Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 25 dicembre 2015

BUON DEO SOL INVICTUS

Severo Lutrario


Il 25 dicembre i romani celebravano il dio sole che, sconfiggendo le tenebre, col solstizio d'inverno, riprendeva a guadagnare terreno allungando le ore di luce. Celebravano un dio vincente, invicto e glorioso.
E non è un caso se la rappresentazione di quel dio ha delle evidenti assonanze con un certo corredo della tradizione cattolica ed ha delle inquetanti similitudini con altre simbologie trionfalistiche ed imperiali.
Che cosa c'entri con questa celebrazione la nascita di un miserabile profugo, costretto a nascere in una grotta utilizzata per il ricovero delle bestie e che dovrà fuggire nel deserto, migrante estracomunitario, per sfuggire al dittatore sanguinario di turno ... che finirà ammazzato come criminale tra i criminali...
non è dato sapere.
Al di là del buonismo natalizio propinato immancabilmente a reti unificate,
al di là delle giullarate di questo nuovo Francesco,
nei cenoni di una vigilia che di magro hanno semmai solo quel che resta nel portafoglio,
nel pranzo trimalcionico della festa,
nei luccichio delle luci e della carta regalo,
quel che si festeggia è il dio vincente e glorioso,
non quello che avrebbe scelto di essere l'ultimo tra gli ultimi;
il perdente;
non quello che, oggi, rischierebbe di annegare al largo delle coste della Turchia;
Ed allora, buone feste,
buon deo sol invictus!

mercoledì 23 dicembre 2015

Un altro Natale è alle porte, un altro anno è agli sgoccioli...auguri

Luciano Granieri


Cari concittadini ciociari, festeggiamo!   Un altro Natale è alle porte e il 2015 è agli sgoccioli. La squadra di calcio ha conseguito una storica promozione in serie A. Nella prima fase di questo campionato il record positivo è stato  conquistare  l’unico punto fuori dal Matusa, presso lo Juventus Stadium, nell’infuocata arena dei campioni d’Italia e vice campioni d’Europa. Il  record negativo è stato quello di aver subito gol da Iturbe della Roma, uno che nell’attuale stagione calcistica non l’ha strusciata mai. 




Contenti e felici come pasque, anche a natale, veniamo a scoprire, dallo stesso management del Frosinone Calcio,  che i 4 milioni di euro, dirottati dal sindaco  sullo stadio, cassando opere come il Parco delle Fontanelle, e la struttura geodetica dell’Unitalsi , non sarebbero stati necessari. Il nuovo campo di calcio  avrebbe potuto tranquillamente portarlo  a termine il presidente  Stirpe, senza che il Comune togliesse i soldi a chi, purtroppo,  sta in carrozzina,   per darli a chi le gambe ce l’ha talmente buone da calcare i campi di serie A. 

Gioite Ciociari!!! La Provincia frusinate  è ai primi posti  in Italia  (14°) per la percentuale di esportazione rispetto al Pil, segno che la nostra industria è apprezzata all’estero. Resta però da capire chi goda  di questa ricchezza. Infatti lo straordinaria salute dell’esportazione ciociara non riesce a creare neanche un posto di lavoro nel territorio. Il tasso di occupazione è  al 47% ben al di sotto della media nazionale.  

Altri record?  Abitiamo in una città in cui l’efficienza dei servizi è minima, mentre il loro costo per i cittadini è massimo. Non c’abbiamo mezzo centesimo, neanche per riparare il tetto di una scuola, qualora disgraziatamente dovesse crollare, ma spendiamo 25 mila euro per rievocare la passione di Cristo e 40 mila euro per addobbare la città con luminarie di Natale, neanche troppo belle.  Continuiamo ad affidare la manutenzione della città a cooperative  esterne, quando i  lavoratori licenziati,  che prima se ne occupavano   consentendo al Comune un bel risparmio, passeranno il secondo Natale sotto una tenda per rivendicare il loro posto di lavoro scippato dall’attuale amministrazione. 

Siamo la città più inquinata d’Italia, con la cittadinanza a  serio rischio di contrarre patologie polmonari,   ma manca  il reparto di pneumologia presso l’Ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone.  Mancano anche i pediatri, i cardiologi, e il tasso di emigrazione ospedaliere è elevatissimo ai primi posti in Italia. 

Paghiamo la bolletta  dell’acqua più alta  di tutte le altre città. Il gestore, Acea, prima con il concorso dei sindaci, oggi con la benedizione di Renzi , continua a vessare i cittadini all’ombra del campanile. La  monnezza persiste nell’ assediarci,  sia in termini materiali sia in termini economici con tasse ipertrofiche .   Grazie ad un errore della Regione dovremo rifondare 10 milioni di euro alla  ditta privata incaricata dello smaltimento rifiuti. 

Insomma, il Frosinone è in serie A, l’acqua ci costa  più dello champagne,  siamo circondati dalla monnezza, nonostante le cifre iperboliche che paghiamo  per smaltirla, abbiamo serie probabilità di rovinarci i polmoni per l’inquinamento e l’ospedale cittadino è sprovvisto del reparto necessario a curare le malattie respiratorie, manca il lavoro, mancano gli investimenti.  Per  finanziare le sbicchierate del sindaco siamo rimasti senza servizi pur pagandoli un patrimonio...

Festeggiamo Ciociari, un nuovo Natale è alle porte e il 2015 è agli sgoccioli.  Festeggiamo…..ma che cazzo c’avremo da festeggià. 

Colleferro, acqua e Acea alla prova dei fatti.

