Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 4 gennaio 2012

Riprendiamoci la città

Luciano Granieri


Frosinone li 30/12/2011


                                                                               Spett.le
                                                                               Comune di Frosinone
                                                                               Ufficio entrate
                                                                               P.zza VI Dicembre 
                                                                               Frosinone


OGGETTO: Pagamento T.A.R.S.U (Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani).
                     Avviso di pagamento n.13848 del 16/07/2011


In merito alla corresponsione del tributo all’oggetto, preciso che ho provveduto a pagare quanto a Voi dovuto in unica risoluzione il 27/12/2011 come attesta il bollettino che allego alla presente. Come è mia consuetudine ho scelto l’opzione, fra quelle da Voi concesse, di saldare la tassa in oggetto interamente alla scadenza, cioè alla fine dell’anno, quando le mie entrate, che sono quelle di un lavoratore dipendente  me lo consentono,  rinunciando alla rateizzazione. Detto questo trovo del tutto fuori luogo la vostra “INTIMAZIONE” al pagamento ancora prima che in base alle opzioni da Voi concesse i termini del saldo siano scaduti. Mi domando perché la stessa solerzia che è stata usata nei miei riguardi non viene praticata nel sollecitare il pagamento degli oneri concessori a Voi dovuti dalle grandi imprese a cui avete concesso ettari ed ettari di terreno pubblico pronto per essere cementificato ad uso e consumo del profitto privato. Mi rendo conto che il Comune di Frosinone  si trova in una situazione finanziaria disastrosa anche per colpa dei mancati finanziamenti dovuti dalla regione e dal governo centrale, questo però non autorizza a vessare i cittadini comuni e a usare il guanto di velluto con  i contribuenti più abbienti. Capisco che il nuovo corso inaugurato dal governo Monti, per cui si è forte con i deboli e deboli con i forti, stia facendo scuola, .e che è sicuramente più semplice esigere il pagamento delle tasse da chi le ha sempre pagate, però il Comune, “IL MUNICIPIO”  come ente istituzionale più vicino ai cittadini dovrebbe agevolare i propri amministrati attraverso una fiscalità più equa, e non comportarsi come un implacabile ufficio recupero crediti. Rispetto al Voi in Equitalia ci sono dei dilettanti.
Cordiali Saluti.

Luciano Granieri.

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Il consiglio comunale dei cittadini


