Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 10 febbraio 2016

FOIBE: RICORDARE COSA?

Casarossa collettivo autogestito


FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA

Ormai ogni anno si dedicano celebrazioni a questo argomento sempre più di matrice neo fascista con parate inquietanti in città come in altre parti d’Italia.
Nel 2004 il governo di centrodestra, con l’avallo del centrosinistra, stabilì di celebrare il 10 febbraio (anniversario del Trattato di pace che nel 1947 aveva fissato i nuovi confini con la Jugoslavia) una “Giornata del Ricordo” per celebrare “i martiri delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata”.
Una ricorrenza situata a dieci giorni dalla “Giornata della Memoria” (istituita nel 2000 per il ricordo dalla Shoah e di tutte le vittime e i perseguitati del nazifascismo). In questi anni il senso comune ha portato a fare di tutto un polverone, cosicché si parla correntemente di “foibe” come “olocausto degli italiani”.
Noi riteniamo che in tutto questo ci sia un’operazione di confusione e di ribaltamento dei fatti. L’obiettivo di raggiungere una “memoria condivisa” attraverso una specie di “par condicio della storia”, per la quale ricordiamo “tutte le vittime”, nasconde i giudizi di valore sulle responsabilità storiche specifiche, in particolare quelle del regime fascista italiano in collaborazione con il nazismo tedesco. Chi ha provocato le tragedie della seconda guerra mondiale e chi, dopo averle subite, ha reagito, diventano la stessa cosa.
Oggi, correntemente, con il nome di “foibe” ci si riferisce a due periodi distinti: in Istria dopo l’8 settembre del 1943, fino all’inizio dell’ottobre dello stesso anno, e a Trieste nel maggio 1945, dopo la liberazione da parte delle truppe partigiane jugoslave (ufficialmente alleate del fronte antinazista) e durante i 42 giorni di amministrazione civile della città. In questi due periodi, secondo la vulgata corrente, un numero imprecisato di persone, comunque “molte migliaia”, sarebbero state uccise solo perché erano di nazionalità italiana e poi “infoibate”, ossia gettate nelle cavità naturali presenti in quelle zone. Si tratterebbe di una “pulizia etnica”, di un “genocidio nazionale”. La responsabilità principale viene in genere attribuita ai “titini”, ossia ai partigiani jugoslavi comunisti.
Chi propone un esame critico di questa versione viene chiamato “negazionista” o, ben che vada, “riduzionista” (usando quindi le stesse categorie utilizzate per chi nega o sminuisce la Shoah).
Noi riteniamo che vada ristabilita invece una corretta lettura dei fatti, sia per il contesto storico in cui sono inseriti, sia nella ricostruzione documentaria dei fatti stessi. Fin dal 1919 le squadre fasciste, a Trieste e nell’Istria, fecero una politica di aggressione violenta, in chiave nazionalista, contro le istituzioni operaie e la popolazione slovena e croata.
Mussolini, in un discorso a Pola del 1920, dichiarò: “Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola. Bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre. Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere le Alpi Dinariche. Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo”.
Quando il fascismo diventò regime, operò in quelle terre un’opera di snazionalizzazione violenta e capillare, fino a far identificare fascismo e italianità.
Furono 20 anni di oppressione e repressione, che portarono migliaia di persone nelle carceri del Tribunale Speciale, al confino, davanti ai plotoni di esecuzione, e alla perdita dei loro beni e della loro terra.
