connessione fra di loro. Urge   costruire la rappresentanza partendo dalle singole istanze locali per arrivare a un progetto nazionale condiviso. Un partito anticapitalista e comunista  serve a connettere le varie lotte per i diritti che i loro  militanti seguono nel territorio, e fare in modo che diventi un’unica e potente azione di contrasto. Le lotte del lavoratori della Multiservizi  a Frosinone, così come quelle della Fiat di Cassino, della Ferrari a Maranello, dei facchini dell’Ikea di Piacenza, della Jabil, della Esselunga,  e di altre vertenze  presenti sul territorio nazionale vanno appoggiate senza se e senza ma. Si deve iniziare riacquistando la fiducia di questi lavoratori, i quali devono capire che possono contare finalmente in modo trasparente su una forza in grado di dargli una prospettiva di vita dignitosa per il futuro. Cosa possibile solo  ottenendo    la vittoria del lavoro sul capitale  finanziario. E’ necessario una movimento  capace di connettere le lotte per il lavoro con quelle per la difesa del territorio, Tav,  Dal Molin, ma anche la questione dei rifiuti di Roma da trattare a Colfelice. E  soprattutto è fondamentale riorganizzarsi per ridare spinta al contrasto alla dittatura del capitalismo. Tornare a riproporre con forza la questione del debito, la moratoria del pagamento degli interessi e la loro rinegoziazione. Come ho già detto tutto ciò deve partire dalle singole vertenze locali. Ed è per questo motivo che persone come Giuseppe e Maddè sono necessarie soprattutto se riusciranno a svincolarsi dalle pastoie burocratiche di obsoleti e ormai insignificanti apparati partitici. A rivederci presto in piazza cari Giueseppe e Maddè.

sabato 23 marzo 2013

Cambia tutto per non cambiare nulla

Luciano Granieri


Sono molti i casi in cui capita di stupirmi per chi si  stupisce.  Qui vorrei dire la mia su chi se la prende con Grillo e con il suo atteggiamento ostile e intransigente verso la possibilità di collaborare alla nascita di un governo con i morti che camminano. Beppe Grillo sta semplicemente portando avanti con coerenza ciò che ha sempre sostenuto, dal suo blog e dalle piazze dello tsunami tour. Ovvero che  certi personaggi attori pluridecennali della scena politica italiana sono finiti.  Dunque nessun accordo con i cadaveri, indipendentemente dalle proposte anche condivisibili che questi pongono. Di qui la ritorsione, poi edulcorata,  verso i senatori del movimento che hanno rilevato differenze  fra Grasso e Schifani   e lo hanno esplicitato contribuendo con il loro voto a far eleggere il procuratore nazionale antimafia che Berlusconi, già proprio lui, preferì a Giancarlo Caselli . Dal che se ne deduce che  forse le differenze, nella sostanza, non siano così profonde fra il candidato del Pd e quello del PD meno elle, e questo probabilmente è sfuggito ai grillini pro Grasso . Ma torniamo a bomba  Lo scenario di rottura e di scardinamento da dentro del sistema, fra l’altro,  è stato  l’obbiettivo che si sono posti la maggioranza di coloro che hanno votato il Movimento 5 Stelle. Mi resta difficile ipotizzare che i quasi dieci milioni di elettori grillini abbiano basato la loro preferenza  sui programmi. Credo anzi che la stragrande maggioranza abbia espresso un voto di protesta e di rifiuto della casta, ritenuta responsabile della grave crisi economica e sociale che attanaglia il Paese. Dunque le aspettative non possono altro che tradursi in una azione di sabotaggio, tutt’altro che propositiva.  E’   questo  ciò che sta accadendo, anche se le questioni di coscienza di qualche parlamentare a 5 stelle hanno contribuito ha edulcorare certi atteggiamenti e ad eleggere membri di quei partiti giudicati morti e finiti come  presidenti di Camera e Senato.  A mio giudizio il voto grillino ha pescato  in gran parte nel mare magnum dell’astensionismo.  