Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 20 marzo 2012

perché rizzotto viva

Giovanni Morsillo


Placido Rizzotto ha ottenuto il riconoscimento del suo sacrificio per il bene comune, gli saranno tributate le esequie pubbliche con gli onori che spettano a chi ha lottato in nome dei diritti di tutti e ha servito lo Stato (diversamente da chi si è servito dello Stato).
Lo ha fatto in motli modi, in tutta la sua breve vita. Primo dei sette figli di Carmelo Rizzotto, all'arresto di questi per coinvolgimenti in fatti di mafia, deve abbandonare la scuola per mantenere la famiglia alla meglio. Serve lo Stato prima in guerra, militare in Carnia, poi Partigiano delle Brigate Garibaldi. Rientrato in Sicilia, diventa presidente dell'ANPI di Palermo e segretario della Camera del Lavoro di Corleone, dando il suo instancabile lavoro per la costruzione del movimento dei contadini per la riforma agraria. Viene ammazzato bestialmente una sera nelle campagne corleonesi da sicari inviati dal dottor Michele Navarra, che poi ucciderà personalmente con una iniezione letale il piccolo pastorello Giuseppe Letizia che aveva avuto la disgrazia di trovarsi casualmente sul posto dell'agguato e visto in faccia gli assassini del sindacalista socialista.
Rizzotto non fu l'unico a cadere sotto i colpi delle milizie mafiose al soldo dei reazionari, un certo potere che occupò lo Stato dopo la Liberazione decimò le organizzazioni proletarie siciliane e calabresi distruggendone fisicamente i capi.
Adesso Placido Rizzotto può essere sepolto come merita, dopo aver atteso pazientemente per 64 anni. Nel frattempo la società per cui ha lottato ed ha accettato più volte il rischio della vita fino a perderla davvero, non è stata realizzata. Il pericolo è ormai alle spalle, i padroni dormono sonni tranquilli ed i combattenti dell'anti-società, i malavitosi di tutte le mafie, hanno il controllo di ben più che qualche feudo o qualche gregge.
Placido Rizzottto va onorato, ed è giusto ed opportuno che lo Stato si inchini ufficialmente davanti alla grandezza del suo sacrificio, alla lucida determinazione con cui ha accettato lo scontro, prima con i nazifascisti nella Resistenza, poi nella guerra contro le forze reazionarie degli agrari siciliani e dei loro eserciti di occupazione mafiosi. Ma non vorremmo vedere le solite processioni di falsi, di personaggi che di giorno parlano di valori a piena bocca e di sera operano in concreto contro ogni ipotesi di cambiamento progressivo. Ecco, vorremmo che i funerali di Stato di Rizzotto non fossero una celebrazione formale, come se si parlasse di un personaggio illustre che però rappresenta un altro tempo, un'altra storia. Placido Rizzotto deve essere onorato come combattente di un'Italia sana, onesta, libera, ma soprattutto attuale. E deve essere onorato prima di tutto dai suoi compagni, i proletari ed i lavoratori per i quali voleva costruire una società degna. Fu partigiano, non funzionario: sarebbe un altro insulto alla sua memoria arruolarlo in una malintesa idea di mediazione sociale modernista secondo cui lupi e agnelli bevono alla stessa fonte. Condividiamo la proposta di celebrare le esequie a Corleone, ed in quel caso invitiamo le formazioni democratiche a organizzare una partecipazione di massa, ad invadere pacificamente quella cittadina con un popolo di gente libera e riconoscente  a Placido Rizzotto, che si incontri con la parte altrettanto libera di quei territori. Come nella migliore tradizione democratica di questo paese, i morti della guerra civile non devono essere pianti con commiserazione, ma onorati nell'esempio, nella prosecuzione delle battaglie per le quali sono stati uccisi.


