Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 8 settembre 2010

Se la politica scopre il precario

di Fiorella Farinelli   da Sbilanciamoci.info



In molti saltano sul carro dei precari, Gelmini tira dritto. Ma come affrontare il moloch dei 240.000 in lista d'attesa? Cominciando con la prima emergenza: gli ex supplenti annuali a spasso. Mentre mancano 80.000 insegnanti nei ruoli delle scuole, quasi tutti a Nord. Ma va cambiato radicalmente il sistema delle assunzioni

Di Pietro, Bersani, qualche giorno fa dal palco di Mirabello anche Fini. Tutti a dichiarare sacrosante le battaglie e le ragioni degli insegnanti precari. Tutti, anche chi ha votato a scatola chiusa i tagli di Tremonti e i “derivati” di Gelmini, solidali – finalmente - con chi digiuna, protesta, presidia. E’ bene, naturalmente. Può aiutare a contrastare l’arrogante indifferenza del ministro dell’istruzione, a fare della mobilitazione dei precari un punto di forza per ottenere un qualche rimedio ai punti dolenti prodotti da alcuni tagli: le classi troppo numerose, i disabili senza sostegno, l’asfissia di tante attività didattiche di pregio. Ma sarebbe anche meglio, in verità, se entrassero in campo anche altri, per esempio la Lega: sempre pronta ad attribuire agli insegnanti che vengono dal mezzogiorno le cause di una discontinuità di insegnamento che lede i diritti degli studenti, e però curiosamente muta rispetto al record di posti vacanti che c’è nella scuola secondaria delle aree settentrionali ( il 23% contro il 19% della media nazionale ). Migliaia di posti di lavoro che potrebbero essere ricoperti in modo stabile – con indubbi vantaggi per la didattica – se le immissioni in ruolo di chi ha i giusti titoli, Tremonti regnante, non si dovessero fare con il contagocce. O se, almeno, gli incarichi potessero diventare da annuali a triennali, come propone pragmaticamente qualche sindacato. Sono più di 80.000 , solo nella scuola media e superiore, i posti vuoti, e però le immissioni in ruolo degli insegnanti quest’anno non saranno, alla fine, più di 10.000 .
Ma c’è da fidarsi della politica? Sul precariato scolastico, sia a destra che a sinistra, bisogna dire che di lungimiranza se ne è vista quasi sempre molto poca. Al centro non c’è stata mai la qualità della scuola, e neppure l’efficienza. Negli ultimi trent’anni, a prevalere è stata immancabilmente una logica di tutela delle “legittime aspettative” di chiunque metta un piede nella scuola. Anche con supplenze brevi e sporadiche, anche se nei lunghi anni di attesa del mitico primo incarico annuale si sono trovati altri percorsi di lavoro, anche se i titoli professionali sono e restano deboli o inesistenti. L’anzianità di attesa, insomma, invece che la costruzione delle competenze professionali e la selezione dei migliori, dei più motivati, dei più preparati. L’alimentazione incessante di un bacino sempre più vasto e confuso di precari invece che un ordinato e programmato ricambio generazionale. Una truffa, in primo luogo, per un numero enorme di persone , visto che per esaurire per via fisiologica gli oltre 240.000 attualmente iscritti alle graduatorie – età media 38 anni - occorrerebbero non meno di tre lustri. E, recentemente, anche una poderosa muraglia, in una scuola dove l’età media è di 52 anni, innalzata contro l’ingresso nella scuola dei giovani laureati. Se infatti con l’ultimo governo Prodi le graduatorie sono diventate “ad esaurimento” – chi è dentro è dentro, e chi è fuori non può entrare – ma non c’è stato il tempo per dare il via alla prevista formazione universitaria degli insegnanti e a una sensata riforma del reclutamento, con Gelmini si è prodotto il peggio del peggio. Cioè la chiusura d’imperio dell’unico spiraglio di ingresso per i giovani aspiranti all’insegnamento nella secondaria, le Scuole di specializzazione universitarie istituite dal ministro Moratti e sempre contrastate, in nome appunto delle “legittime aspettative”, dai sindacati e dagli iscritti alle graduatorie. In sostanza, è dal 2007 che nessun giovane laureato, anche tra i disposti ad aggiungere ai cinque anni di università altri anni di corso, a superare esami e a svolgere tirocini guidati e valutati, può aspirare a entrare nella scuola per la via maestra. Un disastro, insomma, che Gelmini attribuisce per intero alle politiche del passato, ma a cui in verità negli ultimi due anni non si è fatto niente per porre un qualche rimedio. Né bandendo concorsi almeno per le graduatorie esaurite o in via di esaurimento – ce ne sono molte, soprattutto di materie scientifiche e tecnologiche, e non solo nel Nord – né mettendo in atto nuovi percorsi di formazione professionale universitaria per gli insegnanti della secondaria. Il suo regolamento sulla formazione iniziale dei docenti, presentato urbi et orbi con la massima solennità, infatti, non solo non è ancora attuativo, ma ha di nuovo rinviato l’attesa riforma del reclutamento. L’argomento è che bisogna aspettare una revisione delle classi di concorso che non è ancora completata.
