Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 2 febbraio 2011

Colleferro :Caso Fadda

da Rete per la Tutela della Valle del Sacco.





Retuvasa preannuncia esposto sui fatti avvenuti in località
         “Casa Ripi” a Colleferro
               ed esprime le sue valutazioni sulla vicenda

Ancor prima che i fatti in questione fossero di dominio pubblico, Retuvasa stava già raccogliendo elementi probatori su quanto si configura come una delicatissima vicenda ambientale e sociale. Gli stessi che, valutata ogni implicazione ambientale e tecnico-legale, metterà a disposizione della Procura di Velletri tra qualche giorno.
Nel frattempo, è ormai opportuno anche per la nostra associazione esprimere valutazioni sul caso.
In primo luogo, l’incredibile vicenda di cui solo alcuni stralci sono giunti ai media, solleva alcuni inquietanti interrogativi, che possono configurare gravi ipotesi di reato.
Per anni, pecore destinate all’alimentazione umana potrebbero aver pascolato in terreni quantomeno prossimi a siti industriali verosimilmente ad alta contaminazione. Per anni, la carne di questi animali potrebbe essere entrata nel ciclo alimentare, eludendo i controlli veterinari previsti entro l’azienda e nei macelli.
Nell’attesa della definitiva chiarezza sui fatti in questione, il condizionale è d’obbligo, ma l’angoscia pure. L’angoscia di tanti cittadini che si stanno interrogando su dove siano finiti quei prodotti contaminati. E dire questo non significa creare allarmismi, ma guardare in faccia la realtà.
D’altra parte, riteniamo che sia fuorviante estendere indiscriminatamente i contorni del caso.
Pur stigmatizzando un atteggiamento che ci sembra prevalentemente negazionista nel sindaco di Colleferro (la sua linea sarà comunque più chiara nel corso del consiglio comunale straordinario che ha opportunamente convocato per domani), dobbiamo una volta tanto riconoscere che su un punto ha perfettamente ragione. Ha ragione nell’insistere che non c’è alcun legame diretto e oggettivo tra l’inquinamento di “Casa Ripi” e quello legato all’emergenza da beta-HCH del fiume Sacco.
Sembra che i terreni in cui hanno pascolato gli animali del Sig. Raimondo Fadda siano quantomeno contigui a un nucleo che rappresenta un’estensione del Comprensorio industriale da Valle verso la zona denominata 3C – Centro prove e collaudi. Il sig. Fadda abita in loco a circa 100 mt. dall’ingresso del 3C. Certo è importante verificare l’eventuale impatto della presunta contaminazione sulle falde acquifere in tale area, ma con il Sacco non pare esserci alcun collegamento.
Non si può dunque valutare l’efficacia o meno della bonifica della Valle del Sacco sulla base di quanto ora si scopre ad alcuni chilometri di distanza dal fiume. Diversi con ogni probabilità gli inquinanti in gioco. Diversa la dimensione del fenomeno, circoscritto e puntuale nel caso in questione, diffuso, in quanto degradante da Colleferro a Falvaterra, per il beta-HCH.
Legittimo casomai chiedersi se le criticità della Valle del Sacco si possano risolvere solo risanando il Fiume Sacco dal beta-HCH, questione che abbiamo noi stessi sollevato più volte.
Ma la confusione non fa bene a nessuno. E nostro avviso, rischia di fare soprattutto il gioco di chi vuole screditare l’agrozootecnia in blocco per promuovere in sua vece progetti industriali, edilizi e infrastrutturali ad alto impatto ambientale e ad alto consumo di suolo. Un copione visto più volte, anche nella Valle del Sacco.
Vogliamo invece difendere la credibilità di migliaia di aziende agricole sane e ipercontrollate, e in questo siamo vicini a quanto espresso dal presidente della Confederazione Italiana Agricoltura di Frosinone, Mario Mancini. Ma come egli stesso nota, al di là di un caso come il presente, dai contorni che hanno dell’incredibile, la guardia va tenuta altissima nei confronti di altre potenziali “zone grigie” che sfuggono ad ogni controllo. E non solo a Colleferro.
A nostro avviso poi gli “effetti di sistema” non vanno ricercati verso il Sacco, ma in un’altra direzione, quella della mancata caratterizzazione delle aree del comprensorio industriale di Colleferro.
Paradossalmente, mentre il Sito di Interesse Nazionale della Valle del Sacco è in base ai dati Ispra 2008 il più esteso d'Italia, insieme a quello sardo del Sulcis Iglesiente Guspinese, non si dispone ancora di una caratterizzazione del comprensorio industriale di Colleferro, la “madre” dei distretti industriali che nel corso di decenni hanno progressivamente inquinato la terra, le acque e l’aria della Valle del Sacco. Manca ancora per le secretazioni delle aree produttive di rilevanza militare, in vigore ai sensi del Decreto Regio dell’11 Luglio 1941 n. 1161, “Norme relative al segreto militare. Ma basta leggere qualche passo del Libro bianco del FULC del 1977, ormai storico ma incredibilmente attuale, per rendersi conto che un piano di bonifica integrale del nostro comprensorio dovrebbe prevedere una rigorosa ricostruzione storica degli eventi che si sono succeduti nel tempo su questi terreni, dando voce anche al personale che vi lavorava e che all’epoca, per paura di perdere il posto di lavoro, doveva tacere. In Appendice riportiamo un esempio evidente di quanto affermiamo.
Ecco dunque che possiamo essere d’accordo su un altro punto con il nostro sindaco: la radice di tutti i mali risale agli anni ’60. Ma al momento non ci sembra che egli abbia una leonina e lucida determinazione nel trarre le debite e strutturali conseguenze di questa sua affermazione.

