Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 9 gennaio 2013

Ti capisco "italiano medio"

Simonetta Zandiri


    Io ti capisco, “italiano medio”, quando vai alle urne portando con te qualcosa per "turarti" il naso, consapevole di una scelta che tu stesso consideri il male minore ma necessario.
Io ti capisco, quando credi alle sirene di chi sventola simboli tradendone il senso e la storia, senza rispetto per cosa rappresentano davvero per te e per chi, ancora oggi, ci crede ancora. Credere, come se in quelle urne ci fosse una qualche religione. E forse c'è. Con i suoi cardinali, le sue regole, i suoi rituali.
Capisco anche come pensi a quei partigiani che per tutto questo, dici, sono morti. Mi rendo conto che è questo che ci hanno fatto credere, so che è li' che è iniziata la grande truffa in quel mito, in quei morti, "per le urne".
Io ti capisco, italiano medio, quando vai alle urne per rispetto a quella memoria, ma ti sbagli. O quando non vai pensando che tanto non cambia niente. E poi non fai niente per cambiare. E anche qui, sbagli.
Perché la verità è che TU non esisti, “italiano medio”, perché esistono milioni di persone diverse, in quella che tu chiami “Italia” (come fuori da questi confini dove la tua amata patria va a fare la guerra chiamandola pace), e in quelle urne c'è lo schiaffo alla memoria di chi non è morto per un voto, ma per darci la Libertà.
Io ti capisco, ma tu prova a capire anche me.
Quando penso che per quella libertà serva un po' più di coraggio.
Quando ti dico che il male minore è sempre e comunque un male che non possiamo tollerare. 
Quando affermo che non si può rivoluzionare un sistema usando quel sistema.
Io ti capisco, ma tu prova a capire me.
IO NON VOTO, SCELGO LA LOTTA. 
Se vuoi, chiedimi perché. O come. Ma non chiedermi SE.


lunedì 7 gennaio 2013

Venghino siori, venghino

Luciano Granieri


Che bello siamo in piena campagna elettorale. E’ inutile e noioso arrovellarsi sui possibili vincitori, sulle alleanze. E’  tutto ampiamente previsto. Il Pd avrà la disponibilità  assoluta  della Camera grazie al premio di maggioranza, al Senato dovrà invece cercare alleati . I centristi guidati da Monti sono già pronti alla bisogna, e chiederanno al Pd , in cambio dell’appoggio, di non osteggiare un nuovo incarico al professore che il presidente Napolitano sarà ben felice di conferire. Liquidato l’aspetto elettorale, concentriamoci sui  teatranti che occupano e occuperanno il palcoscenico mediatico da qui alle elezioni. Berlusconi è tornato in forze. La sua presenza nelle Tv è massiccia come al solito. Gli argomenti sono gli stessi, meno tasse per tutti, via l’Imu, la necessità di debellare il pericolo comunista.  Il tutto condito dal gossip del troiaio che, in nome di una sobrietà indispensabile per il nuovo corso politico del  cavaliere ,  è meno precario e flessibile, nel senso che non esistono più le intercambiabili  olgettine ma solo una fidanzatina a tempo indeterminato. Bersani sta rifiatando dopo la sovraesposizione da primarie,  preso   in castagna dal protagonismo del suo prossimo  alleato post elettorale Mario Monti. L’immagine del leader piddino è quella tranquillizzante dell’amico con cui ci si può confidare davanti ad un bicchiere di birra. Molto deve il buon Bersani ai servigi resigli da Crozza con la sua imitazione, tanto che il capo del Pd, sembra uno  che imita  Crozza che imita Bersani. Ma la vera star è il debuttante Mario Monti. Anch’egli in overdose mediatica, ce lo ritroviamo  su tutti i canali,dall’Annunziata a Lilli Gruber, alla radio. L’hanno stoppato solo alla befana altrimenti a Zavoli gli partiva un embolo.  A dire il vero la consulenza della stessa agenzia curatrice di immagine che si occupa  di Nichi Vendola,  non è ancora riuscita a renderlo  meno legnoso davanti alle telecamere, ma lui non demorde. I risultati sono quello che sono. Il professore vorrebbe anche diventare protagonista della rete come Grillo, per adesso riesce solo a mettere la faccine vicino ai   suoi cinguettii su twitter.  Ma è in televisione che Monti da il meglio di se. Purtroppo il confronto con il maestro di Arcore è disarmante. Il povero Monti si industria a promettere un rimodulazione dell’Imu con il dirottamento del ricavato  esclusivamente a favore dei  comuni, Berlusconi invece, l’Imu la elimina definitivamente. Monti si impegna, forse un giorno non troppo lontano, ad abbassare di un punto le tasse, Berlusconi invece è il più feroce sterminatore di balzelli e tributi. Berlusconi è stato risoluto nel dettare alla sua servetta imbotulinata BarbaraD’Urso  le domande da fargli,  Monti  lo abbiamo visto molto impacciato a Otto e Mezzo perché la Gruber non rispettava l’ordine concordato nel porgere i quesiti.  La domanda sul sondaggio in merito al gradimento del governo Monti doveva essere la numero 5 e non la 3, mentre invece quella sulle alleanze post  elettorali era la  2, non la 4. Così il povero presidente  vedendosi sconvolto l’ordine delle domande in base al suo  ordine di risposte doveva scartabellare i suoi fogli per trovare la risposta giusta, con grande impaccio e imbarazzo. Berlusconi è un valoroso  combattente contro  i comunisti, Monti, al più,  arriva a silenziare Fassina e Vendola . Il massimo dell’appeal nei discorsi di Monti è l’innalzamento  dello spread, Berlusconi invece ha ben altro da raccontare sugli innalzamenti da viagra . Povero Monti! Ancora non ha capito nel nostro paese borghesuccio conta più un pelo di figa che un punto di spread. E’ bene che lo impari presto.