Ha  riunito l’insofferenza di chi genericamente vede nel politico, parlamentare o titolare di cariche amministrative il male assoluto,  e di chi è convinto  che il rigore economico e l’austerity imposta dal capitale finanziario attraverso le istituzioni europee,   siano i principali colpevoli del disastro economico e finanziario che attanaglia i paesi meridionali della zona euro. A dire il vero l’espressione dell’indignazione  anti austerity  di chi non voleva delegare la sua protesta a nessuna forza che si candidasse al parlamento si è risolta nell’astensionismo attivo, ma la sua incidenza, pur se degna di menzione è stata totalmente ignorata dai mezzi d’informazione. Inoltre molti nella dinamica partecipativa a mezzo web dei grillini hanno intravisto, erroneamente a mio parere, una nuova forma di partecipazione alle decisioni della politica. In realtà la partecipazione dal basso degli utenti della rete è limitata al consenso:  il “MI PIACE” cliccato sotto i post di Grillo. Altro è il processo relativo alla partecipazione democratica dei cittadini che utilizza la rete, ma solo come motore organizzativo  di incontri, assemblee, confronti e scontri, cioè  di tutte quelle forme aggregative che servono realmente per cercare di costruire con  un’azione concreta, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e sognare  una ipotesi di società condivisa. Non è un caso che la partecipazione reale in piazza alle lotte dei militanti grillini sia numericamente poco rilevante e limitata a situazione locali come la lotta No Tav. C’è un enorme differenza fra il consenso partecipato di Grillo e la democrazia partecipata dei movimenti alter mondisti  e no global. Comunque il dato politico immediato non può che essere positivo. Il movimento 5stelle ha il merito di essersi costituito come puntello in grado di bloccare le ruote del carrozzone. Dall’alto dei banchi dell’opposizione  ad un governo ormai inesorabilmente targato Pd e Pd meno elle, e all’interno di organismi quale il Copasir e la commissione di Vigilanza Rai i grillini possono creare danni notevoli. L’unico rischio è che nel caso di nuove elezioni a breve termine  inevitabili a seguito del prevedibile ennesimo rovesciamento del tavolo da pare del Pdl , il loro pressapochismo nel costruire una linea programmatica  convincente,  li condanni ad un mesto ritorno nel mondo degli strilloni da  blog.  Con un Pd ancora una volta logorato e risucchiato da un’improvvida e letale alleanza con gli “ZERI” belusconiani, e  il M5S  destabilizzato da intransigenze del leader e da carenze programmatiche tipiche di un movimento che nasce dalla rabbia più che dal progetto di prospettive nuove ,   c’è il rischio concreto di morire berlusconiani. Ecco perché diventa a questo punto vitale rendere inoffensivi quegli sciagurati settemilioni di elettori che ancora si fanno imbrogliare dalle sirene berlusconiane. L’unico modo è votare l’ineleggibilità di Berlusconi. Speriamo che grillini e senatori del Pd possano finalmente esercitare  nella giunta senatoriale per le elezioni la prerogativa di rendere possibile l’applicazione di una legge sacrosanta.  

DIMISSIONI DEI COMPAGNI GIUSEPPE ANTONELLI E MADDE’ GUGLIELMO


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 Ai/lle Compagni/e del Comitato Politico Federale di Frosinone
Ai/lle Compagni/e del Collegio Provinciale di Garanzia di Frosinone
Alla Segretaria Provinciale del PRC di Frosinone – Ornella Carnevale
Ai/lle Compagni/e del Comitato Politico Regionale del Lazio
Ai/lle Compagni/e del Collegio Regionale di Garanzia del Lazio
Alla Segretaria Regionale del PRC del Lazio – Loredana Fraleone
Ai/lle Compagni/e del Comitato Politico Nazionale del PRC
Ai/lle Compagni/e del Collegio Nazionale di Garanzia del PRC
Ai/lle Compagni/e della Segreteria Nazionale del PRC
Al Segretario Nazionale del PRC – Paolo Ferrero
Alla Direzione Nazionale del PRC di Roma

OGGETTO: DIMISSIONI DEI COMPAGNI GIUSEPPE ANTONELLI E MADDE’ GUGLIELMO DAL “C.P.F.” DEL P.R.C. DELLA FEDERAZIONE DI FROSINONE.

