Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 11 gennaio 2014

Tutti in classe! Si comincia

Osservatorio Peppino Impastato Frosinone


Ci siamo finalmente. Da sabato 25 gennaio iniziano i seminari della scuola di Formazione sociale e politica Don Gallo. Il primo appuntamento, relativo alla storia delle mafie e del movimento antimafia, vedrà come relatore Mario Catania. Il seminario che si pone l’obbiettivo di illustrare come il fenomeno mafioso sia stata una deviazione destabilizzante di tutto il sistema economico politico e anche culturale, praticamente dall’unità d’Italia ad oggi, si snoderà attraverso tre appuntamenti. A  quello del 25 si aggiungeranno gli incontri del 1 e dell’8 febbraio dalle 16,00 alle 20,00.  Tutti e tre  gli appuntamenti avranno luogo presso la sala  soci del supermercato Coop in Via Monti  Lepini a Frosinone.  Siamo certi che condividere con la cittadinanza l’analisi di temi importanti come l’evoluzione storica dei fenomeni mafiosi fino ai giorni nostri, possa renderci tutti maggiormente consapevoli di quanto fondamentale sia   riappropriarsi del valore della legalità. Un valore che a causa dell’evolversi di pratiche mafiose, è stato quasi totalmente estirpato da ogni tipo di rapporto sociale, da quello più immediato e semplice fra le persone, fino ai  livelli più qualificati relativi ai  rapporti fra cittadino e istituzioni, fra il mondo politico istituzionale e quello finanziario.  E’ per questo motivi  che siamo fiduciosi in una ampia partecipazione dei cittadini.
 

Ariel Sharon è morto definitivamente. Non se ne sentirà la mancanza

Sergio Cararo  fonte:http://www.forumpalestina.org/


Nel 1982 l'esercito israeliano era forza d'occupazione a Beirut (Libano); secondo il diritto internazionale esso aveva la responsabilità di proteggere tutti i civili sotto il loro controllo. A quel tempo l'esercito israeliano era interamente sotto il controllo del Ministro della Difesa israeliano, e Ariel Sharon ne rivestiva la carica. Egli visitò Beirut e promise il supporto totale a favore della Milizia Cristiana, allora alleata degli israeliani. Ariel Sharon stesso diede luce verde ai falangisti del Libano per entrare nei campi profughi di Sabra e Chatila nella parte occidentale di Beirut, da dove i feddayn erano stato mandati via attraverso l’accordo con il negoziatore Usa Philip Habib. Anche i soldati dei paesi occidentali (tra cui l’Italia) mandati a fare da interposizione tra i campi e l’esercito israeliano, vennero ritirati. La strada dei campi profughi era aperta e totalmente indifesa. Il risultato fu il massacro, la tortura e lo stupro di centinaia di civili palestinesi disarmati, moltissimi anziani, donne e bambini. L'esercito israeliano non solo controllava i campi e non fece nulla per arrestare il massacro, ma, come fu dimostrato, aprì la strada alle milizie falangisti libanesi per l'accesso ai campi. Ricevette ordini diretti e chiari dal Ministro della Difesa – guidato da Ariel Sharon - di non interferire e lasciar mano libera e fornire aiuto alla Milizia Cristiana libanese.
Quasi venti anni dopo, il 6 febbraio 2001, Ariel Sharon, leader del Likud, vinse la battaglia decisiva contro Ehud Barak nell'elezione diretta a primo ministro avviando un nuovo capitolo nella storia del conflitto tra palestinesi e israeliani. Prima della campagna elettorale Ariel Sharon, contribuì scatenare la rivolta palestinese – la seconda Intifadah - con la sua provocatoria visita a Haram al-Sharif (Tempio della Montagna) sulla spianata delle Moschee. Nel primo anno del suo mandato Sharon non è riuscito a raggiungere né la pace né la sicurezza, ma solo una costante escalation della violenza. Nel suo secondo anno si è rivelato ancora una volta come l'uomo che concepisce la forza militare come unico strumento politico e il campione delle soluzioni violente. Nelle parole di Sharon i palestinesi: "Devono essere battuti. Dobbiamo infliggere loro un alto numero di vittime e allora sapranno che non possono continuare a usare il terrore e ottenere vantaggi politici". Il più vasto obiettivo politico di Sharon era quello di spazzare via i resti degli accordi di Oslo, completare la riconquista dei Territori, rovesciare l'autorità palestinese, indebolire e umiliare la leadership palestinese e rimpiazzare Yasser Arafat con un leader più accondiscendente.
Quattro anni dopo, ormai eliminato Arafat, Sharon provò a presentarsi come l’uomo della pace giocando nuovamente la carta della “generosa offerta” ai palestinesi.
Gli osservatori internazionali più esperti sanno bene che "il diavolo si nasconde sempre nei dettagli". Il discorso pronunciato dal premier israeliano Sharon all'assemblea generale dell'ONU del settembre 2005 ne è la conferma. Impropriamente impazzarono i commenti positivi ad alcuni passi del suo discorso, in modo particolare quando si sarebbe riferito al diritto all'esistenza di uno Stato palestinese. I commenti della stampa israeliana sono stati definiti "entusiasti" (ad eccezione di quella vicina alla destra del Likud), anche la stampa italiana ed europea ha scelto la stessa valutazione. Eppure proprio tra le righe dei resoconti dei corrispondenti delle varie testate, si nascondeva ancora una volta il diavolo.
Ariel Sharon all'ONU era intervenuto nella propria lingua madre - l'ebraico - il compito dei traduttori si così rivelato decisivo per tradurre e spiegare al resto del mondo le parole di Sharon. Molti corrispondenti hanno riportato le sue parole come "diritto ad uno Stato Palestinese" (Corriere, La Repubblica), ma altre corrispondenze (La Stampa, il Messaggero) riportarono una traduzione significativamente diversa delle parole di Sharon, secondo cui egli avrebbe parlato di "entità nazionale e sovrana" e non di "Stato".
I più esperti sanno che già le parole di Lord Balfour all'inizio del XX secolo ("il diritto ad un focolare ebraico in Palestina"), diedero sponda a fraintendimenti che hanno spianato la strada ad un conflitto sanguinoso. Chi ha esperienza di Medio Oriente sa bene che una parte del mondo e delle organizzazioni arabe o islamiche non riconoscendo l'esistenza dello Stato di Israele non lo chiamano come tale ma lo definiscono "entità sionista". Contro questa negazione la autorità israeliane protestano in tutte le sedi internazionali.
Nel dicembre dello stesso anno – il 2005 – Sharon venne colpito da un ictus, a gennaio entrava in un coma dal quale non si è più ripreso fino alla morte sopravvenuta oggi.
Non solo i palestinesi ma anche il mondo non sentirà affatto la mancanza di Ariel Sharon.