Viaggio a bassa velocità

Franca Dumano


“Le magnifiche sorti e progressive. Viaggio a bassa velocità nel progetto TAV della Val Susa”.
A cura di Luciano Celi, Lu:ce edizioni.


Propongo ai lettori di AUT una lettura stimolante: un viaggio a bassa velocità nel progetto Treno ad Alta Velocità Torino-Lione: si parte dall'immagine di copertina (scattata dal curatore in località Ramats, sotto il viadotto autostradale della A32) e dalla suggestione leopardiana del profumo de “La  ginestra o fiore del deserto” e- attraverso una riflessione sulla democrazia  e sull'Illuminismo  - si arriva al cuore del movimento NO TAV, alla sua  ricchezza di anime e contenuti, alla sua complessità.
E' un viaggio composito, un mosaico di forme diverse -interviste, articoli, comunicati stampa, interventi, report tecnici, versi, testimonianze- che raffigura le varie sfaccettature di una realtà complessa: pensionati, giornalisti, avvocati, agricoltori, tecnici, archeologici, studenti; insieme  riflettono sulla partecipazione e danno vita ad un concreto esperimento di cittadinanza attiva[1] .
Il libro riproduce “una  foto di un presente che lasci una traccia di ciò che fu”[2] . Un presente in divenire: gli avvenimenti si susseguono in Val di Susa, le idee e le strategie si moltiplicano: lo stesso libro ha subito una modifica in corso d'opera a seguito della drammatica vicenda di Luca Abba' precipitato da un traliccio dell'alta tensione in Val Clarea “per un gesto nonviolento di estrema difesa della sua terra” si è trasformato in istant book il cui ricavato è destinato al sostegno di Luca Abba' in un periodo difficile ; è poi uscito in una seconda e in una  terza edizione.
Varie vicende si susseguono veloci e il 2012 si chiude con la decisione del governo Monti di dare due milioni al progetto Tav.
La citazione del titolo “le magnifiche sorti e progressive” tratta dalla bellissima “La ginestra” scritta da Leopardi in occasione del suo soggiorno a Torre del Greco dinanzi alla vista di uno dei luoghi più belli e più devastati  del nostro Paese, le pendici del Vesuvio, invita ad una riflessione sull'arroganza di chi vuole solo dominare la natura senza porsi problemi di rispetto e tutela. 
(Cosa scriverebbe oggi Leopardi se vedesse che intorno al Vesuvio  si è costruito abusivamente ovunque, persino sulle vie di fuga,  in una pericolosa catena sistematica  di illegalità ,dalle cave, agli sbancamenti,  alle discariche? E che a Roma, altro luogo  di cui ha evocato le ginestre e l'antica gloria, si costruiscono parcheggi sulle necropoli etrusche e si interrano senza pietà resti archeologici affioranti dagli scavi edilizi e si lasciano cadere a pezzi dall'incuria anche i monumenti più importanti? Altro che superbia del secolo spiritualista contro cui polemizzava! )
Il viaggio procede attraverso interviste a partecipanti del movimento NO TAV; fra gli altri, Luca Abbà  ripercorre la sua storia  in Val di Susa, dai tempi