Fra le tante questioni aperte dai Risultati Elettorali per le Elezioni Politiche (Camera e Senato) e Regionali del Lazio del 24 e 25 Febbraio 2013, la disfatta della Lista di “Rivoluzione Civile” ci riguarda direttamente, anche se non siamo stati noi, né i promotori, né i sostenitori e nemmeno abbiamo incoraggiato la “missione suicida” (costruita in fretta e in furia) attorno al candidato Premier Antonino Ingroia, con cui i Partiti della “Sinistra Radicale” (PRC e PdCI) hanno bissato il fallimento (e senza dubbio con risultati ben più brucianti) Elettorale delle Elezioni Politiche. La sconfitta di “Rivoluzione Civile” e di “Rifondazione Comunista”, che ne è stata parte fondante, ha dimensioni senza appello. Non basta quindi un sussulto d’orgoglio o uno sforzo volontaristico per mettersela alle spalle e tracciare una prospettiva credibile, ma è necessario invece andare alla sua radice originaria e rileggere (alla luce dei dati reali) una realtà che con ogni evidenza, il gruppo dirigente del nostro partito, da tempo, non era più in grado di vedere. È necessario rimettere in discussione l’intera strategia politica, che ha guidato le scelte del gruppo dirigente in questi anni. La conferma della “scomparsa elettorale” ci riguarda direttamente, come ci riguardano direttamente i sommovimenti, gli sviluppi e le evoluzioni nel campo della sinistra, nel movimento operaio e nel movimento Comunista. Nessun Comunista (degno di questo nome) può sottovalutare l’impegno, la dedizione e lo sforzo che centinaia (e forse migliaia) di Compagni e Compagne di base del Partito della Rifondazione Comunista hanno profuso nella campagna elettorale con banchetti, volantinaggi, attacchinaggi, assemblee e riunioni. Il loro impegno e il loro sforzo, è la manifestazione sana e positiva di quanto (nonostante il gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista e il progetto di “Rivoluzione Civile”, ne fossero per certi versi “indegni”) la prospettiva di usare le elezioni per rafforzare il movimento popolare contro la crisi e i suoi effetti, sia presente, viva, e vivace in un’ambizione condivisa. In secondo luogo, nessun Comunista (degno di questo nome) può permettersi di ironizzare sul fatto che, tanto impegno e tanti sforzi, fossero finalizzati a realizzare un progetto che non aveva gambe per marciare. La cosa ci compete e ci riguarda, perché oltre al fallimento elettorale, sarebbe acconsentire, che la demoralizzazione, la sfiducia, il senso di essere  “fuori dalla storia” avesse il sopravvento su tanti Compagni e le tante Compagne. Le loro energie e intelligenze, il loro contributo invece, sono necessari come l’aria che respiriamo per condurre la lotta per il Comunismo (un compito storico di primaria importanza in Italia) in un paese imperialista. Anche adesso, dopo l’ennesima catastrofe elettorale che ha travolto le ambizioni di una “Rivoluzione Civile” in questo Paese, lascia esterrefatti la totale mancanza di senso di responsabilità. Le dimissioni “doverose e necessarie” di un gruppo dirigente, non sono per noi un semplice passaggio consolatorio o l’occasione per rielencare la lunga (e quasi interminabile) lista di errori che hanno condotto a questo esito. Il punto è che da tempo ormai, era venuta meno una pietra angolare essenziale alla vita di qualsiasi organizzazione, ossia il senso di responsabilità che dovrebbe legare un gruppo dirigente al corpo del suo partito. Questo senso di responsabilità è stato buttato a mare e sostituito con illusioni, improvvisazioni, fughe dalla realtà, desideri scambiati per analisi, piccoli e grandi opportunismi. In primis è bene mettere alcune cose al proprio posto. Il gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista, racchiude e sintetizza le varie “tendenze anticomuniste” che animano la sinistra borghese. La linea che ha elaborato (se così si può dire) è una linea di compatibilità con l’esistente. La prospettiva che ha elaborato si racchiude in una serie di riforme del capitalismo (che all’atto pratico, diventano il meno peggio, che apre la porta al peggio: “do you remember” il precedente Governo Prodi). Concepisce il Partito e lo ha plasmato (non da oggi, a dire il vero è la “deriva” della sinistra borghese iniziata decenni fa) come un’entità che dipende dagli spazi che la borghesia gli concede e dal ruolo