La verità è che non c’è il coraggio di avviare una gestione strategica del personale, basata sulla formazione e sulla valutazione delle competenze professionali necessarie a una scuola di qualità, e di fare finalmente scelte analoghe a quelle in vigore in gran parte dei paesi avanzati, dalla Danimarca alla Gran Bretagna. Sganciando le supplenze dal reclutamento. Programmando le assunzioni con accesso a numero chiuso alla specializzazione universitaria. Attribuendo validità concorsuale ai percorsi formativi universitari e al tirocinio nelle scuole. Rinunciando a un centralismo inefficiente con l’attribuzione alle scuole della competenza del reclutamento da albi regionali di professionisti. Asciugando le graduatorie da tutti coloro che non hanno titoli validi e immettendo in ruolo sui posti vacanti quelli che invece li hanno. Bandendo, nella fase di transizione, concorsi aperti a tutti per coprire i posti dove le graduatorie provinciali sono a secco.
Un’impresa indubbiamente improbabile, per un ministro come Gelmini, evidentemente interessata a tutt’altro. Ma c’è da dubitare che la consapevolezza della serietà della questione e del suo valore strategico per un miglioramento netto della qualità e dei risultati del nostro sistema di istruzione ci sia anche nei personaggi o nelle forze politiche che oggi si sbracciano a sostenere le lotte dei precari della scuola. Di quale precariato si parla? Di quale formazione, di quale reclutamento? Che cosa si ha in mente per sbrogliare il pasticcio che si è formato in tanti anni di politiche corporative e irresponsabili? Occorrerebbe una chiarezza di proposte che al momento non c’è, e che invece sarebbe dovuta non solo alla scuola ma anche a chi – i precari “storici” da un lato, i giovani laureati dall’altro – ne sono le prime vittime. Non serve un ennesimo polverone sul “precariato”, imbastito solo per ragioni politiche o elettorali, vuoto di idee, senza una precisa direzione di marcia. Fare riferimento, come si legge ogni giorno sulla stampa, alle centinaia di migliaia di iscritti nelle graduatorie, all’enormità di questa bolla fatta di aspettative deluse ma anche di inerzie, serve solo a portare acqua agli argomenti di Gelmini, alle sue dichiarazioni di impraticabilità di una soluzione immediata e definitiva del problema. Al suo lavarsene le mani, di fronte alla serietà del debito pubblico e degli impegni governativi di risanamento. Con larghi consensi, c’è da scommetterci,da parte di un’opinione pubblica disorientata dalle continue denunce di inefficienza e di cattivo uso delle risorse nell’intero settore pubblico.
All’ordine del giorno, del resto, oggi c’è un’altra emergenza. Molto precisa, molto specifica, molto grave. Sono più di 10.000, secondo i conti dei sindacati, gli insegnanti che lo scorso anno hanno avuto un incarico annuale, o almeno fino al termine delle lezioni, e che oggi rischiano di restare senza lavoro. Sono precari che, se ci fossero stati i concorsi, avrebbero dovuto da tempo essere di ruolo e che ora con tutta probabilità stanno per essere ricacciati nell’inferno delle supplenze brevi perché i posti di insegnamento tagliati per il prossimo anno scolastico sono 25.600 e le nuove immissioni in ruolo solo poche migliaia. Sono insegnanti che a una scuola che vede un incremento degli iscritti e che vive una quantità enorme di problemi irrisolti servono come il pane. Non si dovrebbero accettare, come è successo l’anno scorso, i palliativi della leggina salva-precari, le soluzioni avvilenti di un affidamento dei licenziati alle Regioni e dei progettini di utilizzo inventati qua e là per giustificare una sorta di cassa integrazione. E’, tra l’altro, anche questa una spesa pubblica, che però ha unicamente una funzione di copertura, serve cioè solo a non smentire le tabelle di tagli imposte da Tremonti.


Ma il tavolo negoziale chiesto dai sindacati, a una settimana dall’inizio del nuovo anno scolastico, ancora non c’é. E il ministro, finora, ha addirittura rifiutato ogni incontro con le delegazioni dei precari. Un problema serio, che richiede anche alle forze politiche il massimo di lucidità e responsabilità.