Fotoclip di Luciano Graneri

Renzi e Landini L'asse Pd-Fiom contro i lavoratori

Alberto Madoglio
La notizia che in questo inizio d’anno ha acceso il dibattito politico italiano è quella relativa al feelingtra il neo segretario del Pd Renzi e il segretario della Fiom Landini.
Certamente si tratta di una notizia che merita l’attenzione delle prime pagine dei giornali, se non altro per chi in questi anni ha creduto che il leader della Fiom rappresentasse l’ultimo baluardo in difesa dei lavoratori, colpiti dalla crisi economica e dalle politiche di austerità applicate di comune accordo da governo e padroni.
Una intesa tra il più “radicale e a sinistra” dirigente sindacale e il più “liberal e a destra” dirigente del Pd degli ultimi anni appare ai più come un accordo tra il diavolo e l’acqua santa. Cercheremo di spiegare perché a nostro avviso in realtà questo nuovo asse non rappresenti una rottura col passato, ma il naturale approdo del percorso politico di una parte della burocrazia sindacale italiana.
I nodi vengono al pettine 
A favorire l’apertura di relazioni tra i due leader è stata la proposta avanzata dal segretario del Pd riguardante una nuova riforma del lavoro che dovrebbe essere ricompresa in un piano più generale, chiamato "Job Act" e che sarà presentato ufficialmente dopo la metà di gennaio, per favorire l’occupazione e lo sviluppo economico.
Al momento circolano al riguardo solo notizie frammentarie e indiscrezioni, ma già dal poco trapelato è possibile capire che la proposta del Pd non costituirà una rottura col passato e l’inizio di una politica più attenta alle esigenze dei lavoratori. Renzi e il Pd vorrebbero l’introduzione di un contratto unico di lavoro. Innanzitutto, la definizione di “contratto unico” risulta imprecisa in quanto, secondo alcune indiscrezioni (la più autorevole senza dubbio quella di Faraone, responsabile welfare del Pd e tra gli ideatori del Job Act), non verrebbero aboliti né i contratti a progetto né quelli di apprendistato.
Inoltre, col contratto unico per i primi tre anni i neoassunti non sarebbero tutelati dall’art 18 dello Statuto dei Lavoratori, o meglio da quello che ne rimane, i contributi sarebbero a carico dello Stato (quindi aumento del fabbisogno e quindi necessità di nuove misure di austerità a carico dei lavoratori) e non sarebbe previsto il ricorso alla cassa integrazione ma solo un sussidio di disoccupazione (quindi i lavoratori potrebbero essere solo licenziati).
Tra i primi a dirsi interessati a una riforma di tal genere c’è Confindustria, e non per caso. I capitalisti italiani si vedrebbero sgravati di costi per le assunzioni, vedrebbero ridotte le centinaia di forme contrattuale attualmente vigenti (che rappresentano un costo in termini di burocrazia soprattutto per le grandi imprese), mentre pochi o nulli sarebbero i rischi per le imprese una volta superato il periodo di prova (3 anni) in cui il Job Act agisce. Infatti l’eventuale stabilizzazione dei lavoratori avverrebbe in un quadro in cui il contratto nazionale di lavoro viene di fatto smantellato dopo l’accordo del 28 giugno 2011; l’articolo 18 rimane, come già detto, solo sulla carta, e con l’accordo sulla rappresentatività dello scorso maggio nei fatti si abolisce la conflittualità sui luoghi di lavoro, rendendo difficile anche per i lavoratori a tempo indeterminato lottare per la difesa dei propri diritti. In queste ore agli elogi sul Job Act si è unita l’Unione Europea, responsabile delle politiche sociali che da anni stanno immiserendo i lavoratori del Vecchio Continente.
Camusso e Landini: due facce della stessa medaglia
Visti i precedenti, ci si poteva aspettare una opposizione da parte della Fiom e ampie aperture da parte della Camusso. Invece è stata  timida la reazione avuta dalla maggioranza della Confederazione di Corso Italia, un sindacato che negli anni non solo ha firmato, ma si è fatto promotore dei peggiori attacchi al mondo del lavoro. Il problema è più politico. La maggioranza dell’apparato della Cgil era schierato contro Renzi all’ultimo congresso del Pd (lo Spi, categoria dei pensionati ha fatto anche un endorsment pro Cuperlo, rappresentante del vecchio apparato del partito, anche se ultimamente la segretaria dello Spi ha lanciato segnali di apertura a Renzi): il neo segretario, già da quando era solo il sindaco di Firenze, ha attaccato l’apparato della Cgil, nella sua foga populista di rottamatore dei vecchi riti della politica.
Quindi la Cgil al momento guarda con sospetto alle proposte di Renzi in quanto è prioritariamente concentrata a difendere il suo ruolo di burocrazia di riferimento del governo e di ampi settori della grande borghesia imperialista italiana: non perché veda nel Job Act un attacco particolarmente virulento contro i lavoratori, ci mancherebbe!
E Landini? Il comportamento del leader della Fiom è opposto nella forma ma simile nella sostanza a quello della Camusso. Auspica di trovare in Renzi una sponda per poter avere più spazi, e forse addirittura arrivare alla segreteria della Cgil, possibilmente già in questo congresso.
E non si tratta certo di una "svolta a destra" da parte del segretario dei metalmeccanici, a differenza di quanto hanno commentato alcuni. In diversi articoli apparsi sul vari siti e su Progetto Comunista si è  ampiamente dimostrato come le posizioni della Fiom, già a partire dalla vicenda Fiat, non rappresentavano, nella sostanza, nulla di diverso dalla posizione moderata e concertativa della Cgil. E lo abbiamo fatto nel momento in cui più forte era il "landinismo", cioè l'esaltazione per la presunta "linea dura" di Landini: una posizione di subalternità che ha colpito nella scorsa fase non solo (come era normale) i dirigenti della sinistra riformista (da Sel al Prc) ma anche quelli della sinistra centrista, cioè che critica i riformisti da sinistra ma poi si accoda nei fatti alle loro posizioni (sarebbe interessante andare a rileggersi certe dichiarazioni e articoli...).
XVII congresso Cgil: le due ali della burocrazia si uniscono contro i lavoratori
Per queste ragioni non condividiamo l’analisi fatta da Cremaschi (leader del documento di minoranza) sugli schieramenti oggi in campo nel XVII congresso della Cgil.
Non crediamo che le differenze di prospettiva tra la vecchia minoranza Cgil e l’apparato maggioritario siano state messe in sordina, per privilegiare una falsa unione di facciata, funzionale a una spartizione di posti di potere nel sindacato. Al contrario: pensiamo che le differenziazioni del passato fossero solo di facciata, all’epoca di un congresso in cui si discuteva la successione a Epifani, e in cui lo schieramento alternativo aveva come unico minimo comun denominatore l’avversione all’ipotesi di una segreteria Camusso, non certo una opposizione strategica di principio alla linea capitolarda seguita dal sindacato negli anni.
Oggi questo schema di finta contrapposizione non è più utile e quindi tutti tornano all’ovile della gestione unitaria.
Ciò non vuol dire che non voleranno coltelli o colpi bassi nelle assisi congressuali, ma tutto ciò in nome di chi e come dovrà avere un ruolo di primo attore nella gestione delle politiche di austerità che dovranno essere poste in essere negli anni futuri.
Oggi ribadiamo quanto già scritto in passato. La crisi economica in cui è precipitata l’Italia ha avuto il merito di fare chiarezza sulle posizioni in campo.
Dalle burocrazie politiche e sindacali il movimento operaio non deve aspettarsi nulla di buono.
Né Camusso né Landini: per una opposizione di classe ai governi borghesi
E’ necessario lottare perché dalle prossime lotte nasca una nuova direzione, politica principalmente e anche sindacale, che ponga all’ordine del giorno una diversa proposta politica da quelle oggi maggioritarie. Una proposta che veda il suo baricentro nell’opposizione ai governi borghesi di qualsivoglia colore, nel rifiuto delle politiche di austerità, nella convinzione che solo la lotta di classe e la mobilitazione diretta dei lavoratori, e non i trucchi e le manovre dei palazzi del potere, possono creare le condizioni perché il prezzo della crisi venga sostenuto dai padroni e non dagli operai e dagli impiegati.
Una lotta che oggi più che mai deve essere a trecentosessanta gradi e che abbia come scopo ultimo l’abbattimento del dominio del capitalismo e l'eliminazione della società divisa in classi.