Colleferro, 02.02.11

Appendice dal Libro Bianco del FULC, "Indagine sull'ambiente di lavoro alla SNIA di Colleferro", a cura del Consiglio di Fabbrica, Federazione Unitaria dei Lavoratori Chimici Provinciali di Roma - CNR Reparto Ambiente del TBM, 1977.

Pag. 34: (riguardo alla sezione chimica dell'anidride ftalica) “Le peci che si raccolgono dal fondo della prima torre vengono scaricate a mano ogni mattina e infustate in recipienti sporchi di altre sostanze di natura sconosciuta che al momento del travaso reagiscono violentemente. I fusti sono inviati al "campo spazzatura" [zona industriale di Colleferro, direzione Artena] dove sono bruciati insieme agli altri residui di lavorazione […]”. 

martedì 1 febbraio 2011

Chiediamo ad Obama di dire "NO" agli insediamenti

Dear Luciano,
The recent release by Al Jazeera and the Guardian of some 16,000 documents related to nearly 20 years of Israeli-Palestinian peace negotiations sadly substantiates what Jewish Voice for Peace has said publicly for years- that the U.S. is not the neutral broker it claims to be.

The United States' unconditional support for Israel has helped to perpetuate the occupation by promoting endless negotiations that have enabled Israel to expand settlements while claiming to work towards peace.

Israel's lack of interest in ending the occupation and being a partner to peace
is now nakedly revealed in documents which show its reaction to he Palestinian Authority's unprecedented concessions, shocking because they far exceed the requirements of international law. Israel offered an intransigent 'no' to every concession, with the U.S. looking on in approval.
There is a chance, however, for the Obama Administration to differentiate itself from the ineffectual American actions revealed in the leaked documents.

Palestinians and their supporters have put forth a key resolution on the Israel-Palestine conflict that is now before the UN Security Council. Largely echoing stated U.S. policy, the resolution embraces negotiations, endorses the creation of a Palestinian state, and demands an immediate halt to Israeli settlement construction in the West Bank and East Jerusalem. But even though the resolution echoes U.S. policy, President Obama is under heavy pressure to veto the UN resolution from forces in Washington who want to protect the Israeli occupation.
Will you join Jewish Voice for Peace and Just Foreign Policy in urging President Obama to support the UN resolution condemning Israeli settlement activity in the West Bank and East Jerusalem?


Prominent former diplomats, including Ambassador Thomas Pickering and Ambassador James Dobbins, have written to President Obama, urging him to instruct our Ambassador to the United Nations to vote yes on this initiative, noting that it echoes U.S. policy.[1]


But sixteen Senators, led by New York Democrat Kirsten Gillibrand, have urged Secretary of State Clinton to veto the resolution.[2]

It's not an immutable law of the universe that the U.S. has to veto UN resolutions critical of Israeli settlement activity in the West Bank and East Jerusalem. Indeed, last year, the U.S. promised the Palestinians to "consider allowing UN Security Council condemnation of any significant new Israeli settlement activity," the Guardian reported. [3]

U.S. policy is at a cross-roads.

If the U.S. vetoes the UN resolution, it will signal implicit American support for illegal, Jewish-only settlements. Such support would be a departure from longstanding stated U.S. policy and would encourage accelerated settlement construction. A U.S. veto would also embolden the most reactionary forces in Israel, which have been escalating their efforts to silence Israeli dissent against the occupation.

This is a historic opportunity for President Obama to show leadership and back up the words of his speech in Cairo with deeds. Urge President Obama to support the UN resolution condemning Israeli settlement construction in the West Bank and East Jerusalem.

Thank you for all you do to help bring about a change in U.S. policy,

Cecilie Surasky, Deputy Director
Sydney Levy, Director of Campaigns
Jewish Voice for Peace

References:

1. "Pickering, Hills, Sullivan, Beinart, Dobbins, More Ask Obama Administration to Support UN Resolution Condemning Illegal Israeli Settlements," Steve Clemons, The Washington Note, Wednesday, Jan 19 2011,
http://www.thewashingtonnote.com/archives/2011/01/pickering_hills/
2. "UN Resolution on Israeli Settlements Puts Obama in a Diplomatic Bind," Tony Karon Thursday, Jan. 20, 2011
http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2043326,00.html
3. "U.S. gives Abbas private assurances over Israeli settlements: Americans consider withholding veto protecting Israel at UN if building goes ahead at Ramat Shlomo," Rory McCarthy, Guardian, Thursday 29 April 2010, 
http://www.guardian.co.uk/world/2010/apr/29/israel-settlement-building-peace-talks



