Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 16 settembre 2013

Active City, il movimento è protagonista .

Pasquale Coccia, da Alias del 14 settembre

Intervista a Antonio Borgogni, docente all’Università di Cassino e promotore di un modello già in atto in molti paesi d’Europa. “Centrale è la riqualificazione partecipata dello spazio pubblico per aumentarne accessibilità e fruibilità.

Dal 16 al 22 settembre l’Ue promuove la settimana della mobilità sostenibile, proponendo ai cittadini di rendersi protagonisti attraverso il movimento. Si possono percorrere a piedi alcuni tratti casa-lavoro, muoversi in bici e integrare il percorso con i mezzi pubblici, fare esercizi agli attrezzi posti davanti alla fermata dell’autobus. E’ un modello che in altri paesi europei è già stato realizzato e si chiama Active City. Antonio Borgogni, docente all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, su questi temi ha sviluppato ricerche comparate tra Finlandia, Francia, Spagna e Italia. Dal 2010 promuove Active City . www.activecity.it, che propone l’idea del corpo come analizzatore della qualità della vita in città in relazione agli approcci delle Città Sane e Smart. Ha pubblicato il libro Body Town Planning and Partecipation- The Roles of Young people and Sports.
Che cosa è una città attiva?
E’ la città in cui le infrastrutture,i servizi di mobilità sportivi, ricreativi e l’ambiente sociale facilitano l’uso del corpo nella vita quotidiana contribuendo a rendere la città più sana , intelligente vivibile e sicura. Centrale è la riqualificazione partecipata dello spazio pubblico  per  aumentare l’accessibilità, la fruibilità,  la sicurezza, l’estetica.
Quali caratteristiche deve avere una città attiva ?
La comunità scientifica è concorde sul fatto che lo stato di salute positiva si ottenga grazie all’attività motoria quotidiana e non solo alla pratica sportiva. Una città attiva deve essere dotata di percorsi pedonali, ciclabili, spazi verdi, impianti sportivi accessibili sia dal punto di vista infrastrutturale che economico, servizi di trasporto efficienti con fermate entro 300 metri dall’abitazione. Ricerche svolte in vari paesi dimostrano che la prossimità degli spazi verdi, di impianti, di percorsi ciclabili o pedonali incrementa i livelli di attività motoria   dei cittadini.        
Quali sono i vantaggi sulla salute dei cittadini e della città?
I benefici principali, secondo la guida dell’Oma Europa Una città sana è una città attiva, risiedono nel miglioramento della salute dei cittadini attraverso una diminuzione della sedentarietà e delle malattie che ne derivano con conseguente risparmio della spesa sanitaria e dei trasporti. Pur essendo questi  gli obbiettivi principali delle istituzioni, la città attiva favorisce altri aspetti importanti, quali l’allargamento delle reti sociali, il miglioramento della qualità ambientale, una maggiore produttività dei cittadini e dei lavoratori, la creazione di ambienti più vivibili e attraenti per residenti, turisti e per chi intende cambiare città, il miglioramento  della qualità del’aria e dell’inquinamento acustico,una maggiore accessibilità alle aeree verdi, la riqualificazione partecipata del quartiere e l’incremento della coesione sociale  e dell’identità comunitaria.
Quando  e dove nascono i primi modelli di città attiva?
La sensibilità ambientale nata nei paesi centro e nord europei negli anni Settanta può essere considerata l’origine moderna di un’idea di città come reazione al traffico automobilistico. I woonerf (strade condivise) olandesi nascono in quegli anni. Oggi diverse città europee si muovono in questa direzione con progettazioni integrate: Copenaghen, può essere considerata esempio di promozione della mobilità ciclabile; Barcellona con la capillare diffusione di spazi ricreativi e sportivi, formali e informali, le tante esperienze di cittadine europee che adottano il sistema degli Shared Space, diverse città italiane che fanno parte della rete “Città Attive” nata nel 2012.