venerdì 10 gennaio 2014

Herbie Hancock named Professor of Poetry

By Mark Shanahan and Meredith Goldstein fontehttp://www.bostonglobe.com/

Herbie Hancock has been named the 2014 Charles Eliot Norton Professor of Poetry at Harvard University. That means the keyboard legend will give six lectures on “The Ethics of Jazz” (which include a talk about Miles Davis) starting Feb. 3. (The lectures require free tickets from the Harvard Box Office.) Hancock’s predecessors include T.S. EliotLeonard Bernstein, and Igor Stravinsky.

Ringraziamo Vincenzo Martorella per averci segnalato la buona notizia e godiamoci Herbie Hancock, in questo favoloso Cantaloupe Island, con i suoi amici Jack De Johnnette alla batteria, Dave Holland al contrabbasso, Pat Metheney alla batteria.
Luciano Granieri.

  

La frana che viene da lontano "Proposta di soluzione"

Giuseppina Bonaviri

In data 09-01-2014 presso la sede della Rete Indipendente La Fenice con Bonaviri si è tenuto un confronto aperto alla cittadinanza e alle forze sociali e politiche sull’emergenza della frana e sul dissesto idrogeologico del Viadotto Biondi nonché sulle precarie condizioni ambientale che vive tutta la città capoluogo a partire dalla zona alta.
La Rete La Fenice, che dal mese di aprile dello scorso anno sta dibattendo, con assemblee pubbliche, sulla necessità di lavorare ad una progetto alternativo sul risanamento dell’ecosistema locale- con tecnici ed esperti che vedono in prima linea il Prof. Mario Catullo, geologo e fisico che dagli anni 80 si è occupato della criticità in questione- ha messo in cantiere una proposta di risanamento naturalistico del Viadotto, condiviso con la base,  proposta che verrà consegnata nei prossimi giorni ai responsabili regionali, all’amministrazione comunale e alle autorità competenti.
Assieme alle realtà associative presenti ieri alla conferenza –Consulta delle associazioni, Frosinone zerotremilacento, Osservatorio Peppino Impastato Frosinone, Comitato cittadino per Ceccano, La verità rende liberi- si procederà alla preparazione di un Dossier che sarà inoltrato, nelle prossime settimane, ai diversi componenti e responsabili locali e regionali. E’ nell’interesse dell’intera comunità frusinate che il percorso istituzionale dei vertici e la Conferenza dei servizi indetta per il 04 febbraio prossimo veda la partecipazione attiva di un team di esperti esterni e di cittadinanza partecipativa che possa sovrintendere  e condividere le decisione e le soluzioni che si prenderanno. Ci batteremo anche perché questo nuovo stile di intendere la Cosa Pubblica sia rispettato.

giovedì 9 gennaio 2014

Lavori sulla frana del viadotto Biondi

Luciano Granieri


A chi tocca mettere in sicurezza la frana? Al sindaco....no alla Regione...no al Comune....no alla Regione...no al sinda.......E vabbeh tocca alla Regione. Mentre si fà anghi ngò, le ruspe lavorano ma moooolto l e n t a m e n t e fino a che non si fa buio definitivamente.

Video di Maria Letizia Dello Russo
 Audio: "Lavorare con Lentezza" di  Enzo del Re arrangiato da Daniele Sepe.

VI INVITIAMO AI NOSTRI SEMINARI

Osservatorio Peppino Impastato Frosinone


Piaggio Aero 540 Lavoratori fuori

Associazione ControCorrente

BURLANDO, SE CI SEI BATTI UN COLPO…
Dopo l’annuncio di ieri – 540 lavoratori messi fuori dalla porta, di cui 165 esuberi strutturali – ci si sarebbe aspettati un’immediata reazione da parte di Burlando e Doria. Gli impegni presi dalla Piaggio con l’Accordo di Programma del 2008 – mantenimento dell’occupazione, rinuncia alle esternalizzazioni, nuovi investimenti su Genova – vengono cancellati con un colpo di spugna, cosa che peraltro si era capita già a dicembre. Dopo il caso Ericsson è già la seconda volta che gruppi stranieri arrivano, prendono aiuti di Stato, finanziari e non, e lasciano a casa centinaia di lavoratori, cornuti e mazziati, perché i soldi regalati a Ericsson o a Tata vengono prelevati dalle loro tasche. Ci saremmo aspettati un’immediata reazione da parte di Comune e Regione. Invece nulla. L’Accordo di Programma prevede procedure disciplinari e sanzioni per i soggetti inadempienti. Cioè che gli impegni sottoscritti debbano essere realizzati comunque, a spese loro. Bisognava muoversi già a dicembre. Cosa aspettano? Perché un normale cittadino che lavora deve rispettare le regole e una multinazionale può fare allegramente i suoi comodi? D’altra parte le vicende di questi anni, da Fincantieri all’ILVA ad AMT, dimostrano che la politica si accorge dei lavoratori solo se bloccano strade, ferrovie, aeroporti, se invadono il Palazzo e paralizzano la città. La lotta è l’unica via percorribile. Il resto è un’illusione.
Chi prende soldi pubblici deve risponderne ai lavoratori e alla città.
Chi riceve agevolazioni, che hanno un costo, altrettanto.
Regione e Comune devono decidere con chi stanno.
Se stanno coi lavoratori attivino le procedure previste dall’Accordo
e dicano che o Piaggio ritira tutto o l’operazione Villanova salta.
Se stanno con l’Azienda lo dicano chiaramente.
I lavoratori sapranno cosa fare.