_________________________________________




Le recenti rivelazioni di Al Jazera e The Guardian di circa 16000 documenti relativi a gli ultimi venti anni di negoziati di pace fra Israeliani e Palestinesi,  tristemente confermano  ciò che Jewish Voice for Peace ha sostenuto pubblicamente per anni- cioè che gli Stati Uniti non sono stati gli intermediari di così neutrali come loro hanno dichiarato di essere. Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele ha contribuito a perpetuare l’occupazione attraverso la promozione di interminabili  negoziati che hanno consentito a Israele di espandere gli insediamenti. La mancanza di interesse di Israele nel porre fine all’occupazione e di diventare realmente partner di pace è ormai palesemente rivelata in documenti che dimostrano reazioni senza precedenti alle concessioni all’Autorità Palestinesi. Reazioni scioccanti che   superano di grano lunga le leggi del diritto internazionale. Israele ha  sempre risposto con intransigenti “NO”  ad ogni concessione con gli Stati Uniti ad  approvare consenzienti.
Esiste una possibilità, ovviamente per l’amministrazione di Obama per differenziarsi  dalle inefficaci azioni americane rivelate nei documenti trapelati. I Palestinesi e i loro sostenitori hanno presentato una mozione chiave sul conflitto Israelo-Palestinese , che ora è all’esame del consiglio di sicurezza dell’ONU. La risoluzione rispecchiando l’attuale politica americana, promuove  i negoziati, appoggia la creazione di uno Stato Palestinese ed esige la cessazione immediata della costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Ma anche in presenza di questa nuova politica americana, il presidente Obama sta subendo una forte pressione dalle forze che a Washinghton vogliono proteggere l’occupazione israeliane, affinchè ponga il veto alla risoluzione. Volete unirvi a Jewish Voice for Peace e a Just Foreign Policy nel sollecitare il presidente Obama a sostenere la risoluzione ONU che condanna l’attività israeliana nel costruire insediamenti nella West Bank e a Gerusalemme Est?  Autorevoli ex diplomatici come gli ambasciatori Thomas Pickering e James Dobbins hanno scritto al presidente Obama, chiedendogli di istruire il nostro ambasciatore alle Nazioni Unite affinchè voti  a favore della risoluzione perchè rispecchia la nuova politica americana. Ma sedici senatori guidati dal democratico di New York Kristen Gillibrand hanno esortato il segretario di stato Clinton a porre il veto alla risoluzione. Non è un’immutabile legge dell’universo che gli Stati Uniti debbano porre il veto su risoluzioni critiche verso l’attivita israeliana nel costruire insediamenti nella West Bank e a Gerusalemme Est. Infatti l’anno scorso gli Stati Uniti promisero ai Palestinesi “di concedere  al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di condannare   qualsiasi significativa nuova attività degli israeliani nel costruire insediamenti” come riportato da “The Guardian”  .

La politica americana è a un bivio.

Questa è un’opportunità storica per il presidente Obama per mostrare  la sua leadership e confermare con i fatti le parole del discorso che tenne al Cairo. Sollecitiamo il presidente Obama ad appoggiare la risoluzione dell’ONU che condanna la costruzione di insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Grazie per tutto ciò che potrete fare per portare un cambiamento nella politica americana 

Per firmare l'appello è necessario cliccare sulle frasi del testo in inglese scritte in rosso

lunedì 31 gennaio 2011

Dove c'è Barilla c'è amianto!

di Helene Benedetti




E' più facile e veloce bonificare uno stabilimento di 9,58 ettari pieno di amianto o tappare la bocca ad un giornalista scomodo corrompendo Aruba per fargli chiudere il sito?
Per la Barilla evidentemente la seconda ipotesi è stata più conveniente. Forse pensavano che tappando la bocca ad un giornalista non ci sarebbe mai stata una cassa di risonanza e qui si sbagliavano di grosso perché adesso metteremo in moto la macchina del fango. La nota holding Barilla, produttrice di deliziose merendine, pasta, fette biscottate, snack, pani morbidi, sfoglie e merende varie, ha uno stabilimento a San Nicola di Melfi, in Basilicata. Lo stabilimento è pieno di amianto, ha il tetto fatto di eternit nonostante la legge 257 del 27 marzo 1992 che obbliga alla bonifica. Con tutti i soldi che ha la Barilla, invece di bonificare lo  stabilimento, preferisce pagare costose pubblicità che presentano le merendine più sane e belle d'Italia. Il problema dell'eternit è che a lungo andare, si sfibra dando origine a piccolissime scaglie invisibili all'occhio umano. I frammenti volatili, possono, una volta respirati, provocare tumori alle vie respiratorie anche a distanza di anni. In questo stabilimento lavorano oltre 500 persone per un totale di 65 mila tonnellate annue di prodotto alimentare smistato nel nostro Belpaese. Buone le Nastrine vero? Quello è l'unico stabilimento che le produce, quindi se avete mangiato le Nastrine in vita vostra, sappiate che provenivano da uno stabilimento con tetto in eternit e con moltissime probabilità, il tetto vecchio del 1987, sta già facendo svolazzare le piccolissime scaglie di amianto.
Queste non sono mie inchieste, sono inchieste del giornalista Gianni Lannes, un giornalista con la schiena dritta che lavorava per La Stampa. Il suo lavoro è stato bloccato da mazzette e intimidazioni, quindi ha deciso di continuare aprendo un sito tutto suo, un sito libero dove
pubblicare le sue inchieste: http://www.italiaterranostra.it/ Mi sono occupata spesso di divulgare i contenuti del sito di Lannes,  perché provo una grande stima per il suo lavoro, perché ci conosciamo un pochettino e perché ci siamo sentiti spesso per motivi di  ''divulgazione'' Negli ultimi tempi ho trovato il suo sito "spento", pensavo che forse lo stavano spostando, o stavano facendo modifiche. Ho aspettato, forse troppo. Questa mattina mi sono decisa a prendere il telefono e a chiamarlo; una persona sotto scorta non può sparire per tutto questo tempo, e con amara sorpresa, ho saputo che il sito è stato rimosso illegalmente. Qui sotto le parole di Gianni Lannes: ''La Barilla dei noti fratelli delega il professor avvocato Vincenzo Mariconda con studio a Milano per il lavoro sporco. Invece di rimuovere l'amianto fuorilegge (legge 257/1992) che imbottisce lo stabilimento di merendine e biscotti a San Nicola di Melfi in Lucania, tentano illegalmente di far cancellare il sito del giornale online ITALIA TERRA NOSTRA. Invece di denunciare alla magistratura per l'eventuale reato di
diffamazione a mezzo stampa, tutto da dimostrare o citarci in giudizio in sede civile per un risarcimento danni, chiedono ad Aruba di oscurarci. Questa è la democrazia di chi è socio degli Anda-Buhrle (dall'anno 1979), noti soggetti trafficanti a livello internazionale di armi e ordigni. Se si tiene ad una voce libera è il momento di agire nel solco della legalità per rivendicare concretamente il diritto alla libertà di espressione. Tra l'altro sul caso sono state presentate diverse interrogazioni ancora senza risposta dal governo Berlusconi”.