che la borghesia gli assegna (ecco spiegata in sintesi estrema l’ossessione di rientrare in Parlamento, che in un Partito come quello della Rifondazione Comunista di Paolo Ferrero, fuori dal Parlamento non ha più senso di esistere). Ha prolungato, dalla “crisi mortale” del 2008 a oggi, la situazione di un “partito” scisso tra i militanti che fanno attività di base e i dirigenti che aspirano essenzialmente a rientrare in Parlamento a qualunque costo. In questa smania disperata di rientrare in Parlamento, si sono amplificate tutte le “magagne” dei dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista; analisi della realtà pari a zero, cosa che ha prodotto e alimentato la guerra contro il Movimento 5 Stelle; strategia pari a zero, cosa che ha indotto molti a credere e a ragionare, che una volta “rientrati” gli eletti di “Rivoluzione Civile”, avrebbero cercato ognuno una sistemazione a propria convenienza e secondo le proprie inclinazioni all’ombra del Partito Democratico. Rimane da chiarire il motivo per cui, tanti Compagni e tante Compagne di base del Partito della Rifondazione Comunista, si sono comunque accodati a una linea generale e particolare fallimentare. Alla base di questo “adattamento”, ci sta probabilmente la convinzione che il fattore determinante è essere tanti. Alla prova dei fatti questa convinzione si è rivelata, o meglio si è confermata sbagliata: è vero che il numero fa la forza, ma solamente se il numero è guidato da una concezione, da una strategia, da una linea giusta, avanzata e di prospettiva. Si può essere in tanti, ma se la concezione, l’analisi e la linea sono sbagliate si fallisce. Si diventa pochi, ci si disgrega, anziché accumularle si disperdono le forze, seminando disfattismo e rassegnazione. La concezione sbagliata è evidente, e sta nel fatto di non concepire come possibile quello che è necessario anche se difficile, ovvero, costruire la Rivoluzione Socialista in un Paese Imperialista come l’Italia. Ma, citando Seneca «”certe imprese, non è perché sono difficili che non le affrontiamo, al contrario, è perché non osiamo affrontarle che ci sembrano difficili”». Castrando il necessario in favore di ciò che è difficile, la loro azione diventa nel migliore dei casi testimonianza dogmatica di un’idea. Ma quell’idea non viene usata per guidare l’azione e la pratica. Altro pilastro di quella concezione, è probabilmente la convinzione che la politica è una cosa solo o principalmente pratica. Cioè la convinzione (i gruppi dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista hanno assecondato e incoraggiato i tanti compagni militanti in questo grande errore) che la “teoria rivoluzionaria” non serve. Compagni e Compagne, la teoria rivoluzionaria non è lo studio accademico dei libri sacri. La teoria rivoluzionaria: è fare nostri gli insegnamenti del movimento comunista, è l’analisi concreta della situazione concreta, è la pianificazione della propria azione, è la definizione degli obiettivi, la definizione di metodi e strumenti, è il bilancio dell’esperienza. Si moltiplicano gli aperitivi resistenti e si diradano lo studio individuale e le discussioni collettive, si moltiplicano le iniziative “per stare a contatto con le masse, sul territorio” e spariscono lo studio delle contraddizioni del territorio, l’analisi delle condizioni, la definizione di obiettivi. Il terzo pilatro della concezione dei dirigenti Nazionali del Partito della Rifondazione Comunista (educati e formati apposta per quello) è la convinzione che “le masse non capiscono”, “sono arretrate”, “danno retta al populismo”. Questa concezione, si traduce nel fatto che, la loro azione rincorre culturalmente e politicamente i settori più arretrati delle masse (quelli che davvero danno retta solo al populismo e comprendono più facilmente ragionamenti superficiali e obiettivi “facili”) e tralasciano gli elementi più avanzati. Ci opponiamo fermamente a questo tipo di posizioni, perché siamo sicuri che il movimento operaio e la sinistra, non sono affatto finiti e non lo saranno. Il conflitto sociale si riproporrà e sarà sempre più all’ordine del giorno. Compagni e Compagne, i Comunisti hanno il compito di elevare la coscienza delle masse, non quello di inseguirla. Utile elemento di riflessione, è anche il fatto che nessun Comunista (degno di questo nome) dà