Che cosa dovrebbero fare gli amministratori di una città per avviare politiche di città attiva?
Partire dalla ricognizione dell’esistente, vi sono molti spazi urbani nelle nostre città che con interventi limitati possono essere valorizzati. Inoltre, avviare un tavolo intersettoriale interno all’amministrazione aperto ai contributi di esperti e delle realtà associative e private del territorio. Ad esempio, con la regia dell’ente locale e di esperti, i volontari di un’associazione possono dare un grande contributo all’avvio di un’esperienza di percorsi sicuri casa-scuola (piedi bus) mentre l’associazione degli albergatori può essere interessata a promuovere la città come attiva. Come avviene in varie realtà sono i siti degli alberghi stessi che propongono l’hotel rimarcando come nella vicinanze ci sia il percorso ciclabile o per fare jogging. Ogi progetto e piano d’azione va realizzato in base al contesto specifico. Il ruolo principale degli esperti è questo.
E’ possibile rendere attive città come Roma, Milano, Napoli, Torino?
La situazione delle grandi città italiane è complessa. Una scellerata politica della mobilità fin dal dopoguerra ha portato ad avere il più alto indice di auto per abitante in Europa (l’indice di motorizzazione di Roma è tre volte quello di Parigi). Tuttavia si registrano alcuni segnali. Torino, che fa parte delle città attive, ha attivato un protocollo come città camminabile. E’ una direzione obbligata visto ciò che sta accadendo in Europa.
In quali centri sono state realizzate politiche di città attive?
Con progettazioni ancora integrate possiamo citare le città che hanno partecipato al primo seminario Active City: costruiamo il modello italiano svoltosi a Ferrara  nell’ottobre del 2012: Udine, città che è stata per vari anni capofila della rete italiana “Città Sane”, Torino, Bari, Casalecchio di Reno e varie altre realtà tra cui le interessanti azioni di promozione dell’attività motoria della Regione e del Servizio Sanitario dell’Emilia Romagna; citotra tutte la capillare campagna per la promozione dell’uso delle scale.
Quali modelli hanno realizzato nelle grandi città europee?
Copenaghen ha puntato sulla ciclabilità con l’obbiettivo di divenire “car free”e “carbon neutral” city entro il 225, a dimostrazione della necessità di politiche integrate. Turku,in Finlandia, promuove da vent’anni le politiche più innovative attraverso sistemi infrastrutturali di accesso gli impianti, di promozione dell’attività motoria a partire dal cammino, basati sui dati scientifici che le università finlandesi hanno evidenziato.
Quali paesi dell’Ue sono avanti nelle politiche delle città attive?
La Finlandia dal punto di vista dei cittadino fisicamente attivi, è tra i primi in classifica in Europa. I paesi in cui il tasso di sedentarietà è più basso sono quelli in cui queste politiche sono più avanzate, come in Scandinavia, Olanda, Svizzera e in parte Gran Bretagna.
Nelle grandi città dei paesi extraeuropei sono state realizzate politiche di città attive?
In Europa, Nord America e alcune nazioni asiatiche la linea di tendenza  della riqualificazione urbana si concentra sulla vivibilità dello spazio pubblico, compresi gli spazi pedonali e ciclabili, in Italia c’è scetticismo sulla possibilità di sviluppare politiche del genere, si dice che è facile parlare dei paesi del Nord Europa, ma dopo Amsterdam la seconda città mondiale ad avere aumentato gli spostamenti  ciclabili negli ultimi venti anni è Bogotà! Se è possibile a Bogotà, una città di 9 milioni di abitanti posta a 2600 metri di altitudine con 350 km di piste ciclabili, perchè non da noi?
A quali “comodità” devono rinunciare gli abitanti di una città attiva?