BOICOTTIAMO LA BARILLA. SOS: pubblicate sul web e diffondete le inchieste
di ITN sull'amianto alla Barilla di San Nicola di Melfi. Intanto quest'articolo girerà il web in lungo e in largo, mi occuperò personalmente con tutte le mie forze di divulgarlo quanto più riuscirò
tramite amici, blogger, resistenti, Agende Rosse, siti e testate giornalistiche.
Non è una minaccia, è un avviso. Consiglio alla Barilla di bonificare al più presto perché Gianni Lannes non è solo, e nemmeno io sono sola. La rete fa rete, e sulla Barilla c'è ancora talmente tanto da dire che l'unico modo per tappare le bocche è quello di mettersi in regola!

Buona colazione a tutti.





Congresso ANPI della Provincia di Frosinone

da ANPI   della Provincia di Frosinone





Frosinone, 31/01/2011


 Si è svolto ieri 30 Gennaio 2011, come programmato, il Primo Congresso ANPI della Provincia di Frosinone (fondativo).
La presenza registrata è stata superiore alle aspettative, sia per numero che per qualità e pluralità. Erano presenti, fra gli altri, diverse associazioni e organizzazioni democratiche del territorio, da esponenti della CGIL e della FIOM a LIBERA, dall’Associazione Peppino Impastato di Cassino al Centro dei Diritti e della solidarietà, alla Bottega del Commercio Equo e Solidale di Cassino, dai segretari locali dei partiti e delle associazioni della sinistra ai segretari provinciali di alcuni di essi.
Lo spessore del dibattito è stato assai elevato, ha toccato i molteplici punti critici della situazione democratica e sociale italiana con sguardi molto intensi al quadro internazionale. Si sono susseguiti per tutta la giornata ben 19 interventi, nessuno formale o fuori tema, tutti invece molto attenti nell’analisi e soprattutto nella proposta. Fra i numerosi cittadini che hanno sottoscritto la tessera dell’ANPI del 2011 nel corso del Congresso (oltre 50, di ogni età, di tutte le sensibilità democratiche, di diversa professione e collocazione sociale, uomini e donne, iscritti o non iscritti a partiti o associazioni democratiche), un Sindaco, quadri ed esponenti di spicco del mondo sindacale, intellettuali, lavoratori, studenti. Molti sono stati i messaggi di adesione e di augurio di persone impossibilitate a partecipare per problemi di salute o di lavoro; ringraziamo tutti e avremo modo di confrontarci con loro in altre occasioni di lavoro.
Al termine dei lavori, sono stati approvati i documenti congressuali ed è stato eletto il Consiglio provinciale, di cui fanno parte quattro donne, il Presidente ed il Segretario provinciale. Tutte le votazioni si sono concluse con risultato unanime.
Dopo anni di impegno sul territorio al fianco delle realtà più sensibili, dopo decine di interventi nelle scuole, conferenze, celebrazioni, feste del 25 Aprile, l’ANPI si è data una organizzazione che dovrà fare in modo che la sua presenza sul territorio sia non occasionale ma programmata, a partire dalla ricerca di ogni sinergia possibile con le Istituzioni, con le scuole di ogni ordine, con le parti più sensibili ed avanzate della società.
Abbiamo preso atto che, nonostante il ritornello demoralizzato del “tutto va male”, la società esprime oggi come sempre energie vive, valide, tenaci. L’ANPI vuole mettersi al lavoro con esse, per la comune battaglia civile e democratica di difesa e avanzamento dei diritti costituzionali.
Un grazie particolare va all’Associazione Partigiani Cristiani, per l’attenzione riservata al nostro Congresso. Con gli antifascisti cristiani e con le loro organizzazioni desideriamo avere i più fraterni e proficui rapporti di collaborazione, di impegno, di prospettiva. L’ANPI di Frosinone è a disposizione di ogni iniziativa in tal senso attivata sul territorio, e si impegna fin d’ora a promuovere essa stessa iniziative cui chiamerà le Associazioni sorelle.
La soddisfazione di tutti coloro che hanno lavorato a questo Congresso è il giusto premio per il loro impegno, ma è anche lo stimolo a guardare sempre più in alto, sempre più avanti, in questa lotta dura, difficile ma essenziale.
                              

Giovanni Morsillo                                                                                                                            
 (Presidente Provinciale ANPI)

PER LA VITTORIA COMPLETA DELL'INTIFADA TUNISINA

Dichiarazione della Lega Internazionale dei lavoratori-quarta internazionale.


 La Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale saluta l'insurrezione popolare, l'Intifada, che ha posto fine a 23 anni della dittatura di Tunisi. I braccianti agricoli, i quartieri operai e i giovani disoccupati in prima fila hanno dimostrato che con una lotta intransigente e di massa è possibile rovesciare anche i regimi più repressivi.
 