Rete per la Tutela della Valle del Sacco


Il nuovo gestore del servizio idrico integrato di Colleferro, Acea Ato 2, subentrato nella gestione ormai da 7 mesi, sta dando pessima prova di sé: sportelli per gli utenti chiusi per mesi (da giugno a fine settembre) e, una volta aperti al pubblico, attivi per poche ore a settimana; gravi disservizi nell’erogazione di acqua (in poco più di un mese due guasti consistenti che hanno prosciugato i rubinetti in quasi tutta la città). Anche l’informazione agli utenti è praticamente inesistente: se va bene, in caso di disservizio l’azienda informa il sindaco, che si deve sobbarcare l’onere, non dovuto, di avvertire la cittadinanza. Infine, sulla pagina Facebook del Comune il 6 dicembre si leggeva:” l’Amministrazione comunale ha predisposto un servizio di due autobotti per la distribuzione dell’acqua in attesa del ripristino del servizio da parte di Acea”. Speriamo che le autobotti siano a carico del gestore ma, anche se così fosse, non è compito del comune, ma del gestore, preoccuparsi di erogare l’acqua ai cittadini, anche in situazioni di emergenza. Così come sono solo i tecnici Acea che devono intervenire in caso di guasto, non i tecnici del Comune.
Il sindaco di Colleferro Pierluigi Sanna, ha giustamente richiamato più di una volta Acea ai propri obblighi. Non è il solo nel nostro ATO. Spesso si legge nei giornali locali la protesta di sindaci che lamentano le inadempienze del gestore: Tolfa, Santa Marinella, Bellegra, Subiaco, Montecompatri, per citarne solo alcuni.
D’altra parte, un’azienda privata che deve gestire 112 comuni, tra cui quello di Roma, spenderà energie e personale soprattutto per il servizio nella capitale, di gran lunga più importante a livello mediatico e di immagine, rispetto ai piccoli comuni dell’ATO che difficilmente riuscirebbero a portarla sulle prime pagine dei giornali.
Abbiamo più volte sottolineato la natura di Acea, azienda quotata in borsa (di cui Acea ATO 2 è una partecipata), con soci privati che gestiscono le politiche aziendali. Il grafico sottostante riporta la composizione azionaria del gruppo Acea SpA.






















Nonostante il comune di Roma detenga la maggioranza delle azioni, le politiche industriali del gruppo non si decidono certo in Campidoglio ma negli studi dei gruppi economico finanziari.
Non diciamo nulla di nuovo affermando che obiettivo del privato è fare profitto e se una società a fine anno deve distribuire sempre maggiori utili ai suoi azionisti, ha essenzialmente tre strade da percorrere: ridurre e/o pagare di meno il personale, diminuire la qualità del servizio o aumentare le tariffe. Tanto è vero che, ad esempio, nel nostro comune, pur essendo per contratto e per legge il gestore del servizio idrico integrato (acquedotto, depurazione e fognatura), al momento Acea non ha preso in carico il servizio di depurazione e fognatura fino a che non sarà pronto il nuovo depuratore, proprio per evitarsi un problema. Anche la rete della Snia BPD, notoriamente obsoleta, rimane fuori dalla gestione.
Alcuni dati estratti dal Bilancio Consolidato di ACEA del 2014 ci dicono come il settore idrico sia quello economicamente più redditizio. Si nota, infatti, che, benché i ricavi siano molto più bassi rispetto al settore elettrico, la gestione idrica presenta margini di profitto molto più alti, come si vede nelle tabelle sottostanti.
I dati confrontati sono i seguenti (dal capitolo Risultati economici per aree di attività pag. 62/65)

Settore ENERGIA - Risultati economici e patrimoniali

2014
2013 RESTATED
VARIAZIONE
VAR.%
Ricavi
2073,7
3354,7
1091
34,5%
Costi
1962
3073
1111
36,2%
Margine operativo lordo
111,7
91,7
20
21,8%

Settore ACQUA - Risultati economici e patrimoniali

2014
2013 RESTATED
VARIAZIONE
VAR.%
Ricavi
653,8
624,1
29,7
4,8%
Costi
361,6
343,3
18,3
5,3%
Margine operativo lordo
292,2
280,8
11,4
4,1%
Si osserva come il settore idrico presenti ricavi molto inferiori al settore energetico (meno di un terzo) mentre i margini sono più che doppi.
Nel capitolo sui Ricavi netti consolidati (pag. 23) si legge:
“I ricavi da Servizio Idrico Integrato crescono tra il 2013 ed il 2014 di € 44,5 milioni essenzialmente per effetto dell’aggiornamento delle tariffe 2014 di ACEA Ato2 e ACEA Ato5. La quantificazione del VRG (Vincolo ai Ricavi Garantiti) di ACEA Ato2 è avvenuta sulla base della deliberazione 25 settembre 2014 dell’AEEGSI che ha approvato le tariffe 2014-2015“
Il settore idrico si rivela quindi, a livello di rendimenti, quello che nessuna crisi può scalfire e per questo motivo sempre più appetibile. Il consumo di acqua, infatti, oltre una certa soglia non può essere compresso. 
E’ indicativo quanto segnalato da una recente ricerca della Confartigianato, secondo la quale nel decennio 2004-2014 le tariffe dell'acqua sono aumentate mediamente del 95%, a fronte di un incremento medio nei Paesi UE del 35%, quasi 2/3 in più!
A questa data (dicembre 2015) non sono ancora arrivate a Colleferro le prime bollette del nuovo gestore. Purtroppo ce le aspettiamo molto salate dal momento che con l’avvento di Acea è cambiato il regime tariffario e tutti i costi sostenuti dal gestore saranno inclusi in bolletta, compresa la remunerazione del capitale investito dall’azienda garantito al 6,4%. Questa voce, eliminata con il referendum del 2012, è stata surrettiziamente reinserita con la dicitura “oneri finanziari” nel nuovo calcolo tariffario dell’Autorità per l’Energia elettrica, il gas e il servizio idrico (AEEGSI).

