Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

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venerdì 25 marzo 2022

Altro Record per Frosinone. I cittadini pagano la bolletta più alta d'Italia.

 Cittadinanzattiva



                                 
544 euro la spesa media nel Lazio nel 2021.

Dispersione idrica al 70% a Latina. Frosinone in testa alla classifica dei Capolughi più esosi

I nuovi dati dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe di Cittadinanzattiva


544: questa la cifra spesa nel 2021 da una famiglia laziale per la bolletta idrica (460 la media nazionale), con un aumento del 2,3% rispetto al 2020.

Frosinone resta in testa alla classifica dei capoluoghi di provincia più cari con una spesa media a famiglia di 847€, mentre Milano conquista la palma di capoluogo più economico con 162€, seguita da Trento con 163€. Gli incrementi più elevati si registrano a Savona, Matera e Potenza: per tutte e tre le città la variazione all’insù è del 13,5%.

La regione in cui si rileva la spesa media più bassa è il Molise (183), quella con la spesa più elevata è la Toscana ( 729, +2,7%.).

Notevoli spesso le differenze tariffarie anche fra i singoli capoluoghi di provincia della stessa regione: nel Lazio, a parte Frosinone che detiene il primato nazionale della tariffa più cara, si va dai 547€ di Viterbo ai 368€ di Rieti.

La fotografia emerge dall’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, realizzato nell'ambito del progetto "RE-USER: usa meglio, consuma meno", finanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico (Legge 388/2000 – ANNO 2021). Le tariffe sono indicate rispetto ad una famiglia tipo di tre componenti ed un consumo annuo di 192 metri cubi.

Con un uso più consapevole e razionale di acqua, che abbiamo quantizzato in 150mc invece di 192mc l’anno, una famiglia laziale risparmierebbe 137€ l’anno.

I DATI SULLA DISPERSIONE IDRICA

In riferimento ai soli capoluoghi di provincia italiani, emerge che a livello nazionale va dispersa il 36% dell'acqua immessa, con evidenti differenze fra le singole regioni e anche fra i singoli capoluoghi della stessa Regione. Nel Lazio, ad esempio, si passa dal 70% di Latina al 33% circa di Roma.


CAPOLUOGHI


Ipotesi A (192 mc)


Ipotesi B (150 mc)


Risparmio (A-B)

Spesa SII 2021

Var. % sul 2020

Spesa SII 2021

Var. % sul 2020

In

In %

Frosinone

847

0,3%

600

0,3%

247

29,2%

Viterbo

547

0,0%

417

0,0%

130

23,8%

Latina

545

4,7%

434

4,7%

111

20,4%

Rieti

368

3,8%

267

3,5%

101

27,4%

Roma

411

5,5%

317

5,4%

94

22,9%

MEDIA

544

2,3%

407

2,3%

137

25,2%

Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio Prezzi&Tariffe, marzo 2022


Città capoluogo

Perdite idriche 2020

Acqua per uso civile domestico fatturata nel 2020

(Litri/abitante/giorno)

Frosinone

53,6%

187

Viterbo

34,4%

128

Latina

70,1%

126

Rieti

62,7%

147

Roma

32,9%

186

Fonte: Cittadinanzattiva su dati Istat, marzo 2022

Il Dossier e le infografiche, con i dati nazionali e regionali, sono disponibili su www.cittadinanzattiva.it. Tali informazioni sono disponibili anche su INFORMAP, www.cittadinanzattiva.it/informap, la cartina navigabile che rende fruibili, per ogni capoluogo di provincia, informazioni e approfondimenti su tariffe e agevolazioni, qualità, tutele e altri riferimenti utili.


Cittadinanzattiva APS - Ufficio stampa

Aurora Avenoso: +39 348 3347603

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martedì 9 novembre 2021

DDL Concorrenza: privatizzazioni su larga scala

 Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua



            Una dichiarazione di guerra all’acqua e ai beni comuni

Era il 5 Agosto 2011 quando l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, scrisse la famigerata lettera al Presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie e ineludibili "privatizzazioni su larga scala" in particolare della "fornitura di servizi pubblici locali".