Per un boicottaggio di Israele moralmente coerente

da Forum Palestina.


Comunicato della Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI)
7 settembre 2010 



In seguito al recente annuncio dell’inaugurazione di un centro culturale all’interno di Ariel, la colonia ebraica quarta per grandezza nel territorio palestinese occupato, 150 importanti accademici, scrittori e figure di intellettuali israeliani hanno dichiarato che  “non prenderanno parte ad alcuna attività culturale che si svolga al di là della Linea Verde, non parteciperanno ad alcun dibattito o seminario o conferenza in qualsiasi ambito accademico all’interno degli insediamenti” ("150 academics, artists back actors' boycott of settlement arts center," Haaretz, 31 August 2010).

Alcuni di loro sono arrivati al punto di ripetere un dato di fatto, che cioè tutte le colonie israeliane costruite su terra palestinese occupata rappresentano una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e che ciò costituisce un crimine di guerra.



Questa presa di posizione assunta da decine di accademici e artisti israeliani ha suscitato un vespaio di polemiche nella sfera pubblica israeliana, attirandosi il rimprovero trasversale dell’intero quadro politico e specialmente dell’establishment accademico e culturale. Tutti i maggiori teatri si sono affrettati a dichiarare il loro rifiuto di boicottare Ariel motivandolo con il pretesto di dover essere al servizio “di tutti gli israeliani”. Gli amministratori delle università hanno fatto eco a queste dichiarazioni o hanno scelto il silenzio, continuando a fare affari come sempre con Ariel e gli altri insediamenti. I termini della querelle tuttavia, pongono una serie di problemi ai sostenitori dei diritti dei palestinesi. Nello stesso momento in cui diamo il benvenuto ad azioni di protesta dirette contro qualsiasi manifestazione del regime israeliano di colonialismo e apartheid,  noi crediamo che questi atti debbano essere moralmente coerenti e saldamente ancorati al diritto internazionale e ai diritti umani universali.




Innanzitutto pensiamo che focalizzare l’attenzione esclusivamente sulle istituzioni degli insediamenti porti ad ignorare e a mettere in ombra la complicità di tutte le istituzioni accademiche e culturali nel sostenere il sistema di controllo coloniale e di apartheid sotto il quale il popolo palestinese soffre. PACBI ritiene che sia assolutamente evidente la collusione tra l’establishment accademico e culturale israeliano e i principali organi oppressivi dello stato israeliano. Focalizzare l’attenzione unicamente su istituzioni chiaramente complici, quali i centri culturali di una colonia della Cisgiordania, serve solo a proteggere dall’obbrobrio le principali istituzioni israeliane e, in ultima analisi, dal crescente movimento di boicottaggio globale che in modo consistente prende di mira tutte le istituzioni complici.




Inoltre, la scelta di un approccio che mira ad un ben noto insediamento coloniale nel cuore della Cisgiordania occupata, distoglie l’attenzione da altre istituzioni costruite su terre occupate. Si dovrebbe chiedere ai sostenitori di questo boicottaggio particolarmente selettivo: è accettabile invece tenere una conferenza o fare uno spettacolo nella Hebrew University, il cui campus situato sul Monte Scopus occupa terra palestinese nella Gerusalemme Est?


Se ciò che guida questo movimento è l’opposizione all’occupazione militare israeliana, allora come mai è stato ignorato, tanto per fare un esempio, il deprecabile soffocamento di istituzioni culturali nella Gerusalemme occupata?  Nel 2009, la Lega Araba con il supporto dell’UNESCO ha dichiarato Gerusalemme “capitale culturale araba” per quell’anno. Le celebrazioni che durante l’anno dovevano tenersi in vari punti della città per evidenziare  il ruolo storico e culturale di Gerusalemme all’interno della società palestinese ed oltre, sono state bloccate e talvolta fisicamente aggredite dalle forze di sicurezza israeliane, nel perenne sforzo di soffocare qualsiasi espressione dell’identità palestinese all’interno della città occupata. Con delle scene degne dei romanzi di Kafka, delle attività organizzate in ogni parte di Gerusalemme Est sono state senza esitazione cancellate, per cui artisti, scrittori e intellettuali palestinesi hanno dovuto far ricorso a tecniche underground, clandestine, per celebrare  il patrimonio culturale e popolare della città. 




Se dietro al recente appello di boicottaggio diretto contro Ariel c’è il ruolo degli artisti e degli intellettuali in quanto voci della ragione morale, noi chiediamo: dov’erano queste voci nel momento in cui istituzioni accademiche e culturali venivano senza alcuna giustificazione distrutte durante la guerra israeliana di aggressione contro Gaza del 2008-2009?