Abbiamo chiesto da anni che il servizio idrico a Colleferro fosse preso in gestione direttamente dal Comune, per mezzo di una società senza scopo di lucro, come le aziende speciali. Abbiamo condotto studi di fattibilità normativa, forti anche del favorevole esito referendario sull’acqua pubblica. L’amministrazione precedente non ha voluto ascoltare la stragrande maggioranza dei cittadini che avevano espresso chiaramente la loro volontà di ripubblicizzare la gestione dell’acqua. Speriamo che l'attuale abbia a cuore questo servizio essenziale e si attivi, insieme alle amministrazioni che si stanno opponendo alla gestione privata, per riprendere la guida del servizio idrico.

martedì 22 dicembre 2015

GLI SCACCHI SONO UN GIOCO COMPLESSO

Newsletter n° 1 del Comitato Provinciale Acqua Pubblica di Frosinone


L'incontro convocato dal Sindaco di Ceccano per discutere, ancora una volta, della risoluzione della convenzione di gestione, del contratto con ACEA, era una cosa buona. Perché? Intanto perché nella lettera di convocazione del Sindaco si coglievano alcuni elementi di novità. In primo luogo si partiva dall'assunto che ACEA ATO 5 S.p.A. era stata formalmente messa in mora e pertanto l'eventuale risoluzione del contratto era finalmente un atto concreto ed efficace che l'Autorità d'Ambito avrebbe potuto, potrebbe, immediatamente assumere. Che questa possibilità poi sia vanificata da un'assemblea controllata dai capi-bastone politici, tutti, indistintamente con Acea, è un dato politico di cui chiamare a rispondere qui partiti e quei personaggi politici che blaterano di demagogia. Discorso diverso è presentare questa giusta campagna politica come risolutiva per la nostra vicenda. Infatti è inutile guardare il dito senza accorgersi della luna. Acea Ato 5 S.p.A. in questo momento è particolarmente aggressiva e feroce (distacchi docet) perché ha la necessità di dimostrarsi affidabile agli occhi degli investitori finanziari e quindi non può permettersi di lamentare sofferenze (fatture non pagate) per centinaia di milioni di euro. Che significa? Il progetto di ACEA S.p.A. (quella vera, non il bancomat costituito da ACEA ATO 5 S.p.A.), spianato dal governo Renzi con lo "sbocca Italia" - dicembre 2014 - è quello di realizzare un unico gestore per Toscana, Umbria, Lazio, cui aggiungere successivamente, Campania, Molise, Basilicata e Puglia, con un volume di affari tali da consentirle  di competere in maniera aggressiva sui mercati internazionali. Nulla si oppone a questo disegno se non il sassolino costituito dalla legge n. 5 del 2014 della regione Lazio. Se salta questo sassolino, nulla impedirà ad ACEA di realizzare il suo disegno con buona pace di tutte le proteste dei singoli sindaci. Per chiarire, la giunta regionale campana ha appena approvato la nuova legge regionale che prevede l'ATO unico nella cui “autorità di governo” tutti i sindaci della Campania valgono 5 voti su 20 e nelle assemblee dei sub ambiti (che al massimo possono fare proposte) saranno presenti 30 sindaci (con subambiti con anche più di 200 comuni!). La Toscana di Renzi ha una legge analoga. Ricordiamo ancora che con lo "sbocca Italia" il governo ha imposto che in ogni ambito vi sia un unico gestore, individuato in quello che già gestisce almeno il 23% delle reti ... chi è allora il fantomatico gestore per il Lazio? Tanto per essere ancora più chiari, il disegno di Acea è in accordo - non in “concorrenza" - con le altre 3 grandi multiutility italiane con cui si è spartita il territorio nazionale. Questo significa che in un'eventuale gara ACEA S.p.A. non avrebbe comunque concorrenti. E questo significa ancora che, ammesso che la regione non molli la legge 5/2014 e non si adegui ai progetti di governo e ACEA S.p.A., l'unica residuale possibilità di soluzione è che questa,  assemblea dei sindaci, opti per la costituzione di un'azienda speciale consortile. Tralasciando di considerare quanto sia residuale questa possibilità, bisogna anche ricordare come dopo che l'assemblea avesse votato la risoluzione per colpa della convenzione, fino alla decisione di costituire l'azienda speciale consortile, alla sua costituzione, alla sua organizzazione e alla sua operatività, la gestione del servizio rimarrebbe comunque a carico di ACEA ATO 5 S.p.A., con buona pace per le concrete ed immediate necessità dei cittadini, sotto il bombardamento privatizzatore del governo e gli interessi ben tutelati della più grande multiutility del Paese. Che fare? Non ci sono scorciatoie. Agitare facili soluzioni illudendo i cittadini che la questione possa essere risolta con un semplice atto politico di questo o di quel sindaco, in realtà significa solo disarmare i cittadini di fronte all'aggressione che stanno subendo. Questa si, è demagogia, magari agitata per banali scopi elettoralistici. Quello che dobbiamo cercare di fare è comprendere che la vicenda dell'acqua nel nostro territorio, non è un fatto da rubagalline, ma è dentro un piano politico, economico e sociale, che coinvolge l'intero Paese e che punta a negare i diritti essenziali ai cittadini che saranno costretti, a partire dall'acqua, a pagarsi l'indispensabile alla vita, sul mercato e, nello specifico, dal monopolista. I sindaci, in questa partita, non sono neanche degli alfieri, sono delle pedine tranquillamente sacrificabili sulla scacchiera. Presentarli come “re” potrà essere utile a fini elettoralistici, ma ci farà perdere la partita. A scacchi le partite si vincono considerando tutta la scacchiera.

Valle del Sacco. Cosa c’è da fare dopo la perimetrazione del SIN?

RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO


Gli enti pubblici hanno concluso la perimetrazione del nuovo Sito di Interesse Nazionale della Valle del Sacco. In attesa delle osservazioni dei privati coinvolti, le quali potrebbero comportare tempi non brevi, ci si può cominciare a domandare come procedere con la bonifica e soprattutto con quali fondi. Lo stesso Ministero dell’Ambiente non ha nascosto le ristrettezze economiche, che possono indebolire e ritardare le operazioni di bonifica nei SIN.

Il nostro nuovo SIN, lo ricordiamo anche in questa sede, è decisamente complesso e articolato. Si sviluppa in area vasta lungo l’asse del fiume, comprendendo terreni agricoli (la cui esatta definizione è da verificare in base ad analisi aggiornate) contaminati da beta-HCH e metalli pesanti, nonché numerose ulteriori aree, prevalentemente industriali ed ex industriali, interessate da altre tipologie di contaminazione (ad esempio, l’amianto della Cemamit a Ferentino e i veleni della discarica delle Lame a Frosinone).

