Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 1 aprile 2013

Il blasone fascista della città di Balbo


Giuseppe Aragno fonte: http://www.ilmanifesto.it 

Ras di Ferrara fu Italo Balbo, un modello dell'«uomo nuovo fascista». S'era fatto il cursus honorum del gerarca sanguinolento: scampoli di gloria feroce tra i volontari della carneficina nella «grande guerra», capo delle «squadracce» al soldo degli agrari, quando bastonature e omicidi di avversari politici mostravano il «senso dello Stato» del primo fascismo, comandante generale della milizia. Implicato nell'assassinio di Don Minzoni, arrivò in Parlamento e presto giunse al governo.
A Ferrara il 26 sono ritornati gli squadristi. Balbo mancava, è vero, ma s'è trovato un sostituto degno. Rivendicavano il diritto d'ammazzare impunemente e non a caso il colpo vibrato in piazza era assassino: mirato al cuore d'un madre - l'immensa Patrizia Aldovrandi - per fermarne il palpito di dignità, la passione e l'indomito coraggio. Chi ha voluto vederla, l'ha vista bene l'Italia di questi tempi bui: un Paese nel quale l'umanità spesso è donna, ma molto più spesso si perde in una divisa che mostra i distintivi della guerra. La guerra, sì, che la Costituzione ripudia ma offre la leva per la polizia della repubblica antifascista: Medio Oriente, Balcani e Afghanistan. Un'Italia in cui la Caporetto dei valori della Resistenza- di questo ormai si tratta, non di altro - non si spiega semplicemente col berlusconismo, ma chiama alla mente - ed è un morire di dolore - Piero Gobetti e la sua terribile sentenza: il fascismo malattia congenita della nostra storia, la natura elitaria del Risorgimento, un potere mai saldo in mano al "popolo sovrano" e sempre molto lontano dai cittadini. Chiama alla mente lontani maestri, appena tornati in armi dai monti partigiani e subito impegnati a scrivere una Carta Costituzionale tesa a colmare lo storico deficit di partecipazione. Quella Costituzione che ormai non conta più.
La crisi economica procede di pari passo con lo smantellamento della democrazia. Si sono visti chiari i segnali d'asfissia d'una politica priva di respiro ideale e s'è misurato l'abisso che ci attende, se non sapremo restituire al dibattito sullo stato dell'economia, il contributo decisivo di storici e filosofi. In un Paese che dopo la Liberazione non mandò a casa sciarpe littorie, sansepolcristi, scienziati della razza, questori, prefetti e magistrati mussoliniani e chiamò a presiedere la Corte Costituzione quell'Azzariti già capo del "tribunale della razza", sono vent'anni ormai che, a parlare d'antifascismo, si disturba il manovratore. Vent'anni che si batte la grancassa su una inesistente ferocia partigiana e si trova la sinistra consenziente. Mentre Veltroni e i suoi cancellavano dalle rare sedi del «partito liquido» persino il ricordo dei partigiani - si fa un gran parlare di donne, ma a Napoli il Pd ha eliminato dalla sua sede la partigiana Maddalena Cerasuolo - l'accademia s'è adeguata.
In questo clima, dopo le acrobazie dei lacrimogeni sui tetti del ministero di Grazie e Giustizia, le violenze di Napoli e Genova e gli indiscriminati attestati di stima agli immancabili servitori dello Stato, più che la resurrezione di Balbo a Ferrara, stupisce lo stupore sbigottito di chi solo oggi intuisce l'esito fatale di un vergognoso revisionismo. Perché meravigliarsi della polizia, dopo che s'è voluto ridurre l'antifascismo a una questione privata tra veterocomunisti e neosquadristi, dopo l'armadio della vergogna e l'inascoltato allarme di Mimmo Franzinelli, che ci ha ammonito sul significato profondo d'una amnistia che fu colpo di spugna e sancì la continuità con lo Stato fascista? Rinnegata la propria storia, attestata a difesa di un'Europa che Spinelli ripudierebbe, collocato in soffitta Marx per far le fusa al liberismo targato Monti, era fatale che la polizia tornasse alla tradizione dell'Italia liberalfascista e si facessero nuovamente i conti con Frezzi massacrato di botte, Acciarito torturato e Bresci suicidato.
Qui non si tratta di solidarietà di corpo. Emilio Gentile l'ha spiegato chiaramente: la mistica fascista del cameratismo fu il fulcro di una identità nuova che, nel cuore d'una crisi, fuse in anima collettiva l'individualismo solitario dell'eroe, sicché i "rigenerati della guerra" pretesero di essere "rigeneratori della politica". Quand'è che il Parlamento pretenderà che si accenda la luce sui meccanismi di reclutamento delle forze dell'ordine e sulla loro formazione culturale e politica?