Non è passato inosservato in Israele il fatto che il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) stia acquistando sempre più peso a livello internazionale come maniera efficace di resistere all’oppressione coloniale israeliana. In questo contesto, ci si può perdonare l’affermazione che tutti questi recenti tentativi di restringere il mirino del boicottaggio contro Israele non siano altro che il tentativo deliberato di evitare un danno più grande. Risulta quindi ancora più urgente ribadire la coerenza morale delle ragioni e dei principi della campagna di boicottaggio palestinese contro Israele.  

I principi del movimento del BDS nascono dalle richieste dell’Appello palestinese al BDS, firmato da più di 150 organizzazioni della società civile palestinese nel luglio 2005, e, relativamente al campo accademico e culturale, dall’Appello palestinese al boicottaggio accademico e culturale di Israele, lanciato un anno prima nel luglio 2004. Questi due appelli al BDS ed al PACBI insieme rappresentano i documenti strategici più autorevoli e con il più ampio consenso che siano emersi in Palestina da decenni; tutte le parti politiche, le organizzazioni sindacali, studentesche, e delle donne, i gruppi dei rifugiati all’interno del mondo arabo li hanno sottoscritti e li sostengono.  Entrambi gli appelli sottolineano la prevalente opinione palestinese che la più efficace forma di solidarietà internazionale con il popolo palestinese siano l’azione diretta e la continua pressione mirata a porre fine al regime coloniale e di apartheid israeliano, così come il regime di apartheid del Sudafrica fu abolito, attraverso l’isolamento internazionale di Israele condotto per mezzo del boicottaggio e delle sanzioni, forzando Israele ad obbedire alle leggi internazionali e a rispettare i diritti dei Palestinesi.




Chiediamo a coloro che proclamano di avere a cuore la coerente applicazione del diritto internazionale e il primato dei diritti umani, di riconoscere l’insieme delle complicità accademiche e culturali invece di andar dietro solo al dettaglio di un caso isolato come Ariel, e di agire di conseguenza.







Questo documento della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI) è stato pubblicato per la prima volta nel numero di sett. 2010 del Bollettino del BRICUP,  British Committee for Universities for Palestine (BRICUP) newsletter. E’stato ripreso e pubblicato sul sito www.electronicintifada.org il 7.09.2010.

martedì 7 settembre 2010

LOTTA DURA FINO ALLA SCONFITTA DI MARCHIONNE!

di Davide Margiotta operaio metalmeccanico, resp. nazionale lavoro sindacale Pdac



Intervenendo al meeting di Comunione e Liberazione, l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha spiegato che “quella alla quale stiamo assistendo in questi giorni è la contrapposizione tra due modelli: uno che si ostina a proteggere il passato, l'altro che guarda avanti. Fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi modellli, non ci sarà mai spazio per guardare i nuovi orizzonti, non siamo più negli anni '60 e occorre abbandonare il modello di pensiero che vede una lotta fra capitale e lavoro e fra padroni e operai”.
Quante volte, anche a sinistra, abbiamo sentito in fondo ripetere questo motivo, a mo' di ritornello. In realtà, finché si resta nel campo delle opinioni, ognuno ha la sua. I numeri invece hanno la pessima abitudine a prestarsi molto meno a farsi manipolare, così possiamo scoprire che se un operaio del nuovo stabilimento serbo della Fiat guadagna dai 200 ai 400 euro al mese e uno italiano in media mille e 200, i vertici del Gruppo, Marchionne e Montezemolo, in piena crisi capitalistica mondiale, viaggiano sui 5 milioni di euro. 
Lo stesso concetto lo ha espresso in questi giorni la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che, forte dei suoi 17 conti in Svizzera, afferma che quello che serve è un nuovo patto sociale per legare i salari dei lavoratori ai risultati aziendali: '”Vogliamo andare nella direzione di aumentare i salari se però uniti a maggiore produttivita, per farlo non basta lavorare solo sul contratto nazionale, perché le realtà sono diverse e bisogna lavorare azienda per azienda'”.
Peccato che anche qui i fatti smentiscano le teorie e i voli pindarici di questi rapaci chiacchieroni, visto che, se il potere d'acquisto dei salari – sempre che l'economia vada bene - è fermo al palo, i compensi dei manager aumentano all'infinito. La lotta di classe c'è, perché esistono le classi, piaccia o no a Marchionne.
 