Non conosciamo ancora l’esatta estensione del SIN, ma in base a una verosimile stima si potrebbero presumere non meno di 7.000 ettari. Per estensione il nostro SIN dovrebbe dunque collocarsi al terzo posto in Italia, dopo i SIN di Casale Monferrato e del Sulcis.

Dopo un anno e mezzo di stop alle attività di bonifica a causa del declassamento dell’ex SIN, dopo un anno per maturare la perimetrazione del nuovo SIN, ci ritroviamo ancora con la famigerata area ARPA2 del sito industriale di Colleferro da mettere in sicurezza, nonché con i barrieramenti idraulici lasciati nell’abbandono amministrativo. Il depuratore di Anagni, gioiellino finalmente terminato dopo tempi biblici e dispendio faraonico di risorse, non è ancora in funzione a causa del mancato allaccio delle industrie, che non hanno alcuna intenzione di collegarvisi. I terreni agricoli ripariali sono ancora contaminati e l’evidenza sperimentale sinora maturata relativamente all’applicazione di sistemi di fitorimedio può dirsi interessante, ma ben lungi dal poter diventare in tempi brevi operativa e dal prospettarsi come pratica sostenibile economicamente e soprattutto ambientalmente, ovvero non foriera di ulteriori fattori inquinanti.

Enormi risorse sono necessarie per quanto elencato sinora. Da che base partiamo?

Il recente emendamento Pilozzi (sottoscritto anche da altri parlamentari) alla Legge di Stabilità presentato in V Commissione Permanente (Bilancio, Tesoro e Programmazione), relativamente al Bilancio di Previsione triennale 2016-2018, ha consentito di destinare al nostro SIN10 milioni di euro, 5 per il 2016 e 5 per il 2017. L’emendamento rende inoltre disponibili, per tutti i SIN ma prioritariamente per quelli per cui è necessario provvedere con urgenza al corretto adempimento di obblighi europei, ulteriori 10 milioni di euro per il biennio 2016-17 e ulteriori 10 milioni per il 2018.
A dirla tutta, il testo dell’emendamento inizialmente presentato era ancora più incisivo, proponendo uno stanziamento di 40 milioni di euro per il solo SIN della Valle del Sacco, sempre suddivisi nelle due annualità. Il Governo ha però preferito operare dei tagli.

Si può inoltre contare sui fondi rimasti in giacenza nella contabilità speciale regionale.
Per quanto riguarda il residuo di fondi non utilizzati dall’ex Ufficio Commissariale, si tratta di ulteriori 10 milioni di euro circa, da destinare esclusivamente a progetti già approvati, in particolare la bonifica del sito ARPA2.
Ulteriori 10 milioni di euro circa sono parte della dotazione dell’ex Ufficio Commissariale, a titolo di crediti maturati e non ancora liquidati, dovuti soprattutto dagli uffici regionali che gestiscono i fondi comunitari.

Si tratta, tutto sommato, di una cifra molto lontana dal poter fronteggiare tutte le esigenze della bonifica, ma non indifferente per cominciare ad operare. Per non disperderla in mille rivoli, è indispensabile stabilire delle priorità. Tra le quali, lo ribadiamo, non possono non essere contemplate le seguenti:

l’avvio del percorso di Messa In Sicurezza di Emergenza della discarica di rifiuti tossici denominata ARPA2, con relativa bonifica; 

lo sblocco dell’autorizzazione allo scarico del sistema di barrieramento idraulico a protezione delle falde nel sito industriale di Colleferro, previe necessarie modifiche strutturali del sistema di collettamento acque;

la verifica idrologica degli argini del fiume Sacco, con successivo rafforzamento nelle aree a rischio di esondazione, scongiurando nei limiti del possibile e di quanto ambientalmente opportuno il nuovo riversamento sulle fasce ripariali del contaminante beta-HCH persistente nel sedimento fluviale;

l’aggiornamento della caratterizzazione di tutte le fasce agricole ripariali, ferma al 2008, indispensabile per la ridefinizione dei perimetri di interdizione all’utilizzo agricolo e zootecnico;

la decontaminazione delle aree agricole ripariali ancora inquinate, con tecniche ad emissioni zero;

la messa in funzione dell’impianto di depurazione di Anagni, risolvendo la questione del mancato allacciamento delle industrie dell’area ASI;

la continuazione del servizio di Sorveglianza Epidemiologica territoriale.
Questo in generale. Va però ricordato che il nostro SIN è particolarmente complesso e che, a parte il fiume inquinato come elemento unificante, esso è costituito da una serie di macro e microaree, ognuna delle quali presenta una propria specificità e una propria storia.
Stabilire le relative priorità richiede dunque un lavoro di concertazione e organizzazione, la costituzione di tavoli di lavoro per ogni diversa situazione. Considerato lo stato delle risorse tecniche, umane e finanziarie, nonché le carenze organizzative e la mancanza di coordinamento tra soggetti istituzionali centrali e periferici, è necessaria un’iniziativa che parta dal rapporto tra reti associative e amministrazioni locali. Indispensabile infine che si arrivi all’attivazione di una cabina di regia incentrata sulla massima collaborazione tra Enti e Associazioni ai vari livelli, con un centro di coordinamento che ponga in primo piano la trasparenza e la condivisione delle conoscenze.

lunedì 21 dicembre 2015

Al concerto di Woody Shaw c'ero anch'io

Luciano Granieri


Le valutazioni  temporali sui  social network sono sempre riferiti  al presente, al momento, al carpe diem . Oggi come non mai, quando si assiste ad un concerto, o a un evento, si è vigili e  pronti a documentare  la propria partecipazione, immortalandola o riprendendola con il cellulare, per poi postarla sui social e poter dire : “Io c’ero”,  magari tralasciando di godersi appieno  la carica emotiva che il  concerto  medesimo sta trasmettendo. Lo confesso, è capitato pure  a me,  anche se ho usato le riprese di alcune esibizioni solo  per imitare, indegnamente,  esimi critici musicali e redigere la cronaca dei concerti sul blog  Aut. 