[1]  PAG. 13.
[2]  PAG.21.

del liceo e l'interesse per le questioni ambientaliste alla decisione di trasferirsi in montagna a coltivare i terreni dei nonni, rievocando da un lato l'amarezza  lasciata nel suo animo dalla “stagione degli attentati e sabotaggi” che culminò con l'arresto e la morte in carcere di Sole e Baleno, dall'altro -oltre alle varie fasi della lotta no tav- il momento importante di crescita del movimento con la Libera Repubblica della Maddalena (di Chiomonte) “un'esperienza di autogestione e difesa del territorio “, di interazione con i valligiani, “giorni e notti passati a pensare, a preparare mezzi e materiali per una resistenza che sarà determinante per il prosieguo di tutta la lotta contro il TAV” [1]
Nel testo il  movimento no Tav emerge come straordinariamente ricco di anime: il collettivo lavanda è una delle  componenti e simboleggia lo scontro in atto in Val di Susa : il profumo della lavanda inebria chi rispetta le distese fiorite e vuole tutelare la valle nelle sue peculiarità, contrapponendosi all'arroganza degli scarponi di uno Stato che non ascolta le ragioni popolari e calpesta manifestanti inermi e vegetazioni varie. Denunciando l'episodio della notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 in cui vengono manganellati gli occupanti inermi del terreno di Venaus che stavano per lo più dormendo, uno degli intervistati, un legale, racconta di aver pianto.
La questione della tav in questo testo è anche l'occasione per una riflessione profonda e non scontata   sull'illuminismo e sul senso della democrazia, sul diritto di resistenza sancito dal nostro ordinamento. “L'Illuminismo offre a tutti la possibilità di pensare con la propria testa”, di emanciparsi dalle schiavitù e di utilizzare la ragione come strumento per relazionarsi con il mondo e con gli altri.
Il diritto alla resistenza pacifica contro atti che si ritengono ingiusti trae fondamento dalla sovranità popolare sancita nell'art. 1 della Costituzione : L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. la sovranità spetta al popolo che la esercita nelle forme e nei modi  previsti dalla legge”.
I membri dell'assemblea  Costituente enunciarono chiaramente, fra i principi fondamentali,  la  sovranità popolare, valorizzando il coraggio e la forza profuse da donne e uomini nella resistenza al fascismo .
Altrettanto varie, complesse e articolate sono le ragioni del movimento NO TAV: dinanzi al nebuloso “progresso”invocato dai sostenitori del progetto, i motivi dell'opposizione al Tav trovano innanzitutto spazio nella mancanza di una reale esigenza di costruirla in una Valle in cui sono diminuiti sia il traffico merci dei tunnels autostradali del Monte Bianco e del Frejus che quello  sulla ferrovia. A ciò si aggiunge un ventaglio ampio di ragioni: dal costo stratosferico(oltre 10 miliardi)  e insensato dell'opera in un momento di tagli allo Stato sociale e ai suoi servizi, ai danni ambientali provocati dai cantieri, nonché dallo scavo e dalla lavorazione di materiali pericolosi (amianto, radon, uranio), ad una serie di complicazioni idrogeologiche da valutare con attenzione nonché la mancanza di reali esigenze sulla tratta ferroviaria Torino-Lione . I motivi dell'opposizione al Tav trovano altresì ampio spazio nella ripubblicazione in appendice delle 150 nuove ragioni diffuse in occasione dei 150 anni dell'unità di Italia e 20 anni del movimento no tav.
Rimando ovviamente per l'approfondimento alla lettura del libro, reperibile sul sito www.luce-edizioni.it.