GAIA: il Nuovo Ordine Mondiale secondo Casaleggio Associati

Informare per resistere



ATTACCO FASCISTA AL LABORATORIO SOCIALE L.S.O.A. Ex Palestra

Confederazione Regionale USB Calabria

Lamezia Terme – domenica, 31 marzo 2013
Inaccettabile attacco fascista al Laboratorio L.S.O.A. Ex Palestra, firmato dal gruppo estremista Casapound.
L’azione vigliacca, come sanno essere le azioni che colpiscono alle spalle organizzazioni che operando nel sociale, non ha colpito solo la struttura con scritte deturpanti e inneggianti al fascismo e con la rottura della bacheca, ma l’intero quartiere che ospita la struttura, con i cestini dell’immondizia sparpagliati  per tutto il parco intorno.
Riteniamo che occorra prendere atto che organizzazioni come Casapound che godono di tanta tolleranza e protezione anche tra le istituzioni, debbano, invece, essere classificate come organizzazioni che praticano l’odio razziale e la violenza verso i soggetti deboli e verso coloro che hanno un ruolo propositivo nelle attività del sociale.
Pertanto, in nome del rispetto delle norme costituzionali vigenti, invitiamo le istituzioni ai vari livelli a boicottare le iniziative falsamente democratiche che hanno per protagonista questa organizzazione ed invitiamo anche gli organi di stampa a non dare loro pubblicità divulgandole.
USB esprime la massima solidarietà e vicinanza al L.S.O.A. Ex Palestra e diffonde e rilancia l’invito dello stesso Laboratorio, ad organizzare la giornata di mobilitazione che è in preparazione per il 25 aprile nel parco di Vico II Belvedere a Lamezia Terme.