E’sorprendente però scovare sul web, in particolare su You Tube, un concerto e poter dire: “Io c’ero”  anche se il video è del 1983. L’Altra sera,  smanettando sul web in cerca di qualche chicca interessante inerente alla mia  musica preferita , mi imbatto in un filmato della Rai, in cui viene trasmesso  il  brano ,“Lotus Flower”  registrato durante il concerto del quintetto del trombettista Woody Shaw, tenutosi al leggendario Music Inn di Roma nel 1983. Cavolo!!!! Io c’ero anche se non mi si vede, c’ero insieme al mio amico Mauro,  compagno di liceo, fede politica, e calcistica. 

Ma andiamo con ordine.  Avevo ascoltato per la prima volta Woody Shaw nel  mitico negozio di dischi jazz  Millerecords, quando ancora stava in via dei Mille vicino alla Stazione Termini. Li dentro passavo molto tempo e li ho preso ad appassionarmi alla musica afroamericana . L’occasione di assistere  ad un set dello   straordinario trombettista della  North Carolina   mi capitò nel 1981 durante la rassegna Pescara Jazz. Il cartellone di quel festival era eccellente:   Massimo Urbani quartet , Woody Shaw quintet  e Stan Getz  sextet,  la prima sera;  Art Pepper quartet ,  Dizzy Gillespie all stars,   la sera successiva;  per finire con l’ultimo appuntamento in cui si sarebbero esibiti il quartetto di Claudio Fasoli, Larry Corryell  e la Count Basie Alumni Big Band.

 Quell'estate ero ospite   di  un altro mio amico di Frosinone, Pierfrancesco.  Ogni estate  la sua famiglia affittava una  casa al mare a  Silvi Marina, un posto ad un tiro di schioppo dal Parco Le Naiadi di Montesilvano, arena dove si tenevano i concerti. 

Già Mauro, Pierfrancesco…. non erano propriamente appassionati di jazz, anche se presumo gli piacesse, per cui li ringrazio ancora oggi per  avere condiviso con me il fuoco di una passione che magari per loro non era così fiammeggiante.  Del resto i veri amici si distinguono anche per la loro voglia di condividere con te alcuni  momenti della propria vita anche se la cosa può provocargli noia.

Ma torniamo ai concerti. La prima sera, dopo il set di Massimo Urbani, insieme agli amici di sempre, Enrico Pieranunzi al piano, Roberto Gatto alla batteria, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, arrivò il momento del quintetto di Woody Shaw. Quando i ragazzi di Woody , Steve Turre al trombone, Mulgrew Miller al pianoforte, Tony Reedus alla batteria e Stafford James al contrabbasso, salirono sul palco  si scatenò l’inferno. Un acquazzone, con tanto di tuoni e fulmini, investì  l’arena. 

Noi rimanemmo indefessi  sotto la pioggia, ma dopo le prime battute del concerto, saltò la corrente, il quintetto provò a continuare anche senza amplificazione, ma il tentativo fallì. Dopo un paio d’ore  di pioggia, e di silenzio, l’organizzazione del festival  fece trasferire tutti i reduci presso lo stadio Adriatico di Pescara, sotto le tribune coperte. Erano le due di notte e si riprese da Stan Getz. Il concerto di Woody era saltato. Il sassofonista,  eroe del cool jazz bianco,  andò avanti per due ore incurante del  fatto che si fossero fatte la 4 di mattina, ammiccando, fra l’altro,  per cercare di ottenere la richiesta del bis, come si usa ne concerti jazz, ma alle quattro del mattino, immagino  che se  qualcuno degli spettatori  si fosse azzardato ad invocare il bis, sarebbe stato preso a selciate dagli astanti. 

Il quintetto di Woody Shaw, a giudicare dalle prime note ascoltate sotto la pioggia, prometteva  faville. I giovani Mulgrew Miller al piano, Steve Turre al trombone e Tony Reedus alla batteria, furono, insieme all’altosassofonista Kenny Garrett degli Out of the Blue  e al trombettista Terence Blanchard, stella dei Jazz Messengers  dell’inossidabile Art Blakey,  le nuove talentuose leve emerse in quell’inizio di anni ’80. Rimasi dunque deluso per non aver potuto assistere al concerto. Un paio di dischi acquistati dopo quell’estate, fra cui “Lotus Flower” rafforzarono in me l’idea che alla prima occasione, per nulla al mondo avrei dovuto perdermi quel quintetto guidato da un funambolo della tromba,  oggi apprezzato dai migliori jazzisti, Fabrizio Bosso ne è  devoto debitore. 

L’occasione capitò due anni dopo  a Roma.  Woody era di scena  al Music Inn.  Fui invitato da  Mauro   a cena nel suo  piccolo appartamento a Trastevere. Dopo aver gustato degli ottimi tortellini e scolato una bottiglia di lambrusco, chiesi al mio amico di accompagnarmi al Music Inn. Non passò molto che ci trovammo nel locale di Picchi Pignatelli. 

I ragazzi erano in una stanzetta vicino al piccolo palco. Mulgrew Miller,  stava scaldando le   grandi mani per poter esprimere tutta la sua straordinaria abilità al pianoforte, Steve Turre stava sistemando una scatola di piccole percussioni vicino ai suoi due tromboni. Woody  era intento a soffiare nel bocchino del suo strumento . Tony Reedus, picchiettava  con le bacchette, paradiddle  sul cuscino del divano,  mi confessò che avrebbe voluto imparare a suonare la tromba, tanto che provò a rubarla, per un attimo a Woody cercando di biascicare qualche nota. 

Mauro mi guardava perplesso, io mi sentivo veramente in paradiso fra quei   musicisti.  Fu un bel momento dividere con loro gli attimi  subito precedenti il concerto . Il set, inutile dirlo,  fu straordinario. Il  quintetto dalla ritmica potente, su cui si saldavano scorribande solistiche  fatte di arpeggi, scale straordinarie,  soluzioni armoniche  ad alto livello creativo,  offrì una mirabile  dimostrazione di quante emozioni possano regalare  cinque musicisti ispirati come  erano quella sera Woody, Steve, Mulgrew, Tony e Stafford.   