Uno schiaffo ai 26 milioni di italianə che poco più di un mese prima avevano votato ai referendum indicando una strada diametralmente opposta, ossia lo stop alle privatizzazioni e alla mercificazione dell’acqua.
Oggi Draghi, da Premier con pieni poteri, ripropone in maniera esplicita e chiara quella stessa ricetta mediante il DDL Concorrenza approvato dal Consiglio dei Ministri giovedì scorso.
La logica che muove l'intero disegno di legge, oltremodo evidenziata nell'art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali.

Un provvedimento ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile nonostante la realtà dei fatti dimostri il fallimento della gestione privatistica, soprattutto nel servizio idrico: aumento delle tariffe, investimenti insufficienti, aumento delle perdite delle reti, aumento dei consumi e dei prelievi, carenza di depurazione, diminuzione dell’occupazione, diminuzione della qualità del servizio, mancanza di democrazia.
Questa norma, di fatto, punta a rendere residuale la forma di gestione del cosiddetto “in house providing”, ossia l’autoproduzione del servizio compresa la vera e propria gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.
Nel DDL emerge chiaramente la scelta della privatizzazione. Gli Enti Locali che intendano discostarsi da quell'indirizzo dovranno dimostrare anticipatamente e successivamente periodicamente il perchè di altra scelta, sottoponendola al giudizio dell’Antitrust, oltre a prevedere sistemi di monitoraggio dei costi".  
Mentre i privati avranno solo l’onere di produrre una relazione sulla qualità del servizio e sugli investimenti effettuati.

Inoltre, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito. Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Ed è proprio dal combinato disposto tra PNRR, DDL sulla concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che il Governo intende mettere una pietra tombale sull’esito referendario provando così a chiudere una partita che Draghi ha iniziato a giocare ben 10 anni fa dimostrando, oggi come allora, di fare solo gli interessi delle grandi lobby finanziarie e svilendo strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.

L’art. 6 è un proditorio attacco alla sovranità comunale: i comuni da presidii di democrazia di prossimità ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.  
E’ il punto di demarcazione tra due diverse culture, quella che considera un dovere il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali e quella che trasforma ogni cosa, anche le persone, in strumenti economici e merci.

Noi continueremo a batterci per la difesa dell’acqua, dei beni comuni e dei diritti ad essi associati e della volontà popolare.
A questo scopo, nelle prossime settimane, a partire dalla manifestazione nazionale in programma il 20 novembre a Napoli in cui chiederemo con forza anche lo stop alla privatizzazione delle partecipate della città partenopea (tra le quali l'azienda pubblica “Acqua Bene Comune”) paventate in questi giorni, metteremo in campo una rinnovata attivazione per ottenere il ritiro di questo provvedimento al pari del DDL Concorrenza e dei famigerati intendimenti in esso contenuti.

Facciamo appello alla mobilitazione generale, rivolgendoci alle tante realtà e organizzazioni sociali che in questi anni hanno saputo coltivare e arricchire un dibattito e una mobilitazione sui servizi pubblici locali e sui beni comuni per ribadire insieme che essi sono un valore fondante delle comunità e della società senza i quali ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale.

venerdì 9 luglio 2021

Basta con nuclei e comitati tecnici, per un PNRR dei diritti!

 Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua



Appello

Il PNRR appena nato si ammanta di nuovo ma odora già di vecchio: sono annunciati forti investimenti pubblici che, però, sono finalizzati unicamente a sostenere il mercato e le sue logiche e costituiscono, sotto altre forme, un elemento di continuità con le solite ricette liberiste che ci propinano da 30 anni, che mai sono riuscite a portare benessere generale, né in Italia né altrove sono state applicate: privatizzazioni e ancora privatizzazioni, anche dell’acqua.

Per coordinare la gestione dei fondi del PNRR viene individuato un nucleo tecnico: tutto al maschile, con nomi più o meno noti al grande pubblico, ma sicuramente conosciuti negli ambienti che contano per il loro impegno a riformare il paese in un’ottica neo-liberista.

Tra questi spicca Stagnaro, Direttore Ricerche e Studi dell’istituto Bruno Leoni, think tank neoliberista. Per capire il personaggio: è autore di un libello dove chiede l’apertura del mercato delle armi, sfacciato tanto da citare Hitler, e noto negazionista climatico, tanto da attaccare il movimento globale Fridays for Future e, più in generale, tutte le istanze che chiedono un cambiamento in difesa del Pianeta.