Parigi: Nasce la Rete Sindacale Internazionale

FR. redazione Pdac


Si è svolto con grande successo, nel fine settimana del 22-24 marzo, a Parigi, l'incontro internazionale del sindacalismo combattivo, promosso dal sindacato brasiliano Csp Conlutas (il più grande sindacato di base dell'America Latina, in cui svolge un ruolo di primo piano il Pstu, sezione brasiliana della Lega Internazionale dei Lavoratori, di cui il Pdac è sezione italiana -1), da Solidaires di Francia e dalla Cgt spagnola.
Delegazioni da tutto il mondo
All'incontro hanno partecipato le organizzazioni sindacali di una quarantina di Paesi, con la presenza di oltre 250 delegati provenienti da tutti i continenti. La presenza è stata superiore persino alle più rosee aspettative.
L'obiettivo dei promotori era quello di proseguire un'esperienza avviata oltre un anno fa con un primo incontro in Brasile (promosso da Conlutas), estendendo la partecipazione a decine di sindacati (alcuni con un ruolo importante nelle lotte dei rispettivi Paesi) per arrivare a costruire una forma di coordinamento tra il sindacalismo combattivo di vari Paesi del mondo, dall'Africa all'Europa all'America Latina. Ciò nella convinzione che non vi è lotta realmente vincente dei lavoratori sul solo piano nazionale, data la necessità di contrastare il capitalismo e gli attacchi analoghi nei diversi Paesi che i governi imperialisti e borghesi sferrano contro i lavoratori e le masse popolari per far loro pagare la crisi del sistema.
Per quanto riguarda l'Europa, dalla Spagna erano presenti, oltre alla Cgt, anche i Co.bas di Madrid, Intersindical e varie altre forze che, per quanto minoritarie, hanno dato vita a una manifestazione di oltre 60 mila a Madrid in occasione dell'ultimo sciopero generale. Dall'Inghilterra hanno partecipato dirigenti del Rmt (sindacato dei trasporti) e della Tuc che insieme stanno facendo appello alla costruzione di uno sciopero generale in quel Paese. Ma, come detto, la presenza andava oltre l'Europa: vi erano rappresentanti di sindacati dell'Egitto, della Tunisia, del Marocco; e, dall'America Latina, oltre che dal Brasile anche da Paraguay, Perù, Cile, Bolivia, Argentina.
Scelte importanti
Nella tre giorni di Parigi si sono confrontati non solo lingue diverse ma anche approcci e culture differenti, senza la pretesa di trovare una sintesi, ma con l'obiettivo piuttosto di verificare la possibilità di costruire, nella pluralità di esperienze, delle battaglie comuni e, in questo modo, proseguire anche nella discussione e nel confronto più generale.
Nella giornata conclusiva sono state definite alcune scelte importanti.
In primo luogo si è assunta una dichiarazione che esprime i principi generali in cui si riconoscono le organizzazioni presenti: la concezione di un sindacalismo di lotta, democratico, indipendente dai governi padronali, internazionalista.
In secondo luogo si è dato vita a una "Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta", demandando ai tre sindacati promotori il compito di mantenere un coordinamento operativo per organizzare le prossime scadenze.
In terzo luogo è stato varato un Manifesto comune da diffondere in tutti i Paesi alle manifestazioni del prossimo Primo Maggio: un manifesto che rimetta in primo piano il carattere di classe e di lotta del Primo Maggio, contro la "interpretazione" all'insegna della collaborazione di classe che ne danno i sindacati concertativi.
Questo Manifesto sarà diffuso nei prossimi giorni, essendo stato lasciato un lasso di tempo (fino a metà aprile) affinché le organizzazioni sindacali e i coordinamenti di lotta che, dopo questo confronto di Parigi, decidono di aderire stabilmente alla Rete, possano formalizzare la loro scelta. Il senso del Manifesto sta in questo brano che riportiamo: "La difesa di un salario dignitoso, di lavoro, salute, educazione pubblica, esigono che le molteplici lotte parziali, per impresa e settore, che attraversano il Vecchio continente, si unifichino intorno a una rivendicazione urgente: Cacciamo i governi e le politiche di austerità!".
In quarto luogo, per scendere più nel concreto, si è avviato (anche attraverso alcune riunioni di settore) un primo coordinamento per categorie professionali (trasporti, educazione, metalmeccanici, ecc.). Lo scopo è quello di avviare campagne comuni a livello internazionale, fino alla prospettiva di organizzare uno sciopero generale congiunto.