Questa è la lettera che ho inviato al Comune di Frosinone insieme al bollettino di avvenuto pagamento  della TARSU. Come è noto la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani può essere corrisposta al comune o attraverso una rateizzazione divisa in quattro rate o in un'unica soluzione.  Come ogni anno ho optato per la seconda possibiità. Ma con una solerzia degna di Equitalia, è arrivato il sollecito di pagamento. E’ disarmante assistere all’ inasprimento, quasi persecutorio della nostra amministrazione verso i propri cittadini. L’immagine che il comune sta offrendo di sè in questo ultimo scorcio di consiliatura è allarmante. Alle politiche lacrime e sangue verso i cittadini, che vivono solo del proprio lavoro  senza santi in paradiso, proprie del nuovo corso governativo messo in atto dal banchiere Monti, si affianca l’emersione della peggiore corruzione retaggio del sistema berlusconiano, e di altri sistemi che alla sua ombra sono cresciuti  interessando anche amministrazioni di segno opposto.  Corruzione, mancanza cronica di fondi,  dovuta   ai tagli operati dal governo centrale agli  enti locali, cattiva amministrazione,  poca determinazione nell’esigere oneri e tributi dalle grandi imprese hanno reso il comune di Frosinone, particolarmente famelico verso i cittadini. Per non soccombere sotto le varie mannaie, locali e centrali,   che in nome della crisi e del risanamento si stanno abbattendo sul 99% della popolazione è necessario cambiare sistema e il cambiamento si deve innescare nelle  amministrazioni locali che sono gli enti più vicini ai cittadini.  Cambiare evidentemente significa uscire dal bipolarismo e dal sistema consolidato dei comitati elettorali di centro destra e di centro sinistra. E’ sufficiente gettare lo sguardo sugli schieramenti cittadini per rendersi conto della profonda crisi in cui versano i movimenti politici i cui rappresentanti siedono sia alla destra che alla sinistra del sindaco. La crisi del centro sinistra è evidente. Le responsabilità politiche sulle recenti vicende giudiziarie non possono essere ignorate  dal sindaco Michele Marini  il quale, volendo ammettere la sua  buona fede, ha sbagliato nel  non esercitare un controllo adeguato su quei dirigenti cui aveva dato fiducia. Né i fatti accaduti possono esimere tutti i partiti componenti della maggioranza da  riflessioni politiche più profonde che vadano oltre la remissione delle deleghe assessorili, le quali, probabilmente,  verranno ridistribuite una volta passata la buriana, se mai questa passerà.  In realtà il Pd ciociaro, partito che esprime il sindaco di Frosinone, è in subbuglio  ma per tutti altri motivi. Nella sede di P.zza Garibaldi la questione morale del capoluogo non è pervenuta . La sede dei democrat è  occupata  non da iscritti che rivendicano un presa di posizione più determinata rispetto alle questioni di corruzione, ma dagli appartenenti alla corrente che fa capo a Marino i quali protestano contro quelli della corrente che fa capo a Bersani per una gestione non corretta da parte del segretario provinciale Migliorelli, espressione di quest’ultima corrente, della campagna di iscrizione al partito. Lo scenario di guerra coinvolge l’elezione del segretario regionale . Dunque la discussone in atto riguarda una bieca questione di tessere altro che i bisogni dei cittadini. Il Psi  vuole che il sindaco rimanga al suo posto, nonostante tutto,  sostenendo  che se la giunta Marini dovesse sciogliersi  il Primo Cittadino  non potrebbe  più ricandidarsi  sfaldando la potente macchina elettorale  che fino a qualche tempo fa credeva di avere  la riconferma  in tasca.  L’Idv abbaia ma non morde, La lista la sinistra, orfana dell’appoggio di Rifondazione si è rimessa ai voleri del sindaco pur avendo riconsegnato le deleghe del proprio assessore. Dall’altra parte la paralisi è totale. A parte le proteste di rito  nel corso dell’ultimo consiglio comunale dei consiglieri Tagliaferri, Magliocchetti e Piacentini, nessuna iniziativa d’opposizione  particolare, come  ad esempio la richiesta decisa  delle dimissioni del sindaco, è venuta alla luce. In realtà il vero problema all’interno del Pdl è trovare una candidatura credibile adatta a sconfiggere il centro sinistra alla prossime comunali. Si disquisisce di primarie, c’è chi alza la voce come Ottaviani il quale rivendica a sè il diritto di candidarsi al soglio di primo cittadino non contento della “sveglia” presa qualche elezione fa. Udc e terzo polo stanno a guardare pronti a salire sul carro vincente non importa se i cocchieri siano in quota Pd o Pdl. Come si vede le problematiche che smuovono gli schieramenti che stanno in consiglio comunale sono ben lontane dal riguardare le questioni della città.  Dunque scegliere alle prossime elezioni fra cotanta lungimiranza politica equivarrebbe a  condannare Frosinone alla paralisi e al declino anche se la posizione occupata dai consiglieri in aula  fosse invertita. E’ quindi giunto il momento che Frosinone torni nelle mani dei frusinati. Si deve passare ad un coinvolgimento popolare che vada oltre l’opzione consultiva ma preveda l’opzione partecipativa. E’ necessario che i cittadini che vivono e lavorano in specifiche  porzioni di territorio diventino decisori reali dei provvedimenti che riguardano quel territorio. Solo chi vive la quotidianità di un quartiere può sapere cosa serve a quel quartiere e la prassi pianificata per determinare l’evoluzione sociale di quella singola  frazione  urbana può estendersi anche ad altri quartieri. I quartieri potranno sviluppare una connessione reticolare condividendo informazioni, e soluzioni. Un sistema tale consentirebbe ai processi risolutivi  di un singolo problema di diventare sistema per risolvere e affrontare altre questioni di carattere più generale. Una  tale organizzazione   del territorio, che inevitabilmente coinvolgerebbe anche la gestione dei servizi (erogazione  idrica, mobilità, rifiuti), assicurerebbe una vigilanza estremamente efficace  perché   esercitata  dai  cittadini i quali hanno tutto l’interesse a che il germe della speculazione e della corruzione non attecchisca nel luogo dove abitano. Ai comitati dei quartieri dovrebbero aggiungersi movimenti e associazioni (commercianti, piccoli imprenditori, associazioni culturali,  i vari comitati attivi in città) tutti enti portatori di bisogni specifici e reali . Il tutto a costruire un MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, quante suggestioni evoca questa definizione,  che entri in connessione con l’amministrazione comunale, e con essa decida  sul futuro della città. L’amministrazione dovrebbe  tenere conto delle indicazioni suggerite dal MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, metterle in pratica e soprattutto lasciare a questo il controllo della corretta applicazione delle procedure. I partiti,  le coalizioni, le liste che vorranno  partecipare alle elezioni per poter esprimere una forza di cambiamento vera, alternativa al centro destra, al centro sinistra, ma anche ad una gestione clientelare della politica, dovranno  poter offrire questa capacità d’ascolto e di cogestione della città ai cittadini stessi.  Non c’è alternativa.