Il piano della grande borghesiaMarchionne e la Marcegaglia dicono la stessa cosa: occorre abolire il Contratto Nazionale di Lavoro, il vecchio, per lasciare spazio al nuovo che avanza. Ovvero, deregolamentazione totale dei  vecchi contratti (la Newco Fiat slegata da Confindustria e Federmeccanica) e varo del nuovo modello che prevede la quota di salario fissa portata al minimo in favore di quella variabile (legata ai premi e all'andamento del mercato), quando non direttamente a contratti individuali.
E' questo il senso dell'Accordo sul nuovo modello contrattuale siglato da governo, Confindustria e sindacati collaborazionisti (Cisl e Uil in testa) e di tutta l'operazione Marchionne che punta a stracciare il Contratto Nazionale di Lavoro dei metalmeccanici, prima a Pomigliano e poi in tutte le aziende del gruppo, col plauso dell'illustre (per la borghesia) senatore del Pd Pietro Ichino.
Nel caso qualcuno osi provare a ostacolare in qualsiasi modo il grande manovratore, sono pronte due vecchie ricette tanto care ai padroni (che, anche se non esistono più... sanno come farsi rispettare): il ricatto (la chiusura degli stabilimenti) e i licenziamenti (poi, se dovesse servire in autunno, anche i manganelli della polizia).
 
Lo stabilimento serbo di KragujevacIl “nuovo che avanza” ovviamente non prevede affatto il sindacato, nemmeno quello rinunciatario che, di fronte al mancato rispetto della decisione del giudice di reintegrare i tre lavoratori ingiustamente licenziati di Melfi, non trova di meglio che indire 2 ore di sciopero e di fronte a un attacco senza precedenti alla classe operaia avanza l'idea di una manifestazione (di sabato, quindi niente sciopero!) per il 16 ottobre.
Questa è infatti una delle principali ragioni che hanno spinto Marchionne a investire 1 miliardo di euro nello stabilimento di Kragujevac, in Serbia. Lì i sindacati semplicemente non esistono. Oltre, ovviamente, al risparmio sul salario (un operaio serbo guadagna la metà di un polacco e un quinto di un italiano) e del fatto che, in virtù dell'accordo siglato due anni fa tra Belgrado e Fiat, lo Stato serbo si incaricherà dei costi della bonifica dello stabilimento (operazione molto costosa, visto che nell'area gli aerei “umanitari” della Nato -ai tempi del governo D'Alema- hanno scaricato centinaia di tonnellate di bombe e veleni) e cede la proprietà alla Fiat. La vecchia Zastava impiegava quasi 3 mila dipendenti, di cui solo un terzo sarà riassunto in breve tempo dalla Fiat, mentre il resto è a libro paga dello stato (la Serbia). Di più, per ogni assunzione, il Lingotto riceverà 10 mila euro di finanziamento pubblico. Una vera gallina dalle uova d'oro che consentirà il doppio risultato di avere da una parte (in Italia) rinvigorito lo spauracchio della delocalizzazione e dall'altra (la competizione nel mercato mondiale) concluso un affare esemplare.
 
Unire le lotteLa portata di questa vicenda, come è evidente, va ben oltre i singoli stabilimenti della Fiat e ben oltre il Gruppo Fiat stesso.
In gioco c'è il futuro della classe operaia. Nessun risultato può essere ottenuto se la mobilitazione non coinvolgerà tutti gli stabilimenti Fiat (in Italia e nel mondo, visto che all'estero i metodi di Pomigliano sono già stati sperimentati con successo, in Polonia come in Brasile, dove vige un regime di autentico terrore). E' necessario che tutti i lavoratori del gruppo lottino per la stessa causa. Di più, questa vicenda, come dimostrato, è il cavallo di troia della grande borghesia per distruggere il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Non è un caso che Bonanni sia stato indicato da Tremonti come “uomo di Stato, che ha profondo senso della responsabilità politica”, lasciando presagire per lui un futuro posto nell'Esecutivo.
Per questa ragione la lotta alla Fiat sarà un banco di prova fondamentale per tutta la classe operaia. Su questa vicenda è necessario costruire la piattaforma che può e deve unificare il proletariato attorno a parole d'ordine transitorie per fronteggiare la crisi e combattere il nemico comune. Che è lo stesso che vuole privatizzare la scuola, che vuole sfruttare i lavoratori sino al limite della resistenza umana, che li getta via quando non servono più, che li vuole precari, senza diritti e senza casa. Lo stesso padrone che aizza i proletari l'uno contro l'altro, nativi e immigrati, fomentando una guerra tra poveri di cui lui solo può trarre vantaggio.
La sfida che ci attende è immensa. Gli sciopericchi e le manifestazioni di sabato non servono a niente. Occorre una prova di forza generale che, a partire dall'occupazione di tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat, dìa il via ad una nuova stagione di lotte operaie che arrivi sino alla cacciata di Berlusconi e al varo di un governo dei lavoratori per i lavoratori. 
Anche se oggi il proletariato appare prostrato e succube del padronato, in realtà quello che manca è una direzione che dica che tutto questo si può fare, basta organizzarsi. Il nemico non è invincibile.