Tunisi è un Paese del Nord Africa, situato in una regione, il Maghreb, altamente conflittuale. Solo pochi mesi fa le masse popolari saharaui hanno affrontato la repressione del regime marocchino di Mohamed VI, in una lotta che dura da oltre trent'anni per il diritto alla propria terra. Mentre la popolazione tunisina si rivoltava contro il regime di Ben Ali, i giovani disoccupati dell'Algeria si scontravano col governo del loro Paese per l'innalzamento dei prezzi dei prodotti di prima necessità.
Il regime tunisino di Ben Alì arrivò al potere 23 anni fa, attraverso un golpe contro il regime sorto dall'indipendenza del Paese nel 1951; e dopo l'arrivo al potere sviluppò la politica imposta dal Fondo Monetario Internazionale, di privatizzazioni e austerità, mentre al contempo stringeva relazioni privilegiate  con l'Unione Europea, e direttamente con l'ex potenza coloniale, la Francia, che tuttora ha nel Paese 1350 imprese, con le 400 imprese italiane, britanniche, belga, spagnole.
Negli ultimi anni Tunisi è stata presentata come un esempio del "miracolo economico" cui si arriva applicando le ricette di austerità e liberalizzazione del Fmi e degli altri organismi dell'imperialismo. Mentre l'Ue, con i suoi Accordi associativi, sosteneva la dittatura fantoccio colonizzando il Paese e condannando le masse popolari alla miseria e all'emigrazione. Ma l'esplosione sociale iniziata con la morte del giovane venditore ambulante a Sidi Bouzid ha messo a nudo la realtà di un Paese diretto da una famiglia, quella del dittatore Ben Alì, arricchitasi nei commerci con l'imperialismo, un Paese con un alto livello di disoccupazione, che arriva alla cifra del 40% tra i giovani laureati. La corruzione generalizzata, la "fuga di cervelli", la dipendenza dall'imperialismo, l'analfabetismo di ampi settori della popolazione del sud (specialmente nelle regioni da dove sono partite le prime mobilitazioni), tutto ciò, unito alla repressione poliziesca, aveva preparato la msiscela esplosiva di una situazione che prima o poi doveva detonare.

La rivolta, che in un mese si è estesa a tutto il Paese, ha provocato la fuga del dittatore in Arabia Saudita, dopo un tentativo di essere accolto dall'alleato francese, Sarkozy: tentativo fallito perché la presenza di centinaia di migliaia di immigrati tunisini e di milioni di maghrebini che risiedono in Francia ha indotto Sarkozy a rinunciare.
In questo modo, il regime è caduto, aprendo un vuoto di potere, con le forze di polizia, bastione del regime (150 mila poliziotti, oltre alle altre forze repressive, per un totale di 1 poliziotto ogni 27 tunisini, la cifra più alta nel Maghreb), che si sono scontrate con le masse popolari, mentre l'esercito rompeva col governo di Ben Alì.
Nel vuoto di potere creatosi, la polizia ha cercato di provocare il maggior caos possibile per sconfiggere la rivolta popolare. Ma hanno dovuto fare i conti con masse popolari, organizzate in Comitati di Difesa Popolare in quasi tutte le città e nei quartieri operai della capitale, nonché con l'esercito.
Prima della fuga lo stesso dittatore aveva dovuto riconoscere, di fatto, di essere stato sconfitto dalla mobilitazione, prima licenziando il ministro degli Interni, infine tutto il governo, mentre cercava di calmare la situazione con un discorso alla nazione in cui prometteva riforme democratiche, l'abbassamento dei prezzi e la creazione di 300 mila posti di lavoro, nonché la sua intenzione di non ripresentarsi alle elezioni del 2014. Ma ormai la mobilitazione aveva già raggiunto l'apice, nonostante la brutalità della repressione e quasi cento morti. Così  nessuno ha creduto nelle promesse di Ben Alì, tanto che persino il sindacato Ugt-T, nonostante il carattere filo-governativo della sua direzione, non ha potuto fare altro che dichiarare lo sciopero generale.
Nel frattempo in Paesi come la Giordania, l'Algeria, l'Egitto, ecc., si stanno producendo mobilitazioni nelle piazze, e il governo marocchino proibisce le manifestazioni. L'incendio sociale che ha epicentro a Tunisi minaccia tutto il mondo arabo e il Maghreb.

Ma se il dittatore è scappato, l'apparato della dittatura permane, anche se in crisi. Dopo la fuga di Ben Alì, ha assunto "temporaneamente" il governo El Gannuchi che propone un governo di unità nazionale. La sera della fuga, El Gannuchi, su pressione dell'opposizione, ha poi lasciato la presidenza al presidente del parlamento per guidare personalmente il governo di unità nazionale.
Le forze di opposizione sono entrate in gioco per stabilizzare la situazione, attraverso la proposta di formare un "governo di coalizione", fatta dagli islamisti, o con la richiesta di "garanzie" che si attui realmente quanto promesso nell'ultimo discorso di Ben Alì, come chiede la direzione di Ugt-T. Dal canto loro, le potenze imperialiste, l'Unione Europea e gli Usa, cioè gli stessi che hanno sostenuto la dittatura, cercando di "stabilizzare" la situazione attorno al partito del regime, il Raggruppamento Costituzionale Democratico (Rcd), un partito che è stato fino alla fuga del dittatore membro dell'Internazionale Socialista, e i cui dirigenti sono ancora in gran parte sulle poltrone del potere.
Il giorno dopo la caduta di Ben Alì, si è formato un governo di coalizione in cui sono entrate forze dell'opposizione e dell'Ugt-T ma in cui i ministeri chiave in mano al partito di Ben Alì. Ciò ha determinato nuove manifestazioni contro l'imbroglio evidenziato dalla presenza di rottami della dittatura nel governo, e ha costretto alle dimissioni dal governo i membri dell'opposizione e del sindacato, aprendo un nuovo vuoto di potere.
Come afferma Fathi Chamkhi, professore di geografia e membro della Lega Tunisina per i Diritti Umani, la rivoluzione tunisina "E' una rivoluzione sociale e democratica. E' democratica perché ci sono rivendicazioni per le libertà politiche; e sociale perché ci sono rivendicazioni economiche e occupazionali. Tutto ciò è il prodotto di un'accumulazione di 23 anni di regime, ai quali si è sommata la crisi mondiale iniziata nel 2008."
E' questo che spiega perché tutte le forze borghesi, di ogni colore, con l'appoggio aperto delle potenze imperialiste, cercano di deviare il corso del processo rivoluzionario, "stabilizzare" il Paese ed evitare così che la caduta del dittatore si trasformi in una lotta sociale rivoluzionaria che insieme alle libertà democratiche ponga al centro la questione della dipendenza coloniale e l'intero sistema sociale. I settori popolari e operai, al grido di "Pane, acqua, e no Ben Alì" hanno aperto un processo che conduce alla lotta per una "seconda indipendenza", e per una alternativa socialista contro il sistema capitalista che li fa morire di fame. E' una prospettiva che costituisce una minaccia, per l'imperialismo e per i suoi governi fantoccio nella regione, di esterndersi al resto del Maghreb e al mondo arabo.

