Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 29 marzo 2011

Strasburgo non è Berlino

di Giuliano Giuliani




Giuliano Giuliani

Ascoltare i commenti "politici" alla brutta sentenza di Strasburgo offre una ulteriore chiave di lettura della situazione del nostro Paese.
Senza dignità la beceraggine della destra, che si riduce a parlare ancora di violenti e di "Genova messa a ferro e fuoco", come se non sia stata in ogni caso la conseguenza della strategia repressiva decisa a tavolino dal governo di destra insediato da poco, come se quelli che hanno rotto un po' di vetrine e di bancomat e incendiato un po' di automobili non fossero stati guidati dalle infiltrazioni dei servizi e lasciati indisturbati nelle loro scorrerie (non ne hanno fermato neppure uno per sbaglio: come mai?).
Assordante il silenzio dell'opposizione parlamentare. D'altra parte non ci sarebbe da aspettarsi molto da quelli che (leggi Violante e il dipietrista) si fecero in quattro per impedire la commissione d'inchiesta al tempo del governo Prodi, e anche allora con l'aiuto dell'immancabile radicale (e si sono viste recentemente altre imprese di questa poco credibile pattuglia scelta dai dirigenti del PD). D'altra parte, alla festa genovese del PD, chi riscosse calorosi applausi è stato il neo-difensore della legalità Fini, che si è ben guardato dal ricordare che cosa faceva a Genova nel luglio 2001 nei luoghi nei quali si verificava l'applicazione della strategia decisa.
Le uniche voci si sono levate da rappresentanti della sinistra, che oggi è diventata extraparlamentare, forse anche per debolezze proprie, sicuramente a causa degli accordi bipartisan che produssero una legge elettorale che non ha uguali, per fortuna loro, nei paesi civili. C'è comunque una parte sana del Paese che ha espresso indignazione per la sentenza assolutoria di ogni responsabilità dello Stato italiano e solidarietà a Carlo; quella parte sana che tornerà a Genova quest'anno, che non si arrende, che continua a pretendere almeno la verità. Che ci aiuta a farlo.
Proveremo ad usare l'unico strumento che l'ordinamento ci consente: una causa civile, i tempi ci sono tutti. Lo scopo, ovviamente, non sarà quello di rivalerci sull'ex carabiniere che dice di aver sparato, ma di ottenere finalmente un dibattimento in un'aula di tribunale, visto che l'uccisione di Carlo non è stata ritenuta degna neppure di un processo. Insomma, la possibilità di produrre in un'aula di tribunale tutta la documentazione che conferma la responsabilità dello Stato, della catena di comando, delle decisioni assunte, del disordine pubblico provocato da chi avrebbe avuto invece l'obbligo di garantire ordine e rispetto dei diritti.
E' utile leggere le ragioni in base alle quali sette giudici della Grande Chambre di Strasburgo hanno motivato il loro dissenso rispetto alla decisione assolutoria sostenuta dagli altri dieci. Ne ricordo qui alcune.
Hanno detto che un carabiniere, giudicato dai suoi superiori non più in grado di svolgere il servizio, invece di essere sfiltrato è stato lasciato sulla camionetta in possesso di un'arma letale.
Hanno rilevato che l'organizzazione ha il dovere di sovrintendere alla preparazione di quelli che devono garantire l'ordine pubblico e accertarne costantemente l'attitudine.
Hanno ricordato che lo stesso carabiniere ha dichiarato di non vedere nessun aggressore davanti a sé (cosa che mette in discussione il principio della legittima difesa).
Hanno rilevato che una jeep senza grate protettive non è un mezzo da impiegare in azioni violente contro i manifestanti che potrebbero giustamente reagire. Lo ha sfacciatamente dichiarato in uno dei processi genovesi (quello contro venticinque manifestanti) il capitano responsabile del reparto di carabinieri: sfacciatamente perché si era ben guardato dall'allontanare i due mezzi nell'azione repressiva, durata per altro meno di un minuto e conclusa con una fuga precipitosa che si configura come una vera e propria trappola.


Hanno persino sottolineato che per allontanare i possibili aggressori il carabiniere avrebbe potuto sparare in aria invece di fare fuoco ad altezza d'uomo come ha fatto. Sparare in aria davvero, e non come si sono inventati quattro imbroglioni, abusivamente consulenti del pubblico ministero (ricordate, il proiettile che incontra un calcinaccio che vola nel cielo di Genova e viene deviato verso il basso sotto l'occhio di Carlo!).
Sono solo alcuni spunti che dimostrano come sette giudici su diciassette si siano documentati, abbiano controllato le dichiarazioni, esaminato filmati e fotografie. Cosa che dubito abbiano fatto gli altri dieci, così come non l'hanno fatto il pm e la gip che decretarono l'archiviazione dell'omicidio.
Di queste cose si dovrà discutere in un'aula di tribunale. E di un'altra vergogna. E' accettabile che, per tentare un depistaggio (ricordate anche quel filmato: "l'hai ucciso tu, col tuo sasso"), un carabiniere spacchi la fronte di un ragazzo colpito a morte da un proiettile? Forse, per la gentaglia della destra è accettabile anche questo.
Per la dignità di un Paese che voglia pretendere di essere civile, no.


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