A partire dall’aprile 1941, l’Italia fu in guerra nella penisola balcanica insieme ai tedeschi, contro la resistenza partigiana e la popolazione locale. Ricordiamo la nota “Si uccide troppo poco” mandata nel 1942 dalle gerarchie militari. Furono 350.000 i civili montenegrini, croati e sloveni massacrati, fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i rastrellamenti; furono più di 100.000 i civili, uomini, donne e bambini, deportati e rinchiusi in oltre 100 campi di concentramento (i “campi del Duce”) disseminati nelle isole dalmate, in Friuli e nel resto d’Italia. Migliaia di essi furono falciati dalla fame e dalle malattie. A Trieste, fascisti e repubblichini furono i collaboratori zelanti delle SS che avevano la zona sotto il loro controllo (ricordiamo il campo di sterminio di San Sabba, con 5000 vittime, ebrei, slavi e resistenti).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la capitolazione dell’esercito italiano e la cessione del potere ai tedeschi, in Istria scoppiò una vera e propria una insurrezione popolare, in particolare di contadini e operai, che durò fino ai primi di ottobre, ossia fino al ritorno dei nazifascisti. Da una parte ci fu l’aiuto a migliaia di soldati italiani sbandati, dall’altra furono improvvisati dei cosiddetti “tribunali popolari”, più o meno strutturati, che non presero di mira gli italiani in quanto tali, ma in cui si scaricò l’odio accumulato in vent’anni contro i gerarchi fascisti e i proprietari terrieri che avevano approfittato del regime. Le vittime di queste esecuzioni, molte delle quali furono poi “infoibate”, furono alcune centinaia (una cifra verosimile è di 400-500).
È pensabile che, in un simile clima, possano essersi esercitate anche vendette private o crudeltà ingiustificabili. Dai primi di ottobre ritornarono i nazisti. Furono accompagnati da milizie italiane, e fascisti furono gli informatori e le spie che li guidarono nell’incendio di decine di villaggi.
Vi furono, ad opera dei nazifascisti, 5.000 civili uccisi e 12.000 deportati e ulteriori “infoibamenti”.
Durante il periodo dell’amministrazione civile di Trieste da parte degli jugoslavi, 42 giorni da fine aprile a maggio 1945, le autorità avevano elenchi ben definiti di gerarchi e collaborazionisti, che sottoposero a processo e giustiziarono. Anche qui, il numero è ricostruito in maniera diversa: da alcune centinaia, precisamente testimoniabili, a una cifra superiore, di alcune migliaia, che lievita in maniera assolutamente inattendibile nei racconti postumi degli eredi neofascisti.
Anche qui, possono esserci stati casi di vendette private; ma non ci furono esecuzioni di massa casuali o imputate al solo fatto di essere italiani.
Nel corso del dopoguerra, fino a metà degli anni ’50, una cifra fra 180.000 e 250.000 di persone di lingua italiana lasciò i territori della Repubblica jugoslava e si trasferì in Italia; prima sollecitati e poi praticamente abbandonati a sé stessi dalle autorità italiane. Anche questo fenomeno, doloroso come ogni esodo, va messo nel suo contesto di spostamento di popolazioni che, dopo la 2° guerra mondiale, furono costrette ad abbandonare i territori dove precedentemente abitavano lungo la linea dei confini orientali: diversi milioni di persone, in prevalenza tedeschi, dalla Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Ucraina.
Una ricostruzione storica obiettiva non sempre è facile nei suoi aspetti particolari, ma il quadro generale è chiaro: è quello dei lutti e dei crimini provocati in Europa dal nazifascismo.
Un “mattatoio della storia” in cui possiamo provare umana pietà per ogni singola vittima, ma in cui bisogna tenere ben salde le differenze: “senza mettere sullo stesso piano”, scrive Giacomo Scotti, “coloro che per decenni praticarono la violenza e infine la scatenarono, e quanti a quella violenza reagirono, talvolta con ferocia, nel momento storico della svolta”.
Noi italiani dobbiamo imparare a fare i conti con il nostro passato e le nostre responsabilità storiche, sia per quello che riguarda la persecuzione razziale contro gli Ebrei, sia per le guerre coloniali in Africa, sia per le guerre d’aggressione e le stragi nella penisola balcanica (Albania, Grecia, Jugoslavia).
Avremo raggiunto una memoria storica “condivisa” quando tutti avremo saputo assimilare e riconoscere queste colpe, smettendo di considerarci solo “brava gente” o facendo celebrare le vittime delle tragedie storiche (le “foibe”) proprio da chi le ha causate.
Un vero “Giorno del ricordo” dovrebbe essere dedicato a questo.
Si ringrazia, per i dati citati, l’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre

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