Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 10 agosto 2022

La mancanza di pensiero critico ha invaso tutti i partiti. Una reale speranza rimane l’Unione Popolare

 Professor  Paolo Maddalena



Dalla stampa odierna emerge con sempre maggior ampiezza che l’attuale campagna elettorale si svolge in un’atmosfera di totale povertà di idee.

Tutto mira alla cattura dei voti, per la quale diventa importante fare a gara a chi la spara più grossa, purché abbia la capacità di ingannare i cittadini, facendo passare come vera la più evidente menzogna.

ll caso più evidente è quello della Flat Tax, che viene definita da Berlusconi lo strumento attraverso il quale si assicura “la crescita dei redditi”.

Fatto assolutamente menzognero, poiché la tassazione dei meno abbienti produce una diminuzione della domanda e quindi agisce contro lo sviluppo economico. 

Sul piano generale si può dire che un filo comune, tranne una sola eccezione, di cui presto dirò, che unisce gli accennati  partiti, è quello neoliberista, cioè l’errato convincimento secondo il quale, ai fini del supposto sviluppo economico, la ricchezza deve essere tolta al Popolo e attribuita alle multinazionali e alla finanza internazionale.

Domina cioè un istinto di servaggio che copre quasi tutto l’arco costituzionale da Draghi alla Meloni, sia pur con qualche sfumatura per quanto riguarda la scelta fra l’Atlantismo ferreo di Draghi e la simpatia orbaniana della Meloni. Per il resto, come dicevo, c’è il vuoto più assoluto.

In questa situazione, nella quale pare che i partiti ai quali ho appena fatto cenno, mirano alla distruzione dell’economia del Popolo italiano, e il pericolo maggiore sta nel fatto che, a seguito della diminuzione del numero dei parlamentari è divenuto possibile che le forze di destra, raggiungendo i due terzi dei voti del Parlamento, modifichino l’intera Costituzione della Repubblica italiana senza dover passare per il referendum popolare.

In questo modo la vittoria del neoliberismo sarebbe definitiva. Per fortuna l’integerrimo sindaco di Napoli, già magistrato perseguitato per la sua rettitudine, il dottor Luigi De Magistris, ha istituito il partito: Unione Popolare che, secondo le sue parole, mira a dimostrare che: “il Popolo è più forte dei saltimbanchi della politica”.

In questa tragica situazione è inutile parlare del cosiddetto voto utile, perché i saltimbanchi sono soltanto dannosi, e lo sforzo massimo che si chiede ai votanti è quello di difendere la Costituzione e cioè il Popolo italiano elemento costitutivo, insieme con il territorio e le ricchezze che questo contiene, della nostra Repubblica democratica.

E si tenga presente che i frutti negativi dell’attuale sistema economico predatorio neoliberista cominciano ad esser sentiti a livello europeo. Tant’è vero che, dopo aver sospeso il patto di stabilità, il prossimo 28 settembre il Parlamento europeo voterà per istituire una infrastruttura pubblica comune di ricerca biomedica, al fine di trovare nuovi farmaci, vaccini e tecnologie medicali con il sostegno dei governi dell’Unione europea.

Come al solito i nostri politici, tranne la dovuta eccezione appena riferita, camminano come il gambero , cioè vanno indietro anziché andare avanti.

lunedì 1 agosto 2022

TUTTOMERCATO CALCISTICO/PARTITICO

 Luciano Granieri



Notizie di mercato calcistico/partitico

ROMA: Dopo gli acquisti del terzino Celik, del portiere di riserva Svilar, l’acquisizione del parametro zero Nemanja Matic, centrocampista pupillo di Mourinho, e soprattutto dopo il grande colpo dell’ingaggio di Dybala, la Roma si appresta a chiudere la trattativa per il centrocampista nazionale olandese, in uscita dal Psg, Georginio Wijnaldum. A quanto sembra restano da definire alcuni dettagli prima di completare definitivamente il passaggio del centrocampista Orange alla Roma. A buon punto sembra anche la trattativa per portare alla corte di Josè Mourinho il “Gallo” Belotti, come vice Abraham. Il calciatore, svincolato dal Torino, avrebbe accettato la destinazione giallorossa, ma l’acquisto è legato alla cessione di un attaccante presente nella rosa della Roma. Da questo punto di vista gli accordi per il trasferimento di Shomurodov al Bologna sembrano in positiva via di definizione.

LAZIO: Non pervenuto

CENTRO DESTRA: La squadra è fatta, è  al completo, nonostante qualche defezione eccellente (Gelmini, Carfagna, Brunetta) . Lega, Fratelli D’Italia, e Forza Italia, più qualche elemento fascista svincolato, hanno definito la formazione. Ci sono ancora piccoli problemi legati alla divisione degli ingaggi, ma la probabile cospicua dote di collegi uninominali ottenibili, con il conseguente successo nelle liste proporzionali, non dovrebbe creare ostacoli di sorta. Sono loro i veri favoriti.

