Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 24 giugno 2013

La Madre sulla soglia. Storia da Khalil – Hebron

da una segnalazione di Isa Giudice

Le due giornate da Luisa (Morgantini ndr)  sono state molto intense, oltre i rappresentanti veneziani dell'associazione "restiamo uniti con Vik", c'era una coppia di ragazzi, lei Ilaria italiana, lui Iuri israeliano, lavorano nelle scuole romane, lei ha letto una testimonianza toccante,  La testimonianza l'ha chiamata "La madre sulla soglia", lavorano con i bambini, i ragazzi e gli insegnanti nelle scuole. Chissà se in questa arida Frosinone potrebbero trovare uno spazio per sensibilizzare e far conoscere la situazione palestinese. Un saluto Isa


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La Madre sulla soglia è una figura di donna avvolta in una jallabya con fantasie in bianco e nero che parte dal capo e arriva fino ai piedi.
Quando arrivo alle sue spalle, dalla discesa tra le pietre bianche e gli ulivi, la Madre è sulla soglia delle sua piccola casa con le mani tra le mani. Le passo vicino, mentre porto con me tutto il dolore della visita in questa città antica alla quale viene strappato il cuore. Porto nel mio corpo tutto il dolore della visita nella città che dovrebbe essere dell’amico di Dio, Ibrahim-Abramo-Avraham, e che è diventata il microcosmo dell’esercizio del potere dell’uomo sull’uomo nelle sue forme più crudeli e paradossali. Sento lo stomaco chiuso, il cuore stretto e pesante.
“As-salam alaykum” saluto la Madre sulla soglia con voce dolce che vorrebbe essere una carezza e un abbraccio. “Alaykum as-salam” la voce della Madre sulla soglia è triste. Il suo volto è intenso e bellissimo. “Kifik?” le chiedo come stai e, mentre lo dico, sento che è una domanda retorica, quasi fastidiosa, in quel luogo, in quel momento. La Madre sulla soglia si stringe nelle spalle, nei suoi occhi intensi c’è un’urgenza particolare. “Mio figlio era stato preso dai soldati, ma è tornato. Ma mio nipote non è tornato, lo hanno preso i soldati”. “Al’an?” “Sì, adesso”.
Lo sguardo della Madre sulla soglia reclama dall’orizzonte il ritorno del nipote. Questa figura statuaria, completamente coperta dal velo e dalla jallabya in bianco e nero, ha un’incredibile potenza plastica, emana un’energia e una forza inspiegabili.
“Puoi chiedere ai soldati dov’è?”. “Non lo so, ma posso chiedere ai miei amici cosa si può fare. Come si chiama?”. “Ibrahim Nahadu”. “Ibrahim Nahadu” ripeto, per essere sicura di aver capito bene. Ibrahim nell’Islam è detto khalil Allah, l’amico di Dio. Il piccolo amico di Dio preso dai soldati nella città dell’amico di Dio dove il divino e il senso di amicizia e alleanza sono sbriciolati, maciullati, calpestati, macinati.
“Thank you” la voce della Madre sulla soglia vacilla, il pianto le si è conficcato nella gola, i suoi lineamenti precisi e dolci a un tempo tremano scossi da un conato di disperazione. Non è la donna palestinese dei video che ho visto, che alza le mani tragiche sopra la sua testa, che urla in un pianto di rabbia e dolore. La Madre sulla soglia rimane nella sua figura compatta e intensa, nella sua jallabya in bianco e nero, con le mani nelle mani, in una dignità sovrumana in un momento disumano. Solo quando le prendo le mani tra le mie e l’abbraccio forte, la Madre, mia madre, mia sorella, si abbandona per pochi istanti a un pianto sommesso e si stringe a me, sua sorella, sua figlia, sua madre.
“Allah ma’aki, Dio sia con te”, è l’unica cosa che riesco a dirle quando le stringo le mani per l’ultima volta prima di lasciarla lì, sulla soglia della sua casa, da dove non si è mossa di un millimetro.
Mi volto, i miei piedi continuano a scendere per la strada di pietre bianche tra gli ulivi e il cimitero, e il mio corpo è scosso da singhiozzi che non riesco a fermare.
Arrivo sopra Shuhada street, la strada di un mercato fantasma dove le serrande sono chiuse e i coloni israeliani hanno scritto “gli arabi alle camere a gas”, dove si consuma la follia della separazione di uomini e donne da altri uomini e altre donne, come se fossero razze di bestiami diversi, da dividere con recinti e sbarre, da controllare da torrette curate architettonicamente, da impaurire e umiliare sfoggiando equipaggiamenti militari da videogame ultima versione.
E mentre saliamo sul minibus con Breaking the Silcnce e il guardiano dei coloni ci chiede i passaporti, ho negli occhi, nel cuore, nella mente, lo sguardo intenso della Madre sulla soglia che attende che l’orizzonte le restituisca la vista del ritorno del suo Ibrahim.



Foto: Hadeel Ramly
Brano  :"Ali Je Sultani" di Daniele Sepe Und Rote Jazz Fraktion
Editing: Luciano Granieri

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