La nutrita presenza dall'Italia
Dall'Italia la presenza è stata ampia e significativa. Importante è stato, in questo, il ruolo svolto dal coordinamento  NO AUSTERITY che, fin dalla sua assemblea fondativa del dicembre scorso a Cassina de' Pecchi, dove era presente il compagno Didi Travesso, di Conlutas, aveva deciso la propria partecipazione a Parigi e si è adoperato per far conoscere l'iniziativa ed estendere l'invito ad altre realtà. E' grazie a questo lavoro che erano presenti tante realtà: dagli operai della Fiat Irisbus di Avellino, ai lavoratori delle cooperative in lotta: molto apprezzata la presenza di Arafat, leader della lotta all'Ikea, che, intervenendo due volte, ha spiegato la radicalità messa in campo dai lavoratori in questa lotta che ha già strappato importanti risultati; dal SiCobas (che ha inviato un proprio dirigente), alla Cub Scuola Università e Ricerca (presente con il coordinatore nazionale Cosimo Scarinzi), alla Cub Immigrazione (come sempre trascinanti gli interventi di Moustapha Wagne).
Erano presenti inoltre delegati dell'Usi (che hanno aderito al coordinamento) e un paio di rappresentanti del No Debito cremaschiano (che non hanno ad oggi formalizzato un'adesione).
Fabiana Stefanoni, intervenendo a nome di No Austerity, ha rimarcato l'importanza che in tutti i Paesi si riescano a superare gli ostacoli frapposti da burocrazie sindacali grandi e piccole, unificando le lotte e sviluppandole in senso classista e anticapitalista. Nel suo intervento, ascoltato con grande attenzione da tutta la platea, Fabiana Stefanoni ha così raccontato di quella ancora embrionale ma importantissima esperienza che si è avviata appunto col coordinamento di lotta di No Austerity. (2)
Un primo importantissimo passo avanti
Per affrontare la guerra sociale che i governi padronali stanno scatenando contro i lavoratori, per recuperare il tasso di profitto e scaricare la crisi sugli operai, è necessario unificare le lotte e svilupparle, infrangendo le mille barriere erte dalle burocrazie sindacali. Gli obiettivi indicati dal Manifesto di Parigi sono molto chiari: "nazionalizzazione senza indennizzo del sistema finanziario e delle principali aziende" nel quadro di un programma "dei lavoratori e della maggioranza sociale".
Un programma da far vivere nelle lotte concrete: non a caso i compagni metalmeccanici della Csp Conlutas hanno concluso la loro permanenza a Parigi organizzando lunedì mattino un incontro con gli operai della Peugeot di Parigi in lotta contro i licenziamenti: all'incontro, sfociato in un corteo interno alla fabbrica, hanno partecipato anche i compagni della Fiat Irisbus di Avellino che hanno portato il loro saluto.
Gli obiettivi indicati dall'assemblea di Parigi non sono astratti: si tratta, ribadiamolo, di una prospettiva da costruire nel vivo delle lotte che già stanno arroventando tanti Paesi del mondo (convinto è stato il sostegno espresso dall'Assemblea alle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente) e dell'Europa in particolare (dagli scioperi di massa in Grecia, alle piazze colme in Spagna e Portogallo, alla lotta radicale degli operai della Renault in Francia, ecc.). Una prospettiva che possiamo e dobbiamo costruire anche qui in Italia nei prossimi mesi e in cui, per parte nostra, continueremo a impegnarci.
Note
(1) Per conoscere il percorso di costruzione di Conlutas, che oggi raggruppa più di tre milioni di attivisti, consigliamo di leggere l'articolo di Ze' maria pubblicato sull'ultimo numero di Trotskismo oggi.
(2) In questo quadro molto positivo non poteva mancare qualche tentativo di innescare vuote polemiche da parte di chi pensa solo al proprio orticello. Ci ha provato Franco Grisolia (del Pcl ma intervenuto, a suo dire, "a nome della Rete 28 Aprile" e richiamandosi anche al Comitato No Debito di Cremaschi). Grisolia, dopo aver informato che non portava alcuna adesione alla Rete internazionale, ha ritenuto tuttavia logico presentare emendamenti al Manifesto del Primo Maggio. La cosa è risultata strana, nel metodo, a tutta la platea ma ancora di più alle delegazioni italiane che sanno come in Italia il Pcl aderisca entusiasticamente alla piattaforma neo-keynesiana del No Debito, mille volte più arretrata del Manifesto classista approvato nell'incontro di Parigi. 