Anche Mauro mostrò di gradire molto l’esibizione. Ma la sua ironia non risparmiò nè me, nè gli altri appassionati che stavano assistendo rapiti. Inevitabilmente certi atteggiamenti di noi scemi per il jazz si prestano ad una sacrosanta presa in giro.  Mauro si mostrò entusiasta dell’esibizione del trombonista, Steve Turre, ribattezzato ironicamente  Kublai  Khan per il suo look, ma non sopportava il suono del trombone grosso (trombone basso) quando Kublai Khan  ne copriva la campana con il tira busciò o stura lavandini (sempre definizione di Mauro) , evidente il riferimento al sordina wah wah. Fra una frizzo e un lazzo siamo giunti alla fine di questo racconto e allora invito tutti i lettori a vivere insieme a me un momento di quello straordinario concerto del 1983 dove “Io c’ero”.

Good Vibrations






domenica 20 dicembre 2015

Argentina: la deriva parlamentarista dei "trotskisti" di Po e Pts

Matías Martínez
(Pstu di Argentina, sezione della Lit-Quarta Internazionale)


(traduzione dallo spagnolo di Matteo Bavassano)


Nota esplicativa del traduttore
 Po e Pts sono due partiti della sinistra argentina che si richiamano al trotskismo. Fanno parte, insieme ad altre forze, tra cui il Pstu di Argentina, sezione della nostra Internazionale (la Lit-Quarta Internazionale), di cui traduciamo questo articolo, del Fit, un fronte di varie organizzazioni classiste.
Il Po è anche la principale forza del Crqi, un coordinamento di poche sigle eterogenee, tra cui l'italiano Pcl (il gruppo di Ferrando) e un piccolo gruppo in Grecia e uno in Turchia, coordinamento che pubblica (in media una o due volte l'anno e ormai sempre più raramente) delle dichiarazioni congiunte. Non si può parlare di "Internazionale" nel suo caso, ma solo di mero coordinamento, dato che non fa congressi, non ha organismi dirigenti, non ha pubblicazioni (ne cartacee e neppure un sito web). Il Crqi, per ammissione dei suoi stessi dirigenti, è da tempo "collassato", cioè esiste ormai solo come generico riferimento, privo di una vita politica concreta.
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Alcuni giorni fa le sedute della Camera dei deputati del Congresso della nazione [in Argentina. ndt] hanno fatto notizia. In una sessione speciale convocata dal kirchnerismo prima del cambio della composizione delle camere, il Fpv ha fatto votare più di 90 progetti di legge in assenza dell’opposizione padronale (Pro, Fronte rinnovatore, Pj dissidente, Partito socialista) che si è rifiutata di partecipare per non far raggiungere il numero legale.
La notizia rilevante è stata che a fronte dell’assenza di 10 deputati del proprio blocco, l’ufficialismo ha potuto contare sull’appoggio di 5 deputati del centrosinistra (Unidad popular, Libres del sur y Proyecto sur) e dei 3 eletti del Fronte si sinistra e dei lavoratori(Fit): Pablo López del Po, Nicolás Del Caño e Myriam Bregman del Pts. Cioè, di fronte alla crisi di un kirchnerismo in ritirata, l’azione dei deputati del Fit è stata decisiva perché potessero essere approvate le leggi presentate dal governo. Nei fatti, sono stati degli alleati, arrivando anche a votare insieme alcuni di questi progetti argomentando che erano “leggi a favore dei lavoratori”.