sono partiti

Giovanni Morsillo



Da alcuni sondaggi probabilmente anche addomesticati, ma lo sono praticamente tutti, si apprende che le intenzioni di non voto degli elettori italiani in questo momento sarebbero pari a quelle di voto. Da questa presunta ma verosimile siituazione si fa discendere la sentenza secondo cui gli italiani non vogliono più sentir parlare dei partiti. Classicamente, si sfodera qui una grossolanità ed una ignoranza msotruose, che però sono assai funzionali al disegno reazionario che si sta compiendo in forza del sovversivismo delle classi dirigenti in questa lunghissima fase storica. Ed essendo perfettamente coerenti con quanto si vuole realizzare, il sospetto che non si tratti di pura ignoranza è più che fondato. Come mai i politici ed i loro araldi della comunicazione (informazione ci pare un termine assai improprio, da usare con cautela) che nelle manifestazioni celebrative tromboneggiano di coesione, di partecipazione, di afflato unitario e di coscienza civile, poi imbrattano chilometri di carta per convincere chi li ascolta che anche solo andare a votare, la sola delega nemmeno partecipativa è atto riprovevole e sconveniente, degno di poveri sciocchi che non vedono la realtà. E non perdono occasione per pompare fenomeni davvero velleitari e senza sbocco quali certi movimenti o sedicenti aggregazioni spontanee, il tutto sempre e solo in funzione demolitoria, ovviamente.
Certamente la sfiducia ha origini concrete, ma non lo scopriamo oggi. La corruzione ha fatto la strada, ma chi ha stabilizzato la sfiducia è la verticizzazione dei gruppi di potere attraverso la cancellazione della rappresentanza.
I partiti che abbiamo conosciuto, e che hanno rappresentato la società italiana nella sua composizione sia di classe che culturale sono quelli forgiati secondo lo schema dello Stato-nazione costituitosi in Europa dopo la fine degli Imperi Centrali, ed infatti erano molto diversi da quelli sorti altrove su altre basi (indipendentismo, anticolonialismo, questione etnica, religiosa, ecc.). La nostra costituzione, pertanto, considera la nostra esperienza fino ad allora maturata, e definisce i partiti in quell'accezione come struttura portante della democrazia, in quanto rappresentativi.
Da allora sono stati fatti molti cambiamenti, il sistema precedente è andato in crisi, ma non solo a causa della corruzione: gran parte dei partiti di governo sono stati travolti dalle loro nefandezze, c'è stata Tangentopoli e tutto quello che sappiamo. Ma altri, il cui esempio più grande è il Partito comunista, sono stati trasformati o sciolti non perché corrotti, ma perché non più rispondenti alle nuove forme che lo Stato assumeva in virtù dello spostarsi degli equilibri sociali a vantaggio del capitale, sempre più internazionale. Le sconfitte del movimento operaio dei paesi avanzati, la deindustrializzazione, il costituirsi di nuove entità economico-politiche sovranazionali, la trasformazione cioè dei processi decisionali in funzione del riassetto del sistema di produzione e scambio secondo le nuove esigenze del capitale multinazionale prima e globalizzato poi, hanno comportato l'obsolescenza del sistema del consenso che chiamavamo democrazia rappresentativa, a favore di pratiche molto meno preoccupate del consenso di massa. L'Uniuone Europea, ad esempio, non ha nemmeno una Costituzione vera, ma è considerata una struttura democratica avanzata. In realtà le decisioni non si prendono a strasburgo o a Bruxelles, ma a Francoforte.
In questa ottica è perfettamente comprensibile la sequela di riforme elettorali tese a concentrare i gruppi dirigenti intorno ad un progetto unico di società, espellendo i soggetti critici per legge e limitando la lotta politica al come gestire il sistema, senza alcuna reale idea alternativa di sistema.
Data questa realtà, certamente più compelssa e dettagliata di quanto si possa accennare in una breve nota di riflessione, sarebbe assai strano che i cittadini continuassero a sentirsi tali, e desiderassero sostenere una delle parti in lizza sentendosi parte del dibattito. Essi sanno, infatti, che i loro interessi sono in ogni caso sottoposti alle decisioni di altri, di gruppi dirigenti che loro non possono realmente selezionare o delegare, poiché la possibilità di scelta rimane circoscritta ad opzioni tutte interne al sistema che li sottomette e, non di rado, li rapina. In sostanza, i cittadini non sembrano affatto essere sazi di politica, bensì vedono la loro domanda di partecipazione umiliata, e dopo aver tentato di tutto - spesso illudendosi -, dai movimenti monotematici alle associazioni, dai tentativi dal basso alle fughe localiste e scioviniste, si arrendono all'inutilità (aggiungendo errore ad errori, ma tant'è).
Enrico Berlinguer parlava già fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso della urgenza di una rigenerazione della politica, pena il crollo del sistema rappresentativo. Non lo si ascoltò, poiché ciò che diceva aveva una forte ricaduta sui privilegi del ceto politico a tutti i livelli (istituzionale, partitico, militare, clericale, intellettuale/universitario, economico, ecc.). Sembrò possibile continuare le pratiche di corruttela che, come si diceva, si reggevano l'una con l'altra in una struttura robusta per quanto illecita. Ciò denuncia la cecità totale di certi gruppi di potere di allora, che troppo tardi furono messi in discussione dalle risorse migliori che pure nei partiti corrotti esistevano (pensiamo solo a Martinazzoli, per tutti), i cui danni paghiamo ancora non solo in termini di debito economico e finanziario, ma anche sotto l'aspetto socialmente devastante della scomparsa dei presupposti della democrazia partecipativa. Sarebbe ora di impegnae le nostre energie per ricostruire una consapevolezza democratica e degli strumenti di critica e di partecipazione capaci di mettere all'ordine del giorno la ripresa del conflitto sociale in termini di classe e non più di comitati elettorali.
Il che evidentemente non è possibile fare inventando ogni settimana una nuova caricatura di partito comunista tanto per giustificare un altro gruppo di nullafacenti da cui attingere saggezza a un tanto al chilo. 

Da Orlando a Osvardo (Roma-Genoa 1-0)

Kansas City 1927



Er tifoso giallorosso lo sa. L’occasione è quasi irripetibile. L’avversari hanno rallentato, se so fermati a vicenda, hanno messo er freno a mano. L’avversario nostro l’ultima volta che ha vinto fori casa Topolino faceva ancora solo l'attore e no er procuratore, e oggi c’ha pure nsacco de assenti. Le condizioni so favorevoli, è na partita da dentro o fori, la squadra è chiamata alla prova de maturità. Alla luce de tutto questo er tifoso giallorosso lo sa: stasera nse vince. Se almeno Cavani non avesse segnato er secondo, se se fossero allungate le distanze, allora na mezza speranza de fa 3 punti ce sarebbe ancora, ma mo che sta partita c’ha un senso, ndo cazzo annamo. Quest’anno è così, se sa, annamo tarmente discontinui che i gamberi se so straniti: “Oh non famo che mo quello è er passo daa Roma, ce sta tanto de copyright”. Però ce se prova, nsia mai.

