Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 3 dicembre 2012

Il pallone gonfiato di mafia e camorra


Intervista di Pasquale Coccia. Da “Alias” del 2 dicembre

Pierpaolo Romani è coordinatore dell’associazione Avviso Pubblico. Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie. E’ stato consulente della Commissione parlamentare Antimafia dal 1997 al 2001 e dal 2007 al 2008. Ha scritto Le case da gioco; Le nuove schiavitù in Italia. Il traffico degli esseri umani nel XXI secolo; 30 anni di criminalità in Italia. 1971 – 2001 (con Enzo Ciconte). Ha recentemente pubblicato Calcio criminale (Rubettino, euro 12).

Come nasce l’idea di scrivere un libro su criminalità organizzata e calcio?
Ho deciso di scrivere questo libro dopo essere stato invitato dal Damiano Tommasi,ex calciatore della Roma e attuale presidente dell’Associazione italiana  calciatori  a tenere una lezione sul tema “cacio e mafie” al centro tecnico di Coverciano a 60 ex calciatori professionisti. Nel prepararmi a questo incontro ho scoperto tante strie che non immaginavo. Esistessero. Dopo quell’incontro ho constatato che il problema esiste ed è diffuso. Bisognava parlarne.

Vuoi spiegare come il calcio che descrivi è diventato criminale?
Il calcio non è tutto criminale, per fortuna. L’ultimo capitolo del mio libro è dedicato esclusivamente a storie che parlano del calcio come strumento per diffondere la cultura della legalità democratica e del rispetto delle persone. Tuttavia, vi è un pezzo di calcio che, dal mio punto di vista,deve definirsi criminale, in quanto vi operano mafiosi, sportivi disonesti, faccendieri e insospettabili colletti bianchi. Un calcio in cui regnano corruzione, violenza, intimidazione e omertà. Questo pazzo modo del pallone si serve dei capitali mafiosi, dei servizi che queste organizzazioni criminali possono svolgere, come di garantire la sicurezza negli stadi, di evitare problemi negli spogliatoi, di garantire la combine di certe partite su cui, successivamente, si scommette a colpo sicuro. Il calcio criminale va contrastato con determinazione.

Perché la criminalità organizzata ha indirizzato i suo interessi anche verso il calcio delle serie minori?
I mafiosi hanno compreso che il calcio è un ottimo strumento per acquisire e gestire consenso sociale, per controllare il territorio e il consenso elettorale. Quello delle serie minori è il calcio più vicino alla gente e al territorio, dove spesso i soldi mancano i e giocatori sono  più facilmente corruttibili, quello su cui non si  accendono i riflettori della stampa e delle TV nazionali. In questo contesto, i mafiosi hanno una maggiore facilità di muoversi nell’ombra. Quello delle serie minori, poi, è un terreno fertile per riciclare il denaro sporco.

La criminalità organizzata che descrivi nel tuo libro, interessata al calcio minore, è una criminalità di serie B?
Tutt’altro. Nel libro racconto episodi che parlano della ‘ndrina dei Pesce di Rosarno, una potenza nel mondo criminale, che aveva messo la mani anche su una squadra campana, il Sapri Calcio; parlo dei casalesi che si erano comprati l’Albanova calcio e avevano deciso di scalare la Lazio; racconto di alcune cosche di Cosa Nostra, tra cui quella dei Lo Piccolo, che miravano a inserirsi negli affari del Palermo calcio.

Qual è l’intreccio tra mafie, partiti ed enti locali nelle serie calcistiche minori?
Il legame è piuttosto stretto in certe situazioni. Grazie alla squadra di calcio e al consenso che ruota attorno ad essa, i mafiosi riescono ad avvicinare persone che appartengono a monti lontani e si vedono aprire le porte dei salotti che contano, compresi quelli delle sezioni locali dei partiti. I mafiosi sanno che c’è una parte della politica, da Sud a Nord, che cerca voti e loro glieli forniscono. I tifosi dai 18 anni in su, votano e fanno votare i loro familiari e i loro amici . Votano, e fanno votare, inoltre anche quei genitori che portano i loro figli nelle scuole calcio gestite dai mafiosi nella speranza nella speranza che questi pargoli, grazie a certe conoscenze, possano fare dei provini in grandi squadre. In tal modo se le cose vano bene, anche la famiglia svolta economicamente .

Le serie calcistiche minori sono oggetto di poca attenzione da parte degli organi di polizia che lottano contro la criminalità organizzata?
Le forze dell’ordine e la magistratura hanno svolto, e svolgono, un’opera importante n diversi contesti. In Calabria sono state confiscate due squadre di calcio. Il problema  vero è che bisogna migliorare e di molto, la prevenzione contro l’infiltrazione mafiosa nel calcio, rafforzando i controllo anche da parte delle autorità sportive, ai vari livelli, introducendo dei meccanismo più selettivi e rigorosi prima di permettere a certe persone di  acquistare una squadra e di iscriverla a un campionato. A Lecce, per esempio, per quanto riguarda le squadre impegnate nei campionati dilettantistici , il Procuratore Motta e il prefetto Perrotta hanno proposto alla Figc la sottoscrizione di un protocollo in cui si provveda alla redazione d un codice etico nel quale sia prevista la  preclusione di una  squadra all’iscrizione dei campionati, se all’interno della compagine societaria vi sono soggetti segnalati dalla prefettura come appartenenti alla criminalità organizzata.