la responsabilità dei propri fallimenti alle masse popolari. La storia insegna (dall’affermazione del Nazi-Fascismo in avanti) che dipingere di brutto quello che è già brutto (senza indicare una via concreta e praticabile per contrastarlo e vincere), produce i risultati opposti. Chi si lamenta non indica una prospettiva alternativa, e chi non la indica non ha nulla da dare alle masse popolari. In definitiva, da qui nasce la concezione (e la cultura) dell’ANTI, che tralascia e mortifica il PER. Noi siamo Comunisti, per il Comunismo, siamo semplicemente antifascisti, anticapitalisti e antimperialisti. Il Comitato Politico Nazionale (CPN), considera chiusa l’esperienza di “Rivoluzione Civile”. È necessario lasciarci alle spalle una discussione stantia sui “contenitori” che si è mostrata fallimentare e potenzialmente liquidatoria del partito, per affrontare il tema del rilancio della “Rifondazione Comunista” attraverso un confronto sui “contenuti”. La discussione del congresso, deve ripartire dalla definizione di un programma anticapitalista, che metta al centro: il tema dell’estinzione del debito, delle nazionalizzazioni, del controllo pubblico dell’economia, al fine di impedire che le masse popolari vengano stritolate dalla crisi. Avevamo detto in tempi non sospetti, che si sarebbero dovuti fare serenamente i conti con i fallimenti di cui i nostri dirigenti, si sono resi protagonisti e dimettersi. Non lo hanno fatto, né allora né oggi, e perciò lo facciamo noi per loro, da semplice iscritti però, dato che agli incarichi dirigenziali ne siamo stati sempre poco affezionati. È veramente triste fare i conti con il mesto epilogo di un “progetto nato” con l’ambizione di “rifondare” una “teoria e prassi” Comunista nel Paese, dopo lo scioglimento traumatico del Partito Comunista Italiano. Di sconfitta in sconfitta, l’organizzazione (incaricatasi di rappresentare la palingenesi del marxismo) militante, si è progressivamente ridimensionata, fino a divenire inutile, residuale, insignificante. Altro che l’erede del più grande Partito Comunista dell’Occidente, al massimo ci siamo ridotti a scimmiottare una delle tante organizzazioni della vecchia sinistra extraparlamentare, con una non trascurabile differenza: allora c’era anche il PCI, oggi no. Negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire il nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD “Sì”, PD “No”; Governo “Sì”, Governo “No”. In questo caso potremmo evocare la famosa “Sindrome di Stoccolma”, per spiegare l’attuale stato d’animo del PRC e del PdCI, perché la sconfitta e la profonda crisi del Partito Democratico, ha anzitutto spiazzato chi in questi anni ha incessantemente incentrato la propria azione politica sulla critica feroce o l’appiattimento verso questo partito. Se non esistesse più il PD, un buon 70% degli argomenti al centro delle nostre discussioni, negli ultimi anni verrebbe meno. Panico: chi siamo, dove andiamo, come fare e soprattutto “Che fare”? (diceva il Compagno Lenin nel 1929). Fondare o affondare il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque, oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia. Come in più di un’occasione mi è capitato di dire, l’idea della Rifondazione Comunista è stata sconfitta non dalla borghesia, dai poteri forti, dall’ipoteca moderata nel Paese del Vaticano. Il Partito della Rifondazione Comunista ha fatto tutto o quasi tutto da solo: anzitutto perseguendo una linea a zig zag (eclettica, per non dire schizofrenica) dove abbiamo detto tutto e il contrario di tutto; quindi anteponendo sempre il momento elettorale a tutto il resto. Prima vengono i progetti politici e poi le urne. Noi abbiamo preteso di invertire questi due termini, andando avanti con campagne estemporanee, tirando ogni volta “fuori dal cilindro”, “conigli” pronti a essere sacrificati nelle urne. Siamo finiti nel “girone dantesco” dei “Comitati Elettorali”, anziché impegnarci con continuità e coraggio su un progetto politico di lungo periodo in grado di seminare, sedimentare e poi, magari, ottenere risultati. La fretta per le esigenze della scheda elettorale, rispetto alle quali non ci siamo mai sentiti pronti e adeguati, tanto da dover ogni volta inventare un simbolo e contenitore nuovo (o privo di contenuti), la fregola di eleggere, o meglio di