A sto giro ce se prova co un Cipolla de più e Ncapitano de meno, assenza che pe il principio dell’osmosi comporta pure quella de Pjanic, assenza che a sua volta comporta inderogabilmente ancora na volta la presenza de Debito Greco, nome che fa sempre storce er naso, in parte a ragione, in parte sulla scorta de una abbondante e generosa spolverata de pregiudizio adagiata su un letto de croccante disillusione. Ma sto ragazzo dar capello a punta e dar pelo ponneso ha deciso che è ora di basta! e di dire no! alla sfiducia dei mercati, no! alla rassegnazione del popolo, NO! mpo più forte a Franco sennò non lo sente, e ancora no! a programmi che parlano solo de salvezza e non guardano all’Europa. Ed è pe tutta sta serie de motivazioni che se prodiga ner colpo de reni de ntessuto sociale ormai sfibrato, ner gesto ar quale tutta la comunità anela come un sol uomo: nassist. La palla se stacca dai piedi de Default Greco e prende proprio la traiettoria che dovrebbe prende, a scavarcare la difesa e la crisi, a superare centrali, terzini e operatori merde de Wall Street, a sgombarare il campo dai dubbi sulla ripresa, ma soprattutto a tagliare il campo pe finì ai piedi de na Cipolla che smania pe facce risentì le fragranze der 2011. Er Rossi de turno je se piazza muraceo davanti, co Frey de dietro che lo carica e se carica “Daje che lo fermamo!”. Ma lui è Osvardo, e er piede ce l’ha cardo. La stoppa e se sposta, la sposta e se imposta, la imposta e la imbusta. Assicurata senza ricevuta de ritorno, nce servono conferme, l’amo vista tutti, e allora strillamo tutti.

“Vabbè, potrebbe pure non esse troppo presto, ma famone nartro” se ricredono parzialmente dopo Palermo i cacadubbi, e a sto giro rappresentano er pensiero de na tifoseria intera. La cosa bella e nuova e sorprendete e “aò ma che davero?” è che a sto giro sembra essece piena sintonia tra squadra co la majassorica e curvassorica, perchè pare che giocamo e che ce va de segnà, sempre coi tempi nostri, ma co quer quid in più e quella schizofrenia paranoide in meno. Er balòn gira giulivo ar punto de arivà messo bene sui piedi de Yogurt Greco che, esaltato dall’apertura positiva della partita e delle borse, poco ce manca che non la butti dentro pure lui, ma Frey, barilotto ma sempre barzotto, je fa presente che la Francia purtroppo sta in campagna elettorale e nse ponno fa sconti a nessuno. Ma noi che semo generosi e abbiamo detto no! all’occhio per occhio dente per dente cuoio per cuoio, aprimo invece la stagione dei saldi che ce porterà a regalà occasioni de restà in vita ar Grifon d’oro fino ar novantesimo.

Er Primo è Chiaia, che dopo 90+20 minuti senza fa cazzate in difesa tra Palermo e mo, decide de portasse avanti pe fanne una che almeno non abbia effeti catastrofici. Da mite calcio d’angolo scaturisce così nazione de quelle che pe improbabilità e imprevedibilità passeranno ala sssoria der proggetto, allorché, su ribattuta de corner, l’Ariano se trova er pallone a provocallo tra le zampe infestate de inchiostro, evento che induce er Chiaia a stibià la sfera verso er più vicino a lui, che in ogni dove è e sarà sempre er Cannicane. Er Cannicane, omo che pe la rapida e dolorosa maturazione dei suoi prossimi farebbe falsificherebbe identità, de porpaccio je ritorna er cuoio ormai spazientito da tanto indugio. Capita l’antifona, Chiaia gonfia er glabro petto, carica la balestra e de punta sporca scaraventa l’ostile oggetto verso la rete artrui,  ma invece de fasse bomber se blocca e se fa fiordo.
Franco dalla porta chiede cor soriso: “Ah, pure te?”.
“No no, ho detto FIORDO” je risponde Chiaia smontandoje sur nascere le speranze de piccola comunità audiolesa.

Ma non c’è tempo per consolare l’inconsolabile, è già ora de magnassene nantro. La parzialmente ripristinata Cipolla se invola oltre le rovine der concetto de forigioco der Genova, ma affascinato dall’antichità de na difesa che cade a pezzi, inebriato dar grande mistero dele popolazioni Genovane conservate così bene accanto a lui tanto che parono vive, se perde dentro a un trip de History Channel e se scorda che pe segnà tocca pià la porta. Er primo tempo se ne va così, co noi che giocamo a calcio, e inebriati da sta novità se emozionamo e ar dunque ce viene l’ansia da segnazione, e co loro che sembrano dire: vabbè oh, se proprio ve fanno schifo sti tre punti noi ce provamo a piassene uno.