Saggezza extraparlamentare. Il pasticcio Napolitano

Dante Barontini: fonte http://www.contropiano.org

A chi lo avesse dimenticato, Mario Draghi ha ricordato il vero governo risiede altrove. Non a Palazzo Chigi, non in rete, non nelle sempre meno solide pareti di partiti o "movimenti".

L'ha fatto con una telefonata a Giorgio Napolitano, non con una dichiarazione pubblica. Ma non deve essere stata una telefonata “privata”, visto che tutti i giornali sono stati debitamente informati sia dell'avvenuta conversazione che del suo contenuto.

Tema: le possibili dimissioni del presidente della Repubblica, un mese prima della scadenza naturale, in modo da accelerare la nomina di un successore dotato del potere che Napolitano non ha più: sciogliere le Camere e indire nuove elezioni politiche. Ipotesi che Draghi avrebbe sconsigliato con decisione, chiamando in causa la prevedibile reazione negativa – molto negativa – dei mercati finanziari. Mentre si contano i cadaveri della crisi dell'eurozona (la Slovenia sta per sostituire Cipro sulle prime pagine, mentre Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda sono solo momentaneamente in secondo piano; e anche Lussemburgo e Lettonia sono in lista d'attesa), non era il caso di presentare la terza economia dell'area come un paese senza più istituzioni in piedi. Quindi “tecnicamente” irresponsabile della propria evoluzione agli occhi dei partner continentali.

Quindi, suggeriva la voce da Francoforte, Napolitano doveva restare al suo posto fino a fine mandato o a governo formato. Nel frattempo Monti può proseguire la sua opera, secondo le indicazioni provenienti dalla Troika.

Ma la piccola “tempesta perfetta” nel bicchier d'acqua italiano, come spiegavamo già un mese fa all'indomani del risultato elettorale, non ha soluzioni costituzionalmente possibili. A meno di un cedimento clamoroso di una delle tre aree politiche principali (un sì grillino a un govermo Pd, o un sì piddino a un'alleanza con Berlusconi, o tra Pdl e M5S).

La nomina di 10 “saggi” che dovrebbero individuare le riforme condivise, sul piano economico come su quello politico, è un insulto all'unica istituzione che dovrebbe rappresentare la sovranità popolare: il Parlamento. Se la “saggezza riformista”, infatti, può essere rintracciata solo fuori delle Camere, queste vengono duramente delegittimate proprio sul terreno loro proprio, quello legislativo (ovvero il “fare riforme”, possibilmente condivise ma anche no). Quanti inneggiano come sempre alla “fantasia politica” di Napolitano dovrebbero cominciare a fare i conti con la sua prassi, sempre al limite, e spesso oltre, della Costituzione. O perlomeno del suo “spirito”, mai come ora ombra di Banquo”.

Il pasticcio pasquale dei “saggi lottizzati” – tra Pd, berlusconiani, montiani e persino un leghista – ha senso solo per prendere tempo. Da qui al 15 aprile, quando si aprirà come da procedura la fase dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica. Altrimenti si tramuterebbe in un vizio costituzionale invalidante, se davvero dovessero “elaborare” qualcosa che poi diventa vincolante per i partiti e il Parlamento.

Ma anche questo ennesimo “strappo” alle procedure costituzionali – al pari del cripto-totalitarismo grillino – segnala che la prassi della democrazia parlamentare non regge più la violenza degli interessi contrapposti. I costi della crisi vanno pagati da qualcuno, e qui si è aperta la partita, dando per scontato – e verificato – che il lavoro dipendente non ha più rappresentanza politica, culturale, ideale, programmatica.

E se il centrodestra si presenta come il bastione della conservazione di privilegi impresentabili (eredità delle vecchie rendite di posizione create e garantite dalla Dc), se il Pd tiene in vita i residui del “compromesso tra produttori” sbilanciato a favore delle imprese, il grillismo è andato a pescare nel mare magnum della precarietà esistenziale-occupazionale creato dai primi due fronti.