Le masse popolari tunisine hanno infranto uno dei sacri principi della società capitalista, quello che afferma che la rivoluzione non esiste. A dispetto dei difensori di "sinistra" del sistema capitalista come Bernard Henry-Lévy che sostengono che la rivoluzione compete alle classi medie e ai navigatori di internet e che dunque "il motore di questa rivoluzione non è stato il proletariato", il processo insurrezionale è partito dai braccianti agricoli del centro e del sud del Paese ed ha qundi infiammato i quartieri operai della capitale. Quella che molti hanno chiamato la "rivolta dei disoccupati" non ha disgiunto le rivendicazioni democratiche da quelle sociali che hanno spinto alla piazza: pane e lavoro.  Pane, lavoro, libertà sono scritti sulla bandiera delle masse popolari tunisine.
Intanto le mobilitazioni proseguono nelle piazze e diversi settori, come ad esempio quello degli insegnanti, hanno dichiarato lo sciopero generale prolungato.

Ovviamente non c'è nessun settore borghese che abbia un qualche interesse a condurre alle sue logiche conseguenze la rivoluzione che è iniziata a Tunisi. Tutta la borghesia e le sue istituzioni e partiti, come il partito del dittatore, Rcd, ed esercito, prima o poi dovranno scontrarsi con la classe lavoratrice, ciò che significherà la lotta tra la controrivoluzione, "pseudo-democratica", appoggiata dall'imperialismo e dai governi arabi, terrorizzati dagli avvenimenti, e le masse popolari impegnate nella loro lotta per lo smantellamento della dittatura, la sovranità nazionale e il pane e il lavoro per tutti. Il ruolo della controrivoluzione non è altro che quello di erigere una barricata contro la prospettiva socialista che, seppure per ora in forma incosciente, è stata aperta dal processo rivoluzionario.

Per questo si tratta di appoggiare incondizionatamente la mobilitazione operaia e delle masse popolari per la conquista di piene libertà democratiche, per la liberazione degli arrestati, lo smantellamento completo della dittatura, lo scioglimento dei corpi repressivi, mettendo sotto accusa i responsabili dei massacri.  Così come bisogna recuperare le ricchezze rubate dalla famiglia di Ben Alì, espropriando tutte le imprese, nazionalizzandole sotto il controllo dei lavoratori. Bisogna rompere gli accordi con l'imperialismo, che sono accordi di dipendenza e di espogliazione, e con l'Unione Europea responsabile della miseria dei tunisini.
I resti della dittatura, le bande para-militari che, a partire dalla polizia, hanno già iniziato a riattivarsi, con l'appoggio dei governi della zona (specialmente la Libia), devono trovare una adeguata risposta nell'organizzazione della classe lavoratrice e delle masse popolari attraverso ciò che già si è iniziato a fare: la formazione di Comitati di Difesa Popolare, la loro estensione è cruciale per contrastare i tentativi della controrivoluzione. In questo senso, è necessario che i soldati e i graduati inferiori integrino questi Comitati, senza nutrire nessuna illusione che siano i vertici militari a combattere realmente la controrivoluzione.

La classe lavoratrice e le masse popolari tunisine stanno dando un esempio al mondo intero e devono continuare, senza riporre nessuna fiducia in governi "di unità nazionale", "di coalizione", composti da forze borghesi, perché questi governi cercheranno inevitabilmente un accordo con l'imperialismo per stabilizzare la situazione, eludendo così le rivendicazioni delle masse popolari contro la disoccupazione massiccia, l'analfabetismo, la miseria e la dipendenza nazionale dall'imperialismo.
L'unica garanzia che queste rivendicazioni siano attuate è continuare nella mobilitazione indipendente e inflessibile contro le manovre controrivoluzionarie, organizzandosi con l'obiettivo di costituire un governo dei lavoratori.
La rivoluzione tunisina dovrà scontrarsi con pericoli enormi, specialmente per l'intervento dei governi della Lega araba, in particolare di quelli del Maghreb, e dell'imperialismo. L'isolamento della rivoluzione deve essere rotto attraverso la solidarietà internazionalista. I giovani e i lavoratori tunisini possono contare solo sull'appoggio dei loro fratelli di classe del Maghreb e del mondo arabo. E' compito in primo luogo delle loro organizzazioni operaie e popolari di non permettere l'isolamento della rivoluzione tunisina, chiamando ad azioni di solidarietà con essa e contro i propri governi pro-imperialisti.

La Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale impegna tutte le sue forze in appoggio all'estensione della lotta rivoluzionaria delle masse tunisine per un futuro migliore.
Per la vittoria della rivoluzione tunisina!
Per una Federazione delle Repubbliche socialiste del Maghreb!
 