Per la precisione.....

di Luciano Granieri.


Di fronte a quella che forse sarà la sede di Casa Pound  a Frosinone , ma nutriamo forti dubbi in merito, sono apparsi dei manifesti dei neo-fascisti con l'immagine di Rino Gaetano, idolatrato come se fosse una  loro icona culturale. Come blog antifascista, ma anche per dovere di informazione, abbiamo affisso accanto al manifesto un comunicato emesso dalla famiglia del Cantautore Calabrese nel quale questa DIFFIDA CASAPOUND da usare l'immagine di Rino che tutto era tranne che fascista.


IL TESTO DEL COMUNICATO:






La famiglia di Rino Gaetano non accetta le misere strumentalizzazioni della figura del cantautore da parte dei turbo-fascisti per miseri fini di tessera.

I familiari di Rino Gaetano non ci stanno.
Dopo più di un anno in cui la figura del cantautore è stata reinventata, distorta e distrutta dai neo-fascisti, la sua famiglia decide di chiarire il grave malinteso, come dichiara il nipote Danilo Scortichini:
«Perché Rino – spiega oggi sul “Manifesto” – guardava con simpatia al movimento del ’77, aveva finanziato Radio Onda Rossa ed era anche un lettore del Manifesto. È sbagliato utilizzare un artista quando questo non può difendersi perché morto. E non è giusto distorcere le sue canzoni, né strumentalizzarlo e, ancor meno, farlo passare per fascista. Queste persone non hanno umanità e nemmeno i titoli per utilizzare quelle sue immagini, incollandoci sopra dei simboli e organizzando dibattiti in suo ricordo in posti dove si predica il razzismo e l’intolleranza. Sono luoghi di xenofobia mentre Rino Gaetano era uno xenofilo: basti ricordare il canto alla straniera Aida. Comunque, di concerto con la famiglia stiamo valutando la possibilità di adire le vie legali per tutelare l’onore e la reputazione di mio zio».









Il comunicato affianco al manifesto di Rino Gaetano lo abbiamo affisso noi di Aut – Frosinone, in qualità di ente fondatore della Rete Antifascista Antirazzista del Basso Lazio. A dirla tutta il sottoscritto, Luciano Granieri,  co-redattore di Aut, è l’unico responsabile di questa affissione. Al di la del fatto ideologico, affiggere quel comunicato era doveroso  per ristabilire la verità dei fatti. E qual’è la verità dei fatti?  La verità dei fatti è che CasaPound, oltre ad essere fuori legge e fuori dal dettato costituzionale, non riesce neanche a trovare uno straccio di appiglio  o icona culturale. A parte l’establishment berlusconiano e alemanniano, di cui costituiscono il più bolso degli elementi propagandistici, nessuno  è disposto ad accreditare i “Fascisti del terzo millennio” né come movimento culturale, né come movimento sociale, né come movimento politico. Signori Macera, Incitti e compagni, anzi camerati, la vostra ignoranza e inconsistenza politica è conclamata. Vi scansano come appestati, nelle scuole (vedi tema di Incitti aborrito anche dai suoi camerati) e in tutte la comunità alternative al regime berlusconiano. Sono sicuro che anche Ezra Pound vi sputerebbe in faccia se fosse vivo.  A proposito di merda. Ci accusate di fare un uso smodato (ma Aut non si riconosce in questa affermazione) di questo termine quando si parla di voi. Però davanti ai vostri manifesti in Via Garibaldi tale scoria naturale abbonda, travalica, tracima. Tanto che per affiggere il comunicato abbiamo dovutio porre attenzione a non sporcarci le scarpe. Non sarà che una sorta di attrazione magnetica attira la merda ovunque voi siate?

Ore 13,40 l’affissione è stata rimossa. Non avevamo dubbi. Questo da l’idea del concetto di democrazia che pervade gli utili idioti di Berlusconi, Alemanno e Polverini.

lunedì 6 settembre 2010

Processo breve: l’ultimo trucco di B.