Un dibattito necessario
Secondo noi, questo è un grave errore. Lo è stato tanto aver garantito il numero legale così come aver votato le leggi con il governo. Ed è l’opposto del ruolo che devono sempre svolgere i deputati dei partiti che si definiscono rivoluzionari sul terreno del nemico, quale è il parlamento di questa democrazia che sostiene gli interessi di banchieri e padroni.
In realtà questa tendenza non è nuova. Sono solo alcune espressioni che confermano che, nella misura in cui lo spazio politico-elettorale del Fit si va consolidando, – cosa che senza dubbio è positiva – alcune delle forze politiche che lo compongono esprimono un crescente adattamento alle regole del gioco dello stesso sistema democratico borghese. Cioè, mentre una frangia dell’attivismo operaio e giovanile del Paese inizia ad avanzare verso posizioni di scontro con il capitalismo, con l’imperialismo e con il regime democratico borghese corrotto e fraudolento che li sostiene, dei partiti che fanno parte del Fit vanno in senso contrario, canalizzando questo movimento progressivo verso una fiducia nello stesso regime.
Mentre la presenza del Fit compie un ruolo progressivo nel presentare ai lavoratori una alternativa elettorale di indipendenza di classe, la sua direzione compie un ruolo regressivo, con un orientamento riformista. Questa è la questione di fondo che dobbiamo discutere.
Ed è evidente che le nostre critiche sono rivolte alle direzioni delle tre forze che compongono il Fit, cioè il Pts, il Partido obrero (Po) e Izquierda socialista.
I rivoluzionari votano leggi con i padroni?
“Così, in una giornata senza dubbio imbarazzante, la cosa più importante è stata la votazione dei progetti di legge in favore dei lavoratori. Progetti che, tuttavia, non hanno potuto incorporare le proposte migliorative dei deputati del Fronte di sinistra”. (Daniel Satur, La Izquierda Diario, Pts, 27/11/2015).“ E "Il blocco del Fit garantirà che venga approvata ciascuna delle leggi a favore della classe operaia…” questa è stata la giustificazione di Pablo López nel comunicato pubblicato dal Po il 26/11/2015.
Cioè, entrambi sostengono che il Fpv, il blocco padronale di governo, ha presentato “leggi operaie” o “favorevoli ai lavoratori” e perciò questi deputati del Fit lo hanno appoggiato criticamente con il loro voto.
Questo è l’opposto di quanto raccomandava Lenin e delle risoluzioni del Secondo Congresso dell’Internazionale comunista del 1920, che pure tutte le forze che compongono il Fit continuano a rivendicare, che indicava in una delle tesi sulla tattica rivoluzionaria in parlamento che “I deputati comunisti devono subordinare tutta l’attività parlamentare all’azione extraparlamentare del partito. Devono presentare regolarmente progetti di legge concepiti per la propaganda, l’agitazione e l’organizzazione rivoluzionaria, e non per essere approvati dalla maggioranza borghese”. (il corsivo è nostro).
È vero che, come prodotto delle mobilitazioni e in determinate circostanza, alcuni settori borghesi possono proporre alcune misure “progressive” tra virgolette per i lavoratori, come diceva Trotsky. In questi casi, come consigliava il rivoluzionario russo che tutti rivendichiamo nel Fit, quando qualche settore borghese le attacca da destra noi le difendiamo. Ma mai diamo il nostro appoggio politico, dunque mai votiamo a favore di una determinata legge, perché queste misure comunque, nel loro insieme, sono al servizio di un piano profondamente reazionario. Per esempio, saremo a lottare nelle strade se il macrismo proporrà la riprivatizzazione delle imprese che sono state nazionalizzate. Faremo lo stesso se tentasse di farlo il kirchnerismo. Ma questo non significa in nessun modo che diamo il nostro appoggio politico votando a favore di queste "nazionalizzazioni" fatte col contagocce.
Perché i rivoluzionari vanno in parlamento?
Anche quando rimaniamo in assoluta minoranza, e nonostante inizialmente questo atteggiamento non sia compreso da un settore importante dei lavoratori a causa della coscienza riformista che questo sistema costruisce quotidianamente, i nostri deputati devono presentare in parlamento i propri progetti, denunciando i piani reazionari della borghesia. Il messaggio deve essere chiaro: i lavoratori non hanno mai un interesse politico comune con i partiti dei padroni e il parlamento borghese non voterà mai miglioramenti reali per i lavoratori, per questo i nostri progetti non vengono approvati. Non attuando così finiremmo con il fare il contrario di ciò che è necessario e cioè dimostrare che questo parlamento è un vero “covo di banditi”.  Non c’è compito più importante per i rivoluzionari che denunciare in forma implacabile che nessuna legge di questa istituzione padronale può essere benefica per i lavoratori. Perché il nostro compito è quello di convincere pazientemente e mobilitare la classe operaia e i settori popolari per rovesciare tutte le istituzioni per mezzo delle quali la borghesia imperialista esercita il suo potere, per rimpiazzarla con organismi che rappresentino il potere dei lavoratori.
Tale è la confusione che questa deviazione riformista sta portando che, dalla conquista dei seggi legislativi nel 2013, uno slogan molto comune intonato da queste forze che fanno parte del Fit dice “con i deputati dei lavoratori è arrivata l'ora che la crisi la paghino i padroni”, come se bastasse avere deputati di sinistra per sconfiggere la crisi. In questo senso, è stato sbagliato anche che il Po abbia festeggiato un progetto di legge sulla violenza contro le donne del parlamento di Buenos Aires, frutto del consenso tra il Po e il kirchnerismo, o quando il Pts ha votato a favore delle leggi sui parchi pubblici presentate dal kirchnerismo. Entrambi hanno giustificato queste azioni dicendo che avrebbero portato benefici per i lavoratori, appellandosi a una “logica riformista” per giustificare l’approvazione di leggi proposte o appoggiate dai partiti padronali. 
Alla luce degli ultimi avvenimenti, crediamo sia importante iniziare questo dibattito tra tutti i compagni e le compagne che vedono con grandi aspettative l’avanzamento elettorale del Fit, per non trasformare tali avanzamenti in una nuova frustrazione.
Una polemica che si è già espressa durante la campagna
Già da alcune settimana, su Izquierda Diario, quotidiano del Mtr del Brasile, il partito legato al Pts argentino, si polemizza con le prime valutazioni sul Fronte di sinistra e dei lavoratori che abbiamo pubblicato nel numero 98 di Avanzada socialista [il periodico del Pstu argentino, ndt].
Curiosamente, in una nota firmata da Simone Ishibashi, questa organizzazione ci accusa di “non riconoscere le conquiste del Fit” e polemizza con il nostro partito dicendo che “secondo il Pstu i risultati del Fit sono stati ‘deboli’ per la presentazione di ‘liste divise’ tra Pts e Po nella Paso, e la campagna sarebbe stata con 'contenuti deboli' a causa della presentazione di liste divise tra Pts e Po nelle primarie. 
Si lamentano anche del fatto che i candidati del Pstu non hanno figurato (nelle elezioni generali), quando si sono uniti alla lista guidata da Altamira nella Paso” [cioè nelle primarie, ndt].
In primo luogo, dobbiamo partire dal chiarire quali sono i veri dibattiti senza distorcere le posizioni.