E’ una domanda molto interessante, cruciale per predire il successo di una proposta. Verrebbe da dire a nessuna, perché una città attiva consente spostamenti più veloci rispetto a una città ordinaria. Il punto di svolta sta nell’agire in modo integrato (con politiche educative, della mobilità, sociali, urbanistiche) in modo tale che la percezione dei cittadini si modifichi. Il successo del Vèlib a Parigi risiede nella percezione del vantaggio (risparmio di tempo, salute, stare all’aria aperta anziché nel metrò) che i cittadini hanno nell’usare il sistema di biciclette pubbliche.  E’ anche un buon esempio di contatto tra città attiva e città smart viste le varie modalità tecnologiche con cui funziona. La vera rinuncia è alla pigrizia e alla conseguente sedentarietà

domenica 15 settembre 2013

Teatro e Mafia

Ultimoteatro


Ciao a tutti e ben ri-trovati!
Siamo Luca e Nina di UltimoTeatro, appena rientrati dalla lunga residenza siciliana con un nuovo spettacolo teatrale dal titolo IN GINOCCHIO.
Come sempre scriviamo per proporre le nostre indagini sugli usi ed i costumi del contemporaneo, consumato e consumista, con la speranza che facendo così si riesca a dare un colpo di umanità ai marcescenti risultati che l'oggi e la nostra storia producono.
Questa nuova fatica a cui abbiamo lavorato per più di un anno è stata realizzata con la regia e la consulenza di Sergio Lo Verde, che oltre ad essere uno dei co-fondatori di MandarinArte (progetto residente nel podere confiscato alla famiglia Greco, presso Ciaculli di Palermo) è artista e grande uomo delle terre di Trinacria, che lotta da oltre trentanni attraverso il suo mestiere e con tutto se stesso, quella che sembra essere definita dai molti la “piaga del sud”. In questo periodo di residenze varie in Sicilia, con delicatezza ed entusiasmo, ci ha accompagnati in questo nostro nuovo viaggio all'interno della società della violenza e della disperazione, che oramai sembra caratterizzare le migliori democrazie occidentali e non.
Abbiamo deciso di portare in scena questo progetto, non solo perché io, Luca Privitera (attore e co-autore), sono uno dei tanti figli di coloro che sono scappati dalla propria terra a causa di questo grosso tumore chiamato “Mafia”, ma soprattutto perché è sempre più evidente che il malaffare e la delinquenza organizzata di stampo mafioso non sono più un problema esclusivo della bassa Italia, ma un problema dilagante e nazionalizzato, in tutti i fronti ed in tutte le sue sfumature. Un problema difficile da debellare e che negli ultimi cinquanta anni ha messo radici anche nell'estremo nord della penisola, attraverso: l'edilizia, la sanità, l'istruzione, la speculazione, lo sfruttamento, la droga, gli appalti, il mercato, i rifiuti, le istituzioni, la politica.
In Ginocchio non è un spettacolo autobiografico e tanto meno biografico, è una sorta di diario dove sono stati appuntati tutti quei comportamenti e quelle caratteristiche della mafiosità raccontate attraverso la bocca dei cattivi. Del "come" e del "perché" si diventa boss o affiliati. Certo come messaggio è provocatorio, come in fondo lo sono tutti i nostri lavori, ma è una drammaturgia chiara e lucida, per denunciare tutti coloro, soprattutto noi persone comuni e giudici indefessi di tutto questo, che nella nostra continua indifferenza ed ignoranza abbiamo permesso e permettiamo tutt'oggi che tutto questo avvenga, in una totale normalità ed in una normale accettazione delle conseguenze.
Sperando che il nostro lavoro possa essere di vostro interesse vi lasciamo il link con tutto il materiale, e come sempre sappiate che prezzi ed esigenze tecniche cambiano a seconda di chi ne fa richiesta. Fare teatro è il nostro mestiere ed il nostro modo di sopravvivere, ma divulgare le tematiche che mettiamo in scena è per noi necessario e vitale.

sabato 14 settembre 2013

Sindacati e sindaci

Luciano Granieri


 
foto tratta dal messaggero.it
Leggendo sui giornali locali le cronache  relative  alla  conferenza dei sindaci di Ato5, riunitisi il 9  settembre   scorso per   decidere  sul ricorso da contrapporre ad Acea,   tornata a reclamare 75 milioni de euro dai cittadini  e per sancire finalmente la rescissione del contratto per colpa con la stessa Acea, ho avuto la solita spiacevole sensazione di aver subito, come cittadino, l’ennesima presa in giro. 

Ai tanti esiti inconcludenti delle altre conferenze, costellate  di assenze, ritardi nell’inizio delle discussioni, ripicche, e piccoli dispettucci, in questo caso si è aggiunta la scomparsa, sic et simpliciter, dall’ordine del giorno di uno dei temi da deliberare , anzi del “TEMA DA DELIBERARE”  la rescissione del contratto con Acea. 

La reazione sconcertata e ferma   del sindaco di Torrice Alessia Savo  intenzionata ad opporsi    all’ennesimo smacco che gli altri sindaci stavano preparando agli utenti del servizio idrico è stata addirittura  repressa   con la violenza da parte del sindaco di Collepardo Bussiglieri,il tutto sotto l’imperturbabile sguardo del commissario straordinario della provincia Patrizi. 

Come se un dispositivo di autocontrollo scattasse nel caso in cui uno o più membri dell’assemblea osassero comportarsi al di fuori dei canoni prestabiliti. Ma quali sono i canoni prestabiliti? Adoperarsi per difendere il diritto dei cittadini ad avere una erogazione idrica  efficiente, controllando che il gestore privato operi per la qualità del servizio, o agire da  anestetico alla protesta messa in atto dai cittadini insoddisfatti del servizio e   favorendo le malefatte di Acea?  

foto tratta dal messaggero.it
E’ possibile che finanziamenti promessi e mai attuati sulle condotte idriche, accuse rivolte da Acea agli stessi sindaci di aver mentito sullo stato della rete distributiva con la susseguente richiesta  del famoso rimborso di 75 milioni , bollette fuori controllo con l’addebito di aumenti retroattivi, interruzioni del servizio, vessazioni vere e proprie verso quei cittadini che hanno lamentato le ruberie messe in atto dal gestore, non siano sufficienti   per invocare la rescissione del contratto per colpa?  