Ci sono calciatori e dirigenti sponsorizzati dalle mafie che fanno carriera nel calcio della serie A?
Recentemente, Luigi Bonaventura, un collaboratore di giustizia della ‘ndranhgeta ha parlato dei “calciatori invisibili”, sostenendo che sono persone insospettabili al servizio della mafia calabrese. Il loro compito, sarebbe quello di pilotare i risultati sportivi, ma anche i comportamenti all’interno degli spogliatoi. Secondo Bonaventura, alcuni di questi “calciatori invisibili” quest’anno avrebbero giocato in Champions League. Il tutto è ancora da dimostrare.

Le mafie si impossessano di società calcistiche delle serie minori come fanno con le aziende? Come avviene l’operazione?
I magistrati della procura di Reggio Calabria hanno parlato delle squadre entrate nell’orbita dei clan come di “società a partecipazione mafiosa”. Al di là della quantità di capitali che i boss investono, anche per il tramite di terze persone, essi, alla fine, finiscono per essere quelli che dettano le regole, che decidono le formazioni, che stabiliscono quale allenatore e quali giocatori ingaggiare, se vincere o se perdere una partita. Quando le mafie entrano nelle imprese o nelle squadre di calcio salta il principio della libera concorrenza e della meritocrazia. Non vince il migliore, ma quello più protetto  e disonesto.

Tra mafia, ‘ndrangheta, camorra e Sacra Corona Unita, che si è spinta di più sul terreno del calcio?
Tutte le mafie italiane  sono interessate al mondo del calcio. Certamente, Camorra e Cosa  Nostra hanno cercato di arrivare anche a squadre di serie A; anche in campionati stranieri per quanto concerne la mafia campana. Camorra e Sacra Corona Unita si sono inserite anche nel mercato delle scommesse sportive legali, arrivando ad acquistare delle agenzie, grazie alla complicità di manager insospettabili.

Ci sono casi di dirigenti di società di calcio o di calciatori puniti con la morte dalle organizzazioni mafiose per non essersi piegati al loro potere?
Un caso che è stato riaperto recentemente è quello del giocatore del Cosenza Denis Bergamini che, secondo la versione ufficiale si sarebbe suicidato il 18 novembre 1989. Grazie ala lavoro di denuncia compiuto da un altro  ex giocatore recentemente scomparso, Carlo Petrini, e  dall’avvocato della famiglia Bergamini, e in seguito a una perizia dei carabinieri del Ris di Messina, la procura di Castrovillari ha riaperto il caso. Il sospetto è che Bergamini sia stato ucciso o per ver scoperto cose che non doveva scoprire o per non essersi piegato alla volontà criminale. Altri giocatori, militanti in squadre minori, sono stati uccisi in Calabria qualche anno fa.

Attraverso il calcio minore le organizzazioni mafiose si rifanno l’immagine di cattivi e accedono al salotto della finanza?
Francesco Schiavone, detto Sandokan, boss del clan dei Casalesi, quando nel 1992 entra nella dirigenza dell’Albanova calcio, la squadra di Casal di Principe, la società dirama un comunicato in cui definisce Schiavone un “noto imprenditore”. Dalle indagini che hanno portato al suo arresto,si è visto che il boss frequentava abitualmente personaggi della cosiddetta “borghesia mafiosa” : politici, imprenditori, banchieri,, avvocati, notai.

Le mafie sono infiltrate anche tra le tifoserie?
Il problema principale è che i mafiosi sono anche tifosi e vivono questa loro  passione praticando comportamenti criminali. A questo si aggiunga che alcuni settori delle tifoserie sono organizzati come un clan: hanno una gerarchia interna con ruoli ben definiti: impongono  rituali di affiliazione e dei simboli di riconoscimento ai loro affiliati, come i tatuaggi, impongono la cultura dell’omertà. Le mafie usano le tifoserie per ricattare la società, minacciando di creare problemi di ordine pubblico dentro gli stadi se, ad esempio, non gli vengono concesse significative quantità di biglietti omaggio. Le società temono i disordini anche perché questo può significare dover pagare pesanti sanzioni pecuniarie . Infine il rapporto con le tifoserie serve ai mafiosi per arrivare ai dirigenti e ai calciatori. Un mafioso che si fa fotografare con un giocatore, magari anche importante, dimostra la sua potenza agli occhi della gente. Se poi è in grado di dimostrare che lo frequenta, allora da potente diventa onnipotente.

Quale è il giro d’affari del calcio criminale in Italia?
Non esistono stime ufficiali trattandosi di un’attività illecita. Ricordo soltanto che in Italia il mercato legale delle scommesse sportive si aggira sui 5 miliardi di euro l’anno e quello clandestino sui 2 miliardi e mezzo. Più del 90% delle scommesse riguarda il mondo del pallone.


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