[1]  PAG. 47.

domenica 6 gennaio 2013

IO NON VOTO, SCELGO LA LOTTA!

GRUPPO ASTENSIONISMO ATTIVO

Comitato promotore: Simonetta Zandiri Silvia Rovelli Gaia Tolomelli Andrea Basile Marco Bertini


Il gruppo nasce per fare informazione su come non passare per astensionisti passivi, per creare informazione e assistenza sull'astensionismo ATTIVO, e per cercare di rendere l'astensionismo una forma CONCRETA e VISIBILE di disobbedienza come primo passo utile per "unire" tutti quelli che fino ad oggi sono sempre stati divisi e che continuano ad essere il "primo partito d'Italia", quello dei non votanti!

“Gli animali da fuori guardavano il maiale e poi l’uomo, poi l’uomo e ancora il maiale: ma era ormai impossibile dire chi era l’uno e chi l’altro” (Orwell)

a cura di Stefano Fait. fonte http://www.informarexresistere.fr



Abbiamo voluto noi Monti. Io interpreto la sua agenda come rigore e rispetto dei vincoli europei, tentativo di incidere sull’evoluzione della politica europea, sforzi di riforma e modernizzazione e quindi ribadisco che il rigore e la credibilità sono un punto di non ritornoSe toccherà a me guidare il Paese, il giorno dopo la vittoria parlerò con Monti. Ho detto direttamente al presidente del Consiglio e pubblicamente che deve continuare ad avere un ruolo. Quale lo discuteremo insiemeSiamo disponibili e aperti all’incontro con i centristi.
Pierluigi Bersani, 13 dicembre 2012

Tra l’agenda Bersani e quella Monti non vedo grandi differenze, anzi non ne vedo quasi nessuna salvo forse alcune diverse priorità e un diverso approccio alla ridistribuzione del reddito e alle regole d’ingresso e di permanenza nel lavoro dei precari. E salvo che l’agenda Bersani è stata formulata prima di quella Monti e in alcune parti avrebbe potuto utilizzarla anche l’attuale governo se avesse posto la fiducia su quei provvedimenti. Conclusione: non esiste né un’agenda Bersani né un’agenda Monti. Esiste un’agenda Italia che dovrebbe essere valida per tutte le forze responsabili e democratiche.
Eugenio Scalfari, editoriale, Repubblica, 30 dicembre 2012
Bersani candiderà nel listino il Prof. Carlo dell’Aringa, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, giuslavorista, storico ispiratore della Cisl, uomo graditissimo a Confindustria. Grande cultura e dottrina, la sua, ma giocata sempre in un campo diverso da quello dei diritti dei lavoratori e dei più deboli. La cosa ha quasi dei lati comici. Fuori Ichino (peraltro se ne è andato con le sue gambe), dentro un altro. Mi sa che gli elettori della coalizione dei democratici e dei progressisti si potrebbero anche trovare nella paradossale condizione di dire, come si usa a Roma: “Arridatece Ichino”!
Alfonso Gianni