Se riparte de slancio coi medesimi in campo, co quell’approccio scanzonato che, ner timore de fasse pià la mano e credece troppo, ce fa vive ogni azione come fossimo davanti a na candid camera. Del resto mai s’era visto all’Olimpico un giocatore sospinto nela discesa e ner cross e in ogni stramberia je passi pe la testa solo da insurti costanti e copiosi ar punto da amargamasse e sembrà un unico coro de incitamento.

E mai s’era visto un giovine tarmente paraculo da mettese a fa le corse utili e quelle tanto inutili quanto valide comunque pe l’osanna collettivo. E tale è l’osanna che er medesimo giovine comincia a scoattà ar punto da dimenticasse de esse forte sì ma ancora acerbo e a tratti rozzo. E siccome, je piaccia o meno, Caciara se nasce e lui lo nacque, Nascar improvvisa prima un cucchiaio da fori area che Frey, pasciuto com’è, ingoia co na mano, quindi se lancia da solo nele praterie genoane, credendo in se stesso oltre ogni limite de velocità, per la gioia, il tripudio e le risa collettive de no sssadio che uno così veloce non lo vedeva dai tempi de Vierchowod. Tanto è er credito ricevuto, che ar Caciara, complice l’assenza dei gemelli punitivi, je viene concesso l’onere de batte na punizione. Quello se sente Ronardo, mette i piedi a papera e la tira de punta, facendosi pirlo (sì, lo sapemo che la parola “pirla”, come ogni suo derivato, a meno de non avè  la verve den padano, è parola tarmente moscia da non esse mai considerabile come parolaccia o insurto, ma mo ce tornava utile, nse ripeterà più).

Ner mentre Ladolescente, consumati i tacchetti dii scarpini a furia de cristianoronardiche solettate, azzecca ndribbling e azzecca Frey sparandoje addosso prima de esse richiamato a contasse i peli der petto in panca a beneficio del’ennesima valorizzazione der talento alato der Putto cantero, anche in ossequio alla regola che non vuole in campo due membri der cast de High School Musical contemporaneamente. Capitan Mo, lo vede, e in una partita per lui meno perfetta der solito japparecchia l’assist perfetto, er contagiri (che poi nsè mai capito bene cosa cazzo sia, ndo se compra er contagiri? Ar feramenta? Da Leroy Merlin? E in che reparto? Dispositivi metaforici?) insomma, er 2-0, lì, a du passi da Frey. Ma er Putto prescioloso che fece i tiri ciechi se disunisce e s’unisce allo spreco generale, tirando fori de quer tanto che basta a facce pensà che l’abbia fatto apposta. E ar marasma se unisce Aquistinho nell'esibizione der numero preferito, la busta de piscio in diagonale, che stavorta è carica e paglierina er giusto ma non abbastanza da impedì a Frey de superà l'esame.

In tutto ciò c’è un uomo che, capita l’antifona, sfodera l’arma finale pe garantì er galleggiamento. Er Cannicane, ner secondo tempo come ner primo, lotta e zompa e ringhia e sbava su ogni pallone, ma siccome pure pe gente abituata ad avé Matteo Ferari tutto ciò, cor tempo e l’abitudine, po sembrà normale, er Cannicane se erge diga a corpi de spalancocoscia. Dicesi spalancocoscia er gesto tecnico che vede er difensore nell’atto costante di spampanare il compasso delle proprie cosce offrendosi come cozza pelosa e venere avida di seme e piacere all’attaccante avverso. Quello barzotto imbocca ed eccitato viene incontro alla sapida tenaglia, che improvvisa se chiude, spezza e stronca ogni stronza pretesa de ingallamento. Er Cannicane lo farà per tutta la gara fino all’apoteosi de fallo pure palla ar piede. Er Cannicane è l’unico giocatore che te mena pure quando imposta, la sua visione di gioco è un’inquadratura dal basso, dar contrasto arto, morto arto, pure troppo.

Ma na squadra acerba pe statuto se po concede er lusso de sembrà cinica, matura e sparagnina lucrando su ngolletto fatto coll’olio canforato che ancora te cola sule cosce? No che non si puote, e infatti nsemo boni. E nsemo boni ar punto che lo jedi Palacio c’avrebbe l’occasione de facce rimpone pure sta partita, se non fosse che quarcuno je deve avè riempito la borsa de copie de quotidiani de sti giorni in cui se notifica l’interesse nostro pe la treccina sua, e al solo pensiero de ritrovasse tra pochi mesi in ritiro co un Heinze imbronciato pe sto gò fa la scelta giusta per lui e per la sua famiglia, mannando er cuoio a spigolà er montante (meno metaforico ma comunque possibile vicino de scaffale der contagiri in quanto parola che se usa solo nele telecronache).