Il comportamento di questa consulta che dovrebbe salvaguardare gli interessi dei cittadini nei confronti del privato, assomiglia molto all’azione di certi sindacati mainstream che dovrebbero curare gli interessi dei lavoratori. Questi ultimi si dicono sempre disponibili a difendere il diritto al lavoro, si fanno vedere  affianco dei lavoratori che vengono licenziati, dicono di assumersi impegni in merito alle vertenze più difficili, con la promessa di risolverle invocando l’intervento delle istituzioni, e  tali vertenze    puntualmente vedono i loro assistiti perdenti. 
Poi nei tavoli di trattativa con il padronato vendono la pelle degli operai firmando i peggiori accordi possibili, per i lavoratori evidentemente, l’esempio  del modello  Pomigliano sta li a dimostrarlo. 

Così i sindaci, innanzi alle proprie comunità, promettono fuco e fiamme contro Acea, giurano di adoperarsi  per far rivalere nei confronti del gestore privato i diritti dei cittadini utenti, arrivando addirittura a esigere la rescissione del contratto, poi nelle loto squallide riunioni presiedute dallo svogliato  dirigente provinciale di turno, sia esso Scalia, piuttosto che Iannarilli o Patrizi, cincischiano, rinviano, disertano vendono ad Acea i diritti dei propri amministrati  così come i sindacati fanno con lavoratori nei confronti dei padroni. Quale sarà mai la contropartita? 

Per il mondo sindacale è sufficientemente chiara. Spesso nei consigli di amministrazione di molte aziende si notano in posizioni di privilegio ex sindacalisti, e non è raro assistere al decollo di dirigenti sindacali verso brillanti carriere politiche. E per i sindaci della consulta?  Forse la possibilità di piazzare propri elettori nella dirigenza di Acea?  O forse veder ricambiato il favore riservato al gestore con l’impegno di ricevere importanti endorsement elettorali? Una fatto è certo quando lavoratori e cittadini riusciranno a liberarsi di cotanti geni e a rappresentare i propri diritti direttamente e autonomamente le cose miglioreranno notevolmente.


venerdì 13 settembre 2013

Furto con strage e ricatto

Luciano Granieri


Questa è la storia di un furto aggravato e continuato. Un coacervo di azioni criminose, che ha lasciato, lascia e continuerà a lasciare dietro di se una scia di morte  disperazione. Una storia da romanzo criminale, solo che di romanzato non c’è nulla. E’ tutto vero e la cruda la realtà supera la più perversa delle fantasie. 

E’ la vicenda di un imprenditore, o meglio di una famiglia di imprenditori, che riesce ad avere in dono per un tozzo di pane una delle più grandi acciaierie di Europa. Nell’era delle grandi privatizzazioni sulla scia delle prescrizioni firedmaniane uno dei più grandi poli pubblici della siderurgia italiana  l’Italsider, è smembrata e le sue spoglie vengono regalate al gotha della classe accattona imprenditoriale italiana. 

Chiuso l’impianto di Bagnoli, cedute le strutture di Comigliano e Piombino, quest’ultima al gruppo bresciano Lucchini, la parte più consistente, il mega impianto di Taranto, viene    regalata al gruppo  Riva, che riesuma il vecchio nome dell’Ilva. Dal 1995, anno dell’acquisizione dell’impianto, la famiglia comincia a realizzare enormi profitti. Ricchezze accumulate  sulle spalle degli operai costretti a turni massacranti, messi gli uni contro gli altri attraverso liste di proscrizione in cui i lavoratori più rompicoglioni venivano  sono segnalati con un segno rosso sulla busta paga e messi alla gogna a monito degli altri più consenzienti il cui foglio paga è vergato di vede . Quel segno rosso era una sordida minaccia, che indicava a chi lo riceveva   che il suo modo di fare non era gradito ai padroni. Era l’anticamera del licenziamento. 