Di Antonella Mascali e Sara Nicoli



Berlusconi è impazzito?  Elimina il processo breve dai cinque punti su cui si misurerà la tenuta dell’esecutivo. Proprio lui fa saltare quel salvacondotto indispensabile per tenerlo ancora in sella?  Ma se Berlusconi va a processo, va anche in galera ed essendo  questo uno  scenario del tutto utopico è evidente che sotto c’è  il trucco . Riportiamo infatti  , tratto dal Fatto quotidiano del 5 settembre, il trucco, ovvero   la strategia alternativa al processo breve  funzionale ad assicurare l’impunità del nano di Arcore.   Il fatto che il percorso sia stato indicato dal Presidente Napolitano però  , ci fa subdorare  una fine trappola innescata dal Capo dello Stato ai danni del Berlusca . Non è che anche Napolitano, come Fini  vuole evitare le elezioni il cui risultato nelle condizioni attuali    sarebbero ancora favorevole  del Pdl  ed ottenere l’annientamento di Berlusconi attraverso un estenuante processo di logoramento? 

La redazione.




Il processo breve non c’è più. Alla vigilia del discorso di Fini a Mirabello, il Cavaliere toglie dal tavolo dello scontro politico il contestato provvedimento ammazza processi e su suggerimento del Quirinale avvia la strada del confronto sul Lodo Alfano Costituzionale. Ma è solo apparenza: l’intenzione è di rilanciarlo con maggior forza, solo dopo che il fallimento di questa strada, però, sarà sotto gli occhi di tutti. Anche del presidente della Repubblica. E’ un Berlusconi tattico quello che ieri ha spazzato via dalla polemica politica il processo breve, fonte di “continui attacchi da parte della sinistra che l’ha fatto diventare uno scandalo – ha detto il Cavaliere – e l’ha messo al centro di una campagna ancora e sempre contro di me”. Ecco, dunque, l’intento: “Dentro la mozione sulla giustizia che porteremo all’approvazione del Parlamento – ha spiegato il premier – non dovrebbe esserci alcun riferimento a questo cosiddetto processo breve, così accontento la sinistra. Comunque se non c’è la maggioranza si va al voto”. Il condizionale non è messo a caso. Perché, come hanno spiegato nei giorni scorsi Gasparri e Cicchitto, il processo breve è cardine fondamentale di quella grande riforma della giustizia inserita nei cinque punti (con la riforma tributaria, il federalismo fiscale, la sicurezza, l’immigrazione e il rilancio del Sud) su cui verrà chiesta la fiducia alle Camere. Ma l’importante, al momento, è gettare acqua sul fuoco. Berlusconi ha deciso di seguire le indicazioni suggerite da Napolitano ad Alfano (prima una leggina per riformulare il legittimo impedimento, poi richiesta di voti anche all’opposizione per il Lodo Alfano Costituzionale), ma non appena questo percorso dovesse rivelarsi fallimentare, a parere dei falchi Pdl “il Capo” non ci penserebbe un attimo a riesumare il processo breve, portarlo in aula e farlo approvare – come avvenuto al Senato – con la fiducia. Dunque Berlusconi al momento si deve accontentare di mantenere congelati i processi Mills e Mediaset, invece di farli morire senza verdetto di primo grado come accadrebbe (anche per altre decine di migliaia di procedimenti), con il processo breve. Il lodo Alfano costituzionale, a differenza di quello bocciato dalla Consulta il 7 ottobre scorso, avvolge il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, e i ministri che hanno preso il posto dei presidenti delle Camere. Ma in attesa di un privilegio costituzionale dall’iter parlamentare molto lungo, per tenere ibernati i procedimenti a suo carico (anche Mediatrade in udienza preliminare), il Cavaliere deve bloccare la Corte costituzionale che il 14 dicembre dovrà pronunciarsi sul ricorso dei giudici milanesi contro il legittimo impedimento. L’unico modo per prendere tempo è che alla Camera, per quel periodo, sia già in discussione una modifica dello scudo a tempo. Solo in quel caso la Consulta, come vuole la prassi istituzionale, sospenderebbe la decisione in attesa del Parlamento. E se dovesse essere approvato il legittimo impedimento “aggiustato”, alla Consulta non resterebbe che emettere un’ordinanza in cui dichiara l’inammissibilità del ricorso dei giudici di Milano per sopravvenuta modifica della legge. A quel punto i processi si riaprirebbero e si sospenderebbero di nuovo. O in virtù della nuova normativa o per una altro ricorso alla Corte. Sarebbe il quarto contro gli scudi ad personam che cambiano nome ma non la loro natura di salvacondotto per Berlusconi.