E’ l’ultimo pericolo, dopo de questo giusto il tempo pe Bojan de diventà adulto a suon de bestemmie e il triplice cala a scacciare paure e facce provà, pe la prima volta dopo mber po de tempo, nattimo de serenità, de quella tranquillità che poi ce pensamo domani a perchè non ariveremo terzi, mo vogliamo solo cantà, e allora Noi gridiamo in coro, evviva, evviva, urrà, sì, sì! Topolin, Topolin, viva Topolin! Su venite a far baldoria insieme a Topolin, anche noi, come voi, canterem così. Come noi bambini, tu sei tanto piccolin, Topolin, Topolin, viva Topolin!

lunedì 19 marzo 2012

Chiediamo al ministro Gnudi chi deve pagare la crisi

Il segretario del circolo PRC di Cassino Riccardo Palma





 Sulle pensioni, l’Unione Europea è meno ipocrita del governo italiano e della maggioranza che lo sostiene. Dopo tante bugie sul fatto che gli italiani andavano in pensione troppo presto, mentre la media era in linea con quella europea, e che il sistema costava troppo, mentre l’Inps era abbondantemente in attivo, adesso con il Libro bianco della Commissione Europea c’è la conferma che già nel 2020, a causa della riforma Monti-Fornero, l’età di pensionamento in Italia sarà la più elevata tra i 27 paesi europei. Ma l’Europa non si accontenta di un governo che ha fatto i compiti per casa con più solerzia, e più iniquità, degli altri e raccomanda anche il concorso delle pensioni integrative private come integrazione del reddito degli anziani, visto che le pensioni, in rapporto alla retribuzione finale, si ridurranno in 40 anni del 15% dell’importo. E così si scopre palesemente il vero obiettivo della riforma Monti-Fornero: non mettere a posto conti che già funzionavano, ma fare l’ennesimo regalo a banche e assicurazioni.
La firma di Monti per conto dell’Italia sul fiscal compact europeo fa parte del golpe morbido che stiamo vivendo da alcuni mesi. Quell’accordo, imposto dalla Germania, stabilisce che ogni paese deve rientrare del proprio debito pubblico superiore al 60% in vent’anni. Per l’Italia, che ha il 120%, significa il 3% l’anno: in altre parole il debito deve essere tagliato di circa 45 miliardi l’anno. Visto come suggerisce di tagliarlo l’Europa delle banche (tasse inique, tagli al sociale e privatizzazioni), significa una manovra Monti all’anno per vent’anni. Cioè la recessione per un ventennio. Ma se crolla il Pil (recessione) anche il rapporto debito/pil – che è quello che conta – peggiora. E quindi tutte questa storia è inutile. Ma ci sono o ci fanno? Entrambe le cose. E’ un mix di folle ideologia liberista e di interessi di classe da parte di chi, come banche e multinazionali, vogliono la fine degli investimenti pubblici e del welfare state per privatizzare tutti i beni comuni e i servizi pubblici rimasti. E’ allarmante che il Parlamento voti compatto questa camicia di forza, mentre in altri paesi si farà il referendum. Come Rifondazione Comunista chiediamo a tutti i cittadini di informarsi e di dare battaglia insieme a noi prima che sia troppo tardi.
Quindi, i banchieri di governo sono all’opera. Mario Draghi dichiara la fine del modello sociale europeo e nessuno muove una piega. Mario Monti prepara nuove controriforme del diritto del lavoro (e qualcuna già la attua, come il decreto sulla causale del lavoro interinale). Intanto è certificato che i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Infatti Eurostat “certifica” la miseria dei salari italiani. In Italia un lavoratore  percepisce la metà dei suoi colleghi tedeschi , olandesi e lussemburghesi. Tutto ciò è scandaloso!  Ma ancora più scandalose sono le politiche del governo Monti che attraverso la cosiddetta “modernizzazione” del mercato del lavoro e manomissione dell’articolo 18 vuole ridurre il potere contrattuale dei lavoratori ed aumentare il loro sfruttamento. In realtà si vuole scaricare su di essi  i costi di una crisi che ha all’origine proprio l’impoverimento di massa e le enormi diseguaglianze sociali (per fare un solo esempio basti guardare tanto i redditi e i patrimoni dei nostri sobri governanti). La redistribuzione delle ricchezze e il riequilibrio dei redditi oltre ad essere obiettivi ineludibili di giustizia sociale, sono quindi presupposti indispensabili per uscire dalla crisi!
L’attacco al mondo del lavoro continua a dispiegarsi. Marchionne si rifiuta di reintegrare i tre operai di Melfi: è un reato previsto dal codice penale ma nessuno batte ciglio. L’Unità viene tolta dalle bacheche di fabbrica e Confindustria plaude. E nessuno mette in discussione l’art. 8 della manovra dell’anno scorso. Come si fa a non opporsi a un governo così?
Siccome il posto fisso è monotono, adesso lo vogliono rendere anche pericoloso. Il governo Monti attacca anche la sicurezza sul lavoro, dopo quella del lavoro. L’art. 14 del Decreto Semplificazioni stabilisce infatti la “soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualità (UNI EN ISO-9001), o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate, da un organismo di certificazione accreditato.” Peccato che queste certificazioni non hanno niente a che vedere con la sicurezza nei luoghi di lavoro. Quindi ciò significa mettere una pietra tombale sui controlli. E anche qualora qualche controllo venisse fatto, sarebbe da condurre in “collaborazione amichevole con i soggetti controllati”: un eufemismo forse per dire di chiudere un occhio?
Dopo aver varato la più pesante controriforma previdenziale della nostra storia, senza un reale confronto con le parti sociali e senza una risposta politica e sociale minimamente proporzionale alla sua iniquità, il governo Monti sembra inesorabilmente avviato a manomettere l’art.18 e gli ammortizzatori sociali…
Ciò avviene in un contesto pesantemente devastato da crescenti disoccupazione, povertà e precarietà e mentre il “modello Marchionne” rischia di estendersi a tutto il mondo del lavoro, mettendo a repentaglio la stessa azione democratica dei sindacati e la possibilità dei lavoratori e delle lavoratrici di avere rappresentanza.
Se è in primo luogo necessario stare in modo forte e visibile al fianco della Fiom, che con coraggio e determinazione porta avanti una battaglia per arginare la folle applicazione dei dettami della Bce e della Confindustria, dall’altro lato non possono sfuggirci le nostre dirette responsabilità politiche. Anche in relazione alla travagliata e disarmante paralisi del Pd, le forze democratiche e della sinistra non impantanate nelle sabbie mobili del sostegno al governo Monti, non possono limitarsi ad un mero appoggio “di opinione” nei confronti delle lotte della Fiom e della tenuta della Cgil, oggettivamente in difficoltà. La portata storica dell’attacco in atto deve far prevalere su ogni altra possibile valutazione di tattica politica le forti ragioni dell’unità a difesa dei diritti del lavoro, della democrazia, della civiltà.
Occorre quindi concordare percorsi unitari di mobilitazione. Costruire insieme, ed in forma aperta, un’iniziativa politica forte e capillare volta alla difesa ed all’estensione delle tutele sociali nei confronti dei soggetti più colpiti dalla crisi e contro gli attacchi governativi e padronali ai diritti del lavoro, sarebbe un segnale importantissimo, che potrebbe avere una qualche efficacia nella situazione attuale e che potrebbe costituire un punto di riferimento rispetto alla sofferenza e al disagio sociale crescenti.
Per questo abbiamo organizzato un presidio  in data mercoledì 21 marzo dalle ore 9.00 alle ore 11 nei pressi della sede della CGIL di Cassino, in occasione, della venuta a Cassino del ministro Gnudi (in sostituzione di Monti, impegnato in altre vicende istituzionali) per chiedere al governo se la manovra che loro giudicano equa, debba essere pagata per l’80% dai lavoratori e pensionati, per il 15% dai redditi alti e solo del 5% dai ricchi. Abbiamo chiesto ai partiti di SEL e di IDV di Cassino di aderire all’iniziativa. Non hanno aderito. Chiediamo agli iscritti e simpatizzanti delle forze sane di essere presenti comunque all’iniziativa perché i provvedimenti del governo vanno ben oltre le visioni strategiche elettoralistiche del loro gruppo dirigente e producono effetti devastanti sulla qualità della vita delle cittadine e dei cittadini di questo paese. Hanno invece aderito la FIOM di Cassino, il Centro dei Diritti e l’associazione “Peppino Impastato”,  Invitiamo tutti i cittadini a partecipare. Facciamo sentire la nostra voce.