domenica 30 gennaio 2011

Salvamme o' munne

di Luc Girello 



L’articolo  che segue è tratto dal quotidiano “la Provincia” del 30 gennaio.  Riporta la cronaca della protesta messa in atto dagli abitanti del quartiere Scalo di Frosinone i quali  in tute bianche e mascherine hanno espresso tutta la loro rabbia per la presenza del parcheggio degli autobus del Cotral, un deposito sito  in pieno centro in cui stazionano mezzi vecchi i quali per scaldare motori obsoleti  vengono tenuti in moto a lungo emettendo nell’atmosfera   già invasa dal PM10 del quartiere scalo, ma di tutta la città, fumi mefitici che rendono  l’aria inrespirabile. Come detto per la cronaca della giornata ci siamo affidati  ad Alessandra Celani del quotidiano “la Provincia” ma la nostra visione dell’evento è come al solito , molto diversa,  coinvolge musica e immagini. Come recita Enzo Avitabile nel brano Salvamme o’munno eseguito con i bottari di Portico “Si ci sta' na terra, ci sta’ na muntagna, ci stanno gli albere, ci sta nu fiume, ci sta nu mare e ci sta ll’aria",  e proprio la necessità di salvare terra montagne alberi, mare e ARIA,  rende indispensabile la mobilitazione. A Frosinone sono scesi in piazza gli  abitanti del quartiere Scalo, Legambiente, Wwf, Società operaia del Mutuo Soccorso, la Consulta delle Associazioni e tanta gente comune.  Salvamme o' Munne quindi e a Frosinone Scalo il mondo si è mosso “O’Munno se move” questo è il titolo del secondo brano di Enzo Avitabile e i Bottari , tanto che le istituzioni locali hanno deciso di ascoltare  e rispondere alle istanze dei cittadini. Erano presenti il sindaco Michele Marini, gli assessori all'Ambiente Francesco Raffa, alla Polizia Municipale Maurizio Ciotoli e ai Servizi sociali Massimo Calicchia e alcuni consiglieri comunali.  Si o’ munno se move a’ speranza nun mmore.




Via il parcheggio degli autobus del servizio extraurbano del Cotral da piazzale Kambo (Scalo)

di Alessandra Celani  dal quotidiano "la Provincia"



Difendiamo i nostri figli dall'inquinamento, difendiamo i nostri polmoni'. E' il grido di aiuto lanciato ieri mattina dai residenti del quartiere Scalo che hanno sostato per ore, con tuta bianca e mascherina al volto, davanti la stazione ferroviaria per protestare il loro disappunto nei confronti di una situazione non più tollerabile. L'iniziativa che porta il nome di Luciano Bracaglia e che si è avvalsa delle collaborazione di Legambiente, Wwf, Società operaia del Mutuo Soccorso, la Consulta delle Associazioni e tanta gente comune, aveva come obiettivo, centrato, quello di aprire un dialogo con l'Amministrazione comunale per trovare insieme misure alternative alle azioni già messe in campo contro l'inquinamento. Presenti ieri con il sindaco Michele Marini, gli assessori all'Ambiente Francesco Raffa, alla Polizia Municipale Maurizio Ciotoli e ai Servizi sociali Massimo Calicchia e alcuni consiglieri comunali, che hanno ascoltato e raccolto le istanze dei cittadini. Alla manifestazione ha partecipato anche un gruppo di studenti del Liceo Artistico che hanno chiesto l'istituzione di un biglietto integrato, per evitare il doppio pagamento del servizio extraurbano ed urbano. 

«Gli autobus che arrivano, stazionano e ripartono da tale parcheggio, è composto da vecchi automezzi che, per scaldare i motori e ricaricare i compressori, prima della partenza, vengono tenuti in moto per lunghi ed inspiegabili periodi». Ha sottolineato uno dei promotori dell'iniziativa Luciano Bracaglia. «Tale attività che si protrae per diverse ore del giorno e per un consistente numero di automezzi, produce enormi quantità di inquinanti che contribuiscono notevolmente, ai superamenti dei valori di PM10. Considerando che tale parcheggio si trova in pieno centro abitato e che il modo improprio con il quale viene utilizzato, potrebbe creare seri danni alla salute degli abitanti dello Scalo e dell'intera città, se ne chiede il trasferimento nel già esistente deposito di proprietà Cotral di Via Fontana del Melo, utilizzando lo Scalo solo come punto di passaggio, per la salita e la discesa dei passeggeri. Nel primo mese del 2011 sono stati rilevanti dalla centralina dell'aria, sita nel quartiere Scalo, 20 sforamenti. Nel 2010 108. Frosinone è la seconda maglia nera Frosinone dopo Torino». 
Il sindaco Marini incalzato dalle domande dei residenti del quartiere si è così espresso: «Una battaglia quella di trasferire gli autobus nel deposito Cotral, di via Casale, fatta 20 anni fa. Io stesso scesi in strada, per partecipare alla fiaccolata, al fianco del comitato di quartiere all'epoca presieduto da Umberto Celani. Oggi questi autobus devono sparire dal parcheggio. Esistono delle ordinanze che devono essere rispettate. 
Il problema dell'inquinamento è tipico di tutte quelle città, come Torino, circondate dalla zona industriale. A questo si deve aggiungere il traffico veicolare ed il trasporto urbano. 
E' vero anche che Frosinone sconta la vicinanza di comuni come Ferentino, Alatri, Ceccano… che vivono lo stesso problema. 
L'Amministrazione si è comunque mossa con una serie di interventi mirati come l'ascensore inclinato. Senza dimenticare l'apertura della superstrada che ha notevolmente alleggerito il traffico sulla Monti Lepini. Ci stiamo impegnando a trovare i fondi, quelli che abbiamo non sono sufficienti a coprire l'intero importo dei lavori, per la realizzazione di due diagonali viari per evitare il passaggio in città di chi esce dall'autostrada. Il primo lotto è funzionale stiamo trovando altri fondi. Ed ancora il blocco del traffico anche se ritengo debba essere su modello milanese, vale a dire concordato con i paesi limitrofi. A settembre realizzeremo cinque stazioni (Scalo,Madonna delle Neve, Campo Zauli, Ascensore inclinato, Villa Comunale) di bike sharing mettendo a disposizione della città 50 biciclette». 
L'assessore all'Ambiente Raffa: «I dati dell'Arpa sono difficilmentepredisponendo un'ordinanza in grado di rispondere al piano regionale. Per quanto riguarda lo spostamento degli autobus Cotral dalla stazione, l'Amministrazione non può che essere favorevole. E' questa una battaglia che condividiamo. E' tra gli obiettivi dei prossimi mesi».