Ma non è una singola figura, per quanto inopportuna, ad allarmare, è l’insieme di questo gruppo, costituito da negazionisti climatici e da persone che ritengono che lo Stato debba intervenire unicamente per favorire e ricostruire i mercati, lasciandoli liberi di autoregolarsi.

Progetti da decine di miliardi del PNRR passeranno al vaglio di queste persone, che dovranno garantire una transizione verde già progettualmente precaria, all’interno del PNRR, con uno Stato presente solo come finanziatore, lasciando all’iniziativa privata la gestione e i profitti.

Costoro pensano che la “virtuosità” di un’azienda pubblica si calcoli in base al suo fatturato, e non al come gestisce e per chi.

Per questo li giudichiamo non solo incapaci di affrontare la sfida della ripresa, che deve partire dai diritti, a cominciare da quello alla salute, ma anche di fatto contrari ad affrontare la sfida del futuro, quella del contrasto al cambiamento climatico, che ha bisogno di scelte importanti e di rendere protagonistə le/i cittadinə, e non di un “green washing” di facciata.

Facciamo un appello a tutte le realtà, a tutti i cittadini/cittadine che hanno a cuore il paese; che pensano che i diritti vengano prima dei profitti dei grandi gruppi industriali; che pensano che le aziende pubbliche non debbano essere spolpate ma essere il volano della ripresa: contestiamo le nomine, contestiamo il PNRR, mettiamo in campo l’alternativa.

Cominciamo dal chiedere la rimozione di Stagnaro dal gruppo dei 5 e la trasparenza assoluta sul loro operato: che siano pubblicati il loro pareri, i verbali delle riunioni, i documenti prodotti. Non dimentichiamo che il PNRR ci riguarda tutt@.


venerdì 12 giugno 2020

Maggioranza 5S blocca in Assemblea capitolina mozione su Acea

Coordinamento Romano Acqua Pubblica



Oggi l'assemblea capitolina ha bocciato una mozione, presentata da Sinistra per Roma sulla base delle campagne del coordinamento romano acqua pubblica, che avrebbe impegnato la giunta e la sindaca Raggi ad esercitare il suo ruolo di socio di maggioranza pubblica in Acea SpA: blocco dei dividendi, reinvestimento degli utili per la tutela della risorsa idrica, a partire dalle perdite sulla rete (oltre il 40% di acqua sprecata), e per fini sociali, come una tariffa di emergenza e il riallaccio di tutte le utenze idriche, garantendo a tutti l'accesso all'acqua. 

La maggioranza 5S si è astenuta, negando, di fatto, con 23 astenuti, 9 voti favorevoli e 1 contrario, un impegno della giunta e della maggioranza nell'indirizzare in tal senso l'operato di Acea. 

Lo ha fatto con una dichiarazione di voto che ha ricalcato in diversi punti la narrazione dei vertici aziendali, arrivando a negare che a Roma ci siano famiglie private del servizio idrico: lo si chieda alle centinaia di utenze distaccate che non sono state riallacciate grazie ad una presa di posizione troppo blanda dell'autorità di regolazione per l'energia e i servizi idrici (ARERA), alla immobilità della giunta e, naturalmente, alla contrarietà di Acea che nell'acqua vede solo una fonte di profitto. 

Naturalmente il percorso per l'acqua bene comune non si ferma, proprio in questi giorni l'anniversario della vittoria referendaria del 2011 sarà occasione per rilanciare le tante battaglie territoriali e nazionali con un evento online. Su Roma abbiamo il dovere di contrastare il folle progetto di un secondo potabilizzatore dell'acqua del Tevere, che proprio in questi giorni ci ha regalato le tristi immagini di centinaia di pesci morti, e di pretendere la riparazione delle reti idriche a tutela delle sorgenti del Lazio e dell'accesso all'acqua oggi e per le generazioni future.

venerdì 6 marzo 2020

Emergenza sanitaria e distacchi idrici



Al Prefetto della Provincia di Frosinone
e per il tramite della Prefettura
a tutti i Sindaci della Provincia di Frosinone


Vista l’emergenza sanitaria in corso legata alla diffusione del virus Covid-19 si chiede che le Autorità in indirizzo intervengano immediatamente, con la massima urgenza, ordinando ad Acea Ato5 di ripristinare l’erogazione dell’acqua a tutti i soggetti disalimentati.
L'emergenza sanitaria impone di non lasciare agli utenti un approvvigionamento di fortuna.
Se dovesse ammalarsi un solo utente disalimentato, l'assenza di acqua costituisce senza alcun dubbio una concausa determinante per favorire il contagio posto il basso livello di igiene, ed Acea Ato 5 ne sarebbe responsabile.
Confidiamo nell’immediato seguito alla presente richiesta.