domenica 18 marzo 2012

Every Day is a Forza Luca Day

Simonetta Zandiri


    Oggi sono stata un paio d'ore con Luca. Sono passate quasi due settimane da quel dannato 27 febbraio, eppure mi sembrava un'eternità... Ho realizzato, all'improvviso, che queste ultime due settimane ad "alta intensità" ci hanno visti per così tanto tempo in azione, e senza sosta, da toglierci il tempo per pensare. Entrare in quel reparto, molto ben tenuto, con personale cordiale e attento, ma così "freddo" (proprio per le gravi condizioni dei pazienti) mi ha quasi costretta a fermare il tempo. E quell'ansia, quella velocità, quella rabbia... sono svanite, per un istante. Lasciando posto alla grande emozione di stringere nella mia mano quella di Luca, di guardare i suoi occhi, sempre scintillanti e intensi, di sentire le sue parole... Ho trattenuto le lacrime, perché penso che chi sta male abbia bisogno di sentire forza intorno a sé, ma sarebbero state lacrime di gioia, perché rivederlo così "vivo" e forte, nonostante una condizione davvero difficile (e, credo, anche dolorosa), è stata per me una gioia immensa! 
Luca è lo stesso di sempre, affaticato e messo a dura prova dal dolore causato anche dalle ustioni, ma sempre con il sorriso e con la curiosità di capire cosa è successo e cosa sta succedendo intorno a noi. Ho provato a spiegargli che quel suo gesto, per molti considerato "folle", ha dato una grande spinta non soltanto al movimento in Valsusa, ma in tutta Italia. Ho cercato di dirgli che, pur sapendo che lui cercava di guadagnare un po' di tempo perché altri compagni raggiungessero la baita il giorno dello sgombero, in realtà ha raggiunto risultati ben al di là di questo obiettivo, purtroppo mettendo a rischio la sua stessa vita. E così, con Emanuela, abbiamo ripercorso queste ultime due settimane, abbiamo raccontato quante manifestazioni, quanti blocchi, quante occupazioni, quante contestazioni, quanta solidarietà, quanto spazio dedicato anche dai media alle nostre ragioni, quanti VIP prima indifferenti alla nostra lotta ora si schierano dalla nostra parte e quanto, grazie a lui, ci sentiamo più forti.
Gli ho detto che, anche se dobbiamo ancora imparare a meritarcelo, ciascuno di noi ha compreso che senza rischiare qualcosa della propria vita, delle proprie finte certezze, non si otterrà nulla. E la straordinaria reazione e partecipazione alle tanti manifestazioni dimostra che stiamo tutti imparando a metterci in gioco e a rischiare. Semplicemente perché sappiamo che è la cosa giusta da fare. Sapeva che ci stiamo organizzando per dare un caloroso benvenuto a Monti, sapeva che i folletti dei boschi avevano di nuovo bloccato la A32, oggi, e sa che gli stessi folletti torneranno a pulire i sentieri del Clarea. Decisamente "preso bene" spera che la festa a Monti sia il successo che merita. Perché se è vero che per il movimento NO TAV non ci sono governi amici, è pur vero che questo è forse il peggiore dalla storia del movimento. Nonostante la sua condizione non è mancato il suo pensiero speciale per gli arrestati, per quelli ancora ai domiciliari, per tutti , insomma. Perché Luca è Luca! 
Gli si chiudevano gli occhi... ma non mollava.
Ho spento prima una luce, poi l'altra. Ascoltava ancora Radioblackout.... attentissimo... ho spento anche quella.
"Si, forse è meglio se dormo un po'", ha detto.
"Direi di si, Luca. Abbi cura di te, ti vogliamo bene.. "
"Anch'io vi voglio bene, dillo a tutti...."
"Lo sappiamo, Luca. Lo sappiamo!"