PARTITO DEMOCRATICO: Proseguono i contatti serrati con Carlo Calenda. La trattativa, intavolata sulla base della promessa di quattro collegi uninominali sicuri, ha visto un rialzo della posta, da parte del capo di "Azione" dopo l’ingaggio di Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, in uscita da Forza Italia. Calenda ora non è disposto a ragionare se non si parte almeno da sei collegi uninominali sicuri più bonus: cinque o sei candidati in posizione privilegiata nelle liste proporzionali. L’Alleanza "Verdi, Sinistra Italiana", sembra accontentarsi dei tre collegi uninominali sicuri promessi, ma una presunta incompatibilità con il possibile nuovo acquisto Calenda, potrebbe determinarne, anche se l’ipotesi sembra molto difficile, il trasloco verso un fantomatico Terzo Polo. Alcuna possibilità ha Renzi di entrare nella squadra.  La sua richiesta di sei collegi uninominali sicuri è stata pesantemente rigettata dal Pd. Una contropartita ritenuta esagerate e fuori luogo per l’ormai ex presidente del consiglio, caduto in disgrazia dopo anni di guastatore al servizio dei poteri forti. Di Maio, accolto da Tabacci per evitare i play off della raccolta delle firme, ha messo insieme con il nuovo amico centrista il gruppo “Impegno Civico”. Per entrare nell’alleanza guidata dai Dem la contropartita sarebbe esigua, quasi nulla. Qualche bonus nelle liste proporzionali, al massimo un collegio uninominale sicuro. Altri soggetti girano intorno a questa coalizione ma per adesso non si ha notizie di trattative particolari.

TERZO POLO: Dovrebbe nascere attorno allo svincolato di lusso “Movimento 5 Stelle”, il quale, per ora, sembra orientato a comporre la squadra  in solitudine convinto di poter avere una residua dote di collegi uninominali e di buone posizione nelle liste proporzionali. Al soggetto, che non ha rinnovato con il Pd, guidato da Giuseppe Conte e sostenuto dal vecchio mentore Bebbe Grillo, potrebbe provare ad accasarsi la nuova formazione "Unione Popolare", una triade formata da Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e Dema, guidata dall’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. L’accordo consentirebbe ad e Unione Popolare, di evitare i   play off della raccolta firme, e ai 5 stelle di ottenere in contropartita qualche collegio in più al sud. A questa compagine, potrebbero guardare con favore Verdi e Sinistra Italiana, i quali,  nel caso in cui l’ingaggio di Calenda nella squadra Pd, dovesse intaccare la loro dote di tre seggi uninominali sicuri, potrebbero guardare con favore a questa terza squadra. E’ necessario precisare comunque che le trattative all’interno del terzo polo, non sono neanche state avviate. Lo scenario qui descritto è del tutto ipotetico e ancora lontano dal realizzarsi. 

Un quadro generale più preciso lo potremo avere a fine agosto.



venerdì 29 luglio 2022

Valore politico ed "istituzionale" dell'astensionismo.

 Sergio Bagnasco, tratto dal gruppo mail del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.



Dal 2001 a oggi abbiamo avuto:

- 9 leggi di revisione costituzionale approvate
- 2 respinte con referendum (entrambe non considerabili "revisioni" ma questo è altro tema)

Tutte le riforme approvate - con una sola eccezione - hanno deturpato la Costituzione inserendo nella Costituzione stessa autentiche mine vaganti; penso in particolare alla pessima riforma del Titolo V (2001) e quella del 2012 che introduce il principio del pareggio di bilancio. E l'eccezione? La riforma del 2007 dell'art. 27 che cancella la pena di morte anche dalle leggi militari.
  
Solo in questa legislatura sono state approvate 4 riforme costituzionali e la fine anticipata ha interrotto l'iter di altre 8 proposte di revisione; una proposta è stata respinta (l'elezione diretta del PdR).

Tutto questo lavorio intorno alla Costituzione mai si è svolto  per attuarla,  come dimostra il totale disinteresse per la legge elettorale, il vigente porcus rosatus, che priva i cittadini dei diritti costituzionali di scelta dei propri rappresentanti. 

Da anni il parlamento, con la complicità dei presidenti della repubblica pro tempore, è occupato da usurpatori che non rappresentano il popolo ma solo le imprese partitiche di cui sono al servizio.

Occorre prendere atto che viviamo, dal 1948, in un regime partitocratico di cui tutti i partiti - senza alcuna eccezione - sono responsabili anche se con gradazioni diverse.