Il Comitato Acqua Pubblica Frosinone e Provincia


domenica 4 agosto 2019

Il Tevere non ce lo beviamo

Coordinamento Romano Acqua Pubblica





Tevere da bere: una risposta pericolosa alla crisi idrica. Davvero Acea, Comune e Regione sono tutti d’accordo?

In una città come Roma, alimentata principalmente da acqua di sorgente che viene dispersa per circa il 40%, una gestione della risorsa idrica e delle bollette dei cittadini vedrebbe al primo posto la lotta allo spreco idrico e la ristrutturazione delle reti, a tutela anche delle fonti e dei corpi idrici sempre più "stressati".
Invece i soldi dei cittadini sono stati spesi per costruire il potabilizzatore del Tevere, costato 7,5 milioni di euro secondo l'A.D. di Acea, 12 secondo altre fonti. Una nuova "fonte" che Acea ha già iscritto nel bilancio idrico per l’estate 2019, quindi potenzialmente in funzione da un momento all’altro. Emergenziale, proprio come il lago di Bracciano, che però l’azienda, nel tempo, ha utilizzato in maniera “strutturale” fino allo stop imposto alla captazione per la compromissione dell’ecosistema a seguito della crisi idrica del 2017.
Ancora una volta invece di ridurre le perdite sulla rete idrica si realizza un’opera “torbida” come l’acqua del Tevere, con l’avallo di diversi enti e amministrazioni.

Un'opera delicata e strategica, che è stata approvata e realizzata con una procedura lampo: approvato in via preliminare a dicembre 2017 è stato inaugurato, da pochi intimi, 12 mesi dopo. 
Potrebbe essere solo efficienza, se non vi fossero una serie di aspetti poco chiari: dalle modifiche "in extremis" di leggi regionali che ne avrebbero vietato l'entrata in funzione, a dubbi di natura tecnica sull'efficacia delle tecnologie scelte.
Come cittadini poniamo alcune domande agli enti preposti, in primis alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, al Presidente della Regione Nicola Zingaretti e, naturalmente, al gestore Acea.

Siete proprio tutti d'accordo e così sicuri che questa sia la scelta giusta per la tutela dei cittadini e della risorsa idrica? Chiediamo di rispondere ciascuno per il ruolo che gli compete.


Di seguito la lettera aperta inviata a Virginia RaggiNicola Zingaretti e #Acea

1. Il progetto presentato alle amministrazioni pubbliche competenti era di fatto irrealizzabile, poiché quando sono stati richiesti i pareri la normativa regionale vietava l’uso potabile di fiumi che ricevessero scarichi industriali sul loro corso. 
Come possono considerarsi legittimi quei pareri e il voto dei sindaci coinvolti nella conferenza dell’ATO 2 di dicembre 2017 del quale non appare la conta nel verbale?

2. Non appare curioso che la normativa regionale sia stata modificata solo a seguito della realizzazione dell’opera, permettendone così la possibile entrata in funzione?

3. Siete sicuri che la caratterizzazione dell’acqua del Tevere sia stata effettuata in ottemperanza a tutte le norme previste dalla legge? I tempi e le modalità della caratterizzazione lasciano diversi dubbi.

4. La tecnologia utilizzata nell’impianto di potabilizzazione, basata su filtri a carboni attivi, non è specifica per sostanze come metalli pesanti, idrocarburi e microplastiche, che diversi studi scientifici dimostrano essere presenti nel Tevere. Siete sicuri che questo non rappresenti un rischio per la salute?

5. Siete, dunque, sicuri che non si darà da bere ai romani un fiume di veleni? Con quale frequenza verranno effettuati e resi pubblici i monitoraggi?

6. A fronte di una dispersione delle reti di circa il 40%, ossia 9.000 l/s, la soluzione per mettere in sicurezza l’approvvigionamento idrico di Roma è la costruzione di un’opera che al massimo immetterà in rete 500 l/s, ossia un 1/18 dell’acqua che si perde. Siete sicuri che sia una scelta razionale e compatibile con la sfida del risparmio idrico che le grandi città sono chiamate a compiere?