 

domenica 5 settembre 2010

Vicoli Narranti

di Fausta Dumano


Picinisco, 3 settembre la redattrice di Aut non si era mai spinta quassù, sin da ragazza la distanza geografica le era sembrata insormontabile, mi ero spinta fino alla casa di Lawrence, dove è stata scritta “la ragazza perduta”. La location  è proprio  ideale per ambientare la prima notte bianca del “libro” . Il centro storico di Picinisco è un dedalo di vicoli, che si intrecciano, un puzzle incredibile, dove è piacevole smarririrsi nell’ascoltare le storie che si  raccontano: “Non importa quante strade abbia percorso il narratore , questo è il senso del festival delle storie, organizzato dalla Minimum Fa. Scrittori, musicisti, attori, registi e viandanti si incontrano per narrare. Un festival itinerante Picinisco, San Donato, Alvito una Valle quella di Comino, nel Parco Nazionale. A dipanare l’intreccio di vicoli giunge in soccorso PASTICCIO, il protagonista di Edoardo Inglese , è incredibile  che a darmi il filo di Arianna sia proprio Pasticcio, che si smarrisce sempre. Pasticcio è qui in un duplice ruolo da musicista della Slammer Band a protagonista del libro. Appena lo intercetto, corro subito da lui e da Edoardo anche lui nel duplice ruolo di scrittore e musicista . Il primo inciampo con loro c’è stato da Ithaca e da subito sono stati così  coinvolgenti che  la redattrice di Aut si è sentita parte integrante della loro Slummer Band. Pasticcio è la bussola che mi fa arrivare in piazzetta suggestive dove sento narrare gli scrittori, tanti veramente tanti, impossibile citarli tutti, alcuni nomi Chiara Valerio, Antonio Pascale. In ogni angolo del paese racchiuso  dalle mura che proteggono la Valle dei Saraceni gli stand dei librai, ci sono Edicolè, Incontri ed Ithaca, che ha fatto una scelta coraggiosa portare libri delle case editrici piccole quelle tagliate fuori dal mercato, dalla globalizzazione. E in tema con l’arte che si respira in un dibattito che è nato in piazzetta , l’appello degli intellettuali ad abbandonare la Mondadori, un dibattito “provocato” involontariamente da Igor Traboni, che non voleva far politica, ma ha acceso la miccia. Tra le parole si intrecciano le note di Edoardo Inglese con un “omaggio oltraggio “ a due signore della canzone italiana, Loredana Bertè e Gabriella Ferri. Nella notte bianca ha scelto la luna come tema per far compagnia al lupo e all’orso i simboli del Parco. A mezzanotte i viandanti si radunano nella piazza principale dove l’attore Davide Cassini ha messo in scena un omaggio a Ray Charles, un reading concerto del padre del Soul Americano. La notte bianca prosegue nonostante l’equipaggio invernale a Picinsco fa freddo, ma la Slummer Band fa scaldare dentro. 

l'ASP e Ferrero contro l'operazione Green Hunt

dal Comitato contro la guerra contro il Popolo d'India .


PROPAGANDA IN PIEMONTE DELL’ASSOCIAZIONE SOLIDARIETA’ PROLETARIA CONTRO L’OPERAZIONE GREEN HUNT
PAOLO FERRERO, SEGRETARIO DEL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA, DENUNCIA LA BARBARIE DELL’OPERAZIONE

L’Associazione Solidarietà Proletaria è intervenuta alla Festa di Liberazione in Val di Susa, facendo una importante operazione di propaganda contro L'OPERAZIONE GREEN HUNT , esponendo manifesti e distribuendo il libro “Camminando con i compagni” con scritti di Arundathi Roy e di G.N. Saibaba, vicepresidente del Revolutionary Democratic Front of India.
Ha avuto il libro anche Paolo Ferrero, segretario del Partito della Rifondazione Comunista presente nell’occasione. Ferreroh ha tenuto un comizio dal palco di fronte a circa 700 persone. Nella parte centrale del suo discorso dove trattava dello sfruttamento capitalistico in Italia e nel mondo, ha parlato della questione del genocidio dei popoli dell’India come esempio della barbarie del capitalismo a livello mondiale.
La campagna contro l’Operazione Green Hunt prosegue a livello internazionale, e lo Stato indiano è costretto a fare passi indietro. Ad agosto ha impedito il progetto di una miniera di bauxite nella regione di Orissa da parte della compagnia britannica Vedanta, ammettendo che progetti del genere sono lesivi dei diritti umani e dell’ambiente. Amnesty International ha dichiarato che questa vittoria è una pietra miliare nella difesa dei diritti delle comunità indigene.
Ringraziamo l’Associazione Solidarietà Proletaria e il segretario del PRC Ferrero per l’importante contributo che danno alla campagna contro la guerra di sterminio e la devastazione ambientale che il governo indiano porta avanti contro il popolo e la terra. Vi invitiamo a continuare e a estendere il vostro impegno insieme al nostro Comitato e alle molte iniziative che si vanno moltiplicando nel paese contro l’Operazione Green Hunt.

Firenze, 2 settembre 2010