essere eletti, ci ha puntualmente fregato. Ogni volta, a pochi mesi dal voto, abbiamo tentato la “mossa del cavallo vincente”, inventandoci il cartello elettorale di turno, per poi abbandonarlo successivamente subito dopo. È accaduto alle Elezioni Politiche del 2008, con la “Sinistra Arcobaleno”, alle Elezioni Europee, con la Lista “Comunista e Anticapitalista” ed infine, in questa ultimissima tornata elettorale dove (nel breve volgere di pochi mesi) abbiamo bruciato ben due soggetti politici inventati all’occorrenza, ovvero, “Cambiare #Si Può e Rivoluzione Civile”, dopo aver archiviato una proposta di cui nessuno ha più nemmeno memoria, il “Fronte democratico”. All’interno di questa autentica “Via Crucis” l’unico tentativo dotato di un minimo di prospettiva (se così possiamo definirlo) era la “Federazione della Sinistra”, su cui però non abbiamo mai investito seriamente, azzoppandola sin da subito con assurde “competizioni interne”, sgambetti reciproci, rivalità e insensati personalismi tra i nostri “piccoli leader” (vedi Ferrero, Diliberto, Salvi e Patta), l’esigenza di tutelare i rispettivi “orticelli di sovranità” anche a discapito del “Progetto Comune”. Eppure, proprio la sua nascita, all’indomani delle Elezioni Europee, qualche segnale di speranza e un minimo di entusiasmo l’aveva suscitata, perché finalmente si tentava di invertire la tendenza decompositiva delle “scissioni a sinistra” e perché, finalmente, almeno PRC e PdCI sembravano decisi a costruire una fraterna “casa comune”. Come tanti altri, anche noi ci abbiamo creduto, dedicando parte (non trascurabile) del nostro tempo (e delle nostre risorse) a tale prospettiva, salvo poi scoprire (a pochi mesi dalle elezioni) che ci eravamo di nuovo sbagliati e che non era più il “tempo” di Federarsi a Sinistra. Da una parte e dall’altra, la politica delle alleanze è stata posta al di sopra di tutto, compresa l’esistenza stessa del soggetto politico. In entrambi i casi (sia per chi bramava gli accordi con il PD, sia per chi li rifiutava a priori), la malattia era la medesima: istituzionalismo e smania di protagonismo. In entrambi i casi, è stato un fallimento politico occultato dallo “stato di necessità” della fase. Per 4 anni, da Roma, i nostri dirigenti ci hanno martellato (con riunioni, assemblee, chilometri in auto, treno aereo, ore al telefono, soldi buttati, giornate sottratte a lavoro e a vita privata) per fare avanzare il “nuovo contenitore federale” della Sinistra di Classe, spingendoci di girare i paesi per convincere compagni e compagne, litigando con chi non ne condivideva la prospettiva. Poi, di punto in bianco (ovviamente a cose fatte e senza alcun mandato congressuale) quel contenitore è stato svuotato e gettato nel cestino, senza neanche tentare di spiegarci come sono andate le cose o dirci: «scusate, ci eravamo sbagliati». Pensiamo, che ci sia stata poca onestà verso quei dirigenti e quei militanti che nei territori (mentre si dava loro l’indicazione di costruire la “Federazione della Sinistra”) i vertici dei due partiti maggiori (PRC e PdCI) facevano tutt’altro, evitando risolutamente di trasformare un cartello elettorale in soggetto politico. In realtà, abbiamo come l’impressione che nessuno di loro volesse realmente o credesse sinceramente in quel progetto. Ovviamente non subito, perché tanto di tempo ne abbiamo molto, e magari nel mentre ci scappa pure qualche altra tornata elettorale. Macché, rinviamo tutto a Dicembre, con la speranza di trovare sotto il prossimo “Albero di Natale”, le masse popolari allineate e pronte per essere guidate dall’ennesimo “rilancio” della Rifondazione Comunista. Questo gruppo dirigente ha avuto 5 anni per tentare sia questa strada, sia quella della più ampia aggregazione a sinistra, raccogliendo soltanto sconfitte. I Compagni Giuseppe Antonelli e Maddè Guglielmo, ringraziano tutti i Compagni e tutte le Compagne della Federazione Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista di Frosinone per l’impegno mostrato, sottolineando, come il risultato pesantemente negativo, non può essere in alcun modo relazionato allo sforzo profuso in campagna elettorale, notevole e generoso come sempre. I 1.668 voti di preferenza del candidato operaio dell’indotto Fiat Guglielmo Maddè, ed i 6.932 voti (2,39%) della Lista Provinciale di “Rivoluzione