7. A fronte di perdite così ingenti è stato approvato il raddoppio dell’acquedotto del Peschiera, lasciando intravedere la prospettiva dell’aumento dei prelievi da quelle sorgenti, mettendo ancora più a rischio un acquifero di rilevanza nazionale, una riserva strategica e un ecosistema unico. Siete sicuri che continuare a sfruttare al massimo le fonti, invece di ridurre gli sprechi, sia un buon modo per investire i soldi dei cittadini e garantire il futuro della risorsa idrica?

8. L’A.D. di Acea, in Assemblea dei Soci, si è rifiutato di comunicare un obiettivo percentuale di riduzione delle perdite. Esiste un obiettivo di questo tipo? Perché gli enti preposti non lo impongono al gestore Acea 2 S.p.A.? Siete sicuri che una reale ristrutturazione della rete idrica non sia l’unica strada sensata per far fronte alle future “crisi idriche”?

Noi siamo sicuri che, se non verranno modificate le politiche e la strategia aziendale sulla gestione dell’acqua guardando alla sua tutela e preservazione per le generazioni future, sarà la storia a condannarvi come responsabili di un disastro annunciato.

Riteniamo necessario che il potabilizzatore non entri in funzione per uso potabile, ma al limite per usi non potabili, come l’impianto preesistente che dagli anni ’90 prelevava acqua dal fiume e ne ricavava acqua per annaffiare parchi e ville di Roma e del Vaticano.
Infine, vi segnaliamo che, nell’ambito della campagna che abbiamo messo in campo, intendiamo presentare un esposto tramite cui chiedere a diversi enti di chiarire i dubbi di natura procedurale e ambientale legati a questa opera.

Roma, 01/08/2019.

Coordinamento Romano Acqua Pubblica



giovedì 3 gennaio 2019

L’«oro blu» che i 5 Stelle non vogliono vedere

Fonte il Manifesto autore Matteo Bartocci

La pacchia è finita», cinguettano ogni due per tre i ministri del «cambiamento» sui vari social. Si tagliano le pensioni, si colpiscono i giornali come il nostro, si provano a diminuire i parlamentari ma per qualcuno la pacchia sembra non finire mai. Anzi, continua come e più di prima. Si tratta dei 307 concessionari che in Italia possono sfruttare e vendere come meglio credono l’acqua minerale, «oro blu» del XXI secolo.
Quello delle acque in bottiglia e dei soft drink è un business da 3 miliardi l’anno e lo stato, anzi le regioni, ci guadagnano appena 19 milioni di euro in tutto. Una vera miseria. Lo rivela un rapporto ufficiale sul Patrimonio della Pa pubblicato alla chetichella dal Ministero dell’Economia la sera del 27 dicembre, mentre nei Palazzi della politica ci si scannava sulla legge di bilancio.