Non è la prima volta che si verifica una situazione sociale e istituzionale del genere, in cui a un pieno di risentimento e frammentazione sociale corrisponde un vuoto di progetti, credibilità, istituzioni. La “strategia” di Grillo ha una faccia retorica para-”rivoluzionaria” – “tutti a casa, comanderemo noi” – ma non controlla un movimento con disponibilità di “forza militare”. L'eventuale tracollo istituzionale, dunque, non sarebbe gestito da lui, ma di chi “la forza” ce l'ha ed è disposto ad usarla. Ma nell'Unione europea questa forza si esprime in forme sovranazionali, non banalmente golpiste da operetta.

La telefonata di Draghi è il richiamo all'ordine da parte di questi poteri. La primavera del conflitto sociale deve guardare – e contrastare – a chi comanda davvero, non alle povere figure che si agitano sulla scena. E che non significano nulla... 

domenica 31 marzo 2013

Arriva la controrivoluzione, ma la rivoluzione quando c’è stata?

Luciano Granieri


Poche chiacchiere, ci siamo trastullati abbastanza, ora è tempo di fare sul serio. Fra aprile e maggio,  la Commissione  europea ci detterà le  norme di finanza pubblica che dovremo attivare per rispettare il fiscal compact e raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014, così come scritto nella Costituzione. Inoltre a luglio dovrà scattare l’aumento dell’Iva.  E chi è l’uomo in grado di salvaguardare questo perverso sistema tutelando  gli interessi dei banchieri, se non un ex banchiere?  Avanti con Mario Monti dunque. Le imposizioni  di Mario Draghi a capo della Bce, unite ai ricatti di declassamento della solvibilità dell’Italia, da parte delle maggiori delinquenziali agenzie di rating, hanno posto fine alla ricreazione nella quale ci si stava accapigliando per dare un governo al Paese . Il capitalismo finanziario ha decretato che, in barba ai risultati delle urne,  Mario Monti  e la sua truppa malandata di tecnici dovrà continuare a salvaguardare gli interessi degli speculatori e dei titolari  di hedge fund. Il presidente Giorgio Napolitano ha riposto ancora una volta “PRESENTE”. E così come assecondò i desiderata dei grandi banchieri nell’autunno del  2011, evitando il passaggio elettorale dopo che questi avevano fatto cadere Berlusconi, consegnando a loro il Paese attraverso la  succube guida di Mario Monti, oggi ossequioso e obbediente resuscita il bocconiano asfaltato dalla tornata elettorale e lo ripropone  alla guida del Paese , come se la stagione di devastazione sociale appena trascorsa non fosse mai esistita. La trovata di accompagnare la seconda investitura di  un governo non sfiduciato, ma neanche eletto da nessuno, con i dieci saggi è un ingegnoso diversivo. Infatti è fondamentale che i tre partiti usciti sconfitti dalle elezioni continuino il loro teatrino fatto di insulti e veti incrociati. Anzi i grillini, quelli che volevano fare la rivoluzione delle scatolette di tonno,  hanno pure apprezzato l’uscita del Presidente della Repubblica, rivendicando una primogenitura sull’idea di far funzionare il Parlamento senza accordare la fiducia ad alcun governo. Sveglia!!!! Rivoluzionari da strapazzo. Se non si vota un nuovo governo,  resta quello vecchio.  Il Parlamento, costituzione alla mano,  non può operare da  solo , alla faccia della rivoluzione. Ovviamente al  gruppo delle “STELLE SONO TANTE MILIONI DI MILIONI CHE MASSA DI COGLIONI”  i dieci saggi fanno un po’ schifo, e vorrei vedere.  Da Violante -quello che assicurò a  Berlusconi che mai sarebbero stati toccati i privilegi che gli derivavano dal suo enorme conflitto d’interessi e affermò che i ragazzi di Salò andavano capiti - a Quagliariello - quello che in tre giorni dal Pdl è passato a Scelta  Civica per poi tornare al Pdl -dal segretario  particolare di Schifani Giovanni Pitruzzella, al ciellino Mario Mauro, dal banchiere Rossi , al ministro in carica  Milanesi, passando per il costituzionalista Onida e l’ex uomo Istat, Enrico Giovannini, sono tutti campioni dell’inciucio e della difesa degli interessi del capitale. Ma per i grillini poco importa è un effetto collaterale. La realtà è che gli estenuanti tentativi di formare un governo, conditi dagli  strilli dai vari blog stellati, dalla  ricerca spasmodica dei Piddiellini di salvacondotti giudiziari per il loro capo, dal tentativo del Pd di uscire dallo psicodramma in cui si è cacciato,   sono tutti diversivi gossippari  necessari a  distogliere i cittadini da quella che è la ragione vera del disastro sociale.  Lo strapotere del profitto finanziario sul reddito da lavoro. Che si continui pure ad appassionare la gente agli insulti di Grillo, a discettare sul ricatto: “ appoggio al governo  in cambio della  presidenza della Repubblica”,  sbandierato dagli Indagati  della Libertà, a discutere dello stato crioscopico di Bersani, intanto la troika europea su mandato del capitalismo finanziario continua  indisturbata l’ opera di devastazione sociale del nostro Paese. In effetti cosa ha da temere l’èlite finanziaria dai gruppi che hanno partecipato alle elezioni?  Nessuno di questi ha posto nel suo programma la moratoria e la rinegoziazione del debito  fino alla determinazione di non pagare chi ci sta affamando con la speculazione finanziaria, né è presente, se non in modo velato o improprio, l’abolizione del fiscal compact,  il ripristino dello spirito solidaristico della Costituzione con l’estromissione dai suoi articoli del vincolo del pareggio di bilancio, l’abolizione del patto di stabilità per gli enti locali. Tutto questo non si legge nei programmi dei partiti. E  fino a quando ci sarà chi distoglie   la popolazione dai problemi veri, chi incanala la protesta sui binari morti del referendum sull’euro,  per altro costituzionalmente  irrealizzabile,  (Art.75 della Costituzione) , dei privilegi della casta, la dittatura del capitalismo finanziario continuerà allegramente a tiranneggiarci. Complimenti ai rivoluzionari a 5 stelle, ci mancavano solo loro a far scattare la controrivoluzione a seguito di una rivoluzione che non c’è mai stata.