Sono uscita da quella stanza con un dubbio.
Non so se sono andata a portargli un po' della mia forza, oppure il contrario. Forse , ancora una volta, è stato lui a passarmi un po' della sua forza.
Quel che è certo è che sente la nostra solidarietà e vicinanza, e non vede l'ora di salutarci tutti.... ci vorrà ancora un po' di tempo, ma sentiamo i suoi pensieri, sentiamo la sua energia....continuiamo, insieme, a trasmettergli la nostra.

Because every day is a FORZA LUCA day! :-) 

P.S. un abbraccio speciale alla sua compagna, Emanuela... davvero una donna speciale!

GIU’ LE MANI DALL’ARTICOLO 18! SCIOPERO GENERALE SUBITO!

Lega Internazionale dei Lavoratori - quarta internazionale-



Monti si è vantato con Obama per aver varato la riforma delle pensioni “con sole tre ore di sciopero”. Il prossimo motivo di vanto, nelle intenzioni del premier, è riuscire a smantellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori con il consenso di Cgil, Cisl e Uil. La settimana scorsa la Fornero ha presentato a Confindustria e alle burocrazie sindacali un documento di cinque pagine che illustra le intenzioni del governo Monti in materia di lavoro (contratti, ammortizzatori sociali, licenziamenti). In cambio di qualche incentivo all’assunzione dei precari si propone il definitivo smantellamento dell’articolo 18, cioè della norma che tutela i lavoratori dai licenziamenti “senza giusta causa” nelle aziende con più di 15 dipendenti.
E’ uno dei più pesanti attacchi al mondo del lavoro dal dopoguerra ad oggi, sostenuto dal Pdl di Berlusconi e dal Pd di Bersani. “Dieci anni fa abbiamo cercato di fare la stessa cosa noi e sono state portate in piazza milioni di persone”, queste le dichiarazioni soddisfatte del Pdl: la differenza rispetto a dieci anni fa è che oggi, all’ombra del governo bipartisan Berlusconi-Bersani, la Cgil non chiama i lavoratori alla mobilitazione ma si prepara a firmare. Sono i frutti del famigerato accordo del 28 giugno scorso, che ha riaperto una nuova stagione concertativa, con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria uniti contro gli interessi dei lavoratori. Durante il governo Berlusconi denunciavamo la “finta opposizione” dall’apparato Cgil, che mirava a tornare al tavolo della concertazione. I fatti ci hanno dato ragione: oggi la direzione Cgil è pronta a svendere persino i diritti democratici conquistati dai lavoratori con decenni di lotte.
La Camusso, spalleggiata dal Pd di Bersani, è disposta a firmare la "riforma" del lavoro in cambio di qualche ritocco: concessioni sugli ammortizzatori sociali (si chiede la conferma della cassa integrazione straordinaria e della mobilità: due strumenti che burocrazie sindacali e padroni utilizzano per far digerire ai lavoratori la pillola amara dei licenziamenti di massa) e “ristrutturazione" dell’articolo 18. Sull'art. 18 la differenza tra le posizioni della Camusso e quelle della Fornero non sono di sostanza e stanno cercando un'intesa che consenta alla Cgil di salvare la faccia accettando nei fatti la cancellazione dell'art. 18.
La verità è che le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di svendere gli interessi dei lavoratori sull’altare degli interessi di Confindustria, di Marchionne e della troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Commissione europea). E’ quello che sta accadendo in Europa anche dalla Spagna alla Grecia al Portogallo, dove, per pagare il debito dei padroni, si cancellano persino diritti democratici elementari della classe lavoratrice, conquistati con le lotte. Se passa lo smantellamento dell’articolo 18 le masse lavoratrici rischiano di fare un passo indietro storico: anche il diritto di sciopero, come già sanno milioni di lavoratori precari, sarà di fatto cancellato
E’ necessario che tutte le organizzazioni della classe lavoratrice si organizzino per respingere con la mobilitazione la "riforma" del lavoro. E’ necessario che la Fiom rompa con la burocrazia della Cgil che è pronta a svendere gli interessi dei lavoratori; che i partiti della sinistra (da Rifondazione a Sel) rompano con la prospettiva di una nuova alleanza di governo con la borghesia e col Pd, partito complice dell’attacco; che la Fiom, i sindacati conflittuali (Cub, Cobas, ecc), le camere del lavoro e le strutture in Cgil ostili all’accordo organizzino uno sciopero generale, nella prospettiva di un grande sciopero generale europeo che respinga al mittente i piani di austerità della borghesia. 

