Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 26 giugno 2012

Era proprio ora

Giovanni Morsillo


Finalmente un concerto. Con una motivazione politica, sociale, umana. Non pietosa, per carità, che ne abbiamo le scatole piene di piagnistei senza costrutto e di rassicuranti fedi nei più vari aldilà mentre il fango esce dalle fogne e ci sommerge! Un concerto dove si incontra l'arte e l'impegno, la politica si fa concreta, umana, senti l'odore della pelle di quelli che ti stanno vicino e da lì puoi succhiare alimento. Un concerto, quello dello stadio Dall'Ara, che spezza catene pesanti, che riporta la gente a sentire il problema del compagno, del fratello che non conosci, come il proprio problema. Non un concerto di star delle etichette discografiche, ma di grandi artisti che testimoniano l'umana partecipazione ad una sciagura collettiva di gente perbene come il terremoto dell'Emilia. 
Ci riporta un po', noi dediti all'amarcord ed al rimpianto, a quando si facevano centinaia di chilometri di autostop per andare al concerto in difesa del Viet-nam, o per la liberazione dei prigionieri politici del Cile, dell'Argentina, dell'Italia. Ci si incontrava e si discuteva delle sonorità degli Area o dei testi coinvolgenti dei nostri cantautori, che speso fungevano da comodi bignami dell'armamentario ideologico giovanil-rivoluzionario. Compendi di coscienza di classe, lotta cantata che andava dalle ballate di De Gragori ai canti delle tradizioni operaia e socialista, anarchica e contadina, tutto con una sensazione di diligente assunzione di responsabilità storica in quanto "masse" coscienti, portatrici del riscatto. E si finiva in bellezza, ma la sbornia era assolutamente lecita ideologicamente, poiché si trattava di socializzazione, di esperienza comunicativa fraternizzante, e illustrava - se ce ne fosse stato bisogno - l'assunto teorico e pratico secondo cui "il privato è politico".
Stavolta ci siamo sentiti così: dopo che tante categorie di lavoratori e cittadini hanno messo a disposizione le loro competenze e le loro possibilità per dare una mano agli Emiliani, i musicisti più coscienti hanno fatto lo stesso, rivendicando il ruolo della loro arte nella costruzione di una società solidale.
Non fa niente se il relitto di Vasco Rossi (va bene, insultatemi pure, ne avete diritto; ma questo non toglie nulla al fatto in sé) ha cercato di distinguersi per fare a tutti i costi il trasgressivo, l'anticonformista a gratis. Anche lui ha diritto a pensarla come gli pare, ma il concerto resta quello che è: una pietra miliare nel cammino dell'arte musicale impegnata di questo Paese, anche nel momento in cui lo stesso Paese tocca il più basso livello di civiltà almeno dai tempi di Papa Borgia.
Ci saranno state ombre, forse più di una. Ma questo concerto costringerà, ci auguriamo, a discutere sul ruolo tutt'altro che asettico e neutrale dell'arte.
Saluti solidali


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