RAIvisionismo futurista

http://www.militant-blog.org/


Volete assistere a un prodigio della televisione? Allora andate sul sito Raireplay cercate la prima parte della fiction “Il Commissario” e scorrete il cursore fino al minuto 30. Visto che siamo buoni e vogliamo evitarvi la mezzora peggio recitata degli ultimi anni vi raccontiamo noi l’antefatto. E’ il 1969 e a Milano scoppiano le bombe, l’ultima è esplosa in una fabbrica, la DMP impianti, e come da copione a mettercela sono stati gli anarchici. Ecchissennò direte voi? Ecco allora che il buon commissario Calabresi nell’ambito delle indagini per salvare le istituzioni democratiche irrompe nella casa di un imbianchino ventenne e durante la perquisizione trova, oltre alla macchina da scrivere con cui è stata redatta la rivendicazione dell’attentato, niente di meno che un manifesto contro casapound. Avete letto bene: un manifesto contro casapound! Nel 1969! Con 40 anni d’anticipo! C’eravamo sbagliati, questo non è RAIvisionismo storico… questo è RAIvisionismo futurista.

Fiction Calabresi, c'è pure il manifesto anti-Casapound (40 anni prima)


Roma, 9 gen. (Adnkronos) - Un manifesto contro Casapound, il movimento dei 'fascisti del III millennio' nato nel 2003, nella stanza di un anarchico negli anni '70: sta facendo il giro dei social networke dei blog l''anomalia temporale' scoperta dagli utenti della rete nella prima parte della fiction tv 'Il commissario', dedicata a Luigi Calabresi, per il cui omicidio, risalente al 1972, sono stati condannati in qualità di mandanti i tre ex esponenti di Lotta Continua Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, sulla base delle dichiarazioni del 'pentito' Leonardo Marino.

Un errore storico che, per paradosso, è stato notato e messo in evidenza, tra gli altri, anche da quelli che si potrebbero definire gli 'anarchici del III millennio', i militanti del collettivo Militant.


mercoledì 8 gennaio 2014

Qualcuno chieda scusa alle tre donne di casa Pinelli per l’ignobile falsificazione mandata in onda dalla Rai sulla morte di Giuseppe Pinelli

PAOLO BROGI

Con i soldi che gli italiani “devono” pagare ogni anno – di nuovo proprio in questo mese – la Rai servizio pubblico si permette di mandare in onda falsificazioni così spudorate come quella realizzata ieri sera sulla morte di Giuseppe Pinelli, firmata dal regista Graziano Diana con fior di sceneggiatori e di consulenti storici (ben tre, complimenti). Tralascio il resto della fiction su Luigi Calabresi e torno su questa impudente versione offerta a milioni di italiani sul “suicidio” di Giuseppe Pinelli.
Com’è noto l’unico riscontro giudiziario è quello firmato allora dal giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio che nel 1975 concluse con quel contestatissimo “malore attivo”. Com’è noto la verità giudiziaria non è andata purtroppo oltre quella formula bislacca con cui si è voluto chiudere il caso, ma che comunque non è il suicidio che i poliziotti del filmato invece gridano dalla finestra con quel “si è suicidato, si è suicidato”, quasi un coro liberatorio…
C’era fuori della porta della stanza in cui veniva interrogato Giuseppe Pinelli un altro anarchico, trattenuto anche lui illegalmente con un fermo che si sarebbe protratto fino al giorno dopo. E quel Valitutti ha sempre sostenuto di non aver visto uscire il commissario Calabresi dalla stanza, in cui erano – conclude D’Ambrosio – quattro poliziotti e un carabiniere. Delle menzogne di allora ci è stata risparmiata la frase messa in bocca a Pinelli “E’ morta l’anarchia”, mai confermata ufficialmente e comunque fatta circolare. Per fortuna non è stata raccolta neanche l’altra menzogna che allora venne fatta ugualmente circolare, quella di una scarpa di Pinelli che sarebbe rimasta in mano a un agente che perciò l’avrebbe trattenuto, solo che Pinelli sul selciato fu trovato con tutte e due le scarpe.
E poi tralasciamo la caduta “verticale” e altre questioni.
Resta l’adozione di quella versione del suicidio di Giuseppe Pinelli che trasforma la Rai, questa Rai con i suoi dirigenti ben pagati, in una gigantesca fabbrica della falsificazione.
Gigantesca perché con totale impudenza ha riscritto una pagina dolorosa del nostro passato a modo suo, scegliendo di trasformare qualcosa che ancor oggi non sappiamo come sia accaduto in qualcosa di certo e di certamente assolutorio per la Questura di Milano, guidata – ricordiamolo – da un uno come Marcello Guida che da giovane funzionario era stato direttore delle guardie di Ventotene e Santo Stefano durante gli anni del fascismo che lì nelle isole confinava e rinchiudeva oppositori antifascisti. Un uomo a cui in quei giorni del 1969 Sandro Pertini rifiutò di stringere la mano.
Graziano Diana è al suo terzo film tv, il primo gli era stato bloccato dall’allora ministro di grazia e giustizia. Fu poi mandato successivamente in onda. Ha fatto a lungo lo sceneggiatore, anche di vicende reali, dunque non è nuovo alla consultazione di documenti pur ovviamente restando libero in quanto autore di fiction di godere di una relativa libertà. Ma si può falsificare in questo modo una vicenda che ha rivestito un ruolo così centrale negli ultimi quaranta anni?
Io non ci sto. E mi auguro che anche altri lo dicano anche rivolgendo opportune interrogazioni in merito a questi disinvolti scempi, anche e soprattutto perché attuati con soldi pubblici, quelli della Rai. E qualcuno dovrebbe pure chiedere scusa alle tre donne di casa Pinelli.

Grido d'allarme sulla sanità a Frosinone


-     COMUNICATO  INVITO-

Ancora una volta le associazioni e la Consulta della Capoluogo lanciano UN GRIDO DI ALLARME.
Qualche giorno fa, al pronto soccorso dell’ospedale “F:Spaziani” stazionavano circa 80 pazienti. Regnavano confusione e rischio.
Uomini e donne ammucchiati in ogni dove in attesa dello Spirito Santo che portasse loro un po’ di sollievo. Trovare un posto letto era più difficile che vincere alla lotteria di Capodanno.
Le ambulanze erano ferme (Bloccate) fino a quando non si liberavano le barelle.