Bocconi di stato

Giovanni Morsillo


Il Presidente Monti ha un sacco di pregi, qualche difettuccio e molta coerenza. Per quest'ultima dote dev'essere stato prescelto dal Presidente Napolitano per guidare l'Italia dentro la tempesta finanziaria e il decadimento etico-sociale che la sta decomponendo. E di coerenza ne ha da vendere, il Professor Senator Presidente, non solo in quanto liberista, ma anche in quanto dirigente della classe padronale (le due cose non devono per forza coincidere). Lo dimostra, fra le altre cose, il mancato pagamento dell'ICI al comune di Milano da parte dell'Università privata che dirige, la famigerata Bocconi. Tale azienda, infatti, non versa l'ICI dal 2005 per gli immobili di Via Spadolini, 333 alloggi per studenti fuori sede paganti una retta che varia dai 3100 agli 8500 Euro (si tratta di una somma ormai arrivata a quasi 600mila Euro). La stessa ICI (ribattezzata, ma sempre zuppa è) che invece richiede ai proprietari di case italiani (purché non si tratti di non meglio precisati luoghi di culto). Non vi sono molti esempi di coerenza così cristallina e allo stesso tempo ferrea. C'è solo da scegliere: per Tocqueville non esiste cosa più semplice che far pagare i poveri, per Gentile le leggi per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano.
Sarebbe bello se il PD e chi gli fa la corte (SEL, PdCI, PRC) desse qualche segno di esistenza in vita.

martedì 3 gennaio 2012

#occupyliberazione. Ecco il primo numero del nuovo anno di Liberazione!

fonte : http://www.controlacrisi.org


Leggi e scarica tutte le pagine del giornale in pdf:

merc-4-gen-2012_1.PDF (321 KB)
merc-4-gen-2012_2-3.PDF (655 KB)merc-4-gen-2012_4.PDF (437 KB)merc-4-gen-2012_5.PDF (566 KB)merc-4-gen-2012_6.PDF (678 KB)merc-4-gen-2012_7.PDF (57 KB)merc-4-gen-2012_8.PDF (198 KB)merc-4-gen-2012_Tutto-il-giornale.pdf (2848 KB)
L'assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori di Liberazione, che da una settimana occupa la redazione, ha deciso di continuare a realizzare un vero quotidiano. E' questa una delle forme di lotta adottate a salvaguardia dei posti di lavoro e per dare un futuro a questo giornale che dal primo gennaio non è più in edicola. Non un quotidiano online in senso classico. Ma un vero quotidiano che va online, che chiude cioé in redazione alle ore 20.30 ma che invia i suoi "file" per la stampa direttamente ai lettori invece che in tipografia. Continueremo a far uscire Liberazione assieme al direttore Dino Greco. Una versione in pdf da scaricare, stampare, attacchinare, condividere sui social network o via mail "chiusa" dalla redazione di #occupyLiberazione ogni sera dalle ore 20,30.