Mediazioni

Luciano Granieri


Nella settimana appena trascorsa,  si sono registrate grosse novità dal fronte del governo e della variegata coalizione che l’appoggia. Finalmente si è preso atto che, forse, il paese aveva bisogno di altro oltre alla distruzione del sistema pensionistico,  all’aumento delle tasse  per chi  già le pagava, all’aumento delle tariffe  e all’alienazione di un clamoroso risultato referendario . Si aveva bisogno di atti politici veri, altro che finte liberalizzazioni risucchiate nelle infinite trattative fra le lobby dei tassisti, farmacisti, avvocati , notai , che tutto hanno ottenuto tranne che cambiare realmente l’inamovibile status quo.  Era necessario ridare un minimo di visibilità ai partiti e ai loro leader oscurati dalle stupidaggini dette  dai vari ministri  nelle più disparate occasioni e dalle imprese mirabolanti della guardia di finanza in  libera uscita  nei  posti più ameni della penisola impegnata a far ticchettare un po’   più del solito  i registratori di cassa dei negozi di lusso. Dunque, dopo  la melina tentata fino all’ultimo dalle truppe berlusconiane, Monti ha voluto scoprire le carte sulle reali  potenzialità delle formazioni che l’appoggiano invitando Bersani (Pd) Alfano (Pdl) e Casini (Udc) a discutere su alcuni temi che esulassero dai tecnicismi economici che fino ad ora hanno dominato lo scenario politico. Invero si doveva discettare di giustizia e Rai, temi che stanno a cuore a Berlusconi, rappresentato dal suo delfino cammellato Angelino Alfano,  lavoro, tema che sta a cuore al Pd  e nulla che interessasse  l’Udc al quale basta solo il solito  presenzialismo opportunistico.  La trattativa era estremamente complessa perché ogni partito avrebbe dovuto portare a casa un risultato ottenendolo attraverso una doppia trattativa fra governo e compari di coalizione. Come sono andate le cose più o meno lo sappiamo,  Il Pdl ha ottenuto:  la  depenalizzazione del reato di concussione in modo da far saltare l’ennesimo processo a carico dell’ex premier , il processo Ruby,  l ‘abolizione  della legge sulle intercettazione , altro cavallo di battaglia del cavaliere, stop della riforma dalla Rai i cui vertici verranno rinnovati  secondo il vecchio  sistema pro domo  Arcore,  senza l’intervento di un commissario super partes,  regalo delle frequenze a Mediaset . In cambio è stato concesso da Angelino & Company  il via libera alla legge anti corruzione.  Una norma sacrosanta in una paese civile  ma, in questo caso, usata come gentile concessione del  Pdl al governo.  L’Udc  ha ottenuto la presenza al vertice del proprio leader e la rinnovata concessione a quest’ultimo  di decidere  con chi schierarsi a seconda dei propri interessi di bottega.  In cambio gli ex democristiani , da buoni ex democristiani, non hanno concesso nulla. E il Pd? Il Partito Democratico ha concesso  l’accelerazione della trattativa sul lavoro fra governo e parti sociali basata sul depotenziamento,  se non annullamento,  dell’articolo 18  e sulla diminuzione degli ammortizzatori sociali. Una posizione che la Camusso  stava per fare propria se nonché gran parte della dirigenza  CgIl,   oltre alla FIOM,  si è letteralmente sollevata costringendo la segretaria a  ritornare sui suoi passi. Quindi i democrat hanno subito la sonora bocciatura della loro idea di affidare la direzione della Rai ad un commissario, in attesa di modificare la legge Gasparri ed eleggere i nuovi dirigenti di Viale Mazzini secondo una nuova normativa. Ma come in ogni trattativa che si  rispetti dopo tante e tali concessioni qualcosa si sarà pure   portato a casa? Assolutamente NO.  ZERO VIRGOLA ZERO.  Anzi si è concessa ancora più mano libera al governo sul  processo di distruzione dei diritti dei lavoratori. Bravi quelli del Pd, non c’è che dire, hanno fornito un fulgido esempio a tutte quelle forze politiche che sono impegnate in trattative e in accordi, ad esempio in ambito elettorale locale, di ciò che NON si  deve fare per raggiungere un buon risultato e soprattutto di non FIDARSI MAI delle mediazioni  dei “RIFORMISTI” che contengono sempre un qualche cetriolo che va a conficcarsi nella solita parte anatomica dei cittadini. Per concludere dopo questo vertice abbiamo capito che Berlusconi è ancora saldamente in sella e cura come e meglio di prima i suoi interessi,  il governo è molto abile nel curare, come e meglio di prima, gli interessi dei banchieri che lo manovrano,  purtroppo l’interesse dei lavoratori e dalla società civile non è proprio contemplato perché chi dovrebbe rappresentarli,  partiti e sindacati è in tutt’altre trattative affaccendato. EVVIVA LA RAPRESENTANZA SOCIALE.