BAMBINI PALESTINESI NELLE CARCERI MILITARI ISRAELIANE

Informare per resistere

Un rapporto dell’Unicef denuncia i maltrattamenti “molto diffusi, sistematici e istituzionalizzati” cui sono sottoposti i minori palestinesi rinchiusi delle carceri israeliane. A differenza dei loro omologhi israeliani, i bambini palestinesi non hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori durante un interrogatorio e sono raramente informati dei loro diritti.


“Il test di una democrazia sta nel trattamento riservato ai detenuti, alle persone in carcere, e in modo particolare ai minori”, dichiarava nel gennaio 2012 Mark Regev, Portavoce del Primo Ministro israeliano, Benyamin Netanyahu[1].Un recentissimo rapporto dell’Unicef, basato su oltre 400 casi documentati di detenzioni e maltrattamenti di giovani detenuti, mette in dubbio il livello di democrazia esistente in Israele[2].
Il Rapporto dell’Unicef conclude che “i minori palestinesi che entrano in contatto con il sistema di detenzione militare israeliano sono sottoposti a maltrattamenti molto diffusi, sistematici e istituzionalizzati. Quanto descritto si basa sulle ripetute denunce avvenute nel corso degli ultimi dieci anni, sulla loro entità, fondatezza e persistenza.” Tale conclusione è sostenuta anche dall’esame dei casi documentati attraverso un sistema di monitoraggio e reporting di gravi violazioni dei diritti dei bambini, così come dalle interviste condotte con avvocati israeliani e palestinesi e con bambini palestinesi.
Negli ultimi dieci anni, circa 7.000 minori palestinesi di età compresa tra dodici a diciassette anni sono stati arrestati, interrogati, perseguiti e/o imprigionati all’interno del sistema di giustizia militare israeliana; una media di 700 bambini l’anno, due al giorno. L’analisi dei casi monitorati da Unicef ha identificato esempi di pratiche che equivalgono a trattamenti crudeli, inumani o degradanti secondo la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e la Convenzione contro la Tortura. Il Rapporto Unicef conclude raccomandando una serie di misure concrete per migliorare la protezione dei bambini all’interno del sistema giudiziario israeliano, in linea con le norme internazionali vigenti.
Il documento, dopo una breve introduzione al contesto giuridico e alla struttura del sistema detentivo israeliano, racconta con scarno ma raggelante realismo la spaventosa esperienza di un adolescente palestinese qualunque, in genere accusato di aver lanciato sassi contro un veicolo militare israeliano.
L’arresto
Una massiccia pattuglia di militari armati fino ai denti irrompe violentemente in casa nel cuore della notte svegliando tutti di soprassalto. Dopo una furiosa ricerca, spesso accompagnata da devastazione di mobili e oggetti vari, il giovane sospetto è legato ai polsi e, gli occhi bendati, viene strappato terrorizzato alla sua famiglia. È molto giovane, spesso sui 14-16 anni di età. A volte qualcuno è arrestato nelle vie attorno a casa, nei pressi delle strade riservate ai coloni israeliani o ai posti di blocco dell’esercito all’interno della Cisgiordania.
Per alcuni dei bambini la scena è devastante, tra urla e minacce verbali, e membri della famiglia costretti a rimanere fuori casa in camicia da notte mentre il giovane è portato via con violenza da casa con vaghe spiegazioni come: “viene con noi, lo riportiamo più tardi”, o semplicemente che il giovane è “ricercato”. Raramente gli astanti sono informati di dove l’arrestato verrà condotto, il motivo e fino a quando. Senza potere salutare i genitori né rivestirsi in modo adeguato, il bambino è caricato su una jeep, bendato, costretto a sedersi sul pavimento del veicolo e spesso colpito con pugni e calci mentre viene legato.
Il viaggio verso il luogo dell’interrogatorio può durare da un’ora a un’intera giornata e solitamente comprende delle soste in insediamenti colonici o basi militari dove il giovane prigioniero può aspettare ore e ore, a volte anche un giorno intero, senza cibo né acqua e senza accesso al bagno. Durante queste fermate intermedie molti bambini sono condotti davanti a personale medico che, rimosse le bende dagli occhi, magari rivolge qualche domanda sul loro stato di salute. Tuttavia, anche nel caso in cui sui loro corpi siano evidenti segni di abusi, è molto raro che ricevano adeguata attenzione medica. Di nuovo con occhi bendati, i bambini sono quindi condotti al luogo definitivo dell’interrogatorio.
L’interrogatorio
I luoghi più comuni per gli interrogatori dei bambini in Cisgiordania sono le stazioni di polizia negli insediamenti colonici di Gush Etzion e Ari’el, la prigione di Ofer e il Centro di Huwwara.
Nessun bambino è accompagnato da un avvocato o un familiare durante l’interrogatorio, nonostante l’articolo 37 (d) della Convenzione sui diritti dell’infanzia preveda che: “Ogni bambino privato della sua libertà abbia diritto a rapido accesso ad assistenza legale o ogni altra assistenza adeguata.” Nonostante quanto affermato dallo stesso art. 37, i bambini prigionieri raramente sono informati dei loro diritti, in particolare del diritto di non auto accusarsi. Non esiste alcuna supervisione indipendente del processo dell’interrogatorio che spesso assomma intimidazioni a minacce e violenze fisiche, con il chiaro intento di costringere il bambino a confessare. I piccoli detenuti durante l’interrogatorio sono legati, in alcuni casi alla sedia su cui siedono. Questa posizione viene fatta mantenere a forza, a volte per lunghi periodi di tempo, con conseguente dolore a mani, schiena e gambe. Alcuni bambini sono minacciati di morte, di violenza fisica, isolamento e abusi sessuali su di loro o sui membri della loro famiglia. Alla fine dell’interrogatorio, la maggior parte dei prigionieri ammette tutto ciò di cui erano stati accusati (di solito di “lancio di sassi”) e firma la confessione su di un modulo in ebraico, nella maggioranza dei casi senza la minima idea di quanto sia in esso contenuto.
Alcuni bambini sono stati rinchiusi in celle d’isolamento per un periodo da due giorni a un mese prima dell’udienza e dopo la condanna. In queste celle, secondo il rapporto dell’UNICEF, sono trattati in modo “crudele” e “disumano”. L’impatto negativo della pratica dell’isolamento sul benessere psicologico di un bambino ha convinto la Commissione sui Diritti dell’Infanzia a imporre il più severo divieto a tale trattamento.
L’udienza e la sentenza