IL RAPPORTOdella Direzione VIII, Ufficio IV del Mef sulle concessioni delle acque minerali e termali aggiorna in tono burocratico uno scandalo conosciuto da anni: la svendita a pochi soliti noti di un bene prezioso e pubblico come l’acqua.
Sanpellegrino, Nepi, Guizza, Lete, Ferrarelle, Rocchetta, ma anche i vari marchi della Coca Cola company sono tutte «etichette» su una merce inodore e incolore, per cui gli italiani spendono fior di quattrini.
19.365.000 euro. Le concessioni per le acque minerali fruttano in tutto alle Regioni meno di 20 milioni l’anno (dato Mef). Mentre il fatturato del settore ammonta a 3 miliardi (dato Mineracqua 2017). Il peso delle concessioni è quindi irrisorio per le aziende: lo 0,63% del fatturato.
IL CONSUMO PROCAPITE di acqua minerale non conosce crisi: 224 litri l’anno a testa è il dato 2017 stimato da Mineracqua, l’associazione di categoria di Confindustria. Il 69% dei quali è «liscia, naturale», come sgorga dalla sorgente. Una sorgente che è nostra, di tutti, e affidata in concessione dalle regioni quasi sempre senza gara pubblica, a canoni irrisori e per durate spesso trentennali se non addirittura perpetue (è il caso ad esempio di una concessione Coca Cola in Basilicata). Ci sono regioni (ad esempio le Marche) dove l’ente locale non è in grado nemmeno di ipotizzare quanta acqua effettivamente venga prelevata dai concessionari. Mancano i contatori per misurarli né si fanno controlli a campione. Non a caso quasi sempre la concessione viene pagata in base alla superficie di sfruttamento e non alla quantità effettivamente estratta dal sottosuolo (accade ad esempio in Emilia Romagna, Liguria e Puglia).
UN SETTORE MOLTO redditizio, in cui 10 «big» (Sanpellegrino spa/Nestlè, gruppo San Benedetto, Fonti di Vinadio spa, Lete spa, Ferrarelle spa, gruppo Norda, Gruppo Cogedi, Spumador, Siami spa e Fonti del Vulture srl/Coca Cola) sfruttano il 68% dei 16,5 miliardi di litri di acqua minerale nazionale. Per ogni 200 euro incassati ne spendono appena 1 per la concessione, che è di fatto il vero core business dell’impresa. In 15 regioni, si badi bene, l’affidamento delle concessioni avviene esclusivamente attraverso una trattativa privata su richiesta di parte (l’uscente). Se non un unicum, quasi.
60.981 ettari. Sono 28.227 in Italia gli ettari concessi per lo sfruttamento delle acque minerali. Altri 32.754 ettari invece sono concessi per lo sfruttamento termale. Sommati insieme, si tratta del 2% del territorio nazionale (fonte Rapporto Mef 2016 pubblicato il 27 dicembre 2018)
La conferenza stato-regioni nel 2006 provò a stilare delle linee guida almeno facoltative, con prezzi fissati a 2,89 a metro cubo per l’acqua imbottigliata, 2,31 a metro cubo per quella emunta e 34,62 euro per ettaro affidato. A volte neanche questo importo di 0,02 centesimi a litro è stato accolto dagli enti locali concessionari, in un groviglio di conflitto di interessi e assenza di trasparenza degno delle big del petrolio in paesi esotici.
COSA INTENDA FARE di tutto questo il governo del cambiamento non è noto. Nel contratto Lega-M5S si parla del rispetto del referendum del 2011 e dell’investimento sulle reti idriche per le acque pubbliche. Non una parola sull’«oro blu». Eppure una delle 5 stelle del MoVimento grillino è l’acqua, e proprio sull’acqua si gioca la faccia chi se la prende con i soliti noti mentre tratta con i guanti di velluto giganti mondiali come Nestlè e Coca Cola.
Le concessioni per le acque minerali
Le acque minerali hanno caratteristiche particolari, diverse dalle acque «ordinarie». Dal punto di vista giuridico le prime appartengono al demanio minerario e sono considerate una «merce», le seconde al demanio idrico e sono considerate un «bene vitale» ad accesso universale. Questa «merce» acqua minerale è gestita dallo stato attraverso il sistema delle concessioni, che con la riforma costituzionale del 2001 sono state attribuite al sistema delle Regioni/province autonome. Ogni ente locale perciò legifera autonomamente. Ma, come vediamo a fianco e in pagina, i ricavi sono davvero irrisori.
Le concessioni per le acque termali
Più della metà delle acque termali italiane (il 55%) è concentrata in due regioni: il Veneto (bacino euganeo) e Campania (Ischia soprattutto). Le concessioni autorizzate dalle varie regioni sono in totale 504 e fruttano poco e niente, appena 1.899.406 euro. Ci sono perfino 10 concessioni perpetue (senza data di scadenza) stipulate negli anni ’30. Il settore termale è diviso in due parti: da un lato c’è l’aspetto delle cure vero e proprio, che è in tutto o in parte a carico del sistema sanitario, dall’altro c’è l’aspetto del benessere con l’indotto alberghiero, di wellness e di fitness. Il fatturato totale è stimato in 1,5 miliardi di euro.
16 mld. Un dato certo sull’acqua usata dai concessionari non esiste. Il Mef lo stima in 16,6 miliardi di litri. Mineracqua parla invece di 14 miliardi di litri imbottigliati (dati 2016)
Le regole le detta un «regio decreto»
Incredibilmente, il settore minerario di cui fanno parte le acque minerali è termali è ancora oggi regolato quasi interamente da un regio decreto del 1927, il numero 1443 del 27 luglio.
Da allora a oggi le cose sono cambiate molto poco, e quasi sempre solo per le direttive europee, che hanno imposto (ma senza riuscirci, vedi in pagina) una data di scadenza per le concessioni, la preferenza della gara per l’affidamento della concessione, un migliore utilizzo coordinato con lo Stato delle acque stesse.