Tutto cio’ e’ illegale e calpesta i più elementari diritti dei cittadini

Siamo, ormai, a un PUNTO DI NON RITORNO se i cittadini non si mobilitano per far sentire la loro voce, la loro protesta, la loro rabbia e la loro indignazione. L’ipotesi di chiudere l’ospedale di Alatri   rappresenta una minacciosa volontà di ridurre l’organizzazione sanitaria provinciale
a pura e virtuale presenza.

Per discutere COSA FARE per mettere fine a questa VERGOGNOSA REALTA’ è convocato un incontro  con le associazioni ed i cittadini per Venerdì 10 gennaio 2014, alle ore 17, presso la Casa del volontariato, in Via Pierluigi da Palestrina a Frosinone Scalo.

Frosinone 7 gennaio 2014

- Consulta delle associazioni della Città di Frosinone – Francesco Notarcola
- Cittadinanzattiva-Tribunale difesa diritti malato - Renato Galluzzi
- Associazione Italiana Pazienti anticoagulati e cardiopatici – Antonio Marino
- Frosinone Bella e Brutta – Luciano Bracaglia
- Associazione Diritto Alla Salute - Sandro Compagno – Anagni
- Legambiente Frosinone – Antonio Setale
- Gruppo Civico Vitaminex – Mauro Meazza –Anagni
- Coordinamento prov.le Legambiente – Francesco Raffa
- Associazione “Alle Venti” – Amedeo Di Salvatore
- Osservatorio Peppino Impastato – Mario Catania
- Coordinamento Frosinone “Salviamo il paesaggio” – Luciano Bacaglia
- Associazione   “Mountain Village” – Fabio Colasanti
- Associazione “Città del sole” – Fabio Colasanti
- Associazione Oltre l'Occidente - Paolo Iafrate
- Comitato Salviamo l'ospedale di Anagni - Piero Ammanniti
- Zerotremilacento - Simona Grossi
- Fondazione Kambo - Marco Campagna
- Ciociaria Report 24 - Carlo Ruggiero
- Associazione Forming Onlus - Riccardo Spaziani

Clicca per aprire.


Dipingere con il tango

  Venerdì 10 gennaio ore 21 - Palazzo Comunale di Anagni
JUAN CARLOS in “Los Colores del Tango”
performance di pittura estemporanea
musiche di A. Piazzolla, interpretate dai NEOSKRONOS di Colleferro

In occasione del ventennale della fondazione di Emergency, il  Gruppo Territoriale di Colleferro presenta  la performance di pittura estemporanea di Juan Carlos, pittore e poeta argentino, accompagnata dalle note rivoluzionarie del tango di  Astor Piazzolla, eseguite dall’associazione musicale Neoskronos di Colleferro.  
Uno spettacolo "fisico", durante il quale la forza della musica e della pittura si uniranno per dar vita ad un'opera unica.  Il pittore, con movimenti del corpo simili ad una danza,  utilizzerà la spatola ora come sciabola,  ora come fioretto, lottando o sfiorando le superfici sotto lo sguardo rapito degli spettatori.
Lo spettacolo si terrà venerdì 10 gennaio ore 21, nella splendida e storica Sala della Ragione, presso il Palazzo Comunale di Anagni,  e sarà seguito da un piccolo buffet , momento di scambio e condivisione tra coloro che vorranno parteciparvi.
L’evento, patrocinato dal Comune di Anagni, sarà reso possibile dalla preziosa collaborazione della Scuola di Barman AIBM di Colleferro, dalla Bottega equo-solidale Terra Dolce di Anagni e grazie alla sponsorizzazione della Ford Car Service,  della Risen  e dei Magazzini Liguori di Colleferro.


”…dipingere con il tango è tornare alle origini, è liberare le passioni che conducono verso il cuore dove emozioni, tensioni e laceranti ferite trovano rifugio” (Juan Carlos, 1999).


Le entrate saranno interamente devolute in favore di Emergency, a sostegno del  centro chirurgico e pediatrico di Goderich in Sierra Leone.
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Milano – 15 maggio 1994
nasce Emergency, una piccola organizzazione di medici e infermieri fondata per offrire cure alle vittime della guerra e delle mine antiuomo

La prima missione è il Ruanda del genocidio: a Kigali, i medici di Emergency curano i feriti di guerra e rimettono in funzione il reparto di maternità dell'ospedale cittadino.
Poi vengono l'Iraq, la Cambogia, l'Afghanistan e tanti altri Paesi, persino l'Italia, dove da qualche anno offriamo cure gratuite a chi non può permettersele.
Qual è il filo rosso di questo viaggio lungo vent'anni?  L'impegno di migliaia di persone a praticare i diritti umani, per tutti a tal punto che in 20 anni, insieme con decine di migliaia di sostenitori che hanno deciso di aiutarci con il loro tempo, abbiamo curato oltre 6 milioni di persone.
Anche il gruppo di Colleferro ha fatto la sua parte sostenendo le attività di Emergency sin dal 2003, con l’attività di numerosi volontari e di centinaia di persone che hanno portato un contributo solidale e sincero per dare seguito a questa meravigliosa avventura.


Cordiali saluti

martedì 7 gennaio 2014

I martiri toscani fucilati dai "Saccardi"

Luciano Granieri


Chiariamo subito. Il commento che segue, relativo alla commemorazione dell’eccidio nazifascista di tre ragazzi toscani avvenuto il 6 gennaio del 1944 a Frosinone , è inesorabilmente di parte. E’ dalla parte dei partigiani combattenti per la libertà, contro nazismi e fascismi di vecchi e nuovo conio.   E’ un commento contro quelle istituzioni che in nome del fronte capitalista occidentale e dello sdoganamento dei fascisti utili a svolgere il lavoro sporco in difesa della restaurazione borghese , hanno girato gli armadi della vergogna verso il muro.  Quelle stesse istituzioni che anche a Frosinone, per compiacere il nascente salotto buono del   capitalismo occidentale ,  il 2 novembre del 1947  hanno posto una lapide   in memoria  dell’assassino dei martiri toscani che è un vero e proprio insulto alla storia .   Sulla  targa marmorea  è scritto  che  a  macchiarsi della fucilazione non sono  stati né i nazisti, né i fascisti. Ma un non  meglio precisato esercito di Saccardi.   