Sulla pelle delle maestranze condannate a morte in un ambiente di lavoro malsano e altamente nocivo, la famiglia Riva ha prosperato. Ma l’acciaieria non è fabbrica di semplice gestione. Tutta i processi produttivi sono ad alto impatto ambientale, l’inquinamento coinvolge oltre che gli impianti anche il territorio che li ospita. E’ dunque necessario aggiornare continuamente i sistemi di controllo delle emissioni inquinanti, della dispersioni delle polveri nell’aria, in mare e nel terreno. 

E’ obbligatorio rispettare ferree procedure  stabilite dalla legge per    contrastare l’inquinamento e ciò evidentemente comporta l’esborso di ingenti quantità di denaro. Qui comincia il furto. Degli enormi profitti realizzati, non un centesimo viene investito dal management per rispettare le procedure. I denari prendono la via dei paradisi fiscali. Non vengono usati   per l’aggiornamento degli impianti ma  addirittura nascosti al fisco. Si trasformano in patrimoni immobiliari sterminati e in guadagni da speculazione finanziaria. 

Non si disdegna fra l’altro di aiutare amici e amici degli amici. Per far contento l’amico Berlusconi, si investe nella sciagurata operazione del salvataggio di Alitalia, un presidente del consiglio può far sempre comodo, vedi le prescrizioni ambientali all’acqua di rose che il ministro dell’ambiente berlusconiano Stefania Prestigiacomo ha imposto  all’Ilva. 

Si pagano lautamente campagne elettorali di politici di destra Berlusconi, ma anche di sinistra. Bersani. La distrazione per uso personale e criminoso di questi fondi, determina il deterioramento ambientale  dello stabilimento di Taranto il cui inquinamento uccide operai e popolazione limitrofa. Furto con strage. 

Nel silenzio della politica corrotta, si erge la voce della magistratura   che denuncia per disastro ambientale i Riva, predisponendo gli arresti domiciliari per Emilio Riva, oggi di nuovo libero per decorrenza dei termini,  e il blocco della produzione fino a che gli impianti non verranno adeguati alle norme anti inquinamento più moderne. 

Dopo la guerra fra poveri scatenata dall’imprenditore, con la contrapposizione fra diritto al lavoro e diritto alla salute. Dopo che è imposto un investimento di 8miliardi per la messa in sicurezza degli impianti, fondi mai erogati dai Riva,   lo stabilimento viene commissariato, posto sotto il controllo dello stato che guarda caso nomina  a guardia della ferriera un manager di fiducia dello stesso Riva: il tagliatore di testa Enrico Bondi. Cioè il controllore è praticamente scelto dal controllato. 

Mentre la politica cincischia la magistratura va avanti. Scopre che gli 8 miliardi necessari alla bonifica erano nella disponibilità dei Riva i quali li hanno di fatto rubati  alla collettività, trasferendoli all’estero, nascondendoli al fisco. Dunque come è normale in uno stato di diritto, la magistratura   impone  che quei soldi tornino alla comunità e  il 24 maggio scorso dispone  il sequestro di beni mobili e immobili sia di Ilva che di Riva Fire spa altro gruppo facente capo ai Riva, e del patrimonio personale della  famiglia fra cui alcuni conti correnti privati . 

Passano 4 mesi, siamo ad oggi e l’indole criminale dei Riva emerge in tutta la sua crudeltà. La famiglia sacrifica,   a difesa dei beni posti sotto sequestro,  dei veri e propri  scudi umani. Baluardi incarnati nei 1400 addetti impiegati nelle altre aziende del gruppo, quelle poste al di fuori del perimetro dell’Ilva di Taranto ormai commissariata. 

Come ritorsione al sequestro si fermano gli stabilimenti  facenti capo ai gruppi Riva Acciaio, Riva Energia, e Muzzana Trasporti.  Da Cuneo a Varese, da Lecco a Brescia a Verona viene disposta la chiusura di  aziende floride, produttive  e la “messa in libertà” di 1400 operai sena cassa integrazione. 

Furto, strage, ricatto, frode, evasione fiscale. Serve altro per convincere un governo a nazionalizzare tutte le aziende di questa congrega di criminali? Cosa si aspetta a reintegrare tutti gli operai e a pagare loro lo stipendio usando i fondi dei beni sequestrati ai Riva? I quali continuano ad alimentare la guerra fra poveri mettendo i lavoratori delle imprese poste al nord contro quelli di Taranto e tutti contro il  gip Patrizia Todisco. Purtroppo in questo dannato paese,  così come la legge è uguale per tutti, ma per alcuni è più uguale di altri,  anche i criminali sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri… o più criminali?  Dunque l’esproprio senza indennizzo di tutto il gruppo non avverrà mai. 