Il pasticcio del «titolo V»
Come noto, nel 2001 il centrosinistra varò una riforma dell’art. 117 della Costituzione in cui le acque minerali non erano più materia concorrente tra stato e regioni ma affidate in via residuale a queste ultime. Lo stato, naturalmente, può intervenire solo per tutelare beni considerati superiori come l’ambiente, la salute, la concorrenza. Nel 2006, ad esempio, il decreto legislativo n. 152 ha cercato di ricondurre la gestione delle acque termominerali all’interno di un «Piano di tutela» più generale.
Nel 2010 interviene la Consulta
Il conflitto tra stato e regioni sulla competenza delle acque (come di altre materie) è stato risolto dalla Corte costituzionale nel 2010 (sentenza n. 1), imponendo alle regioni di dare alle concessioni una durata e di non offrirle più in perpetuo. Ma tale sentenza riguarda solo quelle nuove, per cui la situazione non è cambiata di molto e ciascuna regione ha attuato a proprio modo il regio decreto del 1927, in generale affidando le concessioni in base alla superficie di sfruttamento e non, ad esempio, in base all’acqua prelevata.
25% Entro il 2021 scadrà il 25% delle concessioni in essere. Potrebbe essere l’occasione per iniziare a mettere ordine e portare equità.Il decentramento della Toscana
La Toscana è l’unica regione italiana ad aver affidato direttamente ai comuni (sono ben 279) il compito di gestire le proprie acque minerali. La Lombardia invece li ha affidate alla provincia di Milano e alle altre 11 province. A livello nazionale, il valore della superficie totale concessa è di 28.227 ettari, di cui il 41% è concentrato in Piemonte, Lombardia e Lazio. Tra le concessioni rilevate dal Mef solamente 1 (una!) è stata attribuita con gara (in Liguria nel 2015) e solo 5 attraverso almeno una evidenza pubblica.
Un esempio fra tanti, Ferrarelle
Facciamo solo un esempio fra tanti. Né peggiore né migliore di altri (anzi, per certi versi migliore, vedi il bilancio di sostenibilità 2017). Ferrarelle spa è un’azienda italiana con 370 dipendenti. Distribuisce tra le altre le acque minerali Ferrarelle, Vitasnella, Fonte Essenziale, Boario, Natía, Santagata, Roccafina. È il quarto produttore italiano (7,8% del mercato) e nel 2017 ha venduto 930 milioni di litri di acqua. A fronte di un fatturato netto di 142 milioni di euro ha pagato un canone di appena 634mila euro.
Acque termali, il caso di Ischia
Ischia è una delle zone più turistiche d’Italia. L’«Isola Verde» ospita decine e decine di terme e fumarole. La Regione Campania nel 2014 (governatore Caldoro, Fi) ha autorizzato in deroga alle norme europee la prosecuzione di 108 concessioni termominerali in essere per evitare l’affidamento a gara o con evidenza pubblica. La Campania, tuttavia, è tra le poche regioni che prevede un canone legato in parte al fatturato. In ogni caso, gli introiti per i canoni delle attività termali sono stati appena di 481mila euro.


giovedì 27 dicembre 2018

Ciociari, brutti,sporchi, cattivi e assetati

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone




Come siamo cattivi noi Ciociari!!! Siamo cattivi e fuori legge. Chi lo afferma? Acea, oltre che le istituzioni. Siamo cattivi  perché osiamo non pagare  bollette  idriche vessatorie dove  un metro cubo d’acqua a volte è fatturato  20 euro. Siamo fuori  legge perché, anche se chiediamo il rispetto  degli esiti referendari - quando nel giugno 2011 26 milioni di cittadini  deliberarono  che sull’acqua non si può fare profitto - oggi non è  la Costituzione che conta ma la  legge del mercato quella, cioè, che noi infrangiamo. 

Per la legge del mercato - che ha avuto il conforto del Consiglio di Stato attraverso  un pronunciamento del 2017  nel quali si sancì che l’acqua è un bene di rilevanza economica - i Ciociari  sono degli avanzi di galera. Talmente fuori  legge da essere oggetto di un decreto speciale  emanato nel 2016 dall’allora ministro delle finanze Padoan per cui solo per noi discendenti dei Volsci  non pagare  le bollette Acea è  reato penale e   comporta  il distacco del contatore.  