Evidentemente non era opportuno macchiare di un tale orrendo delitto una nazione come la Germania   ormai alleata di ferro contro le derive socialiste e comuniste che venivano dall’Unione Sovietica. La lapide in questione   è un perfetto esempio di come il processo  di revisionismo storico sia iniziato già dal giorno successivo alla liberazione. Settant’anni dopo l’eccidio  alla commemorazione avvenuta il 6 gennaio scorso  diversi esponenti politici  locali, membri delle più varie istituzioni (europee, regionali, provinciali, cittadine)    hanno partecipato con trasporto, banda e gonfaloni al seguito.  E’ doveroso   ringraziare  il parlamentare europeo, il  consigliere  regionale, il  commissario provinciale, il vice sindaco,  per il loro contributo peraltro dovuto. 

Davanti alla stele realizzata dallo scultore Alberto Spaziani, distante qualche decine di metri dalla lapide della vergogna posta nel ‘47 , si sono ascoltate le solite frasi di circostanza. Parole impastate di retorica e buonismo pacificatorio  da cui si è distinta la sola voce lucida e rigorosa di Giovanni Morsillo  presidente del comitato provinciale dell’ANPI.  A quelle istituzioni si chiede, per uscire dall’ipocrisia, di  tradurre in atti concreti  i valori dell’antifascismo  tanto difesi nella commemorazione dì lunedì scorso. Non basta partecipare a eventi simili. Bisogna promuovere i valori dell’antifascismo, della  democrazia e della condivisione sociale sempre ed in ogni atto politico.  

Si incominci dal rispetto della Costituzione ormai ridotta ad un simulacro di facciata. Quella Costituzione devastata e offesa nei valori fondanti della  dignità di un popolo  proprio da strappi e aggressioni di provenienza istituzionale, governativa e parlamentare. Si inizi a proibire le manifestazioni di movimenti di chiara matrice fascista e nazista che ancora oggi infestano le nostre piazze. Si abbia il coraggio di essere antifascisti nei fatti. Per il comune di Frosinone, magari un primo atto concreto potrebbe essere quello di rimuovere la lapide secondo la quale la lotta di liberazione dal nazifascismo non c’è mai stata, semmai si è combattuto per liberarsi dal giogo dei  Saccardi. A proposito. Dopo diverse ricerche abbiamo appurato che i Saccardi  erano soldati  mercenari  che nel medio evo si occupavano di saccheggi .  Non c’è che dire un bel esercizio di fantasia storica.  Purtroppo dalla fantasia nascono le favole, la storia invece è fatta di avvenimenti che nessun revisionismo o piaggeria verso il capitalismo può cambiare. 

Commemorazione dei martiri Toscani. I cittadini di Frosinone partecipano numerosi

Comitato ANPI Provincia di Frosinone

Frosinone, 06/01/2014

L’ANPI della Provincia di Frosinone esprime grande soddisfazione e profondo ringraziamento ai partecipanti per la riuscita oltre le attese della commemorazione dell’eccidio dei Tre Martiri toscani del 6 Gennaio 1944.
La manifestazione, tenutasi questa mattina con la partecipazione delle Istituzioni locali che con la Vicesindaco D.ssa Anastasio hanno aperto la cerimonia, ha visto una ufficialità ed una partecipazione di cittadini superiori a quelle degli ultimi anni.
Sono stati ricordati i motivi che a settant’anni da quei vergognosi e criminali eventi inducono generazioni che non li hanno direttamente vissuti a riproporne la storia, a riflettere su di essa collettivamente, a trasmetterne quanto appreso a chi verrà dopo e già si affaccia alla cittadinanza.
L’ANPI vede in questa rinnovata presenza dei cittadini la conferma che la democrazia ha bisogno di partecipazione, che ai cittadini spetta un ruolo non solo di protagonismo, ma anche di responsabilità, perché sia chiaro che essa, la democrazia, non si crea fatalmente, ma va costruita con impegno, costanza, disciplina. Utilizzare termini come questi nell’epoca in cui tutto viene prodotto per essere dismesso ancor prima di essere utilizzato può provocare reazioni di meraviglia, forse di sconcerto. Ma chi si sente cittadino e non subalterno sa bene che essi sono adeguati all’importanza del tema.
La democrazia non è una moda, non passa con le stagioni, ma rischia di essere ogni giorno soffocata da interessi ed istinti di sopraffazione, dalla forza che schiaccia la ragione, da pulsioni prevaricatrici sotto le forme più diverse ed inedite.
Per questo l’ANPI, che anche oggi ha partecipato con una delegazione assai ampia e qualificata alla manifestazione anche con un intervento del proprio presidente, insiste nel chiamare i cittadini non solo all’adesione ad essa ed alle organizzazioni democratiche ed antifasciste del nostro Paese, ma a contribuire attivamente, con la presenza, l’attività, l’impegno nella misura che ciascuno può offrire alla promozione di tali valori e della storia terribile e gloriosa che ci ha resi liberi.
Ringraziando nuovamente i partecipanti, e inviando un caloroso saluto ed augurio di rapida guarigione al Partigiano Sergio Collalti che contrariamente a quanto programmato oggi non ha potuto portare il suo saluto ai Tre Martiri a causa di un piccolo problema di salute, diamo a tutti appuntamento alle prossime iniziative.
                       

1944: Gennaio amaro

di Angelino Loffredi - (brano tratto dal libro "Ceccano ricorda" publicato dal Comune di Ceccano nel 1990) - fonte http://unoetre.it/