Da quell'ora basterà cliccare e si apriranno le pagine, basterà mandare in stampa e diventeranno di carta!
Pagine che saranno tutte caratterizzate dalla lotta: la lotta del giornale per continuare a vivere e tornare in edicola, prima di tutto. Le lotte degli altri lavoratori in occupazione in tutta Italia, le lotte delle altre testate, giornalistiche e televisive, in chiusura, le lotte di chi ha perso il lavoro, le lotte di chi vuole cambiare, le lotte contro il governo Monti, le lotte contro i potentati finanziari, le lotte contro il conflitto di interessi.
Un giornale aperto a tutti quelli che, come noi e insieme a noi, hanno intenzione di non mollare. Nemmeno di un passo. Nemmeno di una parola.

Finalmente si vota

Lucia Fabi,  Angelino Loffredi

Il 9 agosto del 1961 fu il giorno designato per la votazione della fabbrica. Rappresentava una data fatidica che a sedici anni dalla fine della guerra poteva segnare, nel saponificio Annunziata di Ceccano, lo spartiacque fra abuso e legalità, fra repressione padronale e democrazia sindacale.
Le elezioni per la Commissione Interna, pur in un clima teso, si tennero con regolarità, senza litigi o contese fra le parti in campo. Vi fu una particolarità che merita di essere ricordata: prima di arrivare al seggio elettorale gli operai in servizio erano stati sollecitati a passare nell’ufficio del personale per ricevere delucidazioni e consigli che lasciamo immaginare di che natura fossero.
Prima vennero scrutinate le schede riguardanti gli impiegati. Furono 19 e tutte riportarono voti a favore del candidato della lista padronale. Fu un esito scontato poiché fra gli stessi era l’unica ad essere stata presentata. Successivamente iniziò lo scrutinio del voto operaio. I votanti furono 517. I primi voti furono per la lista padronale e tale vantaggio si mantenne fino alla sessantesima scheda. Subito dopo la lista della Cgil superò tutte le altre per terminare con un crescendo di voti che arrivò a toccare i 275. La lista Annunziata ne ottenne 161, quella della Cisl 71, quella Uil 24. Per i sindacati c’era veramente da festeggiare. Per essere ancora più precisi riportiamo che la Cgil ottenne il 54% dei voti, la Csil il 14%. Visti i precedenti si potrebbe scrivere, senza esagerare, che si poteva ipotizzare l’alba di un nuovo giorno, un momento tanto ardentemente ricercato sia dai lavoratori che dalla città di Ceccano.