E pensare  che  questo potrebbe costituire un primo importante passo verso la nazionalizzazione di tante altre aziende in cui altrettanti criminali giocano con la vita dei lavoratori  e della collettività che frodano con l’evasione, e la delocalizzazione. Sarebbe ora di farla finita con questa classe opulenta e accattona che ha costruito le sue fortune sulle spalle della gente comune, a cominciare dal delinquente arcoriano che con le sue truppe di servi da un ventennio occupa abusivamente il Parlamento.

giovedì 12 settembre 2013

La via maestra

La via maestra è il documento appello lanciato da Lorenza Carlassarre, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky in occasione dell'assemblea pubblica fortemente partecipata e molto combattiva svoltasi l'8 settembre a Roma. L'obiettivo è quello di far crescere nel paese e nei diversi territori una forte e crescente mobilitazione popolare che sventi ogni tentativo di colpire la Costituzione, annullandone il contenuto innovativo e straordinariamente moderno. Il primo appuntamento è stato fissato per il 12 ottobre a Roma in una grande manifestazione popolare in cui far confluire i diversi movimenti , le espressioni della società civile, delle organizzazioni sindacali e della politica che si riconoscono nella necessità di operare una svolta per uscire dalla crisi sulla via della costruzione di una società più giusta e solidale. La lotta per l'applicazione della Costituzione - sostiene il documento – è "innanzitutto la promozione di un'idea di società", "un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa" intorno al quale occorre unire tutte le forze disponibili.

Ecco il testo integrale del documento

«1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione. La dignità delle persone, la giustizia sociale e la solidarietà verso i deboli e gli emarginati, la legalità e l’abolizione dei privilegi, l’equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, la speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, la giustizia e la democrazia in Europa, la pace: questo sta nella Costituzione. La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce?
Invece, si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo  della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme” – come sono state definite –, ineludibili per passare da una costituzione all’altra.
La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.
2. Eppure, per quanto si sia fatto per espungerla dal discorso politico ufficiale, nel quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, la Costituzione in questi anni è stata ben viva. Oggi, ci accorgiamo dell’attualità di quell’articolo 1 della Costituzione che pone il lavoro alla base, a fondamento della democrazia: un articolo a lungo svalutato o sbeffeggiato come espressione di vuota ideologia. Oggi, riscopriamo il valore dell’uguaglianza, come esigenza di giustizia e forza di coesione sociale, secondo la proclamazione dell’art. 3 della Costituzione: un articolo a lungo considerato un’anticaglia e sostituito dall’elogio della disuguaglianza e dell’illimitata competizione nella scala sociale. Oggi, la dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, proclamate dall’art. 2 della Costituzione, rappresentano la difesa contro la mercificazione della vita degli esseri umani, secondo le “naturali” leggi del mercato. Oggi, il dovere tributario e l’equità fiscale, secondo il criterio della progressività alla partecipazione alle spese pubbliche, proclamato dall’art. 53 della Costituzione, si dimostra essere un caposaldo essenziale d’ogni possibile legame di cittadinanza, dopo tanti anni di tolleranza, se non addirittura di giustificazione ed elogio, dell’evasione fiscale. Ecco, con qualche esempio, che cosa è l’idea di società giusta che la Costituzione ci indica.
Negli ultimi anni, la difesa di diritti essenziali, come quelli alla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali, alla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza, è avvenuta in nome della Costituzione, più nelle aule dei tribunali che in quelle parlamentari; più nelle mobilitazioni popolari che nelle iniziative legislative e di governo. Anzi, possiamo costatare che la Costituzione, quanto più la si è ignorata in alto, tanto più è divenuta punto di riferimento di tante persone, movimenti, associazioni nella società civile. Tra i più giovani, i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi, come bene sanno coloro che frequentano le aule scolastiche. Nel nome della Costituzione, ci si accorge che è possibile parlare e intendersi politicamente in un senso più ampio, più elevato e lungimirante di quanto non si faccia abitualmente nel linguaggio della politica d’ogni giorno.
In breve: mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee. Strade e piazze hanno offerto straordinarie opportunità d’incontro e di riconoscimento reciproco. Devono continuare ad esserlo, perché lì la novità politica ha assunto forza e capacità di comunicazione; lì si sono superati, per qualche momento, l’isolamento e la solitudine; lì si è immaginata una società diversa. Lì, la parola della Costituzione è risuonata del tutto naturalmente.
3. C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue.
Anche noi abbiamo le nostre “ineludibili riforme”. Ma, sono quelle che servono per attuare la Costituzione, non per cambiarla.»