Civile” della Federazione di Frosinone ed i 71.219 voti (2,38%) della Lista a livello Regionale, di fatto sono tre dati che vanno in netta controtendenza rispetto al risultato raggiunto a livello Nazionale. La percentuale conseguita in Provincia di Frosinone da “Rivoluzione Civile” alle Elezioni Regionali del Lazio (nonostante le tante difficoltà incontrate) è un risultato di tutto rispetto. A differenza del dato Nazionale di 765.188 (2,25%) della Lista “Rivoluzione Civile”, che non da modo al movimento (del magistrato Antonino Ingroia) di entrare in Parlamento (perché non raggiunge la soglia di sbarramento del 4%, provocata da leggi elettorali truffaldine come la “Porcellum/Calderoli”) aprendo scenari politico-italiani estremamente rilevanti. Le cause della sconfitta sono puramente politiche. I Compagni Giuseppe Antonelli e Maddè Guglielmo accettano pertanto le dimissioni della Segreteria Nazionale, che si riconvoca da qui a un mese per avviare il percorso del Congresso straordinario da tenersi entro il mese di Dicembre del 2013. Dopo diversi anni (chi più e chi meno) passati dentro il Partito della Rifondazione Comunista, i Compagni Giuseppe Antonelli e Maddè Guglielmo (non certo a cuor leggero) hanno deciso di dimettersi dal Comitato Politico Federale (entrambi entrati nel CPF nel 2004) e nella fattispecie dalla Segreteria Provinciale del PRC della Federazione di Frosinone, come il Compagno Giuseppe Antonelli, perché mai avevamo pensato (neanche nei momenti più duri di distanza, quando prevalevano gli elementi di dissenso a quelli di condivisione) di fare un simile passo. Lo facciamo ora, con grande travaglio personale, per non renderci ulteriormente complici di una conduzione tanto scellerata e, soprattutto, continuando (come abbiamo sempre fatto) ad esser presenti nelle migliaia di manifestazioni, vertenze, lotte politiche e sindacali, in un territorio economicamente, culturalmente e industrialmente, massacrato da una “classe dirigente” sorda, incapace e fallimentare. Bisogna finirla di pensare che abbiamo perso, non perché abbiamo sbagliato, ma perché gli elettori non ci hanno capito. Forse Compagni e Compagne, al contrario, abbiamo perso sonoramente perché invece loro, hanno capito benissimo, mentre noi ancora no.
Cassino, lì 20 Marzo 2013
Saluti Comunisti
Giuseppe Antonelli
Segreteria Provinciale del P.R.C. – Federazione di Frosinone
Responsabile dell’Organizzazione
Maddè Guglielmo
CPF - PRC Frosinone
Candidato Operaio alle Elezioni
Regionali 2013 del Lazio



Dolorose necessità

Mario Saverio Morsillo



    Ci siamo, alla fine. Per un mese hanno fatto finta di non gradire il risultato elettorale, poi hanno fatto una serie di mosse adatte a spianarsi la strada, infine sta emergendo una 'dolorosa' necessità:
il Governissimo.
Mi spiego. Indipendentemente dalla persona di Berlusconi, il berlusconismo, figlio della politica massonico-mafiosa della P2, ha vinto; esso consiste in uno svuotamento della democrazia liberale per arrivare ad una democrazia sovrastrutturale.
Il popolo ha votato, ha votato in maniera tale da premiare tutti, ovvero da non premiare nessuno, rendendo il parlamento ingovernabile. Esiste un macigno: il Movimento 5 stelle, per meri interessi privatizzatori, non vuole e non può allearsi con nessuno. Il Pd non può, alla luce dei risultati, tornare a nuove elezioni : le perderebbe miseramente. Il Pdl  non ha interesse a governare,il suo unico interesse è garantire l'immunità a Berlusconi, e la soddisfazione del suo represso complesso di
inferiorità.
Il pd, per accordarsi con un pdl che ha interessi compatibili con i suoi, ha messo nelle mani di Berlusconi un'arma efficacissima: dopo aver eletto la Boldrini e Grasso coi voti di grillini dissidenti (siamo sicuri che
siano stati tutti grillini?), ha offerto al vittimismo berluskino la possibilità di rivendicare la Presidenza della Repubblica per un 'moderato ( sè stesso)'. In cambio , il pdl garantirà ai sederi bersaniani di accomodarsi su poltrone ministeriali.
Stanno quindi realizzando, prendendo in giro i loro idioti elettori, quello che affermavo già allo spoglio del 25 febbraio: Bersani al governo e Berlusconi al Quirinale, con Pd e Pdl alleati. Grillo contento, che
questo scenario gli impedirà di perdere i consensi avuti.
                           Fantapolitica?