Il giorno dopo le elezioni la Cisl provinciale redige un comunicato dai toni veramente discutibili. Il filo conduttore dello stesso si sviluppa attorno a questo ragionamento: gli anni degli abusi padronali, dei licenziamenti e delle discriminazioni hanno fatto si che gli operai “ hanno condensato il loro profondo malcontento in un preciso orientamento politico a favore del partito comunista “. Fatta questa pretestuosa premessa, il pensiero diventa più chiaro ma non convincente “la pentola compressa del dispositivo aziendale prepara la cottura di successi elettorali politici e amministrativi” per raggiungere tali fini, inoltre, viene scritto che “ induceva la Cgil a non turbare i sistemi arbitrari della Società Annunziata “
Il comunicato preparato a Frosinone da persone distanti anni luce dalla realtà cittadina e di fabbrica, arriva  ad accusare la Cgil  di aver fatto in tutti gli anni precedenti il gioco delle parti: licenziamenti,  selezioni degli assunti sulla base delle idee politiche poiché tale repressione portava automaticamente più voti al Pci. Non sappiamo a quali riferimenti elettorali si appoggiasse tale teorema, noi ci vogliamo limitare a mettere in evidenza dati che a riflettere bene si commentano da soli. Alle elezioni comunali del novembre 1960, la Dc, seppur divisa in due liste, ottiene 14 consiglieri comunali, il Pci 9, il Psi 6, il Msi 1. Nel giorno del voto per eleggere la Commissione Interna, l’amministrazione comunale, sindaco Vincenzo Bovieri, era diretta da una precaria coalizione di sinistra che godeva solo di 15 consiglieri su trenta.
Forse è più rilevante ricordare che nella lista democristiana erano stati eletti, così come nel 1956, due autorevoli ed influenti dirigenti del saponificio Annunziata: Forte e Basile. Ovviamente con i voti operai.
 Solo per un attimo, ma velocemente, il comunicato coglie il momento, il significato nuovo e dirompente del voto, quando afferma “ questa consultazione rappresenta l’inizio della vita sindacale nell’Azienda Annunziata “ E’ una osservazione veramente  necessaria per partire e progettare il futuro, ma essa viene immediatamente mutilata da altre considerazioni quali “ la Cisl esce con la consapevolezza di aver ottenuto 71 voti qualitativamente sindacali “ mentre i 275 ottenuti dalla Cgil esprimono “ una volontà pretestuosa sorretta unicamente da pregiudiziali politiche “ Questa riflessione è un capolavoro di disorientamento e di una logica di divisione. E’ sconcertante che voti veramente coraggiosi, potremmo dire eroici, vengano contrapposti con una logica ipocrita ed ideologica: i voti ricevuti dalla Cisl sono espressione del sindacato mentre quelli dati alla Cgil esprimono una pregiudiziale politica.
In quel comunicato, purtroppo non si tiene conto che la lista padronale, pur sconfitta ha ottenuto 161 voti. Tanti. Si tratta di persone che pur disorientate, condizionate o ricattate bisogna raggiungere, per condurle alla democrazia sindacale, far avanzare in un clima unitario necessario e idoneo a conquistare le tante richieste disattese per anni dall’azienda.
Si, a esaminare attentamente questo comunicato, vista l’incapacità di avviare una necessaria  ricognizione dei ritardi accumulati e delle questioni drammaticamente aperte, c‘è veramente da temere per l’antagonismo che emerge verso l’altro sindacato. Il documento va letto con timore ed angoscia perché le gravi responsabilità della direzione aziendale non vengono focalizzate, non viene individuato il commendatore come controparte bensì la Cgil. L’insieme di tutte queste considerazioni risulta essere un pericoloso freno a mano tirato proprio nel momento in cui l’unità sindacale dovrebbe fare affermare e vincere diritti e migliori condizioni economiche per tutti i lavoratori.


Per accedere alla puntate precedenti della storia, si può cliccare sul link qui sotto

Banche 2012. N. 1: a cosa servono?

Antonio Zanotti. Fonte http://www.sbilanciamoci.info/

Sebbene sia un luogo comune asserire che i processi di liberalizzazione favoriscano la concorrenza fra imprese a vantaggio dei consumatori, la liberalizzazione dell’industria bancaria1 viene sempre più additata come la causa scatenante della grave crisi in corso.
Che cos’è che non ha funzionato?
Cercheremo di riflettere su alcune caratteristiche dell’industria finanziaria che la differenziano dalle altre industrie di produzione di beni e di servizi, per concludere sulla necessità di tornare a maggiori regolamentazioni in questo settore.

La natura della produzione bancaria.
L’industria bancaria è la sola che produce un output uguale al suo input: denaro.
In qualunque altro settore, la produzione finale è il risultato di un processo di trasformazione tecnica degli input, questo vale sia per la produzione di beni che di servizi 2.
Le banche fondamentalmente acquistano denaro e vendono denaro o meglio acquistano l’uso del denaro e vendono l’uso dello stesso denaro, attività che non richiede da parte della banca né la proprietà né il possesso del denaro stesso.
La vendita dell’uso del denaro implica il trasferimento del denaro stesso dal venditore al compratore, senza possibilità di controllarne la destinazione: una volta che il denaro entra nelle disponibilità del debitore, è praticamente impossibile. In termini più tecnici, potremmo dire che non esistano contratti completi in grado di regolare la certezza di adempimento del contratto di prestito.
In questo modo però il rischio non riguarda solo il prezzo per l’uso del denaro (rischio in c/interessi), ma la restituzione del denaro stesso (rischio in c/capitale).
Nelle altre forme di contratto d’uso (leasing o affitto di un immobile) se l’acquirente non paga il corrispettivo, il venditore si riappropria fisicamente del bene.
Lo stesso però non avviene nel caso di compra-vendita dell’uso del denaro 3.
L’attività bancaria, diversamente da qualsiasi altra attività, ha quindi una esposizione al rischio più alta del valore della transazione avviata 4.
Nelle altre attività economiche, il venditore può cercare di evitare qualunque rischio ottenendo il prezzo della compravendita contestualmente alla consegna del bene ceduto o anche farsi pagare anticipatamente la prestazione di un servizio. L’attività bancaria è l’unica dove, anche in caso di pagamento anticipato della transazione, resta un rischio multiplo del valore della transazione stessa.