Teniamolo presente in vista del 25 settembre, perché il nemico è la partitocrazia.

Per riprendere nelle nostre mani qualche scampolo di sovranità, dovremmo interrogarci su come dare valore politico all'astensione, che non è solo disinteresse ma soprattutto il prodotto della emarginazione politica voluta dai partiti ai quali non frega nulla sa a votare va solo il 50% degli aventi diritto.

Bisogna fare in modo che gliene freghi qualcosa.

Come?

Per esempio assegnando alle liste elettorali una quota di seggi corrispondenti alla quota di voti validi in rapporto agli aventi diritto.

I partiti devono essere premiati in base alla loro capacità di coinvolgere gli elettori e portarli al voto. Se le urne sono sempre più vuote, perché i partiti dovrebbero avere la totalità dei seggi predisposta per rappresentare tutti gli italiani?

Se i voti validi sono solo il 70%, ai partiti sarà distribuito solo il 70% dei seggi.

E il restante 30%?
Sarà distribuito, con criteri statistici e demografici, con sorteggio tra i cittadini che hanno i requisiti di legge e che hanno dato la loro disponibilità iscrivendosi nell'apposito registro pubblico.

Una cosa simile i partiti non la faranno mai, ma noi possiamo ottenerla.

Il 25 settembre si avvicina e sarà opportuno tenere presente che il "non voto" per tanti appare come un comportamento razionale dal momento che votare non porta benefici. Le promesse elettorali non sono mai mantenute, le persone elette fanno quel che vogliono, quel che dicono oggi non vale più domani, le alleanze elettorali sono effimere e utilitaristiche ... 

Perché dedicare tempo a informarsi per decidere chi votare se tanto non so in realtà CHI voto e cosa rappresenta ciò che voto? 

Dal punto di vista di chi decide di "non votare" è irrazionale chi vota, oltre ad apparirgli come un ingenuo, un illuso. 

Non ho mai cavalcato l'astensione, nemmeno negli ultimi referendum, ma capisco molto bene le ragioni di chi non vota e ritengo sia riduttivo e semplicistico ridurre l'astensione all'auto-esclusione quando il mondo dei partiti lavora alacremente da molti anni per scavare un fossato tra cittadini e politica istituzionale. 

L'astensione è soprattutto una forma di emarginazione politica generata dalle forze politiche che sono totalmente disinteressate alla partecipazione dei cittadini perché questa non influisca sul loro potere.
 
L'altra faccia della stessa realtà è che mentre cresce l'astensione si moltiplica il numero dei partiti (più di 70), delle liste civiche e delle associazioni politiche. La politica nella società riscuote quindi molto interesse, ma la politica nelle istituzioni lascia parecchio indifferenti. 

Per tutto ciò, occorre dare rappresentanza politica all'astensione per combattere l'emarginazione.

lunedì 25 luglio 2022

Esiste la voce "Sanità Pubblica" nell'agenda Draghi?

 Luciano Granieri



Stamattina recandomi presso l’ospedale Spaziani di Frosinone ho notato, fuori dalle porte d’ingresso, bandiere della Cgil (funzione pubblica) e della Cisl. Non credo che fossero li per porgere il benvenuto al nuovo direttore generale, architetto…...architetto? Angelo Aliquò, ma sicuramente per protestare a seguito di disservizi sanitari che, a dire il vero, sono da tempo diffusi e gravi. "Finalmente un sussulto per la difesa del diritto alla salute!" Mi dico. Però, poi, mi sono chiesto: si rendono conto queste forze sindacali che la situazione in cui versa la sanità oggi è figlia di quel processo di privatizzazione forzata dei servizi pubblici iniziata da Mario Draghi, con il discorso, quasi un programma politico, che l’allora direttore generale del Tesoro, tenne alla comunità finanziaria il 2 giugno 1992 a bordo dello yacht Britannia? 

Si rendono conto che nel passaggio dal governo Conte due, all’esecutivo Draghi la dotazione di fondi per la sanità inserita nel PNRR è passata da 4 a 2 miliardi (vedi mai che l’obiettivo del definanziamento dei fondi ai danni del sociale, sia stata la ragione della sostituzione dell’avvocato del popolo con il banchiere?), e finalizzata esclusivamente alla costruzione delle case di comunità, precisando peraltro che l’assunzione del personale sanitario necessario per far funzionare queste strutture deve essere effettuato "senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanzia pubblica?"  Così come lo stesso criterio deve essere usato per ingaggiare medici ed infermieri indispensabili a far funzionare le strutture esistenti? 

I sindacati con le bandiere fuori dall’ospedale sono coscienti che i soldi del PNRR in sanità servono solo per le mura, ed infatti il personale sanitario, sottopagato, o emigra all’estero, o verso il privato che lo paga molto di più, o muore per sovraccarico di lavoro nella struttura pubblica come il primario in servizio presso l’ospedale di Manduria, colto da un infarto dopo aver prestato servizio 24 ore di seguito? 

Se ne rendono conto evidentemente, infatti protestano.  Ma perché allora si sono spesi con attestati di stima ed inviti a non dimettersi dalla presidenza del consiglio, proprio verso colui che ha iniziato il processo di spoliazione della sanità pubblica, unico e solo colpevole del disagio del personale medico-infermieristico e della disperazione dei pazienti che vivono il soccorso e la degenza come se fossero finti in un girone infernale? Vai a capirli certi sindacati! 

Per la cronaca mi trovavo lì per accompagnare mia suocera ad una visita di controllo dopo un intervento di disostruzione coronarica. Arrivo  alle 8,00, la visita era programmata per le 8,30, ma  non era presente alcun addetto alla reception, sito incaricato, fra l’altro di fornire le sedie a rotelle necessarie per accompagnare i pazienti non deambulanti o deambulanti a fatica, verso i reparti. 

Niente addetto niente sedia. Non proprio. Uno di questi dispositivi era parcheggiato all’interno dell’ufficio del Tribunale dei Diritti del malato, associazione di cui faccio parte, per cui recuperando le chiavi dell’ufficio, sono riuscito a procurare la sedia. Facendo qualche indagine per venire a capo del disservizio, scopro che la reception è affidata ai ragazzi del servizio civile, molto volonterosi, ma con poca familiarità con le problematiche annesse.  A questo siamo? All’affidamento dei servizi accessori di un ospedale che ambisce alla qualifica di DEA di II livello, al volontariato e al servizio civile? 

Le analisi,  le prestazioni strumentali e i controlli su mia suocera, vengono puntualmente effettuati, ma, nel frattempo, il primario del reparto, nonché presidente provinciale dell’ordine dei medici,   deputato alla lettura dei riscontri diagnostici, con conseguente definizione della prognosi , è convocato dal nuovo direttore generale. La riunione si protrae per più di due ore e i pazienti in attesa di prognosi e terapia, rimangono sospesi in un insopportabile limbo.

 Indignato telefono alla direzione generale facendo presente che i primari dei reparti non possono essere cooptati dal direttore  in orario di servizio, lasciando i pazienti in ansia per la loro condizione,  a seguito di motivi, diciamo così manageriali. Pare che il sollecito abbia ottenuto l’esito sperato, ed infatti il primario si presenta dopo poco, adempie ai suoi obblighi e ci congeda spiegando che la riunione presso la direzione generale verteva sul drammatico problema dell’affollamento del Pronto Soccorso. 

E sai che novità! Il problema è endemico e diffuso in tutta Italia ed in tutta la Regione. Secondo il Tribunale dei diritto del Malato del Lazio mediamente ogni pronto soccorso regionale presenta 786 pazienti lì parcheggiati, in attesa , anche da più giorni, di essere ricoverai perché i reparti che dovrebbero riceverli sono sotto organico. Stamattina i malati in attesa al pronto soccorso di Frosinone erano più di cento. Del resto se mancano nella Regione Lazio 357 medici di Pronto Soccorso e l’insufficienza cronica di personale infermieristico è ormai insostenibile, questi esiti infernali sono inevitabili. 

Nonostante ciò l’agenda Draghi, oltre ad aver provocato i danni già descritti alla sanità pubblica, prevede che la spesa sanitaria diminuirà dal 7% al 6,2% del Pil nei prossimi tre anni, e che le procedure per accreditare le cliniche private presso il sistema sanitario nazionale siano molti più semplificate. Una vera e propria svendita della sanità pubblica ai privati, nonostante la pandemia abbia dimostrato la letalità di queste politiche.  Proprio come in Lombardia. Allora mi domando, c’è molta differenza fra l’agenda Draghi, diventata programma del Pd e il modello di sanità fascio leghista? 

Concludo con una proposta: perché non assumere al posto di medici ed infermieri le ragazze ed i ragazzi della protezione civile. Hanno volontà sono giovani, certo ci sarà qualche decesso in più fra i poveracci che non possono permettersi le cure private, ma sai che risparmio di denaro pubblico e sai quanti affari faranno in più le cliniche private! 

giovedì 21 luglio 2022

Questione di blocco sociale.

 Luciano Granieri



Ciò che mi ha più colpito “dell’affaire” Draghi, non sono stati i tira e molla sulle sue dimissioni. L’arsenale a disposizione del capitale finanziario per scongiurare scenari avversi, è già schierato sul campo di battaglia: mi riferisco all’aumento dello spread, e degli interessi dei titoli di Stato Italiani che oggi, whatever it takes, la Bce promulgherà. Se non sarà un Draghi bis, dopo le elezioni d’autunno, sarà un esecutivo guidato da un presidente del consiglio ventriloquo dell’Ecofin per giunta votato da un Parlamento di “tappetini nominati”. 

 Ciò che ha attirato la mia attenzione è stato il discorso di replica che Draghi ha tenuto in Senato annunciando la sua irrevocabile decisione. Il presidente dimissionario ha rinfacciato, a Lega e Forza Italia, di aver osato contestare norme fiscali, tipo aggiornamento degli estimi catastali sugli immobili, le modalità di affidamento delle concessioni balneari e delle licenze per i taxi iscritte nel decreto concorrenza. Ha accusato i reduci del M5S di essersi messi di traverso per la mancata approvazione del salario minimo e sulla devastazione del reddito di cittadinanza. 

Draghi, cioè, ha rinfacciato ai vertici di  certi suoi schieramenti amici di aver anteposto le ragioni (condivisibili o meno) dei propri rappresentati, agli interessi inalienabili del capitale finanziario. Dunque non è vero che i blocchi sociali non esistono. Se la piccola,  media borghesia accattona, quella dell’evasione ed elusione fiscale, quella moralistica della famiglia tradizionale stile “suburbicon”, rappresentata da forze pur comprese in un governo di unità nazionale, tenta, e addirittura, concorre a provocare una crisi di governo pur di veder accolte le proprie istanze, che ne è dei rappresentanti del blocco sociale che soffre per l’aumento del costo dei servizi indispensabili, dovuto alle obbligatorie privatizzazione scritti nel decreto concorrenza? 

Chi c’è in Parlamento a rappresentare i lavoratori che rischiano la vita ogni giorno e muoiono alimentando una strage senza fine? Vittime sacrificali del decreto semplificazioni, che liberalizza i subappalti, gli affidamenti al massimo ribasso e fornisce mano d’opera non protetta, giovane e gratis, alle imprese, attraverso il programma scuola lavoro. Questo per fare alcuni esempi. In definitiva, chi in Parlamento rappresenta l’80% dei soggetti che tutti insieme non arrivano a guadagnare quanto il 20% di Paperoni presenti in Italia? Non mi pare il Pd, quel partito che, in teoria, per tradizione, dovrebbe avere a cuore, visto le sue origini, le classi subalterne. 

Ma lo sappiamo ormai tutti che queste origini sono state abiurate e rinnegate. Risulta stonato e cacofonico sentire il segretario del partito democratico, intervenuto ieri al festival del Pd di Roma, ancora ignominiosamente e vergognosamente nominato “dell’Unità” (il giornale fondato dal comunista, anticapitalista e antifascista Gramsci, e sfondato dall’impostore Renzi) invocare la permanenza del presidente banchiere. 

Ma è giusto così. Il blocco sociale del Pd è quello dell’alta finanza, dalle banche, dai fondi d’investimento. Però è bene che chiunque voglia arare il devastato campo largo, da sinistra, sia consapevole di tutto ciò, per non incorrere in innamoramenti elettorali impropri, ingiustificabili e letali.

 Un ultima riflessione. Risparmiateci, durante la campagna elettorale che sta per aprirsi, la litania che se vince la destra ci sarà un arretramento nei diritti civili e dunque bisogna unirsi contro la barbarie. A me sembra che le navi delle Ong con a bordo gli immigrati, siano rimasti in balia delle onde per giorni, in attesa di attraccare in un porto sicuro, anche durante il governo Draghi.

 Il problema della cittadinanza agli stranieri da decenni sta sul tavolo del legislatore. Come mai Ius soli e Ius scholae, non sono mai stati approvati, rinviati in ossequio a priorità legislative sempre più impellenti anche all’epoca dei governi di centro sinistra? 

 Lo stesso dicasi per le unioni civili fra persone delle stesso sesso e LGBT+. Che pur essendo state approvate, attraverso la legge Cirinnà, non possono realizzarsi a meno che ad usufruirne non siano Dolce e Gabbana, Turci e Pascale, Matano e Mannino. Infatti la terribile crisi sociale in atto consente solo a chi ha i soldi di acquisire certi diritti. E i diritti o sono disponibili per tutti o sono privilegi.

martedì 19 luglio 2022

Papeete due

 Luciano Granieri



In merito all’annosa vicenda della possibile crisi di governo, mi sorge spontanea una domanda. Perchè un presidente del consiglio si presenta dimissionario dal Capo dello Stato, dopo aver ricevuto la fiducia in Parlamento (sul “Decreto Aiuti”) con una maggioranza dei due terzi? 

Di solito ci si dimette dopo essere andati sotto in aula constatando il venir meno della maggioranza. Per lo meno fino ad oggi è stato così. Mattarella, come da prassi costituzionale, ha rinviato il “dimissionario” al giudizio del Parlamento. 

 La risposta, secondo me, si lega al fatto che il burocrate, ex vice presidente di Goldman Sachs,  agogna ai pieni poteri, così come Salvini li pretese nell’estate del 2019, complici sondaggi elettorali smaccatamente favorevoli e l’effetto alcolico di un mojito. 

Ma la differenza è sostanziale. Mentre il leghista azzardò in modo sciagurato e fallimentare un fantomatico scioglimento delle Camere per un voto che, secondo lui, lo avrebbe incoronato duce in modo plebiscitario, il banchiere sa di avere dalla sua tutti, tranne i risibili, diasporati seguaci di Conte, sempre più esigui, e i Camerati d’Italia della Meloni, che però sotto la faccia truce, non sono poi così oppositivi. 

L’incoronato Re, passato dalla Bce al trono italico, già si era offeso quando qualcuno, fra cui l’irresponsabile Giuseppe Conte, aveva fatto notare che la decisione di inviare le armi in Ucraina doveva passare dal Parlamento. Il banchiere aveva parlato, commentando il fatto, di inaccettabile commissariamento del Governo da parte dell’assise parlamentare, come se Deputati e Senatori non avessero il minimo diritto di intrigarsi in questione così difficili, nonostante la Costituzione dica altro. 

Oggi non tollera neanche la minima defezione nella sua consolidata claque. Come si permettono quattro sciagurati reduci del “vaffa” indottrinati da un comico, ricondotto ormai a più miti consigli e aizzati da un sedicente avvocato del popolo, di pretendere un impegno su faccende tipo, il salario minimo, o la limitazione della devastazione del reddito di cittadinanza? Questo ardire irresponsabile di quattro sciamannati, per altro, è condannato da tutti. E tutti si stanno stracciando le vesti affinchè, Mario nostro, rimanga sul trono. 

Appelli in favore di Draghi si moltiplicano, dai vertici della Ue al presidente Biden, dalla confindustria alla Cgil (a proposito che ne è delle rivendicazioni emerse nella manifestazione con sciopericchio del dicembre scorso quando Landini accusava il governo di prendere in giro i lavoratori? ) 

 Addirittura si registrano appelli dell’Anpi, di sindaci ed amministratori locali, dei veterinari, dei palafranieri e dei venditori de’ nocchie,  perfino della vicepresidente ucraina la quale, fra una bomba e l’altra, ha trovato il tempo tempo di occuparsi delle cose di casa nostra. 

Si organizzano raccolte di firme e manifestazioni di piazza per chiedere che super Mario, whatever it takes, rimanga in sella . “ Draghi resta” questo era il grido di dolore che si alzava ieri dalle piazze, non troppo piene, a dire la verità. Mamma mia!!!! La cosa mi mette brividi. Mi ricorda, anche se con toni meno drammatici, la marcia dei quarantamila colletti bianchi della Fiat, quella marcia che segnò la resa, orchestrata dai sindacati complici, delle classi subalterne nel conflitto sociale. 

Come andrà a finire domani in Parlamento? Lo ignoro. Credo però che Draghi, forte di un grande consenso, che sicuramente farà valere, rimarrà a Palazzo Chigi ma a condizione di avere i “pieni poteri” per l’appunto, ciò che non era riuscito a Salvini nell’estate del 2019. Guai a contrastare le gesta del banchiere conducator, è lesa maestà, è tentativo di golpe. Stiano zitti pure i Fratelli d’Italia! Perchè non si può mettere a rischio il programma di riforme che solo Draghi può portare avanti e che ci assicura i prestiti del PNRR , perché, sia chiaro, sono prestiti onerosi. 

Appunto. Quali sono queste riforme?:  Quella sulla giustizia che consente ai criminali abbienti in grado di permettersi fior di avvocati abili a tirare per le lunghe il processo, di sfangarla perché ad un certo punto interviene l’improcedibilità? Quella sulla delega fiscale che non prevede una progressività sul pagamento dei tributi (è una bestemmia!) ma cambia le aliquote in modo risibile, per poi favorire come al solito, chi percepisce redditi più alti? O quella sulle semplificazioni che apre ai subappalti al massimo ribasso come se le stragi sul lavoro fossero una narrazione fantasiosa? O ancora quella sulla concorrenza, che consegna alle lobby private i servizi pubblici, sanità e acqua compresi? 

Per chi ci si sta stracciando le vesti? Per uno che a fronte di un aumento incontrollato dell’inflazione e della drammatica perdita del potere d’acquisto dei salari, l’unica cosa che riesce a mettere in campo è un’elemosina “una tantum” di 200 euro da elargire anche ai miliardari? Perchè è evidente che la giustizia sociale o è per tutti o non è. 

Siamo contenti e gaudiosi che rimanga un presidente del consiglio il quale dopo la tragedia del Covid ha definanziato la sanità pubblica portando gli investimenti dal 6% al 5,6% del Pil. 

 A questo punto pongo un’altra domanda a tutti i soggetti, politici, sindacali, dell’associazionismo che invocano la lotta contro le diseguaglianze e l’aumento della povertà, e che si appellano affinché Draghi rimanga al comando. Si rendono conto, costoro, che stanno acclamando e pregando un tizio che dalla tolda di Palazzo Chigi tutto fa tranne che diminuire diseguaglianze e povertà? Anzi le aumenta pure?.

giovedì 30 giugno 2022

Perché i poteri forti vogliono che Draghi resti al comando

 Alfonso Gianni (articolo scritto per "terzo giornale" il 28 giugno 2022)



Fin dal suo inizio era chiaro che il governo Draghi non avrebbe potuto dirsi un governo tecnico. Del resto governi che in Italia si sono succeduti sotto questa dicitura, come quelli di Ciampi, di Dini e di Monti hanno finito per incidere sulle vicende politiche, sociali e istituzionali del nostro paese assai più profondamente e durevolmente di quanto non abbiano fatto gli esecutivi nati con lo stigma della politica. Chi non ricorda che fu sotto il governo Ciampi che si impose il modello della concertazione tra le parti sociali che finì il sindacato minandone la potestà salariale, concausa del fatto che mentre altrove le retribuzioni sono salite, nel nostro paese hanno perso in trent’anni il 2,9% del loro valore? Chi può dimenticare che fu con il governo Dini che si fece una delle più importanti (contro)riforme che hanno segnato la storia sociale del paese e la vita quotidiana dei suoi cittadini, quale quella delle pensioni? Che poi il governo Monti, tramite l’opera della Fornero, ulteriormente peggiorò. Nel momento in cui con la loro stessa presenza quei governi evidenziavano la crisi della politica, diventata un tracollo con gli anni novanta, essi, forti delle forze sociali dominanti che li sostenevano, seppure a termine, esercitavano più fortemente e direttamente il potere politico di cui venivano investiti.

Con il governo Draghi si è fatto un rilevante passo in avanti nella stessa direzione. Con Draghi si realizza una compenetrazione tra governance europea e governo nazionale in modo molto più forte ed evidente che non nel passato. Si può ben dire che Draghi non sia stato il “pilota automatico” messo in azione per l’ignavia e l’incapacità dei ceti politici e sociali dominanti del nostro paese. Draghi è piuttosto l’ingegnere costruttore di un determinato meccanismo/sistema che tende a superare le forme classiche della democrazia, così come la abbiamo conosciuta pur con tutti i suoi difetti.

Il percorso di costruzione dell’Unione europea è stato contrassegnato dalle teorie funzionalistiche e dei piccoli passi, dall’economia alla politica, di Jean Monnet e David Mitrany. La crisi della democrazia classica, come l’abbiamo vista svilupparsi nelle società europee a capitalismo maturo, ha subito una forte accelerazione con la fine dei cosiddetti trenta anni gloriosi del capitalismo, per l’incapacità e non volontà di rispondere positivamente alle domande e ai bisogni più complessi delle popolazioni sviluppatisi a seguito della stessa lotta di classe di cui il welfare state era stato ad un tempo l’esito e il pompiere.

Come ha osservato Danilo Zolo è stato Niklas Luhmann ad interpretare nel modo più coerente e raffinato gli interessi di classe tardo-borghesi. Negli anni Ottanta, in particolare, Luhmann “appare allora come una sorta di mandarino tecnocratico, fautore di un modello di democrazia manageriale acriticamente dedotto dalla cultura nordamericana: nient’-altro che un trait d’union ideologico fra il capitalismo statunitense e il capitalismo tedesco.” Per Luhmann, ci dice Zolo che al suo pensiero dedicò importanti studi “la politica non è più l’espressione generale della vita sociale: è un ‘sottosistema’ autonomizzato, differenziato e specificato funzionalmente” e “il risultato complessivo dal punto di vista funzionale è l’esclusione dal processo politico della conflittualità sociale radicale … e l’assorbimento delle ‘proteste del pubblico’ attraverso canali di amalgamazione degli interessi non antagonistici o una loro deviazione in ambiti di irrilevanza politica” (Niklas Luhmann, Potere e complessità sociale, con un saggio introduttivo di Danilo Zolo, il Saggiatore, Milano 1979).