Le forze politiche hanno cercato di rabbonirci, quando non di fregarci, e di sfruttare la nostra rabbia per biechi scopi elettorali. Lo ha fatto  il Pd quando la sua maggioranza in Regione approvò  la legge 5 sulla gestione pubblica del servizio idrico rimasta  però lettera morta vista la mancata promulgazione dei  decreti attuativi. Lo ha fatto il Movimento 5 Stelle quando  è stata    eletta sindaco di Roma, e quindi maggiore azionista di Acea, la sua esponete Virginia Raggi. 

 Nonostante la promessa di cambiare il management della multiutility e di pubblicizzare l’azienda,  ha dimenticato che la prima stella delle 5 era quella dell’acqua pubblica . Oggi  gli azionisti continuano a spartirsi dividendi milionari e l’acqua a fuoriuscire senza controllo da una rete obsoleta a malandata . In realtà la sindaca un po’ di buona volontà ce l’aveva messa ponendo a capo di Acea un suo uomo di fiducia , tale Luca  Lanzalone , uno talmente abile da essere coinvolto, secondo l’accusa,  in un affare di mazzette in combutta con il costruttore Parnasi per lo stadio della Roma. 

Il destino dei fuori legge  ciociari, quindi, non resta  che quello della difesa dei propri contatori e della piazza, per reclamare l’illegale rispetto di un esito referendario plebiscitario.  Una rivendicazione  destinata a cadere nel vuoto?  Probabilmente si . 

Ma forse non tutto è perduto. Proprio il Parlamento del cambiamento potrebbe avere l’occasione di ristabilire la sovranità, più che popolare, sancita con i referendum del 2011. Il 25 ottobre scorso è iniziata la discussione presso la Commissione Ambiente della Camera  della legge recante “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” Non è altro che il testo aggiornato della legge d’iniziativa popolare presentato nel 2007 dal Forum Italiano dei Movimenti per  l’Acqua  a sostegno della quale  furono raccolte 400.000 firme. 

Lo stesso testo,  depositato nella scorsa legislatura con l’appoggio  dell’intergruppo parlamentare per l’acqua bene comune,  è stato  riproposto, debitamente aggiornato, anche in questa legislatura firmato da diversi parlamentari  5 Stelle. La proposta di legge prevede che il nostro Paese debba  dotarsi di un quadro legislativo unitario sul governo delle risorse idriche definite  come bene comune, con l’introduzione di modelli di gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico.  

Ovviamente le grandi lobby dell’acqua e dell’energia (Hera, Iren, A2A e per l’appunto Acea), che negli ultimi sei anni hanno distribuito ai propri azionisti 3 miliardi di dividendi, stanno facendo il diavolo a quattro  in tutte le sedi istituzionali per impedire che la legge venga discussa ed approvata sottraendo alla voracità  del profitto un bene necessario alla sopravvivenza. 

Avrà il coraggio il M5S, oggi al  governo, di mettersi contro le multinazionali dell’acqua, oltre che i loro alleati leghisti visto che Salvini detiene 3.500 azioni di A2A? Si tratta di realizzare due promesse spese in campagna elettorale:  la gestione partecipata dell’acqua e la certezza di esame e valutazione delle leggi d’iniziativa popolare da parte del Parlamento. 

Considerato che da quando è al governo il Movimento 5 Stelle, non solo ha mandato a farsi friggere gran parte  dei  buoni propositi  abbondantemente profusi in campagna elettorale, ma ha anche fatto carta straccia delle funzioni  Parlamentari, non nutriamo molta fiducia.  Se si esautora il Parlamento della sua funzione legislativa, figuriamoci se tale prerogativa potrà essere concessa  ad un’iniziativa popolare. 

Dunque l’appello che facciamo ai 26 milioni di cittadini che hanno votato per l’acqua pubblica è quello di tornare nelle piazze a fare pressione su Parlamento  e Governo affinchè la proposta di legge sulla gestione del sistema idrico venga finalmente discussa e approvata. E’ un appello che rivolgiamo soprattutto ai Ciociari che, qualora passasse il testo d’iniziativa popolare , cesseranno di essere dei fuori legge senza Dio e non dovranno più difendere con le unghie e con i denti i propri contatori, oltre che a tornare in possesso di un bene  necessario allo sviluppo della dignità della persona umana.