La natura del tasso di interesse
Ora se la banca vende ciò che compra, senza alcuna trasformazione fisica o spostamento materiale del bene oggetto della propria attività, come può praticare due prezzi diversi per lo stesso oggetto, ovviamente al netto dei costi per la gestione del denaro?
Il costo unitario del denaro è il tasso di interesse.
I tassi di interesse non sono uniformi a parità di quantità di denaro prestata e la differenza dipende dalla rischiosità delle operazioni realizzate dalla banca rappresentabile come:
- capacità del prenditore di denaro di pagarne l’uso (interesse) e di restituirlo a scadenza;
- durata nel tempo (scadenza del finanziamento) che aumentando accresce il rischio dell’operazione.
Quindi, la banca per realizzare un profitto, deve modificare il profilo del rischio delle operazioni che esegue. In altri termini la banca per guadagnare deve produrre rischio.
Trasferendo il rischio a livelli sempre più alti, aumenta il differenziale fra i tassi, passivi ed attivi, che la banca pratica alla propria clientela e, se il rischio non si trasforma in perdita, gli utili sono maggiori.
La produzione bancaria consiste quindi in un riposizionamento del rischio fra il denaro preso a prestito e quello dato a prestito, per qualità della clientela e per durata dell’operazione. Se la banca non fosse disponibile a differenziare i livelli di rischio, verrebbe meno la stessa attività creditizia.
Più alti sono i profitti che vuole ottenere, più alto è il rischio che la banca deve correre.
Per i depositanti (ma anche per gli obbligazionisti) la prima fonte di garanzia resta il patrimonio netto della banca stessa. La garanzia dipende allora dal volume fra prestiti e patrimonio che la banca realizza. Questo rapporto fra debiti e patrimonio (leverage) è uno degli indici più comuni per valutare la solvibilità di una società, al pari dell’indice di disponibilità che misura crediti e debiti in funzione della loro scadenza.
Utilizzando entrambi gli indici le banche risultano essere le imprese più rischiose: hanno leverage altissimi ed il loro riposizionamento del rischio (le cui possibilità sono aumentate con la deregolamentazione degli anni ’80 e ’90) si basa anche sullo scarto temporale crescente fra operazioni di raccolta a breve ed operazioni di impiego a medio lungo.
Le banche per misurare le perdite probabili sui dei propri investimenti fanno affidamento sulla legge dei grandi numeri, secondo la quale la probabilità e la frequenza di un evento tendono a convergere. Fondamentalmente è la tecnica usate dalle assicurazioni per valutare eventi come il rischio di un incidente stradale o di una malattia, di un evento atmosferico e della nostra speranza di vita. Ma questo metodo è assai discutibile per calcolare il rischio di insolvenza su un finanziamento concesso. Valutare questo rischio estrapolando le serie storiche può essere quanto mai distorsivo se il passato è una fase ascendente del ciclo, mentre il futuro potrebbe essere una fase discendente, o viceversa. Nel primo caso il rischio di insolvenza viene sottostimato, mentre nel secondo caso viene sovrastimato.
Se, poi, i decisori ottengono retribuzioni incentivanti rispetto ai profitti, i rischi assunti saranno ancora maggiori. In altre parole, se incentivo le retribuzioni dei banchieri legandole ai profitti che sono correlati positivamente ai rischi assunti, in sostanza li sto incitando ad assumere rischi sempre maggiori. Inoltre mentre i profitti li registro con scadenze ravvicinate, la maggior parte delle perdite di insolvenza le registro alla scadenza del contratto (o anche dopo se debbo realizzare le garanzie eventualmente ricevute). La rilevazione contabile dei ricavi è allora anticipata rispetto ai costi di insolvenza.
La critica contro i bonus dei banchieri è stata prevalentemente di carattere etico e morale. Pochi hanno attirato l’attenzioni se, per le banche, i bonus connessi ai profitti non fossero un incentivo monetario distorcente. 