Se poi si guarda alla biografia politica di Draghi si può valutare ancora meglio quale sia stato il suo apporto specifico alla costruzione di questo sistema. Qui abbiamo l’ingegnere costruttore, non solo il suo robot. Mario Draghi ha interpretato diverse fasi della edificazione di questa Europa, qualunque fosse stato in quel preciso momento il suo ruolo pubblico. Quelle fasi sono almeno quattro e tutte decisive, di cui è possibile seguire una successione cronologica, salvo parziali sovrapposizioni temporali.

L’epoca delle grandi privatizzazioni, quelle decise a bordo del Britannia, per cui il nostro paese divenne il secondo dopo l’Inghilterra thatcheriana per volume nel valore delle dismissioni dei beni dello Stato, accompagnate dal fanatismo rigorista che finirà per partorire l’assurdo Fiscal compact e l’accanimento brutale nei confronti della Grecia. La famosa lettera firmata assieme a Trichet e inviata al governo italiano del 5 agosto del 2011 che tracciò un percorso di lacrime e sangue puntualmente eseguito dai governi che seguirono. Il lancio, seppure tardivo rispetto ad altre parti del mondo, della politica monetaria espansiva, con il Quantitative Easing. Per arrivare all’intervento sul Financial Times del 25 marzo dello scorso anno, nel quale il debito (quello «buono», non per fini assistenzialistici o per tenere in vita imprese zombie, preciserà altrove) smetteva di essere un tabù e allo stesso tempo si denunciavano i limiti di una politica monetaria espansiva non accompagnata da modifiche strutturali.

Svolgendo la pellicola si ha la visione precisa del costruirsi di una politica, quella del tempo della lotta di classe dopo la lotta di classe – avrebbe detto Luciano Gallino – agìta dal punto di vista dei vincitori. Con Draghi quindi non assistiamo alla morte di tutte le politiche. Ma al funerale di quella di cui sopravviveva solo un ingannevole crisalide, una volta che la rappresentanza politica di una delle parti del conflitto sociale era stata – o si era – cancellata.

Le modalità di formazione del suo governo hanno presentato non poche anomalie, anche sotto il profilo costituzionale. Lo si può anche definire un governo del Presidente nei limiti in cui questa definizione ha senso in un sistema che ancora mantiene la forma del governo parlamentare.

Senza indulgere a disutili dietrologie, l’insolito attivismo del Capo dello Stato ne ha certamente determinato l’atto di nascita, nel vuoto umiliante di iniziativa delle forze politico-parlamentari. Se si guarda dal buco della serratura dell’oscillazione dello spread non si sono verificati allora crolli drammatici come in un più lontano passato. Ma questo dimostra solo la compenetrazione della nostra economia nel quadro internazionale e le attese legate all’innovativo intervento europeo. Senza risolvere il problema della diminuzione dell’occupazione, con giovani e donne le prime vittime, o lo sprofondare del nostro mezzogiorno. Gli attuali ritardi del Recovery Plan, malgrado le ripetute assicurazioni di Draghi sul compimento delle cosiddette riforme, non sono temporali, quanto culturali.

Una classe dirigente convertita al mito dell’austerità e del rigore, naturalmente applicati non a sé (si pensi all’isterica reazione a fronte di una timida proposta di patrimoniale) ma ai più deboli, ovvero alla stragrande maggioranza della popolazione, con difficoltà può essere rieducata alla capacità di spesa. Chi ha negato in ragione di principio la possibilità dell’intervento pubblico diretto a impostare un nuovo tipo di sviluppo economico, trova incompatibile l’idea stessa di programmazione. Né certamente Draghi ha aiutato a superare questa negativa eredità.

La Ue si aspetta che l’attuale governo dia piena implementazione al Piano di ripresa e resilienza, lungo un percorso temporale che travalica la fine dell’attuale legislatura. Anche la Ue mette in discussione il proprio futuro. Se il Recovery non dovesse avere successo in Italia, la terza forza economica della Ue, il terzo contributore del bilancio europeo, il fallimento si ripercuoterebbe sull’Europa nel suo complesso. Allo stesso modo la Nato e gli Usa si attendono dal governo italiano un di più di filoatlantismo, già abbondante nella storia italiana del dopoguerra. Per questo ci è toccato sentire che il governo non può farsi commissariare dal Parlamento in tema di invio delle armi all’Ucraina. Un capovolgimento dei rapporti fra esecutivo e legislativo. Non v’è da stupirsi quindi se in ambito nazionale e internazionali le classi dirigenti e i ceti politici dominanti si augurino che Draghi permanga Presidente del consiglio anche oltre il 2023. Nulla verrà lasciato intentato per garantirlo. Anche la recente rottura del M5stelle può essere letta in questa luce.