Il 17 gennaio divampava la prima battaglia di Cassino. Qualche giorno dopo (il 22 gennaio) avveniva lo sbarco alleato ad Anzio. Agli occhi di tutti sembrava che la strada su Roma fosse libera, aperta, facilissima, anche perché la città era difesa solo da due battaglioni tedeschi. Sembrava essere arrivato, dunque, il momento decisivo, quello tanto atteso che riaccendeva così le speranze di una immediata liberazione.
A Pofi, il parroco della chiesa di S.Rocco, Silvio Bergonzi, sembra tanto sicuro di ciò, che appresa via radio la notizia dello sbarco, ne parla dal pulpito, annunciando ai fedeli che di lì a qualche giorno sarebbero stati liberati.
Il sacerdote è duramente malmenato e inviato nelle carceri di Paliano. Più tardi verrà fucilato insieme ad altri patrioti.
A Ceccano, il 23 nello stesso momento in cui Silvio Bergonzi sta predicando nella sua chiesa, poco dopo le dieci di mattina, Teresa Ciotoli esce dalla casupola ove abita ai margini di bosco Faito per incamminarsi verso il presidio tedesco, accampato dentro la fabbrica.
Porta con sé gli indumenti di alcuni ufficiali tedeschi che ha scrupolosamente lavato e stirato; si fa accompagnare da Geltrude, Anna e Vincenzo Cristofanilli, suoi figli, e da Emilia Bucciarelli, una parente. Con il lavoro fatto, Teresa pensa di ottenere, così come è già accaduto anche nelle settimane precedenti, non del denaro ma del pane, un po' di sale e forse della farina.
Gli indumenti da consegnare sono tanti, pertanto, occorrono più braccia per portarli, ma è domenica e il fatto che Teresa porta anche un recipiente fa pensare che con la festività avrebbe potuto ritirare anche un po' di minestra.
Con passo facile e lieto perché già immagina che la sua famiglia passerà una felice domenica, si avvicina all' ingresso della fabbrica, ma improvvisamente arrivano due caccia alleati. C'è una sola ondata, gli aerei scendono con una picchiata radente il bosco, lanciano una bomba ed in un baleno le cinque persone perdono la vita, proprio in un momento in cui pregustano ore di serenità.
Due giorni dopo, alle ore 16, alcuni aerei alleati mitragliano lungo via Marano uccidendo quattro persone: Domenico Ciotoli, Giacinto Ferraioli, Salomé Noce, Anna Ardovini.
Gli avvenimenti di Anzio non si sviluppano come previsto. L'insipienza del generale Lukas fa fallire lo sbarco perché, per motivi mai conosciuti, si ferma inaspettatamente.
A Cassino, inoltre i tedeschi tengono bene e i tanto attesi alleati non arrivano, al contrario, il 26 gennaio aerei americani causano panico e distruzione.
Poco dopo le ore 14 i cittadini di Ceccano, usciti fuori dalle case per godersi un tiepido sole vedono dodici aerei con una doppia coda provenienti dal cielo dell' Arnara, sopra Colle Antico; virano verso nord per disporsi lungo il corso del fiume e scaricano bombe a grappolo. C'è una sola ondata.
È un attimo: il bersaglio è mancato. La squadriglia si rivolge verso sud ma all'altezza della Madonna del Piano un aereo viene colpito dalla contraerea tedesca e cade abbattuto.
Il ponte fortunatamente è salvo, ma il bombardamento ha distrutto alcuni fabbricati nella parte superiore del paese di proprietà Marini, Misserville, Santodonato, Apruzzese e Peruzzi posti uno di fianco all'altro dalla Piazza a via Solferino.
Anche il monumentale Santuario di S. Maria a Fiume è stato ridotto in un cumulo di rovine. La statua della Vergine, imballata a suo tempo per essere trasportata e conservata a Roma, viene trovata illesa con le vesti bruciate e senza l'involucro protettivo.
Il bombardamento costituisce un duro colpo alla fede dei Ceccanesi e delle popolazioni circostanti per tutto quello che il Santuario rappresentava.
Esso era stato per lungo tempo meta di continui pellegrinaggi e processioni che partendo dai paesi vicini, si snodavano nei pressi del Santuario, animati da ceri accesi e canti liturgici. Un colpo micidiale, inoltre, ad un patrimonio storico ed artistico per quello che la struttura muraria esprimeva.
Va ricordato che il Santuario, costruito sopra un tempio pagano eretto dall'Imperatore Antonino Pio in onore della sua sposa Galeria Faustina, venne realizzato per volontà del cardinale Giordano, fratello di Giovanni, conte di Ceccano, nel 1196. Il giorno della sua inaugurazione erano presenti, oltre al Cardinale, i Vescovi di tutto il circondario. La chiesa costruita in stile gotico cistercense era contemporanea alle abazie di Fossanova e Casamari. Interessanti erano il portale principale, l'abside, le pitture della scuola di Giotto ed il pulpito.
Nell'interno della chiesa, successivamente, era stato seppellito il cardinale Giacomo Antonelli, Segretario di Stato di Pio IX, eminente statista che ha dato lustro alla nostra città per la sua attività politica. Nel 1896, merita di essere ricordato, il Santuario era stato dichiarato monumento nazionale.

A quattordici anni dal bombardamento, la chiesa verrà completamente ricostruita, là dove sorgevano originariamente, con lo stesso stile e con lo stesso materiale, perdendo però irreparabilmente quel valore artistico che l'aveva resa famosa nei secoli, subendo cosi l'analogo destino dell' Abazia di Montecassino. Peccato però che il parroco di S. Maria, don Vincenzo Misserville, promotore e organizzatore instancabile della ricostruzione, non abbia potuto vedere la «sua chiesa» nuovamente in funzione e restituita al culto, perché deceduto alcuni mesi prima. Nemmeno i suoi resti mortali hanno potuto avere sepoltura in questa chiesa, anche se esisteva, in merito, una deliberazione della giunta di Ceccano, fatta l'in¬ domani della sua scomparsa.
Il 30 gennaio, sempre di domenica ed alla stessa ora della settimana precedente, alcuni caccia alleati tornano nuovamente a mitragliare bosco Faito. La tragica scomparsa delle cinque persone aveva lasciato grande dolore nel cuore degli abitanti della contrada. Micheli Antonio, di quarantuno anni, abitante in Colle S. Paolo era un parente delle vittime e più degli altri deve aver sofferto al cospetto di quei corpi straziati. Alla vista degli aerei che nuovamente vengono a portare morte e distruzione prende un moschetto e spara dei colpi.
I! fatto però non termina qui perché successivamente rivolge l'arma anche contro i tedeschi, anche essi responsabili della guerra in corso.
Per i tedeschi è molto facile catturare un uomo solo, disarmarlo e caricarlo su un camion per portarlo dentro la fabbrica.
Micheli durante il percorso si dibatte, reagisce e colpisce violentemente un maresciallo tedesco.
Gli ultimi momenti della sua vita nessuno è in grado di raccontarli ma certamente sono stati raccapriccianti.
Ufficialmente risulta essere stato fucilato ma il nipote Giovanni che lo dissotterrò per riportarlo in famiglia e rendergli delle degne onoranze funebri, trovò il suo corpo pieno di lividi ed ancor oggi non esclude l'inquietante ipotesi che il povero Antonio sia stato sotterrato ancora in vita.



  
  

domenica 5 gennaio 2014

Noa. Una rassicurante agente degli apparati ideologici dello Stato israeliano


Forum Palestina

Nel gennaio di cinque anni fa, mentre i bombardieri, le navi da guerra e l’artiglieria israeliana rovesciavano sulla povera gente di Gaza l’operazione “Piombo Fuso” con migliaia di tonnellate di bombe, missili e fosforo bianco, la cantante israeliana Noa fece pubblicare una sua “lettera aperta” ai Palestinesi in cui scriveva: “Io so che nel profondo del vostro cuore desiderate la morte di questa bestia chiamata Hamas che vi ha terrorizzato e massacrato, che ha trasformato Gaza in un cumulo di spazzatura fatto di povertà, malattia e miseria”. Aggiungendo poi: “Posso soltanto augurarvi che Israele faccia il lavoro che tutti noi sappiamo deve esser fatto, e vi sbarazzi definitivamente da questo cancro, questo virus, questo mostro chiamato fanatismo, oggi chiamato Hamas. E che questi assassini scoprano quanta poca compassione possa esistere nei loro cuori e cessino di usare voi e i vostri bambini come scudi umani per la loro vigliaccheria e i loro crimini”.
E’ amaro constatare che l’augurio di Noa venne esaudito. L'esercito israeliano si è "sbarazzato" di 1500 palestinesi, fra cui 400 bambini, fra cui oltre 100 donne, provocando anche più di 5000 feriti e riducendo Gaza a un cumulo di macerie.

