Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 19 marzo 2011

Nucleare, tre domande e tre risposte


Non facciamoci prendere dalle emozioni”, hanno detto a caldo i governanti di fronte alla tragedia di Fukushima. Salvo poi farsi prendere dai sondaggi e innestare una rapida e forse falsa marcia indietro. Ma prendiamoli alla lettera: ragioniamo.
1. Il nucleare italiano serve al paese per smettere di importare elettricità dalla Francia o piuttosto ai francesi per estendere il loro mercato?
In Italia l’energia elettrica costa all’industria parecchio di più che in altri paesi europei. Il doppio, si potrebbe dire, talvolta anche di più. Bisogna tenerne conto, perché è l’unico argomento non immediatamente contraddittorio o falso a favore del nucleare nazionale, come per esempio l’indipendenza dall’estero o i vantaggi in direzione del riscaldamento globale. Ma davvero con due o quattro reattori nucleari il costo dell’elettricità per le industrie italiane scenderebbe di molto? Con il sistema di prezzi e di bollette attuale non sarebbe così. Anzi il rischio sarebbe di pagare nelle bollette la costruzione o l’eventuale interrotta costruzione delle centrali. In altre parole, conta molto di più il sistema di prezzi in atto, molto legato all’oligopolio elettrico che non l’efficienza produttiva leggermente incrementata da poche centrali nucleari. I due o quattro reattori in funzione tra dieci anni potrebbero modificare marginalmente lo svantaggio che sarebbe recuperato meglio con una politica industriale indirizzata da scelte produttive, di prodotto e di processo, più “leggere”, con minori contenuti energetici. Nel decennio ottanta l’Italia è stata capofila in Europa da questo punto di vista, per poi lasciarsi andare alla deriva. Contro la scelta nucleare militano i costi di costruzione, l’inadeguatezza del territorio, scarsamente pianeggiante e con fiumi in cattiva salute o esauriti, per cui l’acqua necessaria in grande quantità, per il raffreddamento, dovrebbe essere ricavata dal mare, con la conseguenza di rendere più fragile l’impianto e più a rischio il territorio. Inoltre devono essere prese in considerazione, la diffusa sismicità, la presenza ininterrotta di città, paesi e anche luoghi isolati, notevoli da un punto di vista storico, archeologico, paesaggistico. Infine gli aspetti di salute pubblica sempre negati e sempre riaffioranti per le persone, soprattutto i bambini, che vivono nei pressi di un reattore; e quelli di sicurezza, sempre rimossi da parte dei sostenitori. D’altro canto Enel, maggior produttore nazionale, possiede centrali nucleari in Spagna e in Slovacchia. Potrebbe, se volesse, esportare una parte dei chilowatt nucleari in Italia, attraverso la rete europea, costringendo i francesi a subire una concorrenza. Il fatto è che Enel è il socio di Électricité de France o Edf nell’impresa del nucleare nostrano e inoltre è il maggior importatore di elettricità dalla Francia. I margini ottenuti da Enel importando i chilowatt “nucleari” sono considerevoli; Enel compra a poco e vende a molto. Nessuna impresa del settore è interessata a fare chiarezza, perché il sistema elettrico nazionale è ampiamente remunerativo per tutti: ogni giorno il prezzo è fatto dal peggiore dei venditori accettati. Infine deve essere ricordato che Edf ha un assoluto bisogno di esportare energia elettrica da qualche parte e in quantità e l’Italia serve ottimamente allo scopo. La Francia non sa come fare. La nazione sorella è letteralmente prigioniera del suo nucleare e non è in grado di ridurre la propria dipendenza. Può solo continuare, con l’incubo di non trovare soluzioni sicure o almeno accettabili per il futuro spegnimento dei suoi 58 reattori, la gestione sicura degli impianti non più in produzione (decommissioning) e la collocazione delle scorie. Rispetto all’Italia vi si determina una riduzione nei consumi di gas ma consumi petroliferi poco diversi da quelli italiani, con un numero di abitanti corrispondente, pur in assenza di reattori nucleari in Italia, a conferma del fatto che il nucleare serve solo alla generazione elettrica.

2. L’Italia ha perso terreno per l’assenza di energia nucleare diretta?
Se l’Italia è “cresciuta” meno di altri nei decenni passati, non è certo per carenza di centrali nucleari, quanto per cattiva politica ed egoismo rapace. Da un punto di vista economico generale, alla mancata crescita del Pil, spesso lamentata, si sarebbe potuto ovviare con un aumento di occupazione nei servizi e nella manutenzione del territorio e delle città. Sarebbe cresciuto il Pil con la soddisfazione dei cittadini. Si sarebbe potuto e si potrebbe investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, nella cultura. L’Italia sarebbe più forte e interessante, più degna d’affetto e considerazione; e più ricca anche di Pil, se è questo che conta. La scelta del nostro paese industriale è stata quella di cedere rami di attività molto importanti: chimica, farmaceutica, elettromeccanica di consumo, telefonia mobile, informatica. E sono tutti settori nei quali la differenza non è data dai quantitativi di energia elettrica disponibili o dal loro costo, ma dalla qualità d ricerca e innovazione nonché, un po’, dal costo del lavoro. L’energia elettrica in Italia è sovrabbondante.

3. Il nucleare italiano risolve i problemi energetici nazionali?
I problemi di prospettiva sono dati soprattutto dal 20/20/20 prescritti per il 2020 con l’accordo del dicembre 2008 da parte del Consiglio europeo. La formula matematica, per chi non lo ricorda, significa che per l’anno 2020 si devono ridurre del 20% le emissioni di gas serra (anidride carbonica), il 20% dell’energia deve essere da fonti alternative e l’efficienza energetica deve aumentare del 20%. Una corsa, o anche una corsetta, al nucleare distoglie dai veri obiettivi. Sposta risorse economiche, sociali e intellettuali verso altri fini che non sono quelli ritenuti essenziali dall’Unione europea o Ue, in vista non tanto di un futuro successo industriale o economico, ma semplicemente di un futuro. L’Ue ha accettato l’indicazione degli scienziati raccolti nell’Ipcc o Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazione unite sul disastro ambientale in corso per il riscaldamento globale e ha indicato la prima tappa del proprio percorso, indicando ai paesi membri obiettivi da rispettare. Il 20/20/20 è poi una prima tappa, insufficiente per salvare l’attuale società umana, ma serve come partenza e come apprendimento. Ogni paese che si divincola, guarda altrove, perde l’obiettivo, è in errore e deve cambiare. Da questo punto di vista la reale scelta obbligata tra nucleare e rinnovabili, tra atomo e sole, non è aggirabile con un “ma anche”. Le risorse, scarse, sono da indirizzare verso un risultato pratico e visibile. Va aggiunto che il nucleare vedrebbe il nostro paese a rimorchio della Francia o degli Stati uniti, mentre il solare, per non citare che uno degli sviluppi possibili, ci potrebbe reintrodurre in testa ai paesi più avanzati. C’è un altro aspetto, quello che un mix di impianti leggeri, adatti ai luoghi e meno invadenti dal punto di vista della natura è preferibile per chi creda nella democrazia dei beni comuni. Non sarà invece d’accordo chi è convinto che la natura vada dominata sempre e in ogni caso. Ma dai tempi in cui il re Serse fece frustare il mare, quest’ultimo comportamento non è saggio, tanto nei confronti della Natura – del mare (Ellesponto) in questo caso – quanto di chi è costretto dai suoi comandanti a fare una cosa tanto stupida.

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