Pierluigi Bersani ha sostenuto…con la copertura della discrezione di Repubblica e Unità, uno dei più robusti e silenziosi, almeno a livello di opinione pubblica, tentativi di salvataggio di banche tossiche della storia d’Italia. Stiamo parlando di una iniezione di liquidità superiore ai tagli delle pensioni della recente riforma Fornero a favore di uno dei feudi piddini: il Monte dei Paschi.  Allo stesso tempo, a differenza della Gran Bretagna (che è IL paese liberista) la decisiva immissione di liquidità non ha comportato che la banca passasse sotto controllo pubblico. Insomma, la società italiana ha compiuto uno sforzo immenso per pagare le avventure di MPS, e di riflesso del Pd, nel mondo della speculazione finanziaria.  Di fatto ha dovuto pagare anche il disastro MPS dell’acquisizione di Antonveneta (costata 9 miliardi), ma il controllo del Monte, a differenza di quanto accaduto in Gran Bretagna per casi analoghi, resta privato. Nonostante questo Moody’s ha declassato…i titoli MPS a spazzatura. Un’operazione da serio, serissimo dibattito politico. Lusi, Penati e lo scandalo Enac, di un altro collaboratore stretto di Bersani, rispetto a quanto è costato alla società italiana  MPS, e a fondo perduto, a confronto sono questioni da ricettazione di un camion trafugato pieno di salumi.
**********
La vera campagna elettorale, quella per accreditarsi dove si prendono decisioni, la si fa sul Financial Times. Che ha dedicato molto spazio alle elezioni italiane. Segnaliamo questa intervista del Financial Times a Pierluigi Bersani in versione maresciallo Pètain. Quello dei giorni che precedettero la formazione della repubblica collaborazionista di Vichy.
Cosa dice di grave Bersani? La prima è che è favorevole ad un irrigidimento del fiscal compact, il patto sul bilancio che impegna a tagli di spesa pubblica di decine di miliardi l’anno per un ventennio. La seconda è che impegna l’Italia ad ulteriori politiche di austerità. Fin qui siamo a Monti forse con qualche parola più cruda sull’irrigidimento del fiscal compact. Ma dove Bersani, nel tentativo di accreditarsi in Europa, riesce a superare a destra Mario Monti è sulla questione del commissario unico europeo. Si tratta di una figura, già oggetto di trattativa nei precedenti round europei, che avrebbe potere di veto sulla stesura dei singoli bilanci nazionali. Per cui se un paese decidesse di finanziare scuola, sanità, servizi sociali, in autonomia nazionale, questa figura avrebbe potere di bloccare una decisione sovrana. Il più convinto artefice di questa proposta, che ha incontrato il favore di Barroso, è il superministro tedesco dell’economia Schauble. Monti, diplomaticamente, nelle settimane scorse aveva fatto scivolar via questa proposta (assieme ad altri paesi). Monti è un uomo di destra, convinto di svendere il paese, ma sa che la cessione di sovranità va sempre saputa trattare con accortezza.
E cosa ti fa Bersani? Per accreditarsi in Europa si dice pronto ad accettare la proposta Schauble. Al Financial Times Bersani si dice pronto ad accettare la cessione di sovranità. Ovviamente si bada bene dal dirlo all’elettorato italiano. Qui è da considerare una cosa. Esistono due tipi di cessione di sovranità: una, quella con contropartite, fa parte di un processo di integrazione continentale. L’altra, senza contropartite, spiace dirlo ma si chiama resa ad una potenza straniera. Nessun dubbio che Bersani voglia incarnare i panni del nuovo Pétain che, a suo tempo, decise che la resa praticamente senza contropartite alla Germania fosse l’unica strada razionalmente praticabile.

«due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto

Matteo Miavaldi. fonte  http://www.wumingfoundation.com/giap/


Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.
E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa
Ignazio La Russa
1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver
Margherita Boniver
Qualche esempio di strumentalizzazione?
Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.
Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”
La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.
Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!
A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indianiche, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 
Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.
Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.
Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI
In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.
Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, comericordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»
Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.
In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hannoritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"
Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.
Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»
La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo
Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica
In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India dapolemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» -  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro
L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE
In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.
I beduini del Kerala
I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…
Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