Alla lettera di Noa rispose il regista israeliano Udi Aloni, scrivendole: “Cara Achinoam Nini (è il vero nome di Noa), ho scelto di rispondere a te e non all'intera destra rabbiosa, perché credo che il tradimento del campo della pace superi il danno causato dalla destra di migliaia di volte. (...) Tu ruoti gli occhi, usi le tue parole d'amore al servizio dei tuo popolo conquistatore e chiedi ai Palestinesi di arrendersi con voce tenera. Tu dai ad Israele il ruolo di liberatore. Ad Israele - che, per oltre 60 anni, li ha occupati e umiliati.” E ancora: “Abbiamo coperto i loro cielo con i jet da combattimento, svettanti come angeli dell'inferno e seminando morte a caso. Di quale speranza stai parlando? Abbiamo distrutto ogni possibilità di moderazione e di vita in comune nel momento in cui abbiamo saccheggiato la loro terra, mentre eravamo seduti con loro al tavolo del negoziato. Possiamo avere parlato di pace, ma li abbiamo derubati anche degli occhi. Essi volevano la terra data loro dal diritto internazionale, e noi abbiamo parlato in nome di Dio.”
Cinque anni dopo i 1.500 morti e gli oltre 5.000 invalidi provocati dall’operazione Piombo Fuso, la Striscia di Gaza è ancora assediata, è ancora impedito l’ingresso degli aiuti umanitari, inclusa una delegazione italiana che proprio in questi giorni si sarebbe dovuta recare all’ospedale Al Awda e nei campi profughi palestinesi nella Striscia di Gaza.
Per questi motivi, il concerto natalizio di Noa a Palermo è una vergogna, e il fatto che sia stato organizzato all’insegna della pace e dell’incontro fra mondi diversi (con tanto di bandiera No Muos alle spalle) strumentalizzando la bandiera No Muos, è un vergognoso inganno.
Gli apparati ideologici dello Stato di Israele si sono dimostrati molto spregiudicati e abilissimi nel presentare la mano sinistra della pace per nascondere la mano destra dell’occupazione coloniale dei Territori Palestinesi e dell’apartheid. Nei momenti di distensione è facile essere messaggeri di pace, ma è nei momenti decisivi che lo schierarsi con la pace o con la guerra, con l’autodeterminazione o l’oppressione fa la differenza.

Noa con i No Muos? No, grazie!

Comitato di base NoMuos/NoSigonella – Catania

Il comitato NoMuos di Catania esprime la propria disapprovazione dinanzi al gesto della cantante Achinoam Nini – meglio nota come Noa –, ritratta in una fotografia mentre sventola orgogliosa la bandiera simbolo della nostra lotta. Non abbiamo bisogno di questi sponsor che da un lato predicano la pace, mentre dall'altro, nei fatti, spingono verso soluzioni militariste dei conflitti geopolitici.
Il No MUOS è un simbolo di lotta concreta per la solidarietà tra i popoli, intrinsecamente antimilitarista, che non fa sconti a nessuno e non accetta compromessi di alcun genere quando si parla di guerra. Noi siamo contro l'uso delle armi in qualsiasi contesto e in qualsiasi situazione.
Come attivisti No MUOS ci sentiamo profondamente offesi e indignati da questo gesto, non accettiamo assolutamente di essere associati ad una figura la cui biografia ha delle notevoli zone d'ombra.
Per prima cosa, la nostra “messaggera di pace” ha prestato servizio obbligatorio nell'esercito israeliano. Avrebbe potuto benissimo schierarsi con quei giovani israeliani (Refusenik) che rifiutano di svolgere interventi nei Territori Occupati, condannandosi al carcere e allo stigma sociale, ma evidentemente all'epoca non aveva ancora maturato la sua scelta pacifista.
Sarà forse per questo che, ravvedutasi sulla via di Damasco, durante la famosa operazione “Piombo fuso” a Gaza del 2009, scrisse una lettera aperta alla popolazione palestinese, in cui non mancò di definire Hamas come un cancro da estirpare con ogni mezzo, in quanto vessillo del fanatismo e dell'integralismo, giustificando così l'intervento israeliano doloroso ma necessario.
Questa “operazione chirurgica” di guerra – come amano definirla le sanguisughe dei Mass media – costò la vita (secondo stime ufficiali) a 1500 palestinesi, di cui500 tra donne e bambini.
Il MUOS è uno strumento di guerra dell'esercito USA, il cui scopo sarà quello di essere impiegato nello scenario mediorientale, al servizio anche di Israele, che giorno dopo giorno allarga la sua sfera di influenza sugli scarsi territori palestinesi, attraverso “chirurgiche” operazioni, rinchiudendo due milioni di esseri umani nella prigione a cielo aperto di Gaza.
Cui prodest Noa?
Noi crediamo che Noa sia a conoscenza di tutto questo, che sappia a cosa serva il MUOS, che conosca benissimo l'utilizzo che sarà fatto di questo impianto: guidare i Droni che bombarderanno anche i territori palestinesi.
Nell'ambito di una solidarietà fasulla, Noa è la testimonial delle peggiori nefandezze compiute all'insegna dei diritti umani. Una “funzionaria intellettuale” dell'egemonia israeliana – facendole dei complimenti – il cui compito precipuo è quello di imbellettare e confezionare, per noi occidentali, una versione sterilizzata della verità sulla questione palestinese, che vede questi ultimi vittime del fanatismo religioso di Hamas, prigionieri di un'organizzazione intransigente verso Israele. Come se Hamas impedisse, ai Gazawi, di venire incontro alla mano amica del governo israeliano. Quella mano tesa che non aspetta altro, di modo che possa compiere con maggiore efficienza il genocidio che sta perpetrando da oltre mezzo secolo su una popolazione sempre più ridotta alla miseria e alla disperazione.
Gli attivisti No MUOS, ribadendo la propria solidarietà internazionalista con la resistenza del popolo palestinese, denunciano questo tentativo di strumentalizzazione, soprattutto in occasione dell'apertura di un centro di accoglienza per rifugiati: un paradosso stridente e difficilmente sopportabile.