L’ attuazione della Costituzione è la via maestra

Paolo Ciofi 


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L’assemblea che si è svolta a Roma l’8 settembre per iniziativa di Lorenza Carlassarre, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky sulla base del documento significativamente intitolato La via maestra costituisce un evento di notevole rilievo, in aperta e dichiarata controtendenza rispetto al degrado in cui si sta sfiancando il sistema politico. Le ragioni che rendono questo evento rilevante, e da seguire con grande attenzione per gli effetti che potrà generare, sono principalmente tre.
        
Innanzitutto, dopo anni di sottovalutazioni, tentennamenti e attenuazioni che hanno coinvolto anche le sinistre comunque denominate, tra incomprensioni e connivenze di chi ha governato, tra la retorica di chi si definisce democratico e gli strappi di chi si dichiara liberale, l’assemblea ha messo in chiaro qual è la posta in gioco nella crisi che soffoca l’Italia, ben al di là della formazione di un governo e del destino di un padrone megalomane. In gioco (e non da oggi) è la democrazia costituzionale. Vale a dire una conquista storica del popolo italiano sulla via dell’uguaglianza e della libertà: qualcosa di molto concreto, che riguarda la vita delle donne e degli uomini di questo Paese, il loro lavoro, i loro diritti, le loro aspirazioni. Non per caso il diritto al lavoro per un’intera generazione è diventato un’ irragiungibile utopia, mentre la Fiat pretende di abolire i diritti costituzionali nelle sue aziende e J. P. Morgan, tra i maggiori responsabili della crisi globale, sentenzia senza mezzi termini che le Costituzioni del sud Europa sono intrise di idee socialiste e perciò vanno tolte di mezzo.
         In secondo luogo, si è affermato con altrettanta chiarezza che lottare per l’attuazione della Costituzione è il tema del momento. Non si tratta semplicemente di difendere in astratto i principi costituzionali, ma di attuarli. Che è cosa ben diversa, e richiede una mobilitazione sociale e culturale ampia e articolata nei diversi territori del Paese, in grado di coinvolgere tutte le forze disponibili superando divisioni e settarismi, capace perciò di fare massa critica. Insomma, è tempo di abbandonare uno stanco difensivismo di routine e di aprire le porte a un progetto di trasformazione che guarda al futuro. Non difendiamo la Costituzione se non lottiamo per attuarla. Ma una lotta  combattuta sulle vecchie trincee del passato sarebbe destinata alla sconfitta. Perciò servono una visione dinamica della nostra Carta fondamentale, che ne liberi tutte le potenzialità innovative, e una manutenzione ordinaria adatta a questo scopo. Il contrario dello stravolgimento dell’articolo 138, che apre la strada alla Repubblica presidenziale e alla cancellazione di fondamentali diritti. È utile invece un riassetto istituzionale centrato sulla eliminazione del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari: proposte avanzate fin dagli anni ottanta da Enrico Berlinguer e sempre respinte.
        
In terzo luogo, già nel documento preparatorio dell’assemblea di Roma, si sostiene senza possibilità di equivoci che lottare per l’attuazione della Costituzione significa promuovere un’altra idea di società, idonea a farci uscire dalla crisi. La Costituzione fondata sul lavoro è un progetto di società. non un coacervo di regole ammuffite, che impediscono all’uomo del destino di governare il Paese. «La difesa della Costituzione -  si legge nel documento – è innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. Non è la difesa di un passato che non può tornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa». Questo è il cuore del problema, che dà senso e contenuto alla politica, una politica completamente diversa da quella praticata in questi anni.
        
Il fondamento del lavoro cambia la natura dello Stato e della società rispetto al passato e apre le porte al futuro, a una civiltà più avanzata in cui l’economia sia posta al servizio dell’uomo e non viceversa. Non è la prima volta che mi capita di sottolineare che nella Costituzione il progetto di una società di tipo nuovo è realizzabile perché il centro di gravità della società e dello Stato non è più la proprietà ma il lavoro, ossia il lavoratore cittadino. E che perciò in questo disegno la democrazia politica non si riduce all’esclusiva rappresentanza istituzionale, ma si arricchisce con forme di democrazia diretta e con innovativi contenuti sociali. La Repubblica fondata sul lavoro, che nei suoi principi costitutivi innalza i lavoratori a protagonisti del cambiamento dando una nuova dimensione alla dignità della persona, non si limita a chiedere consenso: vuole partecipazione e protagonismo delle masse. L’opposto di ciò che vuole il capitale e di ciò che praticano i partiti attuali, più o meno leaderistici.
        