Bromuro nel viagra

di Giovanni  Morsillo


Pare che quelli delle varie sinistre che affollano il panorama italiano, siano proprio incontentabili. Dopo anni che accusano le destre e le estreme destre anch’esse sovrabbondanti, ora di razzismo, ora di scarsa attenzione al mondo femminile, poi di insensibilità ai problemi delle giovani generazioni, infine di essere ostili ai migranti ed ai drammi dell’accoglienza nei reclusori sotto varie forme declinati, dovrebbero apprezzare e benedire le politiche governative, e del Preesidente del Consiglio in primis, che smentiscono tutte le calunnie di cui sopra.
In un botto solo il magnifico Berlusconi fa strame di tutte le illazioni di questi invidiosi delle varie sinistre, e si prodiga per dare asilo a più di una giovane donna anche extracomunitaria, addirittura arrivando a fare carte false con la questura per salvarne una fuggita dalle grinfie della succitata accoglienza. Cristallino com’è, non osiamo immaginare il rovello interiore che ciò gli avrà causato, e gli siamo vicini: coraggio, Presidente, come dice Lei un giorno sì e l’altro pure, quando uno ha il cuore buono e può fare del bene, nessuna pastoia burocratica o, peggio, legale, glielo impedirà. A costo di fare una riforma ad hoc che permetta al Capo del governo di imbrogliare come vuole, se a fin di bene, e che lasci ovviamente a Lui decidere ciò che è bene.
Ma non solo: spende e spande del suo per garantire un avvenire, anche politico e di alto rilievo, a una messe di giovanette di bella presenza altrimenti condannate chissà a quale misera esistenza, magari (non dormiamo più per il raccapriccio) persino all’esercizio di qualche mestiere illecito, per quanto antico..
Del resto, lo ha detto anche Nicole (la chiamano tutti così, ormai, quasi fosse un nome d’arte): mica lei è una maitresse da quattro soldi! E infatti, di soldi non sembrerebbe averne presi quattro, e comunque la “consulenza” che sembrerebbe aver fornito, sarebbe di alto livello, non certo da squallido bordello di bassifondi. Un po’ di dignità, perbacco!
Ma che volete di più? Qui si dimostra con i fatti (ricordate il governo del fare? O del farsi, non ricordiamo bene, ma fa lo stesso) che la destra, e il Cavaliere prima di tutti, sono assolutamente vicini (anche troppo, a volte) alle donne, soprattutto se giovani, non discriminano le extracomunitarie, e non solo le accolgono in Italia, ma addirittura nelle loro modeste residenze, offrendo loro un tetto sotto cui dormire, utilizzando ogni risorsa, perfino i lettoni riciclati che certi amici russi spreconi avrebbero buttati via, un bel bagno caldo, cibi deliziosi con compagnie allegre e di tutto riguardo, le melodie di qualche menestrello della corte importato direttamente da Napoli (altro che nordismo! Pigliatevi questa) e anche qualche spicciolo per sostentarsi per qualche giorno in attesa di occupazione, i classici venti, trentamila euro che di solito diamo al lavavetri al semaforo.
E invece, tutti quelli che si macerano nell’invidia per un sì tal galantuomo, e solo per questo si “sentono” di sinistra (salvo poi sostenere con stoica sofferenza le ragioni di Marchionne e la validità dei suoi referenda, ma lì si tratta di politica, mica di poltrone), tutti costoro, dicevamo, non recedono di un millimetro. Non si vergognano, costoro, ad approfittare di una morale bacchettona, per fortuna non molto di moda in Italia, che vorrebbe che i regnan… pardon, i politici... assumessero comportamenti irreprensibili, per condurre una lotta politica meschina e senza dignità, senza curarsi delle vite che stracciano, dei rapporti (umani, non altro) che lacerano, delle esistenze che umiliano? 







Non ci riferimao a Fede e Mora, che in questi discorsi c’entrano come il bromuro nel Viagra (tanto per non uscir dal tema). No. Se qualcuno dei signori della sedicente e poco seducente sinistra (ovunque sia accucciata) ci sentisse, vorremmo levare alto un grido di condanna per le loro nefandezze e richiamarli a più pietoso consiglio: si rendono conto, questi figuri, di cosa sarebbe stata la vita di quelle giovinette, se non ci fosse stata la benevola mano (e tutto il resto) di un Mecenate di tal fatta? Glielo avrebbero offerto loro un futuro di fama, di onesto lavoro nei night di mezzo mondo, magari qualche parte in qualche pellicola di qualche circuito particolare? O le avrebbero portate alla ribalta dei talk-show, ad essere intervistate come premi Nobel, additate da genitori in lacrime alle loro figlie quali modelli di affermazione sociale? Niente di tutto questo, al massimo le avrebbero fatte andare a lavorare alla Fiat, con una tuta sporca di grasso (non quello dei Mora) e pure con le pause ridotte e senza diritto alla malattia e allo sciopero.
Tornando al Presidente, ci sentiamo, pur in tutta umiltà, di offrirgli la nostra disinteressata solidarietà: Veda, Presidente, Lei non deve temere. Il Suo messaggio, pur faticosamente, sta conquistando tutti. Il PD a Napoli sta già studiando metodi e strategie per assomigliarLe sempre di più nell’illusione che basti comprare qualche voto per mettere in piedi un sistema così moderno e complesso di controllo del consenso. Poveri illusi! Sono ancora fermi a Gava, e non si rendono conto di guardare alla preistoria, mentre oggi hanno di fronte Lei, che ha sconfitto in modo durevole ogni illusione di ingabbiamento del potere nelle maglie opprimenti della democrazia e della rappresentanza. E tutto questo senza nemmeno farlo apparire, orientando il dibattito verso argomenti senz’altro più ammiccanti e stimolanti.