Acciaio, servizi locali, finanza: il degrado del sistema Italia

Vincenzo Comito. fonte http://www.sbilanciamoci.info



L’accaieria Ilva, la multiutility Hera, la Cassa Depositi e Prestiti hanno in comune una deriva pericolosa nei rapporti tra grandi imprese e territori in cui operano, tra potere economico e potere politico. Promemoria per una nuova politica industriale
Il 2012 ha visto rilevanti mutamenti nella situazione e nelle strategie di molti gruppi industriali italiani di dimensione grande e medio-grande, mutamenti che non sono stati positivi per le sorti del paese. Vediamo tre casi, che, pur nella diversità - di dimensioni aziendali, di controllo azionario, di settori di attività, di risultati economici - hanno qualcosa in comune: sono rappresentativi di una tendenza verso la deriva del nostro sistema industriale e finanziario e, in particolare, verso rapporti ancora più malsani con la società e la politica.
Il caso Ilva
L’Ilva, l’acciaieria di Taranto, non ha solo il problema del rispetto delle norme antinquinamento. Dietro di esso c’è un’altra questione altrettanto importante: la capacità dell’azienda di stare su un mercato sempre più difficile senza essere travolta. I due temi si intersecano tra di loro. Un’impresa con impianti aggiornati sul piano ambientale e tecnologico potrebbe giocare molto meglio la partita sul mercato internazionale dell’acciaio.
Sul primo punto, i fatti che sono emersi mostrano un gruppo che nel corso degli anni ha trascurato di osservare le più elementari norme sul fronte ambientale e su quello del lavoro, come testimoniato anche dai molti procedimenti giudiziari che esso ha dovuto subire. Poteva far questo anche per la complicità del governo e delle strutture tecniche preposte al controllo; solo l’intervento della magistratura ha permesso di portare alla ribalta il problema.
Sul secondo problema, il gruppo di controllo ha gestito sino a ieri l’azienda con una strategia molto “casalinga”, con favori da parte del governo e con rapporti con i dipendenti e la comunità circostante da vecchio “padrone delle ferriere”. L’Ilva è stata più attenta a speculare sul prezzo delle materie prime che a dotarsi di una lungimirante strategia industriale. Ora non sembra avere le capacità di far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita e che tende a erodere le quote di mercato in Italia, dove il gruppo colloca i due terzi della sua produzione. Oltre ad essere poco presente sui mercati internazionali e ad avere dimensioni ridotte rispetto ai concorrenti principali, la proprietà dell’Ilva non è in grado di mobilitare le grandi risorse finanziarie che servirebbero per reggere la scena e neanche soltanto quelle necessarie per portare avanti il programma in tema ambientale richiesto ora dal governo.
Ci sembra che solo un intervento in prima persona dei poteri pubblici sul fronte della proprietà e della gestione aziendale, nonché su quello finanziario, potrebbe permettere all’azienda di negoziare con qualche gruppo straniero un intervento di salvataggio che ne preservi un’italianità almeno parziale.
La gestione di Hera
Il settore dei servizi pubblici locali è assai diverso dall’acciaio, ma offre lezioni importanti, a partire dal caso di Hera, la multiservizi a controllo pubblico che opera in Emilia Romagna e Marche, costruita aggregando molte aziende municipalizzate locali. All’origine di strutture come Hera c’è l’idea liberista – che ha imperversato anche a sinistra – sulla trasformazione dei molti servizi pubblici locali in grandi aziende con comportamenti di mercato. Sono state così incoraggiate le operazioni di crescita di strutture politico-burocratiche sostanzialmente poco efficienti, fonte di inquinamento nei rapporti tra pubblico e privato, portatrici di inflazione.
Secondo quanto documenta la Cgia di Mestre, negli ultimi 10 anni si sono registrati nel nostro paese aumenti record nelle tariffe per l’acqua (+71,8%), per il gas (+59,2%) e per i rifiuti (+56,3%), proprio alcuni dei settori principali in cui operano queste società, mentre l’inflazione è cresciuta nello stesso periodo in generale del 24,5%.
A causare l’impennata dei prezzi c’è l’aumento delle tasse, ma sono rilevanti anche gli aumenti delle tariffe dei servizi pubblici. Alla forte crescita delle bollette non è peraltro corrisposto un corrispondente aumento della qualità dei servizi offerti ai cittadini, anzi in molti casi essa è peggiorata.