Non la Costituzione bisogna cambiare, ma i partiti e l’intero sistema politico. Ormai siamo molto vicini al punto di rottura di una contraddizione che appare sempre più lacerante e distruttiva: come può reggersi una Repubblica fondata sul lavoro se le persone che vivono del proprio lavoro, i nuovi lavoratori salariati (e non solo) del XXI secolo, non hanno alcun peso politico? Se i portatori di interessi contrapposti a quelli del capitale sono di fatto privi degli strumenti della politica? La lotta di classe praticata dal capitale anche sul terreno culturale e ideale ha avuto come effetto principale, sebbene efficacemente occultato e misconosciuto, la cancellazione dal sistema politico delle lavoratrici e dei lavoratori eterodiretti nella fase della globalizzazione capitalistica. Ma in tal modo la Repubblica democratica è stata disancorata dal suo fondamento, e sta andando alla deriva. Ciò spiega perché l’Italia viva in uno stato di sofferenza crescente e di perenne incertezza, sempre in bilico tra enormi potenzialità represse e regressioni reali.
        
Allora la scena si illumina, e appare di solare evidenza che una componente decisiva della lotta per l’attuazione della Costituzione è la costruzione, nel contatto vivo con i movimenti della società e delle spinte al cambiamento che in essa si manifestano, di una rappresentanza politica del lavoro del XXI secolo, ben più ampio del lavoro fordista sebbene frantumato e diviso nelle infinite forme della precarietà, del non-lavoro, della disoccupazione. C’è bisogno, nell’interesse stesso del Paese e dell’Europa, di un soggetto politico capace di interpretare le aspirazioni e i bisogni delle lavoratrici e di lavoratori della nostra epoca, costruendo insieme a loro nuove forme della politica, organizzate e capaci di produrre egemonia e alleanze, cioè un nuovo blocco storico in grado di dare respiro e concretezza al disegno costituzionale.
        
È un nodo che non si può eludere. E che dà senso alla parola sinistra: essere di parte per fermare i poteri economici e politici che stanno distruggendo la Costituzione e la società; essere di parte per trasformare la società applicando la Costituzione. Dando sbocco generale a quelle pur significative e vincenti iniziative che si sono espresse nel referendum sull’acqua e sul nucleare, nella resistenza della Fiom. Merito dei promotori dell’assemblea romana è di avere indicato un percorso di lotta e di mobilitazione, la cui prima tappa è la manifestazione di Roma, che si terrà anche se cade il governo Letta perché - ha detto Landini concludendo l’assemblea - non c’è oggi in Italia una forza politica che rappresenti le istanze indicate da La via maestra. E Rodotà aveva affermato che l’obiettivo è quello di aprire un nuovo spazio pubblico al di fuori dei partiti presenti. Precisando poi in una intervista: «personalmente, penso che con questo lavoro non escludente potremo poi ricostruire i tratti di una sinistra costituzionale».
        
Dunque, appare chiaro che se la mobilitazione per l’attuazione della Costituzione può e deve raccogliere uno schieramento più ampio di quello di una sinistra fondata sul lavoro, si può d’altra parte essere certi che in assenza di una sinistra politica fondata sul lavoro le possibilità di reggere l’urto dell’offensiva politica contro la Costituzione si riducono di molto. Al tempo stesso, dovrebbe essere altrettanto chiaro che una sinistra vera, qualunque sia il suo nome, può svolgere un ruolo in questo Paese solo se assume con coerenza rivoluzionaria i principi fondamentali e i diritti della Carta costituzionale. In definitiva, sono due facce di un unico problema. Si tratta di un dato oggettivo che sta nelle cose, nel processo stesso aperto dall’iniziativa dei promotori de La via maestra, di cui è difficile prevedere adesso l’approdo finale. Si dice che ci vuole cautela e ponderatezza per evitare errori, ed è vero. Ma attenzione: in questa fase di crisi e scomposizione del sistema politico si aprono spazi che bisogna saper coprire. I tempi non sono infiniti.

Intervento pubblicato anche su http://www.unoetre.it/
       

CILE 40 anni dopo : parla Jorge Coulon, leader storico degli Inti Illimani e oggi candidato del PCC

http://www.libera.tv/





"Il capitale straniero, l'imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinchè leForze Armate rompessero la tradizione (democratica, ndt). Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Lavoratori, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!" .
Queste le ultime parole alla radio diSalvador Allende, il giorno stesso del golpe dell'11 settembre 1973, poco prima della fine.