Dopo l’interrogatorio il piccolo imputato è in genere condotto davanti a un tribunale militare per l’udienza. Entra in aula con manette ai polsi, catene alle gambe e indosso l’uniforme carceraria. Tutto questo è in contrasto con le norme minime per il trattamento dei detenuti, che prevedono di non utilizzare catene e ceppi, mentre altre forme di contenzione devono essere usate solo in determinate, limitate circostanze. Il giovane incontra per la prima volta il proprio avvocato nel tribunale militare per i minorenni e la sua custodia cautelare può essere estesa, contrariamente a quanto prescritto dalle norme internazionali, fino a un periodo di 188 giorni. Pure in violazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia non esiste in pratica alcuna possibilità di rilascio su cauzione.
Non tutti gli avvocati hanno un facile accesso alla necessaria documentazione militare e alla legislazione criminale di Israele poiché’ non sempre disponibili in lingua araba, come invece sarebbe richiesto dal diritto internazionale. Per questo motivo gli avvocati difensori palestinesi si trovano in netto svantaggio rispetto al procuratore israeliano con il rischio di compromettere le possibilità di un bambino accusato di ricevere un processo equo.
Infine, arriva la punizione, di solito molto severa. Due delle carceri dove la maggior parte dei bambini palestinesi sconta la pena si trovano, in violazione della Convenzione di Ginevra, all’interno di Israele, il paese occupante. In termini pratici, questo fatto rende assai difficili, e in alcuni casi impossibili, le visite dei familiari a causa dei regolamenti che vietano ai palestinesi della Cisgiordania di viaggiare all’interno di Israele e del tempo necessario per rilasciare un permesso. Secondo l’articolo 37 (c) della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, un bambino “ha il diritto di mantenere i contatti con la sua famiglia per mezzo di corrispondenza e di visite, tranne che in circostanze eccezionali”. La carcerazione dei piccoli prigionieri ha su di loro ovvi effetti deleteri nel lungo termine. Tagliando fuori un bambino dalla sua famiglia, a volte per mesi, la detenzione provoca un profondo stress emotivo, oltre a violare il diritto del giovane alla istruzione.
I piccoli palestinesi accusati di reati seguono un iter giudiziario molto diverso dai loro coetanei israeliani, compresi quelli residenti in insediamenti ebraici in Cisgiordania. Mentre i primi sono processati in tribunali militari ai sensi della legislazione militare israeliana, i bambini israeliani fruiscono del diritto penale e civile israeliano che naturalmente offre loro ben maggiori garanzie.
Conclusione
Non è la prima volta che organismi internazionali denunciano il maltrattamento di bambini palestinesi detenuti dall’esercito israeliano. Preoccupazioni in merito erano state sollevate nel luglio 2012 dalla Commissione speciale delle Nazioni Unite sulle pratiche israeliane nei Territori occupati. “Secondo le testimonianze raccolte, Israele pratica l’isolamento nel 12% dei bambini palestinesi detenuti”, aveva affermato in un comunicato stampa il presidente della Commissione, l’ambasciatore Palitha Kohona dello Sri Lanka.
La Commissione speciale aveva anche messo in guardia su un modello di detenzione e maltrattamenti dei bambini di più vasta portata. “Testimoni hanno riferito alla Commissione che il maltrattamento dei bambini palestinesi inizia dal momento dell’arresto. Un gran numero sono sistematicamente imprigionati. Le abitazioni dei bambini sono circondate da soldati israeliani a tarda notte, “bombe sonore” sono fatte esplodere nelle abitazioni, le porte sono abbattute, vengono sparati colpi di armi da fuoco, nessun mandato viene mostrato ai residenti. I bambini sono legati, bendati e costretti all’interno dei veicoli militari.” In pratica quanto descritto dal rapporto dell’Unicef.
Un rapporto di Defence for Children International (DCI) dell’aprile 2012 dal titolo “Legati, bendati e imprigionati” rilevava come, su 311 testimonianze giurate raccolte tra il 2008 e il 2012, il 75% dei detenuti palestinesi dai dodici ai diciassette anni di età subivano maltrattamenti durante l’arresto, gli interrogatori e la detenzione in attesa di giudizio[3].
Le prove presentate da DCI dimostravano che i bambini arrivano ai centri di interrogatorio israeliani bendati, legati e privati del sonno. A differenza dei loro omologhi israeliani, i bambini palestinesi non hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori durante un interrogatorio e sono raramente informati dei loro diritti, in particolare del loro diritto alla propria non-incriminazione. Le tecniche di interrogatorio sono spesso mentalmente e fisicamente coercitive, incorporando un mix di intimidazioni, minacce e violenza fisica, con lo chiaro scopo di ottenere una confessione.
Come raccomanda un editoriale del Lancet[4], “Le autorità militari israeliane devono immediatamente adottare e far rispettare le raccomandazioni [dell'Unicef]. I bambini palestinesi prigionieri devono essere trattati in conformità con il diritto e gli standard internazionali, con divieto assoluto di tortura e di tutte le forme di altri maltrattamenti, senza eccezioni.”[5]
Commenta amaramente il giornalista israeliano Gydeon Levy rivolgendosi ai suoi connazionali: “Tutto questo avviene in un paese dove i bambini sono considerati una fonte di gioia, in cui la preoccupazione per il loro benessere è la massima priorità. Tutto questo accade nel vostro paese, a meno di un’ora dalle stanze da letto dei vostri figli.”[6]
Angelo Stefanini, Centro Salute Internazionale, Università di Bologna

Bibliografia
 1. The Palestinian children – alone and bewildered – in Israel’s Al Jalame jail. Special report: Israel’s military justice system is accused of mistreating Palestinian children arrested for throwing stones. The Guardian, 22.01.2012
2. UNICEF. Children in Israeli Military Detention: Observations and Recommendations. February 2013. [PDF: 1,4 Mb]
3. DCI-Palestine, Report. Defence for Children International, Bound, Blindfolded and Convicted: Children held in military detention. April, 2012. [PDF: 75 Kb]
4. Protecting the rights of Palestinian children detained in Israel. The Lancet 2013; doi:10.1016/S0140-6736(13)60657-1
5. United Nation News Center. Israel urged to treat Palestinian child detainees in accordance with rights law – UN.
6. Gideon Levy. UNICEF isn’t anti-Semitic. Haaretz, 10.03.13.