Che non ci siano ragioni importanti di economia di scala né altri vantaggi significativi in diverse delle attività gestite dalle multiutility è testimoniato, oltre che dai risultati economici poco brillanti, dal caso tedesco, paese nel quale, almeno nel settore dell’energia, si sta tornando con decisione alle vecchie municipalizzate su base locale.
Il modello di funzionamento di Hera e di altre società del genere appare semplice e perverso: data la scarsa efficienza della sua gestione, la società aumenta in misura rilevante le tariffe e così ottiene un modesto utile annuale, che versa interamente nelle casse dei soci, che sono poi in maggioranza i comuni. Questi ultimi, affamati come sono di soldi, sono obbligati a vedere di buon occhio la sviluppo di tali strutture. Per finanziare la distribuzione dei dividendi Hera è costretta ogni anno ad aumentare il livello dei suoi debiti, livello che nel giro di qualche tempo diventerà preoccupante. Intanto negli ultimi anni è stato significativamente ridotto il livello degli investimenti. Si tratta di una strategia senza sbocchi.
Nel caso della Hera, come di strutture consimili, la ricetta più adeguata non può che consistere in un loro smantellamento progressivo, con un ritorno a servizi pubblici a dimensione più vicina al territorio.
La Cassa Depositi e Prestiti
Veniamo alla finanza “pubblica”. Sino al 2003 la Cassa Depositi e Prestiti (CDP), organismo controllato dal Tesoro, svolgeva in maniera dignitosa il suo compito istituzionale, che era quello di raccogliere i depositi postali e di impiegarli per finanziare gli enti locali.
Nel 2003 il governo decideva di privatizzare la struttura, trasformandola in società per azioni, inserendo nel capitale le fondazioni bancarie, mentre allargava i suoi obiettivi di lavoro, che comprendevano ormai anche il sostegno ai progetti privati, nonché il finanziamento e la partecipazione al capitale delle imprese. Si aggiungeva inoltre la promozione di programmi di edilizia pubblica, la protezione dell’ambiente, la valorizzazione del patrimonio immobiliare; ma questi ultimi obiettivi non hanno peraltro trovato alcuna applicazione rilevante.
La partecipazione al capitale da parte delle fondazioni è stata fatta pagare poco, mentre, dall’altra, esse hanno ottenuto un potere di co-decisione molto rilevante e, tra l’altro, hanno cercato di frenare l’attività della CDP nel settore dei finanziamenti agli enti locali.
Da allora, la Cassa interviene in maniera sempre più estesa nel sistema industriale del paese, cosa che in sè non sarebbe necessariamente negativa. Ma in concreto essa, nella sua azione, privilegia il sostegno al vecchio establishment, mentre fornisce un’equivoca copertura finanziaria allo stesso Tesoro per ridurre, ma solo formalmente, il debito pubblico.
Così essa acquisisce dal governo delle partecipazioni di controllo in alcune grandi strutture imprenditoriali, senza peraltro ottenere alcun potere decisionale, che viene lasciato alle vecchie consorterie burocratico-politico-affaristiche. Per altro verso, essa spinge in direzioni certamente poco accettabili. Valga ricordare soltanto tre casi recenti, quello dell’intervento nel settore delle multiutility e in specifico proprio nel caso Hera; il tentativo di sostenere finanziariamente e senza contropartite Telecom Italia; infine l’ingresso nel capitale di Generali.
Vediamo con qualche dettaglio quest’ultima operazione, ancora fresca d’inchiostro. Nella sostanza, il 4,5% del capitale di Generali viene trasferito dalla Banca d’Italia, che si trovava ormai in conflitto di interessi, al Fondo Strategico Italiano, controllato dalla CDP. La presenza del Fondo sarà totalmente passiva; essa ha accettato di impiegare le sue risorse per mantenere gli equilibri di potere economico preesistenti. Così Unicredit, che controlla in sostanza la compagnia, potrà stare tranquilla.
La CDP si può fregiare a questo punto del titolo di “banca di sistema”, un sistema peraltro decrepito, che andrebbe demolito. Un intervento sulla Cassa da parte del governo, oltre che un ritorno alla sua pubblicizzazione, dovrebbe prevedere una concentrazione dei suoi sforzi nel sostegno alla parte migliore delle nostre imprese, privilegiando, in particolare, gli investimenti orientati verso la creazione di occupazione e l’innovazione tecnologica, nell’ambito di un complessivo progetto di sviluppo ecocompatibile.
Nel caso di tutte e tre i gruppi sopra ricordati sarebbero necessari radicali mutamenti di strategia. Chissà se il governo che si formerà dopo le elezioni, nel quadro di un necessario ripensamento della politica industriale del paese, avrà la lucidità e il coraggio di intervenire nei tre casi citati per raddrizzare la rotta.