Il nostro bilancio dei risultati del Fit è chiaro. È una campagna della quale il nostro partito ha fatto parte facendo tutto quello che era nelle sue possibilità per raggiungere il “risultato molto buono” ottenuto (questo è il titolo della nota con la quale si pretende di polemizzare). Sempre lì abbiamo segnalato, tra gli altri aspetti, che “Il risultato ottenuto, sommato ai risultati raggiunti durante il 2015, consolida il Fit come la alternativa politico-elettorale di sinistra nel Paese e conferma che esiste uno spazio per disputare da sinistra la rottura con il kirchnerismo che si è espressa in queste elezioni”. Inoltre abbiamo affermato che “di fronte alle tre proposte maggioritarie (Fpv, Cambiemos, Una) che hanno trascinato dietro di loro la maggioranza dell’elettorato, il Fit è riuscito a resistere alla pressione del voto utile e a presentarsi come l’unica proposta diversa, con un programma alternativo che proponeva una soluzione operaia e popolare alla crisi in queste elezioni. E questo risultato elettorale costituisce una conquista per i lavoratori che dobbiamo valorizzare”.
La polemica che invece esiste riguarda l’orientamento sbagliato e riformista che le forze che fanno parte del Fit hanno dato alla campagna elettorale, dall’errore di aver utilizzato le antidemocratiche primarie come mezzo per dirimere le divergenze sorte sulle candidature fino alla proscrizione di candidati usando un metodo sleale e burocratico.
Le tendenze elettoraliste delle forze “legalizzate” del Fit
Il Fronte di sinistra e dei lavoratori (Fit) è nato nel 2011 come conseguenza della riforma politica antidemocratica proposta da Cristina Kirchner, con la quale, imponendo il piano restrittivo delle elezioni primarie aperte simultanee e obbligatorie (Paso), ha obbligato le forze a unirsi in un fronte per potersi presentare alle elezioni e non perdere la legalità dei singoli partiti. Questo fronte si è combinato alla rottura politica da sinistra di una frangia della popolazione con il kirchnerismo e si è trasformato in un fenomeno politico che si è consolidato sul terreno elettorale.
Ma al di là dell’accordo programmatico costitutivo, il Fit funziona semplicemente come un “accordo elettorale” che gira intorno alla presentazione di liste in tutte le elezioni del Paese dove la legge lo permette, e nelle quali si dirime la “ripartizione” delle candidature e dei rispettivi seggi parlamentari, in rare occasioni si realizzano presentazioni politiche comuni, come fronte, e l’attività al di fuori delle elezioni è quasi nulla. Fin dalla sua origine, il disprezzo e l'emarginazione da parte delle direzioni delle forze che compongono il Fit verso tutte le organizzazioni che il regime proscrive dall’avere legalità è stata una costante che prova il criterio “elettoralista” che impongono dette forze. Si impone una pratica settaria, meschina e autoproclamatoria, nella quale la differenziazione all’interno del fronte la concedono le regole determinate dallo stesso regime democratico borghese. Per esempio, nonostante avesse aderito al Fit partecipando con le proprie liste di candidati dalla sua fondazione nel 2011, il Pstu e altre organizzazioni non sono mai state convocate per dibattere i punti programmatici o la pianificazione delle campagne elettorali.
Il non rispetto degli accordi (da loro stessi imposti) riguardo alla posizione dei candidati del nostro partito senza altro intervento che la nota in cui viene segnalata una nostra “lamentela” è un’altra dimostrazione della pressione che esercita la legalità borghese su queste organizzazioni.
Questa metodologia burocratica e sleale aliena alla classe operaia, molto comune negli “intrighi” e nelle “lotte per le cariche” dei partiti padronali e della burocrazia sindacale, deve essere sradicata da quelli che si rivendicano rivoluzionari. Non basta scaricarsi l’un l’altro la colpa di questo. Bisogna prendere posizione e combatterlo con fermezza.
Come abbiamo già segnalato, risulta innegabile che le proposte politiche programmatiche sono state messe in secondo piano rispetto alla lotta per le candidature. E al contrario delle risoluzioni della Terza Internazionale diretta da Lenin (che tutte le forze che fanno parte del Fit dicono di difendere), la “febbre elettoralista" ha portato al fatto che il centro della campagna fosse l’ottenimento di deputati di sinistra, ci hanno sommersi di manifesti con le “facce” dei candidati senza troppe proposte (competendo anche tra le stesse forze del Fit, fino a coprirsi a vicenda i manifesti) e di volantini che indicavano la quantità di voti che mancavano per ottenere i seggi, senza quasi un contenuto politico. Chiaramente noi consideriamo importante l’ottenimento di seggi parlamentari del Fit, ma questo non può essere il centro dell’attività dei rivoluzionari nelle campagne elettorali.
A sua volta, “la forza dei lavoratori, delle donne e della gioventù”, “l’aborto legale, sicuro e gratuito” o che “un deputato guadagni lo stesso di un’insegnante”, che la stessa nota riconosce come assi della campagna, sono rivendicazioni democratiche molto importanti che tutti rivendichiamo, ma si dimentica di dire che ci sono varie forze politiche padronali del nostro Paese che propongono cose simili. Cioè, nonostante siano importanti, non possono essere questi gli assi di una campagna che si rivendica essere socialista e rivoluzionaria. Quello che nessuno ha proposto, perché sicuramente avrebbe potuto far perdere voti, è la necessità di smettere di pagare il debito estero e di rompere tutti gli accordi con l’imperialismo, la nazionalizzazione delle banche e del commercio estero, la necessità di nazionalizzare sotto controllo operaio tutte le imprese multinazionali che saccheggiano le nostre risorse senza nessun indennizzo, e che per questo manca un governo dei lavoratori e delle masse popolari che applichi un piano operaio alternativo.
Purtroppo, al di là di alcuni vaghi riferimenti in qualche occasione, queste proposte, che sono parte dell’accordo programmatico del Fit, non sono stati gli assi scelti da chi ha diretto la campagna. Lo sono stati invece per il Pstu. In questo modo, le forze che compongono il Fit non hanno svolto il principale compito dei rivoluzionari quando si presentano alle elezioni: portare il programma rivoluzionario a milioni di persone. Per questo diciamo che il Fit non ha approfittato dell’opportunità storica di presentare in forma tagliente e forte le proprie proposte programmatiche di fronte ai milioni di lavoratori che hanno seguito il dibattito presidenziale.
Il candidato presidente del Fit non ha mai rotto gli schemi e si è posto solamente come una sinistra moderata sul piano meramente elettorale. Gli elogi e le sottolineature della stampa padronale, come O Estado de Sao Paulo che si inseriscono nella polemica – qualcosa di simile ha fatto l’argentina Izquierda Diario con l’impatto delle dichiarazioni di Del Caño sulla stampa argentina, dovrebbe preoccupare. Perché tutto ciò rappresenta un segnale d'allarme sull'avanzamento dell'adattamento del Fit a una logica elettorale riformista.
Per questo, senza smettere di valorizzare il risultato ottenuto, continuiamo a sostenere che lo sviluppo della campagna elettorale voluto da Po e Pts non ha avuto niente a che vedere con una campagna orientata da una prospettiva operaia e rivoluzionaria, svuotandola in questo moro di contenuto politico. Ed è per questo che insistiamo sull’importanza di aprire questo dibattito tra le migliaia di lavoratori in lotta che hanno fatto riferimento al Fit nelle ultime elezioni.