1 Uso il termine “banca” per indicare ogni intermediario finanziario seguendo R. Posner (Un fallimento del capitalismo – 2011 – Codice edizione). Al pari, quando intendo fare riferimento ad una banca in senso tradizionale, uso il termine “banca commerciale”.

2 A volte la trasformazione può essere minima, puramente estetica, ma percepita diversamente dal consumatore, oppure un trasferimento nel tempo e nello spazio di un bene.

3 Una società immobiliare che gestisca l’affitto di abitazioni sa che l’affittuario può danneggiare l’abitazione stessa, per cui spesso pretende una cauzione. Ma in ogni caso il valore della cauzione non potrà mai essere pari al valore dell’abitazione perchè il rischio che l’affittuario demolisca l’abitazione è considerato nullo. Nell’attività finanziaria il rischio che la banca assume è, al limite, proprio quello che il prenditore di denaro “demolisca l’abitazione”.

4 Se una banca presta 100 € al tasso del 5%, dopo un anno, se il debitore fosse totalmente inadempiente, la banca registrerebbe una perdita di 105, pari a 21 volte il costo della transazione. Anche nel caso la banca si fosse cautelate con garanzie, il costo finale sarebbe sicuramente più alto del rischio in c/interesse.



lunedì 2 gennaio 2012

Zamba del Che

Daniele Sepe



1 Gennaio 1959 - 1 Gennaio 2012 
53° Anniversario della Rivoluzione Cubana

Campagna Boicottaggio OMSA

fonte:  http://ilfarodelsud.net


La Omsa chiude lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia. 350 lavoratrici a casa. Eppure la Omsa non è in crisi, produce e vende tantissimo. Ma in Serbia, forse, può sfruttare meglio chi lavora.
La proprietà ha agito sotto banco, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto, mentre ancora si discuteva sul futuro dello stabilimento e di come assicurare alle operaie continuità lavorativa. Niente da fare: la OMSA che per decenni ha fatto la sua fortuna sfruttando il lavoro delle donne di Faenza e il marchio made in Italy, non ne vuole proprio sapere.
Abbandonare il Paese in un momento di crisi, lasciando sul lastrico centinaia di famiglie, è un atto imperdonabile. Alla vigilia del Capodanno, abbiamo lanciato un invito a scrivere un messaggio sulla bacheca Facebook della Omsa. Migliaia i messaggi di protesta hanno costretto la Omsa a rispondere: “Abbiamo preso in considerazione il vostro punto di vista e abbiamo conversato con voi più volte riguardo a tali avvenimenti. Rimaniamo aperti alla discussione, ma per una serena convivenza di chi utilizza la nostra community per altri scopi i commenti off topic o con un linguaggio scorretto verranno moderati”.
A questo punto, c’è qualcosa che noi possiamo fare? Sì, sensibilizzare la Omsa. Ecco come:
1) estendere a più persone possibile l’invito a non acquistare i prodotti indicati nella foto in basso
2) scrivendo sulla bacheca Facebook della Omsa
3) condividendo e diffondendo le informazioni di questo post
La Omsa non è certo l’unica azienda italiana che, per qualche soldo in più, sbatte i lavoratori sulla strada per andare all’estero ma con questa iniziativa intendiamo cominciare un percorso di sensibilizzazione generale perché noi, in fondo, un grande potere ce l’abbiamo: quello di non comprare i loro prodotti. E chissà che la Omsa non ci ripensi.
Ecco cosa non acquistare: